I giornali del Piemonte. 189 testate digitalizzate

Uno splendido progetto della regione Piemonte che rende disponibili 189 giornali digitalizzati

La Regione Piemonte ha accorpato i molti progetti di singoli archivi, biblioteche e vari enti in un unico collettore che rende disponibili 189 testate digitalizzate.

Si tratta di giornali pubblicati dal 1846 in poi e risponde alla opportunità di valorizzare un patrimonio prezioso per la storia del territorio. Le testate locali costituiscono un bene di grande interesse dal punto di vista sociale, economico, culturale e storiografico. Le informazioni quotidiane sono un elemento di straordinaria importanza per conoscere cosa succede nel presente, ma sapere anche cosa è accaduto in passato è altrettanto significativo per ricostruire i frammenti della nostra identità.

Districarsi tra un numero così ampio di giornali può sembrare a prima vista estremamente complicato. In realtà il portale I giornali del Piemonte è organizzato ottimamente. Esso si divide in esplora l’archivio, elenco giornali e pubblicazioni tematiche.

A ogni raggruppamento principale rispondono sotto-sezioni (anno di fondazione, in attività, provincia per quanto riguarda la voce elenco giornali; pubblica amministrazione, sport, cinema, per le pubblicazioni tematiche).

Studiosi, studenti, ricercatori, professionisti, giornalisti e semplici curiosi non possono che essere grati per questo I giornali del Piemonte, un servizio che facilita enormemente la ricerca storica e non solo: I giornali del Piemonte.

Recensione. Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia

Franco Angeli riporta in libreria in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti sulla “spagnola” in Italia.

Molto opportunamente l’editore Franco Angeli ripubblica, in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia. Naturalmente un editore fa il proprio mestiere (che è quello di vendere) ed è naturale che in tempi di pandemia ai lettori venga la curiosità di fare confronti. E il confronto con la “spagnola” è scontato.

Questo aspetto del marketing però non sminuisce affatto l’importanza di questo libro. A ragione Adriano Prosperi ha sostenuto che nei momenti di forte tensione i popoli fanno emergere la loro natura profonda. La pandemia di “spagnola” fu un evento sconcertante, che si fuse con quello altrettanto drammatico della Grande Guerra (su come fu vissuta dagli italiani la prima guerra mondiale vedi Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Anzi, per certi aspetti lo fu ancora di più non soltanto perché la “spagnola” fece più morti del conflitto, ma anche perché si trattò di una malattia completamente nuova che, inevitabilmente, generò sconcerto, incertezza, panico, resuscitando antiche paure.

Che si trattasse di una malattia fino ad allora sconosciuta emerge chiaramente dalla miriade di osservazioni più disparate e quasi sempre discordanti che i medici diedero della malattia:

alcuni ci dissero che era una cosa da ridere […] altri che si trattava di influenza estiva; altri ancora misero in ballo i pappataci, poi la cosiddetta “febbre dei tre giorni”; e finalmente si disse: è influenza spagnola […]. Cosa sia poi questa influenza spagnola ancora non si sa (p. 51 e n. 121).

Le difficoltà nel comprendere la natura dell’epidemia furono dovute anche al fatto che il conflitto mondiale compromise la possibilità di coordinare la ricerca scientifica sul piano internazionale, ed è una componente di cui si deve tenere conto. (Infatti il nome dato alla malattia, “spagnola” si dovette al fatto che la Spagna, paese neutrale, fu l’unico paese a lasciar filtrare informazioni sulla gravità dell’epidemia).

Se medicina e scienza non avevano risposte attendibili sulla eziologia della malattia (sulla quale si vedano anche le osservazioni di Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola), uno stato e una condizione di inquietudine non potevano non diffondersi tra la popolazione. Tanto più che la censura di guerra, che mutilava inesorabilmente tutte le notizie che si supponeva deprimessero il morale della popolazione, contribuiva a creare confusione e sospetti: “il credito attribuito alle informazioni ufficiali”, osserva giustamente l’A. “doveva essere bassissimo” tra la popolazione (p. 123).

La stampa venne a trovarsi in una situazione oggettivamente difficile. Le direttive governative e militari imponevano di “minimizzare e tranquillizzare” lettori e cittadini (p. 120) e questo comportava omissioni sulla reale mortalità della malattia, descrizioni edulcorate della situazione generale e paragoni non veritieri con altri paesi. Ma la popolazione doveva districarsi tra le limitazioni della vita sociale – dapprima inviti e poi divieti di frequentare locali pubblici, tram, treni, di far visita a malati, di prender parte a funzioni religiose mentre la partecipazione ai soli famigliari dei deceduti ecc. -, avvertiva l’odore delle disinfestazioni un po’ ovunque e, in ogni caso, apprendeva informazioni ben diverse da conoscenti e vicinato. Dall’altra parte, sebbene l’analfabetismo non fosse stato ancora sconfitto in molte regioni, erano moltissimi i soldati che al fronte avevano imparato a leggere e a loro era indirizzata tutta una pubblicistica tesa a mantenere alto il morale delle truppe. In breve, conciliare gli ordini di ridimensionare l’ampiezza e la gravità della pandemia e l’incentivo a tenere vivo il morale delle truppe divenne un esercizio sempre più difficile.

La censura non era una novità nella storia del nostro Paese. Governi e poteri forti riuscivano ad addomesticare con una certa facilità le maggiori testate, mentre i prefetti esercitavano una sorveglianza occhiuta e piuttosto arcigna sulle testate locali e, naturalmente, in particolar modo sulla stampa di opposizione (su questi aspetti, in un quadro generale, si veda Mauro Forno Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Ma nel caso della “spagnola” si trattava di una forma di falsificazione che poteva scuotere coscienze. In un articolo apparso sul Resto del Carlino fu riconosciuto che i dati ufficiali sull’epidemia erano inferiori alla realtà (p. 120 e n. 31).

Fu soprattutto con la devastante seconda ondata che divenne impossibile occultare lo stato reale delle cose. Come accennato all’inizio col riferimento a un’affermazione di Prosperi, questo fatto portò alla luce alcuni problemi antichi del Paese: oltre all’insufficienza di posti letto negli ospedali e alla inadeguatezza di molti di questi, si palesò anche una grave insufficienza nella disponibilità di medici e di medicine (pp. 65 e ssgg.). Molti medici condotti lamentarono l’ampiezza spropositata delle loro condotte mediche e l’impossibilità materiale di servire adeguatamente la popolazione. Certo, la classe medica era stata quasi tutta rastrellata e inviata al fronte, ma quelli lamentati erano mali antichi, così come lo erano le incombenze eccessive che ricadevano sui Comuni (in proposito vedi, Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

Lo stesso discorso vale per i “rimedi”, sia quelli adottati in autonomia dalla popolazione come il consumo di bevande alcoliche, sia quelli adottati dai medici, come il salasso, i bagni caldi, i purganti e gli “impacchi senapati”, rimedi antichi, se non antichissimi, adottati più che per la loro reale (in)efficacia, per rassicurare una popolazione che, conoscendoli da tempo, si sentiva in qualche modo confortata (vedi, ad esempio, p. 87). Speculare era la reazione della popolazione: poste di fronte alla impossibilità di capire, poco fiduciose delle contrastanti spiegazioni mediche, le masse si aggrappavano a interpretazioni consolidate come l’alterazione dell’aria (p. 131).

E ancora, l’apparizione sul mercato di “rimedi” confezionati alla meglio da ciarlatani e imbonitori, rimandava alle difficoltà sofferte dalla medicina ufficiale per imporsi e manifestava una sua superiorità non completamente affermata e definitiva. Del resto (e Tognotti giustamente lo sottolinea), a leggere le raccomandazioni e le precauzioni dei medici e dei Municipi si delineava una descrizione delle cose che combaciava con una realtà che era presente solo in minima parte del Paese ed era goduta da una parte assolutamente minoritaria della popolazione: la cura e l’igiene personale, la possibilità di mettersi a letto e riposare alle prime avvisaglie della malattia, una dieta variegata erano precetti che in pochissimi potevano permettersi di seguire (ad esempio, p. 86). Ecco allora che la tensione indotta dal dilagare della malattia finiva per mostrare il volto vero del Paese e i problemi irrisolti che ricadevano sulle spalle della popolazione più povera. La quale abitava in quartieri avvertiti come pericolosi focolai di infezione e doveva destreggiarsi col lievitare proibitivi dei prezzi di medicinali (spesso pubblicizzati sulla stampa come miracolosi) la cui efficacia era quanto meno dubbia e che andavano a sommarsi alle enorme difficoltà di procurarsi generi di prima necessità (ad esempio, p. 127 e ssgg.).

L’incontro tra queste deficienze radicate nella storia del Paese e la impossibilità di comprendere esattamente cosa stesse accadendo creava cortocircuiti nella reazione e nei comportamenti: “tutti i medici poi sono concordi – pare impossibile tra tanta disparità di pareri – nel convenire che il medicamento più utile nel tenere lontano l’influenza è quello di non avere paura” scriveva, non senza ironia, Il Resto del Carlino. Atteggiamento che poi si sarebbe tradotta in sfiducia nella medicina e nella scienza in generale (vedi p. 133).

Nel leggere queste reazioni e quelle relative alla “morte civile” di paesi e attività produttive temporaneamente sospesi o agli effetti della “desacralizzazione della morte” su famigliari e conoscenti che assistono impotenti al continuo mietere di vittime, alla mente del lettore non possono non affacciarsi considerazioni sulla epidemia che stiamo attraversando.

Ma Tognotti è studiosa troppo accorta per cadere nell’errore di applicare al passato sensibilità e convinzioni del presente. Siamo di fronte a un libro che mostra una padronanza sicura dei ferri del mestiere – l’A. utilizza le non molte fonti archivistiche disponibili, stampa e statistica – fondendoli in una narrazione avvincente, di piacevole lettura e di forte empatia con le vittime di quella strage silenziosa.

Se, come ha giustamente notato Roberto Bianchi in un articolo disponibile su Amici di Passato e Presente gli storici hanno spesso trascurato questa terribile epidemia (vedi Alcuni articoli sulla “spagnola”), Tognotti ne illumina gli aspetti più importanti con un libro che merita di essere letto e approfondito.

Buona lettura.

Una risata vi seppellirà (?)

Uno splendido portale sulla caricatura e la satira

Il potere (politico certamente, ma non solo) ha sempre temuto la satira. La teme perché ha il potere di svelare verità profonde e scomode con strumenti di immediata percezione. Non a caso una risata vi seppellirà è uno slogan sovversivo.

Caricature et violence de l’histoire

Casualmente mi sono imbattuto in uno splendido portale francese: Caritature et violence de l’histoire. Come viene spiegato egregiamente nella introduzione:

Il termine caricatura si è affermato in francese nel linguaggio comune, ma sarebbe meglio parlare di satira grafica. Perché la caricatura, come la intendiamo qui, non si riduce alla sua definizione iniziale, apparsa in Italia durante il Rinascimento e diffusa nello studio dei fratelli Carracci come “piccoli ritratti carichi” (ritrattini carichi), esagerando i tratti caratteristici del modello. Né si limita alle forme grafiche associate alla satira della morale che i contemporanei di Hogarth hanno vissuto. La caricatura moderna è un’invenzione della cultura dei media, comporta la diffusione moltiplicata per la stampa, venduta come fogli sciolti o inclusa in un giornale illustrato.

Il suo impatto è dovuto alla sua straordinaria forza di derisione, che fa parte di un’antica tradizione di scherno, moltiplicata per dieci volte per le risorse di uno stile iconico. Non tutte le caricature sono al servizio di una causa, buona o cattiva: la grande massa di caricature a stampa è costituita da immagini per ridere, fantasiose vignette o schizzi umoristici, destinati a intrattenere il pubblico dando un resoconto malizioso o sarcastico dei grandi cambiamenti sociali.

Tuttavia, la caricatura, per il suo potere simbolico e la sua efficacia ideologica, è sempre stata in linea con la storia. Superando le trappole della censura e poi armandosi della libertà di espressione acquisita nel 1881, fu l’arma di tutte le lotte politiche.

Dall’inizio del XX secolo è stata inghiottita dalla violenza delle guerre, dall’ascesa del totalitarismo, dagli scontri dell’imperialismo, dalle crisi della decolonizzazione e della deregolamentazione internazionale. Mentre il suo posto è in declino in una stampa nazionale a sua volta minacciata dagli sviluppi tecnologici, essa circola su scala globale, offrendo l’illusione di un linguaggio veramente universale [con]  Internet, attraversando a sua volta molteplici frontiere.

La diversità delle forme di immagine satirica è legata ai progressi delle tecniche di riproduzione grafica e alle innovazioni nell’impaginazione periodica, nonché a iniziative puramente artistiche. La presentazione di pagine complete dei periodici permette di seguire l’evoluzione delle interazioni tra testo e immagine […].

Giustamente il portale si suddivide in cinque sezioni scansionate temporalmente in un percorso che si snoda dal 1830 ai nostri giorni. Ogni sotto sezione è a sua volta suddivisa per periodi più brevi e presnetata con esaurienti schede introduttive.

un portale da confrontare con altri progetti

La straordinaria collezione di questo portale si può confrontare col materiale disponibile su L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini che ne offre un buon campionario.

Una risata vi seppellirà (?): Caricature et violence de l’histoire. Ridiamoci su…

Recensione: Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.

“Che notizie ci sono?” era la prima domanda che in passato chiunque rivolgeva ai presenti quando arrivava in qualche località. Notizie, ma che cos’è precisamente una notizia? Una rivolta in qualche parte del regno per un re, prezzi in ribasso o in rialzo per un mercante, animali mostruosi che popolano luoghi esotici, un fattaccio di cronaca nera o un terremoto devastante per gli avventori di sconvenienti taverne e lupanari, la morte o l’esilio di un personaggio importante per un diplomatico… il termine “notizia” non si lascia facilmente incasellare.

Cercando una definizione accettabile Robert Darnton ha scritto che “le notizie non sono cose accadute […], bensì racconti su cose accadute”, ma allora, immediatamente, si pone il problema della veridicità e della affidabilità di questi racconti.

Ben oltre la fine del Medio Evo le notizie viaggiavano a voce, migrando di bocca in bocca: pellegrini in visita ai conventi e in giro per il mondo, marinai in sosta, “artisti” di strada, la varia congerie di mendicanti e poveracci… perfino la cultura alta delle prime università era prevalentemente orale.

Regnanti e potenti avevano bisogno di notizie certe: la trasmissione per via orale delle informazioni aumentava il rischio che queste venissero ingigantite e deformate se non stravolte. Proprio per questo motivo era la reputazione delle persone a dare credibilità alle informazioni (p. 5). C’era un secondo problema: dopo la disgregazione dell’Impero la mirabile rete stradale costruita dai Romani era caduta in sfacelo. Viaggiare era difficile, pericoloso e richiedeva molto tempo. Era un lusso che coloro che governavano il mondo o si trovavano ai gradini alti della società non poteva permettersi. Se occorrevano informazioni sicure, era necessario che arrivassero o venissero divulgate velocemente. Perciò quasi ogni regnante cercò di sviluppare le vie di comunicazione infittendo le reti stradali. Banchieri e mercanti si affidavano ad agenzie specializzate nel veicolare notizie. Roma, che oltre ad essere il faro della cristianità era anche uno dei maggiori centri di potere del mondo, si affidava ai membri della famiglia Tassis “una famiglia italiana specializzata nella comunicazione” (p. 24) che si sarebbe posta al servizio anche di altri. Banchieri come i Fugger e grossi mercanti si sarebbero costruiti reti di comunicazioni affidabili di natura quasi privata e, a volte non del tutto legale.

Da questo punto di vista la riorganizzazione di un sistema postale internazionale verificatosi nel XVII secolo è passato quasi sotto silenzio perché meno eclatante dei rivolgimenti politici o degli spettacolari progressi della rivoluzione industriale, ma si trattò dell’inizio “di una nuova era” (p. 207).

Nuova era perché accanto a questa sorta di “rivoluzione silenziosa” se ne verificò un’altra ben più appariscente: la Riforma, il “primo evento ripreso dai mezzi di informazione europei (p. 86) .

Se Lutero non finì arrostito come Jan Hus fu perché seppe profittare egregiamente dell’invenzione della stampa di Gutenberg: lo scrivere opuscoli in tedesco in formato più piccolo rispetto ai testi precedenti fece sì che i suoi sermoni venissero stampati e diffusi in quantità enormi rispetto al passato. Perciò per Roma fu impossibile fermare la marea una volta che questa si era messa in moto.

Tra Lutero e l’invenzione di Gutenberg vi fu uno scambio di favori decisamente conveniente per entrambi: la stampa permise al grande riformatore di salvare la pelle, Lutero rilanciò la stampa su larga scala: furono in parecchi gli stampatori che mantennero il lavoro grazie alla prolificità del monaco.

Gli opuscoli a sfondo religioso non erano gli unici presenti sul mercato del nord Europa. Vi era tutta una produzione di opuscoli e broadsheet riguardanti guerre, terremoti, inondazioni e fatti curiosi. Parte di questa produzione può essere considerata una forma di stampa sensazionalistica, ma, soprattutto negli Zeitung tedeschi, il loro stile restava sobrio: l’intento era quello di emulare lo stile serio e affidabile della corrispondenza privata per rassicurare il lettore sulla veridicità di quanto veniva riportato.

Opuscoli, broadsheets, ballate e pamphlet ampliavano il mercato verso le classi popolari. Il loro costo era contenuto e relativamente abbordabile per un gran numero di persone. Invece, per un certo tempo, il giornale ebbe una vita molto meno brillante: la concorrenza delle notizie manoscritte rimase forte e duratura. Occorse parecchio tempo prima che riuscissero a competere con la disposizione razionale degli eventi che si poteva trovare negli opuscoli: le notizie si accavallavano e non venivano fornite ai lettori le bussole per orientarsi nella lettura: nel parlare dell’arrivo a corte di una personalità, il fatto era raccontato in sè e per sè, nulla si sapeva su chi fosse costui e cosa fosse andato a fare di preciso

L’acquisto di opuscoli, broadsheets, avvisi, prezzari ecc. presupponeva un minimo di alfabetizzazione e di disponibilità economica. Lo sviluppo della stampa, certi aspetti della Riforma (dopo l’invenzione della stampa le indulgenze venivano vendute su moduli prestampai) e lo spostamento dei mercati e delle fiere più importanti dal Mediterraneo al Nord Europa indicano chiaramente la connessione tra economia e mercato delle notizie. Le classi popolari si informavano nei mercati cittadini, nelle taverne e nei dintorni del porto: in questi luoghi la cultura orale restò a lungo predominante. La borghesia, almeno nel caso dell’Inghilterra, trovava il proprio ambito di discussione nelle caffetterie (il thé sarebbe arrivato più tardi), luoghi di ritrovo a metà strada tra la ricreazione e lo svago e gli affari e ben fornite di bollettini, avvisi e giornali.

La formazione di un mercato editoriale è solo uno dei fenomeni che svelano l’intreccio tra economia e stampa. Una maggiore disponibilità di lettori creò la possibilità di veicolare pubblicità e incrementare gli introiti: abbonamenti e vendite, da soli, difficilmente consentivano agli stampatori di rimanere a galla. Da questo punto di vista i Paesi Bassi, con una nutrita concorrenza tra numerose testate, furono tra i più attivi (p. 234). Abbonamenti, vendite e pubblicità, ma anche sovvenzioni occulte. Fu questa la strada scelta dalla Francia e che per centocinquant’anni prima della Rivoluzione francese riuscì a impedire la formazione di un mercato veramente concorrenziale. La corte assoldò scrittori e poeti e finanziò un unico giornale autorizzato a trasmettere gli Avvisi.

La strategia di bloccare sul nascere la possibile proliferazione dei giornali ci dice qualcosa su un problema che si presentò ben presto. Un numero cospicuo di lettori implicava anche il formarsi dell’opinione pubblica. Era una faccenda i cui pericoli insiti un uomo intelligente come Palo Sarpi aveva ben presenti: i lettori si facevano idee proprie (p. 254, nota 67). Roma cercò di risolvere la questione con la creazione dell’Indice e con la censura, ma in generale Regnanti e potenti si trovarono di fronte al quesito: cosa pubblicare (o lasciare che venisse pubblicato) e cosa invece occultare?

Governanti e potenti godono di un vantaggio essenziale: hanno a disposizione una quantità di notizie molto superiore e qualitativamente più valide di quelle di cui dispongono i governati. In Inghilterra un paio di stampatori intelligenti mostrò chiaramente al governo quali fossero i vataggi di disporre di una stampa asservita(p. 245); naturalmente la questione poteva essere rovesciata per creare malcontento nella popolazione e fu ciò che il Parlamento, scontento, cercò di fare. Tranne nel caso in cui siano direttamente coinvolti, generalmente gli uomini d’affari detestano le guerre: le vie di comunicazione diventano difficili, l’arrivo di merci incerto, i prezzi oscillano ecc., ma per chi opera nel mondo dell’informazione le cose non stanno affatto così: la curiosità e la sete di notizie aumentano e gli affari possono andare a gonfie vele. Nell’Europa moderna, travagliata da conflitti intermittenti, si formò il giornalismo politico e si scoprì che non solo gli ingredienti da dover usare erano molti – censurare/pubblicizzare, rassicurare/spronare, blandire/minacciare ecc.) ma dovevano essere usati con sapienza.

I giornalisti – una professione per lungo tempo disprezzata – scoprirono ben presto il potere insito nella “libertà di stampa”. In Inghilterra un uomo spregiudicato e privo di scrupoli si faceva pagare profumatamente ricattando i politici di pubblicare notizie sconvenienti sul loro conto. Ma a consolidare la posizione dei giornalisti furono le rivoluzioni. In Francia la Rivoluzione fece letteralmente esplodere la produzione di opuscoli, pamphlet e giornali: diventare giornalisti in quel periodo poteva fruttare molto bene, ma era anche pericoloso: non pochi dei giornalisti-politici protagonisti della Rivoluzione ci rimisero la testa (nel vero senso della parola).

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La periodizzazione del libro di Pettegree si chiude qui, con i primi vagiti della età contemporanea. L’A è stato capace di dipingere un quadro veramente affascinante e non di rado divertente: conventi, piazze, corti, taverne, porti, patiboli, mercati, cronaca nera, fenomeni strani, profezie, mercanti, locande… Pettegree ci guida con mano sicura nel turbolento e affascinante mondo dell’Europa dell’età moderna con un libro scritto con uno stile elegante, leggero e spumeggiante.

Se proprio vogliamo trovare dei limiti, allora potremmo dire due cose. La prima, che i tre assi portanti della narrazione – l’oralità, il manoscritto e la stampa – raramente “giocano” tra loro. Lungo la narrazione appaiono spesso come blocchi distinti e in qualche modo separati tra loro, mentre probabilmente le cose erano più complesse. Tutte e tre le forme di diffusione delle notizie coesistevano e probabilmente si intrecciavano e sovrapponevano. Forse una maggiore articolazione sarebbe stata necessaria anche all’interno di ogni blocco – una notizia udita come gossip può avere un effetto diverso dalla stessa notizia sentita da un gruppo di artisti di strada…

La seconda, che l’affermazione stessa di Pettegree secondo cui “è chiaro che molti cittadini, nonostante la proliferazione dei fogli di notizie liberamente venduti […] potevano liberamente trarre tutte le informazioni che volevano” (p. 427), non sempre era vera e stride un poco con il rilievo che la stampa viene ad assumere nel corso della trattazione.

Quelle che avanzo non sono nemmeno critiche, sono semplici osservazioni che potrebbero essere oggetto di un prossimo lavoro. Intanto godetevi questo libro davvero bello e intelligente il cui successo è meritato.