Lacerba on line su Internet Archive

Su Internet Archive, ormai una delle più grandi biblioteche digitali del mondo, è possibile consultare e scaricare in vari formati la rivista Lacerba.

Riprendendo dalla presentazione della rivista:

«Lacerba» fa la sua comparsa per la prima volta a Firenze il 1° gennaio 1913. La rivista è pubblicata dal tipografo Attilio Vallecchi, alla sua prima esperienza da editore. La periodicità quindicinale viene mantenuta fino al numero 24 del 1° dicembre 1914; nel 1915 diventa settimanale e uscirà ogni domenica. Nei primi due anni sarà composta da 16 grandi pagine (formato tabloid) a due colonne e costerà 4 soldi; i fascicoli dell’ultima annata avranno invece 8 pagine, con testata di colore rosso vivo (mentre precedentemente era nera) e costeranno solo 2 soldi. Nonostante i numeri crescano da 24 a 52 l’abbonamento annuale resterà invariato a Lire 4. La redazione è in via Nazionale 25 a Firenze.

Quasi ogni numero pubblica riproduzioni di quadri e illustrazioni. L’elegante impaginazione ricorda quella della «Voce» e verrà conservata anche nelle altre riviste italiane d’avanguardia fino al secondo dopoguerra. Sotto il frontespizio appare il primo verso del poemetto di Cecco d’Ascoli, L’Acerba: «Qui non si canta al modo delle rane».

«Lacerba» è animata dall’allora trentaduenne Giovanni Papini [che aveva già lavorato a La Voce (1908-1916)] che si avvale dell’aiuto di tre collaboratori: il trentaquattrenne Ardengo Soffici, aspirante pittore e scrittore di successo, il triestino Italo Tavolato, giunto a Firenze per studiare filosofia, fedelissimo di Papini; infine il ventottenne Aldo Palazzeschi (il cui vero nome è Alfredo Giurlani), poeta garbato, estroso, che si dichiara futurista.

«Lacerba», oltre che riunire il meglio della creazione artistica del tempo, desidera liberare il campo delle arti e delle lettere «dal numero stragrande dei pregiudizi, delle routines, delle prevenzioni, delle ignoranze, delle incomprensioni, delle imbecillità che lo infestano». Il criterio, dunque, con cui vengono scelte le opere che figurano sulle pagine del periodico, oltre che un criterio di bellezza è un criterio polemico e «di preparazione in vista di un’arte futura»; da questo ne deriva una propensione verso tutto ciò che è nuovo o almeno ardito.

Una rivista che si propone come spregiudicata e agguerrita non può tuttavia non tener conto della novità più dirompente e rumorosa di quegli anni, e cioè il movimento futurista milanese, attivo già dal 1909. E difatti Marinetti, Boccioni, Russolo e Carrà, i primi attori del futurismo milanese, eleggono «Lacerba» organo del loro movimento, utile strumento per diffondere le loro idee e le loro imprese. Tuttavia Papini e Soffici mantengono una posizione più defilata rispetto a Marinetti e ai suoi; l’articolo Il cerchio si chiude del 15 febbraio 1914 manifesta con chiarezza le divergenze inconciliabili, soprattutto in materia di rappresentazione artistica, tra il gruppo fiorentino e quello milanese. La rivista continuerà ad ospitare articoli, manifesti, testi paroliberi dei seguaci di Marinetti, ma le strade tra il gruppo fiorentino e i milanesi saranno ormai irrimediabilmente divise.

La rivista può comunque contare sulla collaborazione, tra gli altri, di Lucini, Govoni, Ungaretti, Jahier, Sbarbaro, Max Jacob, Guillaume Apollinaire, Paul Fort, nonché dei pittori Rosai e Boccioni, dell’architetto Sant’Elia, del musicista Russolo.

Buona consultazione: Lacerba
Presentazione della rivista: https://r.unitn.it/it/lett/circe/lacerba
Vedi anche: La Voce (1908-1916)

Giornali e periodici italiani su Gallica

Gallica, la Biblioteca Digitale della Biblioteca Nazionale di Francia, non ha certo bisogno di presentazioni. Semplicemente è una delle più grandi biblioteche digitali esistenti. Col tempo è diventata un catalizzatore di molte altre biblioteche non solo parigine ma di tutto il paese le quali convogliano su di essa i loro materiali. Le pubblicazioni in lingua italiana su Gallica sono moltissime. Per quanto riguarda giornali e periodici, al momento se ne contano 117.

Rendere conto di tutte le pubblicazioni è impossibile, anche perché l’arco cronologico è molto ampio: dalla fine del Settecento alla seconda metà del Novecento. Si possono indicare però alcuni raggruppamenti anche se piuttosto generici. Uno riguarda senza dubbio il mondo del lavoro: giornali e periodici di lavoratori italiani emigrati in Francia.

Un altro gruppo riguarda i fuoriusciti dall’Italia durante il ventennio fascista con il corredo di stampa periodica di opposizione al regime.

Non mancano comunque testate generiche; periodici letterari, artistici, teatrali; altri incentrati sulla vita parigina; altri ancora sul mondo del commercio e degli affari, sul turismo.

In ogni caso si tratta di una quantità di materiale estremamente interessante per studenti, ricercatori, storici e semplici curiosi. Non ci resta che sfogliare i Giornali e periodici italiani su Gallica. Buona consultazione.

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 Terza parte

Gli studi sulle Esposizioni universali costituiscono un’ottima prospettiva per lo studio più generale della Rivoluzione industriale. Molte delle opere coeve ad esse dedicate sono scritte da ingegneri, industriali, studiosi di economia. I lavori degli specialisti sono interessantissimi, ma non è questo il taglio degli articoli che dedico all’Esposizione Universale del 1867.

Né sono questi gli argomenti che vado cercando. Anche se la storiografia ha lavorato moltissimo su questi aspetti, a me interessa cercare di capire l’impatto di queste colossali manifestazioni sul pubblico e le informazioni indirette che possono fornire a un livello più generale, di società, di composizione, convivenza e osmosi tra le classi. Le pubblicazioni ad ampia tiratura sull’Esposizione offrono molti sentieri da percorrere. Si tratta di pubblicazioni settimanali, di poche pagine e ampiamente illustrate, che si prefiggono i compito fornire informazioni su quanto accade nel Campo di Marte, ma anche, allo stesso, tempo, di invogliare il lettore a visitare l’Esposizione o a tornarvi. Per esempio, nel secondo articolo (L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)) ho fatto cenno all’impressione che destò un macchinario che impacchettava le tavolette di cioccolata. In un articolo successivo il lettore viene informato che “l’industria cioccolatiera parigina produce 24.000.000 di pezzi l’anno” e che si estenderà perché il cioccolato ha saputo conquistarsi uno spazio non trascurabile nel gusto alimentare dei parigini.

Tracce di percorsi

Dunque, indirettamente, il giornalista ci informa che il cioccolato ha cessato di essere un alimento ristretto all’ambito nobiliare come un tempo (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari) e sta conquistando i gusti e il favore della borghesia. Del resto, la produzione in serie della macchina di Devink, che sforna 20 tavolette già impacchettate alla volta, lo dimostra. È un’evoluzione, un trapasso che può essere indagato non soltanto per quanto riguarda il cibo.

Il nome dell’industriale ci dice qualcos’altro. Secondo il giornalista, Monsieur Devink esporta cioccolata in tutta la Francia e anche all’estero. Incarna alla perfezione il ruolo del Selph-made-man, dell’uomo che ha accumulato ricchezze e rispettabilità grazie al duro lavoro, all’intelligenza e all’intraprendenza. “I suoi operai sono per lui come una famiglia; la sua fabbrica è, per così dire, il loro patrimonio”, spiega dimostrando che, nonostante le pretese dell’Esposizione, siamo ancora all’interno di una robusta concezione paternalistica della produzione e della fabbrica. A sioli quattro anni dalla Comune di Parigi (la prima sollevazione del proletariato contro la borghesia) si continua a proporre l’idea del rapporto con la forza lavoro come un patto pacificato, privo di attriti e condiviso.


Il gusto tra standardizzazione e elitarismo

Disponiamo di molti altri indizi per metterci sulle tracce dei mutamenti del gusto. Restando in cucina, sappiamo che l’arredamento di quello che per lunghissimo tempo è stato – e nelle campagne continua ad essere – il luogo di sociabilità principale della casa, è iniziato a mutare poco prima della Rivoluzione del 1789. Ad esempio, l’acquisto quotidiano del pane ha segnato il declino inarrestabile delle madie dove si conservava la farina; allo stesso modo, l’uso del baule comincia a diradarsi da quell’epoca a vantaggio di una maggiore varietà di utensili.

Una maggior varietà di attrezzi da cucina indica mutamenti profondi. Pochi decenni dopo la Rivoluzione le donne cucinano in piedi, sulla stufa, e non più curve sul camino: anche il calore disponibile nella casa – più diffuso nell’ambiente, non soltanto più a ridosso del camino – contribuisce a modificare gli spazi e gli usi.

Ma una varietà più ampia di attrezzi significa anche una maggior disponibilità degli stessi e quindi, in un processo che di dipana nel tempo, una standardizzazione nella produzione. Senonché per ogni ceto è importante rimarcare le distanze rispetto a quelli inferiori. . Naturalmente hanno una qualche pretesa estetica: un espositore venuto dalla Mosella mostra “nella fabbricazione delle sue ceramiche tanta cura quanto quella degli artisti nella lavorazione dei vasi di arenaria”; un altro, in questo caso parigino, “ha messo a punto procedure ingegnose ed economiche per applicare l’oro e l’argento” nella bordatura dei piatti; altri espositori “hanno porcellane opache di una grande bianchezza, la cui copertura traslucida si distingue per la sua solidità”. È questo il punto: le stoviglie prodotte per le classi popolari sono robuste, resistenti, possono essere usate a lungo. Tra queste queste ceramiche e le faïance della ricca borghesia c’è la stessa differenza che passa tra un robuste homme du peuple [et] un fils de bonne maison.

Nell’arte di produrre vasellame a basso costo l’Italia si difende bene. “Ottime e solide” pentole, ciotole, padelle, brocche e zuppiere sono quelle che provengono da Pistoia, Lodi, Arezzo, Albisola Marina e soprattutto dalla provincia di Macerata. I francesi hanno qualcosa da imparare in quest’ambito da italiani, ma anche austriaci ed egiziani, dato che non hanno ancora risolto completamente il problema di disporre di una ceramica adatta alla cottura.

Ma quello della cucina è solo uno degli aspetti da indagare per misurare, anche se in modo approssimativo le distanze, l’imitazione e le commistioni tra le classi.

Per il momento restano esclusi molti altri oggetti e accessori: tessuti, vestiti, mobili, cristalleria e altro ancora. Del resto, anche se gli articoli sono suddivisi in categorie, all’Esposizione tutto si mescola sotto lo sguardo dei visitatori. E esattamente come loro, avremo modo di osservare (sognare?) oggetti preziosi, di lusso, disponibili per pochi o per pochissimi, oppure di toglierci qualche sfizio alla portata di tasche meno tintinnati di quattrini.

P.S: cliccando sulle immagini si viene indirizzati ai testi consultati.

lo storico della domenica
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