Recensione. Alain Corbin: Storia sociale degli odori

Francia, 1° agosto 1823, ore sette e trenta del mattino: il grande anatomo Orfila deve eseguire un’autopsia. Si procede all’esumazione del cadavere, ma il puzzo che emana il morto è insopportabile. Si manda a chiamare Labarraque, di professione farmacista: il medico asperge il cadavere con cloruro di calcio diluito in acqua: “effetto straordinario: l’odore infetto è istantaneamente annichilito”. Sulla scena della storia si presenta “l’acqua di Javel”, oggi conosciuta come candeggina (p. 174), e la storia degli odori cambia per sempre.

​Città irrespirabili

“Se mi si chiedesse come si possa restare in questo sudicio ricettacolo di tutti i vizi e di tutti i mali, ammucchiati gli uni sugli altri, in un’aria avvelenata da mille vapori putridi, tra le beccherie, i cimiteri, gli ospedali, le chiaviche, i rigagnoli di orina, i mucchi di escrementi, i laboratori dei tintori, dei conciatori e dei conciapelli; dal fumo perennemente prodotto da un’incredibile quantità di legna, nel vapore che esala da tutto quel carbone; circondati dalle sostanze arsenicali, solforose, bituminose, esalate senza posa dai laboratori in cui si violentano il rame e gli altri metalli: se mi si chiedesse come si vive in quest’abisso, la cui aria greve e tiepida è tanto spessa da essere visibile e la cui atmosfera si sente in un raggio di oltre tre leghe […] là dove se si lasciasse liberi gli animali […] li vedrebbe, guidati dal mero istinto, fuggirsene a rotta di collo per cercare nei campi l’aria, la verzura, un suolo libero, profumato […]” (pp. 34, 74). Nelle strade non selciate, fango e sterco di animali da traino si impastano alle ruote di carri e carrozze, spruzzano ovunque, passanti compresi (i marciapiedi sono invenzione relativamente recente); si mescola a immondizie lasciate in strada, all’acqua stagnante delle pozzanghere e degli scoli malfunzionanti.

Il quadro generale di Parigi descritto da Mercier è impressionante, ma non è il dato fondamentale sul quale appuntano l’attenzione medici e osservatori dell’epoca. Sono i miasmi, i fetidi vapori che esalano da questa fanghiglia composta da sostanze putrescenti a preoccupare. La terra stessa sulla quale sorgono le città è un deposito fermentante di putrescenze precedenti. Si ritiene che gli odori emanati dagli escrementi abbiano un potere pernicioso: “Il vapore dei cessi – scrive un osservatore – corrompe ogni specie di carne e dei suoi succhi”; i bottinai che svuotano i pozzi neri rischiano la vita, ma non sono gli unici. Rischi simili li corrono coloro che lavorano i grassi animali, il bitume, i follatori e altre categorie di lavoratori che si trovano a metà tra l’attività artigianale e la manifattura. Le città pullulano di queste attività e se l’interesse per la salute dei lavoratori tarderà ad affermarsi, non occorrerà attendere molto tempo per veder sorgere proteste per il puzzo che emanano.

A ben guardare, come è facile dedurre dalla descrizione di Mercier, potenzialmente tutti sono in pericolo: alle masse di letame, ai liquami, agli escrementi e alle immondizie si aggiungono i vapori mortiferi che esalano dai cadaveri ancora seppelliti nelle chiese e abitare nelle vicinanze di cimiteri è un pericolo (p. 72).

Vedi: https://histoire-image.org/fr/etudes/halles-paris-travers-histoire

La selciatura delle strade non ha soltanto un valore estetico; e nemmeno è incentivata esclusivamente dai vantaggi dovuti alla comodità; ha anche una valenza di “polizia medica”, di igiene: la selciatura è un manto protettivo che blocca i fermenti nocivi della terra e dunque protegge viandanti e abitanti. Intonacare, lisciare, pitturare, stuccare sono altrettanti modi per proteggersi dalle esalazioni di muri infetti e dei mattoni a contatto col suolo. E già un decennio prima della Rivoluzione si inizia ad elaborare progetti per la fognatura della città; una necessità che diverrà impellente nei decenni successivi quando cloache e discariche si intaseranno dando la stura a una marea di preoccupazioni per la salute pubblica e di proteste per il fetore che emanano, e che troveranno una spinta decisiva dopo l’epidemia di colera dei primi anni Trenta.

La machine balayeuse, issue de Les odeurs de Paris par Jules Brunfaut, Histoire de Paris

Ospedali, lazzaretti e carceri – tutti istituti tipici delle città – sono densi di odori inconfondibili e pericolosi dovuti a miscugli perenni di fiati e sudori malati o sofferenti; sangue e visceri, piaghe e materie fecali: il sovraffollamento – e quindi l’asfissia – non desta ancora troppi sospetti. A preoccupare è la “putredine ospedaliera”, il lezzo cadaverico che precede e annuncia la morte e che si diffonde salendo da piaghe e cancrene e da quei depositi di infezioni che sono i letti di questi sventurati (pp. 70-71). (Non è un caso se per moltissimo tempo a venire l’ospedale sia considerato l’anticamera della morte). Anche i mercati sono considerati concentrazioni di miasmi pericolosi.

​In campagna

Se dalla terra emanano sostanze nocive, allora sarebbe molto più prudente non smuoverla, non lavorarla. Ma come seguire un consiglio simile in una società prevalentemente contadina? D’altra parte i terreni paludosi sono essi stessi focolai di malattie; devono essere bonificati (p. 161). Anche i lavori campestri non sono esenti da pericoli. Dai maceratoi in cui viene immersa la canapa salgono esalazioni nauseabonde e nocive e la lavorazione della pianta provoca nausea, irritazione ai polmoni e febbre: quello del cordaio non è un lavoro salubre. (p. 73).

La campagna suscita reazioni contrastanti. Per molto tempo sono le città ad essere più puzzolenti delle campagne. Ricchi e benestanti fuggono dai centri affollati durante i mesi estivi per cercare refrigerio e salubrità all’aria aperta e incontaminata, dove la natura e la vegetazione sprigionano profumi piacevoli e gradevoli. Anche i profumieri devono fare i conti con questo fenomeno che detta i gusti della moda. D’altra parte è vero che i contadini suscitano repulsione: che siano gli odori di cui è impregnato il loro rustico vestiario o le abitazioni poco importa. In campagna i precetti igienici tarderanno moltissimo ad affermarsi e, soprattutto, ad essere osservati.

William Lamb Pcknell ,A french garden, Provence, 1878, Parrish Art Museum, Water Mill, N.Y., Clark Collection 1959.6.34
L’ambiguità dell’acqua

I pericoli non provengono soltanto dal basso, dalla terra, provengono anche dall’alto, dal cielo. L’umidità è pericolosa, rilassa le fibre e infiacchisce; la rugiada serale è nociva; il vapore acqueo deposita ogni sorta di residui dannosi; lavare con troppa acqua è pericoloso, accresce i pericoli di putrefazione, perciò l’acqua salmastra desta molti sospetti. Il sommo dei pericoli è l’acqua stagnante, deposito sicuro di sostanze letali (p. 45).

Per lungo tempo l’uomo ha avuto un rapporto ambiguo con l’acqua. Ad esempio, medici e alienisti consigliano bagni tiepidi o freddi per sedare i nervi; ma il bagno frequente è sconsigliato per molti motivi. L’acqua calda rilassa e infiacchisce: i bagni troppo frequenti indeboliscono e rendono effeminati: la vitalità sessuale del maschio corre il pericolo di venire compromessa; all’opposto, per le ragazze si teme che l’intimità della vasca o della tinozza induca ad esplorazioni del proprio corpo destinata a cadere in licenziosità illecite. Perciò è opportuno fare bagni parziali: mani, viso, pediluvi, parti intime, lavate separatamente. Non è da escludere che ci sia qui il retaggio dei bagni pubblici – le “stufe” – che spesso non erano altro che bordelli mascherati (su questo vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere). E d’altra parte, l’uso frequente e costante dell’acqua incontra resistenze tenaci, sedimentate nel tempo: i contadini rifiutano di scrostare le teste dei loro figli piccoli dal sudiciume; lo strato di sporcizia sulla pelle protegge (curiosamente, anche tra le classi sociali più elevate persiste la convinzione che la testa non debba essere lavata: al massimo alle donne è concesso usare una lozione saponosa di quando in quando, p. 257). Senza dire che preparare il bagno è faccenda laboriosa, dispendiosa e faticosa.

Per lungo tempo “nettare” non rientra nei sinonimi di lavare. Significa piuttosto drenare, “essendo essenziale assicurare lo scolo, l’evacuazione della sporcizia” (p. 134). Se stagnazione vuol dire insalubrità, allora movimento significa l’opposto. Per questo motivo la ventilazione, che si impone negli enti ospedalieri, nelle carceri e sulle navi, viene a rivestire un ruolo cruciale. Il problema è gravoso soprattutto nelle carceri, dove la ventilazione cozza contro la necessità di concentrare i detenuti. Ecco allora fare la propria apparizione le sbarre nelle celle, attraverso le quali l’aria può passare e, con alcuni accorgimenti, circolare adeguatamente.

Raguenet, Jean-Baptiste-NicolasFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1971 12 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010067173 – https://collections.louvre.fr/CGU
​La soglia di tolleranza dell’olfatto

Fin verso la metà del secolo e per alcuni aspetti anche molto oltre, si tratta di allarmi. Manca una correlazione tra miseria e mancanza di igiene, non c’è una distinzione tra le classi. Gli abitanti delle città sono una folla (p. 72), non un insieme di classi sociali conviventi e ognuna coi propri gusti. L’accavallarsi di odori così disparati e di diversa provenienza “ostacola l’analisi” di scienziati che dispongono di poche armi affidabili (p. 75).

Secondo l’A le cose cominciano a cambiare tra il 1760 e il 1840 (p. 88). È una mutazione che si inserisce in un contesto più ampio: anche i gusti alimentari stanno cambiando (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch Storia dei generi voluttuari, Massimo Montanari, Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). La tendenza è quella di andare verso la moderazione e, per certi aspetti, verso la discrezione. Dopo il 1750 le testimonianze di una minore tolleranza verso gli odori sgradevoli si moltiplicano (pp. 85 e ssgg.). La diffusione via via più estesa dei pozzi neri (il cui spurgo nauseabondo provoca proteste) “privatizza” il puzzo delle feci e, anche se ancora per pochi privilegiati, all’interno delle case la salle de bains e la “ritirata” diventano a poco a poco luoghi in cui la privacy inizia ad essere osservata e nella vasca da bagno fanno il loro ingresso saponi e paste profumate. È un cambiamento limitato al vertice della scala sociale. Tra i ricchi diminuisce la soglia di tolleranza degli odori forti. Gli ambienti privati delle loro abitazioni assumono odori diversi; meno intensi e invasivi, si impongono quelli più delicati e variegati: profumi troppo intensi destano il sospetto di voler occultare una scarsa igiene personale. Igiene e moda condividono pezzi di strada. Non sempre e non per tutti, ma nei ceti abbienti si afferma l’uso del sapone e la frequenza del bagno e del cambio di biancheria aumenta. Dagli anni Sessanta grande successo riscuotono le “acque” profumate alla frutta (p. 109).

Certo, in un’epoca in cui non è ancora possibile sconfiggere i cattivi odori, gli effluvi indigesti permangono. È possibile però contrastarli e nasconderli. Nel 1773 Guyton de Morveau inventa un miscuglio di sale e acido solforico la cui fumigazione sembra in grado di purificare l’aria infettata da salme inumate. Ne deriva che fare uso di un profumo gradevole, usare pasticche odorifere e bruciaprofumi ha una valenza attinente alla salute. Infatti, “l’aroma combatte i vizi dell’atmosfera e aumenta la resistenza dell’organismo”, perciò profumarsi significa purificare l’aria circostante; disinfettare significa deodorare (pp. 91-92, p. 132).

I poveri, naturalmente, continuano a vivere in tuguri labenti e del tutto insani. Il loro vivere “promiscuamente”, ammucchiati in locali minuscoli dove condividono letti, oggetti il tutto all’insegna dello sporco più tenace e in cui si soffoca, desta scandalo e repulsione (pp. 213 ssgg.). E, nemmeno a dirlo, continuano a puzzare.

Le Bas Jacques Philippe, La Maison Rustique, gravure, Gallica
​Ospedali, navi e prigioni

L’aspetto curioso è che i cambiamenti più profondi e duraturi hanno la loro origine negli istituti di reclusione: gli ospedali occultano malati, cronici, pazzi, orfani e invalidi; le navi galeotti e marinai (che sono collocati al grado più prossimo della bestialità) e le carceri delinquenti e reietti. Ma è in questi luoghi (e nell’esercito, almeno in teoria, dato che i regolamenti vengono smentiti da una pratica che lascia a desiderare) che si affermano principi e usi che poi investiranno la società.

L’anno prima della Rivoluzione francese Jacques Tenon pubblica le Mémoires sur les hôpitaux de Paris, formidabile e inquietante atto d’accusa dal quale emerge un quadro (anti)igienico spaventoso: sovraffollamento, aria stagnante e nauseante, letti e pagliericci multipli condivisi da malati affetti da malattie diverse. Fino ad allora l’odore è stato una guida importante anche per i medici. Assieme ad un complesso di informazioni diverse, anche l’odore che proviene dal corpo del malato gli consente di formulare diagnosi e prognosi: i medici hanno imparato a distinguere i diversi odori delle malattie (pp, 58, 65). Ma dalla pubblicazione di Tenon prenderà le mosse la riforma degli enti di assistenza ospedalieri che li trasformerà in tempi successivi in “machine a guérir”: la suddivisione dello spazio (il letto singolo), la separazione tra malati accorpati per genere di malattia che li affligge, la ventilazione dei locali e il loro mantenimento (pavimenti, imbiancature con acqua di calce) si imporranno anche nelle prigioni e sulle navi in un primo tempo e si dispiegheranno sulla società in un secondo (per questi aspetti, vedi Giorgio Cosmacini, Medicina e rivoluzione).

Vue de la Salpétriere, Wellcome Library

Nelle città le abitazioni subiscono cambiamenti che segnalano l’appartenenza sociale: in un primo tempo si abbandona il piano terra a favore del primo piano. Così si evitano le esalazioni del terreno e si agevola l’areazione delle camere. Il moltiplicarsi delle stanze accentua i momenti e i luoghi della privacy e differenzia anche gli odori. Il letto singolo odora di chi vi dorme, poi sarà il momento della camera singola. A poco a poco si sigillano i fetori escrementizi alla ritirata, impedendo che si spandano per casa. È una privatizzazione che si estende anche alla sepoltura: dalla metà del Settecento la si reclama individuale (p. 146). La società si frammenta, e con essa anche gli odori.

Invisibili ma decisivi, gli odori influenzano in maniera preponderante anche il rapporto tra i sessi. L’odore della pelle può rivelarsi un richiamo potente o un altrettanto energico revulsivo. Le persone emanano e sprigionano ciò che sono e ciò che fanno, come si alimentano, il mondo in cui vivono. Perciò, come dice un osservatore del tempo, le razze inferiori (i negri per esempio) “non possono non puzzare in maniera più o meno intensa” (p. 55, nota 16) ed emanano odori che rimandano alla primitività, a una certa brutalità – e così pure i lavoratori e i contadini.

“Savon Rococo au parfum naturel des Fleurs Dobbelmann Frères, Nimègue 1/4 Dz. NO.561”, Europeana

Nei secoli precedenti l’odore acre negli uomini segnalava prestanza maschia e vigorosa, ma col mutare dei gusti i profumi forti cadono in discredito finché all’uomo viene richiesto di non profumarsi e di non emanare altro odore che non sia quello di pulito, sparso attorno da un vestiario pulito e ben tenuto. Alle donne invece è concesso profumarsi ma delicatamente, con acque che ne amplifichino il candore (che è anche visivo: per oltre un secolo la moda impone l’incarnato diafano).

Il profumo dei soldi

Col progredire della scienza e della chimica letame, liquami, rifiuti organici, carcasse di animali e immondizie si trasformano in un ottimo affare: tutto questo può essere trasformato in letame e spostato in campagna. Così la città si ripulisce, corre meno pericoli, i fetori del suo incessante respiro diminuiscono e le tasche si riempiono. Non solo: anche le manifatture, che ora grazie ai ritrovati della chimica e della tecnica puzzano meno possono continuare le proprie attività senza destare allarmi (il fumo, per esempio non provoca proteste).

Ma chi deve occuparsi di questi smaltimenti? Per comprendere l’insieme del cambiamento dobbiamo scinderlo. Se la lordura è indice di insalubrità, allora anche i poveri, che sono sporchi, sono infetti: “i riformatori accarezzano il progetto di eliminare insieme la lordura e il vagabondo, il fetore delle immondizie e l’infezione sociale” (p. 135). Contemporaneamente il riordino degli ospedali e delle carceri inizia a forgiare la connessione tra “pulito e ordinato”. Il “peccatore puzza”, perciò nei regolamenti e nei precetti igienici si inserisce una componente moralizzatrice. Detenuti e convalescenti devono tenere pulite e in ordine celle e camere e abituarsi all’igiene personale (pp. 154-156).

Vase Brûle parfum (ou cassolette) style empire, France, Musée du Louvre, Département des Sculptures du Moyen Age, de la Renaissance et des temps modernes, CH B 493 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010089724 – https://collections.louvre.fr/CGU

Non può sfuggire la direttrice dei percorsi: se il borghese (uomo) procede verso l’abolizione del profumo e dell’odore, anche coloro che devono redimersi devono incanalarsi nello stesso percorso. Smaltendo le proprie immondizie nelle campagne o nelle manifatture ed eliminando in tal modo gli odori sgradevoli che esso stesso produce, il borghese rende accettabile e vivibile il mondo che governa e dirige e finisce per accettare e autoassolvere sé stesso.

Conclusioni

Questa Storia sociale degli odori uscì in Francia 1982. È inevitabile che sia un poco invecchiato. Non è un male, la storiografia progredisce. Ma resta un libro prezioso perché pur trovando un filo conduttore nell’interpretazione della complessa storia degli odori, Corbin mostra bene che la storia, in realtà è un insieme di sconnessioni e percorsi accidentati: la candeggina ha rivoluzionato il nostro concetto di igiene, i suffumigi di Guyton de Morveu, no. Eppure il suo ritrovato, che proveniva dalla lunga storia dei fuochi con i quali nei secoli precedenti si purificava l’aria, ha avuto un percorso lungo (si veda William Naphy-Andrew Spicer, La peste in Europa, Klaus Bergdolt, La grande pandemia). E, a ben guardare, ci aiuta a capire molto della società di oggi.

Buona lettura.


Recensione. Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia

A più di duecento anni di distanza gli storici continuano a interrogare la Rivoluzione francese. Quella grandiosa e terribile vicenda, la madre dell’età contemporanea, è ancora lontana dall’aver esaurito gli argomenti che ha da sottoporci. La bibliografia sull’argomento è talmente sterminata da aver dato vita a una corrente storiografica che si occupa di studiare la storia della Rivoluzione, eppure Un nuovo mondo inizia di Jeremy Popkin dimostra che c’è ancora molto da studiare e da capire. (Sulla Rivoluzione si vedano i siti: Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese e Un archivio digitale sulla Rivoluzione francese).

Apertura degli Stati Generali a Versailles il 5 maggio 1789

Questo studio ponderoso pone al centro almeno quattro aspetti principali. In primo luogo la visione di Popkin si distende sull’Europa e sulle colonie. La politica internazionale, le colonie e la storia dello schiavismo svolsero un ruolo importante sulla vicenda della Rivoluzione: “La Francia”, fa notare giustamente l’A., “divenne il primo paese europeo a considerare i suoi territori d’oltremare come parte integrante della nazione. Il prezzo da pagare, però, era la palese contraddizione che in tal modo si veniva a creare tra i principi di libertà da una parte e la cruda realtà della schiavitù dall’altra” (p. 146). Una contraddizione che per molto tempo gran parte dei rivoluzionari decisero di sorvolare. Per mantenere il controllo delle colonie e la schiavitù come sistema di produzione si aggrapparono a giustificazioni razzistiche, poi cedettero con riluttanza il diritto di voto a una ristretta minoranza di meticci e infine abolirono la schiavitù dopo rivolte nelle colonie.

la Bastiglia

La Rivoluzione al femminile

In secondo luogo, il corso degli eventi viene filtrato anche attraverso lo sguardo delle donne, escluse dalla vita politica attiva. Il ruolo fondamentale delle donne nella presa della Bastiglia, nei tumulti dovuti al caroviveri e nel costringere i deputati ad occuparsi concretamente dei problemi alimentari delle classi popolari (pp. 205 ssgg.), è riconosciuta da tempo dalla storiografia. Popkin non si limita semplicemente a riproporre questi aspetti. A fianco delle protagoniste più celebri che – sia pure spesso indirettamente tramite i loro uomini – esercitarono un’influenza importante sugli eventi, l’A. ripesca borghesi e popolane spesso semisconosciute e mostra la radicata misoginia di gran parte dei rivoluzionari. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino riguardava l’uomo, per l’appunto, non le donne: “la questione dei diritti delle donne non fu mai sollevata nel corso dei dibattiti” (p. 195). Le donne avanzarono richieste precise in materia di diritti e di partecipazione politica, ma spesso vennero semplicemente ignorate. L’ipocrisia maschile fu bersaglio del sarcasmo di una delle future icone del femminismo, Olympe de Gouges la quale fece notare che le donne erano libere di salire sulla forca, ma non su una tribuna (p. 298).

In realtà non tutti i patrioti erano misogini. L’approvazione della legge che legalizzava e garantiva il divorzio (20 settembre 1792) fu voluta da uomini che la ritennero indispensabile per non contraddire i princìpi della Rivoluzione: le donne ebbero allora la possibilità di liberarsi di mariti violenti o di porre fine a relazioni che non intendevano continuare (pp. 346-47). Naturalmente non segnò la fine di atteggiamenti misogini, ma fu una conquista decisiva.

L’opinione pubblica

La Rivoluzione francese portò alla ribalta sulla scena della storia un nuovo soggetto; un soggetto indistinto, multiforme, magmatico, capace di esercitare un’enorme influenza sugli eventi e a sua volta influenzabile: l’opinione pubblica. Le migliaia di chaiers de doléances redatti per gli Stati Generali, di fatto “sono da intendersi come una straordinaria inchiesta sulla opinione pubblica” (p. 123). La sua formazione era in atto già da prima, lungo il secolo, ma la sua crescita era modesta essendo limitata al teatro e a circoli che escludevano la gran parte delle classi popolari. Fu la Rivoluzione a imprimerle un’accelerazione e un’espansione decisive. Uomini dotati di fiuto verso i desideri e le aspirazioni delle masse come Brissot, Desmoulin, Marat e altri ancora divennero personalità influenti soprattutto grazie alla stampa, ai pamphlets e ai proclami che, soprattutto dopo la presa della Bastiglia, venivano sfornati a getto continuo anche grazie all’abolizione della censura. La Rivoluzione inondò la Francia opuscoli, corrispondenze, pamplhet e giornali. Imprenditori intelligenti come Panckouque non si fecero sfuggire l’occasione di farne una fonte di guadagno stampandoli e diffondendoli (pp. 212 ssg.).

La figura che più di ogni altra dimostra la possibilità di utilizzare la stampa per accumulare influenza e potere politico è forse quella dell’inquietante “amico del popolo” Marat, eletto deputato alla Convenzione e poi uscito indenne da un processo intentatogli dai girondini proprio grazie al prestigio e alla popolarità raggiunta grazie al suo giornale che gli aveva procurato una enorme schiera di sostenitori fedeli e decisi a proteggerlo o a vendicarlo (p. 386).

Boilly: Il trionfo di Marat
Boilly: Il trionfo di Marat

Popkin dimostra comunque che la stampa può facilmente trasformarsi in un’arma a doppio taglio a seconda del mutare delle situazioni. Con il radicalizzarsi dello scontro politico tra i gruppi e le fazioni – un processo che si sviluppò e si acuì fino al Terrore e alla caduta di Robespierre – quanto scritto in una fase precedente poteva trasformarsi per alcuni da azione benemerita in atto d’accusa. La parabola di Brissot, autorevole ma meno capace di altri nel procurarsi una base di massa attraverso la stampa, ne è una prova eloquente.

Considerata nel suo insieme, la Rivoluzione francese fu una gigantesca scuola di cultura politica; un apprendistato esaltante, burrascoso e non di rado violento oppure sconcertante e avvilente – a seconda dei punti di vista. Il dato centrale è che con la Rivoluzione francese i politici e tutti coloro che dirigevano la cosa pubblica non furono più al di sopra delle parti: adesso “una folla inferocita sarebbe potuta intervenire in qualsiasi momento, e in maniera decisiva, sui giochi politici” (p. 215).

Mort de la princesse de Lamballe, 3 septembre 1792

L’A. riporta molti esempi: la pressione dell’irrequieto Fauburg Saint Antoine, abitato per lo più da artigiani e che fu tra i protagonisti della presa della Bastiglia – che si trovava a due passi -, fu tale che costrinse la Convenzione ad approvare “una misura per fissare il prezzo massimo del grano” e poi a calmierare il prezzo del pane, provvedimenti che obbligavano ad “abbandonare quei princìpi economici che per tanti deputati – girondini e montagnardi – erano dei veri e propri articoli di fede” (p. 390).

La Rivoluzione francese pose sul tappeto questioni che sarebbero divenute centrali nel rapporto tra le classi. Pose sul tappeto il problema dell’assistenza sociale agli strati marginali della società e degli inabili al lavoro e la questione del diritto di voto. – “la Francia rivoluzionaria divenne […] il primo paese del mondo ad adottare il suffragio universale maschile” (p. 332).

Borghesia e popolo

Ora, la soluzione democratica dell’insieme di questi problemi – abolizione della schiavitù, divorzio, assistenza sociale, diritto di voto – non furono concessioni e nemmeno conquiste ottenute per tappe progressive. Furono traguardi raggiunti tramite conflitti, scontri tra fazioni, sommosse. La storia della Rivoluzione francese mostra un andamento simile a quello di un pendolo: a un certo punto un gruppo sociale si ritiene soddisfatto dei risultati ottenuti; altri invece no e spingono il moto rivoluzionario in avanti per raggiungere risultati più avanzati. Una volta ottenuti, questi gruppi mirano a spegnere la rivoluzione in corso e a stabilizzare l’esistente. Ma altre fazioni non si ritengono appagate e il moto riprende. Questo fenomeno produsse rivalità e scontri e alzò la febbre della competizione per la gestione del potere – non a caso i termini “destra” e “sinistra” nascono proprio nel corso della rivoluzione. L’A. mostra che le differenze teoriche e programmatiche tra girondini e montagnardi erano minime e comunque non insormontabili. A scatenare la guerra tra i due gruppi fu l’occupazione del potere.

Non a caso il libro di apre con una annotazione di Saint-Just: “la forza delle cose ci conduce forse a risultati ai quali non avevamo pensato”. Affermazione che attesta la forza di inerzia della rivoluzione una volta che si è messa in moto, ma che esprime anche il problema decisivo: quando fermarsi?

Nel corso della trattazione l’A. mostra in modo magistrale le varie posizioni. La borghesia poteva dirsi soddisfatta dopo l’abolizione dei diritti feudali della memorabile notte del 4 agosto 1789; ma la stessa cosa non potevano dirla i contadini poveri, né il “popolo” delle città. Uno dei meriti del libro è quello di mostrare la vaghezza di queste definizioni. I sanculotti non erano affatto tutti poveri e poverissimi come vorrebbe la definizione classica. Molti erano artigiani o bottegai o piccoli possidenti e non mancavano di una qualche istruzione (p. 304): sanculotto era Jacques Louis Ménétra, di professione vetraio, buontempone, donnaiolo incallito e con un talento innato per zuffe, tumulti e guai, ma anche capace di procurarsi incarichi e allacciare relazioni politiche. Le sottili argomentazioni di Sieyès nel dividere la popolazione tra “cittadini attivi” (con diritto di voto) e “passivi” (esclusi), o quelle chiaramente opportunistiche di Barnave che voleva escludere dal diritto di voto contadini e artigiani – “per tanta gente la sicurezza è più importante della libertà” (cit. a p. 293) – potevano rassicurare molti borghesi, ma non non potevano non fare inferocire contadini e artigiani. Questi ultimi avevano più di un motivo valido per diffidare delle intenzioni di molti deputati: molti contadini avevano sperato di poter comprare la terra sottratta alla Chiesa, invece fu oggetto di lottizzazioni al di fuori della loro portata. (pp. 308-309). Nei confronti degli artigiani la Guardia Nazionale e il sindaco di Parigi Bailly non erano andati per il sottile quando al Campo di Marte avevano tentato di mettere fuori gioco i radicali (pp. 289-290).

Il fatto è che l’intero processo rivoluzionario aveva fatto “entrare nella storia” questi ceti e una volta che essi si sentirono soggetti attivi nel corso degli eventi divenne estremamente difficile accantonarli nuovamente. I contadini potevano essere analfabeti e superstiziosi, ma dimostrarono di sapere perfettamente cosa fare per tutelare quelli che ritenevano loro diritti (p. 173). Prima di diventare un rivoluzionario Babeuf lo capì immediatamente sulla propria pelle dato che la distruzione dei documenti signorili che attestavano i diritti feudali lo lasciò senza lavoro (p. 181).

È questo processo che aiuta a capire gli eccessi della rivoluzione. Il timore di venire emarginati, provocò la furiosa reazione dei sanculotti con i massacri di settembre: non a caso si macchiarono di omicidi politici, non di delitti generalizzati. Un elemento altrettanto centrale riguarda un aspetto che da allora sarebbe diventato tipico delle rivoluzioni a venire: la capacità di “folgorare” gli animi, di infiammarli al punto di renderli totalmente dediti alla causa, di generare passioni travolgenti e divoranti. Lo dimostrano il percorso di Babeuf ma ancor più quello del giovane studente Jean Marie Goujon: un “puro”, un idealista e “un rivoluzionario modello” (p. 105), che rimase fedele agli ideali repubblicani anche dopo la caduta di Robespierre. Venne incarcerato per aver preso le difese degli insorti del 20 maggio 1795 quando il popolo in armi invase la Convenzione al grido di “pane e Costituzione del 1793”. Condannato a morte, Goujon si suicidò per restare fedele al suo giuramento di difendere la Costituzione dell’anno I (pp. 558-560).

Demanchy Pierre Antoine: Una esecuzione capitale
Demanchy Pierre Antoine: Una esecuzione capitale
Conclusioni

Il titolo – un nuovo mondo inizia – non è rivolto al passato, alla rottura epocale provocata dalla Rivoluzione, ma all’oggi. Tutti gli storici di valore, qualunque periodo studino, lavorano sotto la pressione dei problemi del proprio tempo. Da questo punto di vista mi pare evidente che l’intento di Popkin sia quello di mostrare che i princìpi e i valori nati dalla Rivoluzione non sono al sicuro.

Non lo furono nemmeno all’epoca: con l’arrivo di Napoleone il divorzio fu abolito, la schiavitù reintrodotta, la libertà di stampa limitata (Babeuf fu condannato a morte per aver violato la legge sulla stampa del 1796, p. 563). La parabola stessa della rivoluzione che a un certo punto divenne democratica – e, per alcuni aspetti, con Robespierre che si scaglia contro la distinzione tra cittadini “attivi” e “passivi” pose la “posizione di fondo della moderna democrazia” (p. 216) – ma che poi sfocia in una dittatura, lo dimostra. Una volta imboccata la via della guerra, era prevedibile che i militari e l’esercito avrebbero accumulato un potere sempre maggiore e in effetti, alla fine, si verificò proprio questo.

Certo, si può sostenere anche il contrario, e cioè che queste conquiste furono accantonate – anche per lungo tempo – ma poi ripresero il loro cammino (e infatti l’ultimo capitolo si spinge fino alla sconfitta della rivoluzione del 1848). Ma oggi queste conquiste sono messe in discussione e assediate da più parti; si ripresenta un populismo informe e rancoroso facile da strumentalizzare; l’emancipazione di genere e di razza è sotto ai nostri occhi ma non trova sbocchi soddisfacenti.

David, Jacques-LouisFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1942 18 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010066398 – https://collections.louvre.fr/CGU

Sia chiaro, in questo libro magistrale anche grazie a una penna sensibile (merito anche del traduttore Alessandro Manna), Popkin non invita affatto a una rivoluzione. Fa ciò che deve fare uno storico: mostrare e spiegare che i processi di emancipazione non sono mai facili e che le loro conquiste cadono facilmente se non custodite e difese.

Moltissimi aspetti restano fuori da queste mie note, ma mi premeva mettere in risalto quelli che mi sembrano gli aspetti centrali, fondamentali del libro e su cui vale la pena riflettere.

Buona lettura.

Le immagini sono tratte da:


Recensione: Robert Darnton I censori all’opera

Chi erano i censori? Che lavoro facevano esattamente? Semplici guardiani dell’ortodossia o letterati a loro volta? Come consideravano il lavoro che facevano e, quindi, sé stessi? E’ possibile considerarli una sorta di revisori editoriali?

Nei tre saggi che compongono il libro di Robert Darnton ci guida in tre epoche storiche differenti per vedere all’opera i censori in tre diversi Stati: la Francia prerivoluzionaria, dalla metà del secolo a poco prima del 1789: nell’Impero della Gran Bretagna, e più precisamente in India, della seconda metà dell’Ottocento e infine nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

Darnton ci regala un viaggio affascinante e pieno di sorprese.

Censori nella Francia pre-rivoluzionaria

Nella Francia del Settecento (campo in cui Darnton è specialista), troviamo censori più attenti allo stile che al contenuto dei testi; troviamo il loro capo – Malesherbes – amico (o comunque non nemico) dei philosopes illuministi, troviamo tutta una serie di escamotages per far pubblicare testi che altrimenti avrebbero avuto serie difficoltà a finire negli scaffali delle librerie; troviamo “alcuni giudizi […] da sembrare delle vere e proprie recensioni letterarie” (p. 33).

Non vi sono “buoni” e “cattivi” impegnati in una lotta all’ultimo sangue. Dal momento che il mestiere di censore non era quasi mai retribuito si potrebbe pensare ad una scelta precisa del censore, ad una sorta di vocazione che potrebbe far considerare questi come personaggi particolarmente bigotti dalla mentalità ristretta, ad una sorta di inquisitore moderno insomma. Ma Darnton ci mostra che le cose non erano affatto poste in questi termini: scrittori e censori provenivano dagli stessi ambienti sociali, culturali e di classe. E questo collante faceva sì che il censore, che si riteneva difensore della buona letteratura, intervenisse molto più spesso per migliorare il testo dal punto di vista stilistico o linguistico piuttosto che per vietarne la pubblicazione. Tagli, ma anche consigli; obiezioni, ma anche correzioni. Piuttosto, si diventava censori perché, sebbene fosse un’incombenza spesso noiosa, garantiva relazioni con personaggi importanti della burocrazie e delle carico dello Stato.

Naturalmente vi erano temi proibiti che bisognava affrontare con tutte le cautele possibili. Attaccare frontalmente la corona o la chiesa poteva essere pericoloso: argomenti come il giansenismo erano “caldi” e spinosi. Ma erano temi che, tra l’altro, potevano raffreddarsi o surriscaldarsi a seconda dei momenti e delle contingenze (una guerra, un contenzioso diplomatico o la loro fine). I filosofi più temibili come Voltaire spesso facevano stampare le proprie opere da editori che operavano fuori confine e che poi le rimandavano clandestinamente in Francia con frontespizi forvianti (editori-librai inesistenti o stranieri). I censori, e Malesherbes per primo, sapevano dell’esistenza di questo mercato e sapevano che alcuni scrittori di fama se ne servivano, ma si muovevano con attenzione nel contrastarlo e spesso chiudevano un occhio.

Diverso il discorso quando ad essere attaccata erano la vita a corte e la vita privata del re e della sua famiglia. Allora l’opera di contrasto del mercato librario clandestino – fruttuoso e in mano a gente di pochi scrupoli – si intensificava per mano non tanto dei censori in quanto tali, ma della polizia. Particolarmente pericolosi erano considerati i romanzi “a chiave” (nei quali i protagonisti rimandavano a personaggi esistenti) che gettavano nel ridicolo potenti e reali. La pericolosità non consisteva nella qualità delle opere – erano romanzetti da quattro soldi scritti male – ma nei temi che trattavano: potenti e pornografia. Darnton ci mostra e ci guida in questo mercato e nel suo suo funzionamento con pagine davvero piacevoli, ricolme di depositi clandestini, editori-pirata, banchetti in zone franche delle città dove rifornirsi di questo materiale. Tutto un mondo da esplorare.

Censori nella DDR

Salto per il momento il secondo saggio e mi ricollego direttamente al terzo perché, nonostante il lasso di tempo intercorso, anche i censori della DDR si vedevano come custodi della buona letteratura (socialista).

A mio parere tra tutti i Paesi socialisti la DDR è il caso più interessante. Chi ha letto il bel libro di Gianluca Falanga, Il ministero della paranoia. Storia della StasiIl ministero della paranoia – conosce l’impressionante pervasività del regime in tutti i rami e in tutti gli aspetti della vita delle persone. Una capacità di penetrazione che ha lasciato sbigottiti gli stessi cittadini e perfino i sovietici.

Il regime perfezionò col tempo una miriade di metodi di spionaggio soprattutto per il fatto che una parte della sua popolazione, sfruttando la possibilità di captare programmi televisivi e radiofonici della Germania occidentale, aveva un’idea piuttosto precisa del divario tra le due Germanie. Era una realtà con la quale il regime doveva fare i conti. Non solo, le continue fughe all’Ovest di intellettuali che poi denunciavano il socialismo reale erano una vera spina nel fianco del regime che lo costringeva, quanto meno in alcuni filoni della produzione culturale, a tenere alto il livello delle pubblicazioni e delle opere artistiche.

È per questo motivo che, cosa apparentemente insospettabile, Darnton registra una certa flessibilità della censura. Il percorso di un libro dalle bozze dello scrittore alla pubblicazione era un vero e proprio labirinto pieno di tappe e patteggiamenti. Ma se si escludono alcuni argomenti tabù come l’inquinamento, una satira politica particolarmente feroce e sfrontata, temi sociali “caldi” – anche qui, esattamente come nella Francia del Settecento – raramente un’opera veniva cassata definitivamente. Di norma veniva posticipata a tempi migliori. E, cosa ancora più sorprendente, erano gli stessi censori a trovare i modi per inserirle negli elenchi delle pubblicazioni programmate dal regime.

Ciò non significa affatto che la censura non fosse pesante e che la sua ombra non incombesse sugli autori sebbene ufficialmente non esistesse. Anche quando negli anni Ottanta si attenuò decisamente, non scomparve. Tutt’altro: gli stessi autori, più o meno consapevolmente, immaginando nel corso della stesura delle loro opere le richieste e i divieti del regime, arrivavano ad autocensurarsi. Inoltre, la presenza della censura era solo una delle armi in mano al regime: autorizzare viaggi e conferenze all’estero, elargire piccoli privilegi come l’abbonamento a giornali e riviste della Germania occidentale (a patto che poi, il materiale ricavato, venisse usato per opere contro il capitalismo), garantire alte tirature erano tutti modi usati per “addolcire” gli autori e tenerli dalla propria parte.

Ma nel complesso il quadro che ci illustra Darnton è meno inquietante di quanto ci si aspetterebbe: all’interno di un regime incredibilmente burocratizzato, da un lato censori e case editrici – sebbene infiltrati sia da esponenti del partito sia dalla Stasi – e scrittori dall’altro erano capaci di creare interstizi, spazi di manovra che erano frutto di laboriosi patteggiamenti e che non di rado sfociavano in un rapporto di reciproca stima. Il dato paradossale è che lo spazio per manovrare derivava proprio dall’accavallarsi delle funzioni e dei compiti tra Stato, partito e Stasi: non essendo ben definiti i ruoli, si presentavano dei “vuoti” di competenza che era possibile mettere a frutto.

Censori nell’Impero britannico. Il caso dell’India

Il secondo saggio è interessante quanto gli altri, ma ha un’articolazione meno ricca di sfaccettature. Prende in esame la censura operata in India dopo una rivolta del 1858 dovuta proprio a una conoscenza insufficiente della cultura indiana da parte dei dominatori e si protrae fino ai primi anni del Novecento.

Tutto il saggio mostra le contraddizioni create dall’intreccio tra liberalismo e imperialismo inglese in India, destinate inevitabilmente ad esplodere. La vastità del territorio e la quantità dei suoi abitanti aveva costretto gli Inglesi ad una forma di dominio basata sulla cooptazione di personale politico locale. Portando i benefici della “civilizzazione” liberale (istruzione, medicine, vie di comunicazione ecc.) e coltivando un’élite occidentalizzata dal punto di vista culturale, in realtà gli inglesi si scavarono lentamente la fossa sotto i piedi. Non poteva essere altrimenti dal momento che essi stessi fornivano agli indiani strumenti per alimentare sentimenti nazionalistici. Sentimenti destinati a diventare tanto più attraenti in quanto l’incomprensione degli inglesi (cioè della cultura occidentale) della cultura autoctona, spingeva la popolazione verso forme di radicalizzazione politica e culturale contro gli stessi dominatori. Come dimostra il saggio, l’esplosione era solo rimandata dal progressivo appropriarsi della cultura indiana da parte degli inglesi. Prima o poi l’India si sarebbe ribellata. Era solo una questione di tempo.

La censura riguardava non solo le opere spiccatamente scritte contro i dominatori, ma prendeva di mira proprio quegli aspetti della cultura indiana incomprensibili e barbari agli occhi degli occidentali. Perfino un religioso irlandese, che aveva messo in guardia dai pericoli di queste operazioni, finì per essere portato in tribunale dai piantatori di indaco.

Osservazioni

La novità del libro di Darnton risiede nello sguardo. Darnton osserva il suo materiale non con gli occhi della vittima ma con quelli del carnefice. E’ questa la chiave che si consente di penetrare nei processi di contrattazione e negoziazione tra le parti. Ogni sistema contiene delle falle: lo riconosceva la Francia settecentesca, nonostante la libertà di opinione e di stampa non fosse prevista, con la pubblicazione di opere dovuta all’intervento di protettori che difendevano i letterati; lo sapevano gli indiani, che citavano spesso la legislazione inglese che tutelava ufficialmente la libertà di espressione – e lo riconosceva involontariamente lo stesso governo britannico quando dovette inventarsi il nebuloso concetto di “disaffezione nei confronti del governo” per giustificare l’opera censoria; lo sapevano gli scrittori della DDR quando lasciavano intendere che avrebbero fatto pubblicare le loro opere nella Germania occidentale.

La prospettiva di Darnton consente quindi di misurare alcuni dei confini di un conflitto ben più vasto e complesso di quanto sia possibile afferrare dall’esame di uno scontro frontale tra repressione e libertà. Diluendone i confini l’Autore mostra che il potere è meno forte, meno granitico e meno invasivo di quanto appaia a prima vista.

Oppure, volendo, Darnton dimostra come il potere senza intelligenza non abbia scampo: tutti i e tre i regimi sono falliti, ma la domanda che ci si pone leggendo queste pagine è: se non fossero stati così duttili sarebbero stati in grado di resistere così a lungo? In Francia l’Illuminismo scavò per un secolo prima di riuscire a minare definitivamente le fondamenta dell’Ancien Régime.

Per certi aspetti la Gran Bretagna, nei confronti dell’India, si scavò la fossa sotto i piedi: nel corso della sua dominazione, poco alla volta essa fornì tutti gli strumenti affinché un giorno l’India potesse camminare sulle proprie gambe, e quando quel giorno si presentò (all’indomani della seconda guerra mondiale dalla quale l’Inghilterra uscì enormemente impoverita) gli indiani colsero l’occasione al volo.

Per quanto paranoico fosse, il regime della DDR doveva fare i conti col fatto che, nonostante il muro, mezza Berlino aveva contatti quotidiani col mondo occidentale e poteva constatare continuamente quanto la Germania Occidentale fosse incredibilmente più funzionante e ricca di quella socialista. Senza una serie di contromisure basate su una qualche forma di tolleranza (sia pure sempre controllabile) il regime sarebbe andato incontro a tensioni molto più frequenti e violente.

Questo libro dovrebbe essere studiato attentamente da tutti gli studenti di storia. Lo stile di Darnton, sciolto, agile e accattivante è intessuto di molte domande con le quali l’Autore interroga la vasta documentazione esaminata, di esempi di come si “decifrano” linguaggi diversi dal nostro, di come si possono collegare tra loro documenti diversi e distanti tra loro. I Censori all’opera non è solo un libro di storia, né un racconto critico della storia. E’ anche una splendida lezione di metodo storico.

Matteo Banzola