Attività e sentenze del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato

La Biblioteca Militare di cui ho parlato in un articolo pubblicato tempo fa: Libri e riviste per approfondire la storia militare rende disponibili on line 24 volumi contenenti le sentenze emesse dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato dal 1927 al 1943.

La serie delle pubblicazioni è suddivisa sia per aree geografiche (Libia, Dalmazia) e per annualità. A completamento dell’opera vi sono una Guida alla consultazione, uno Studio statistico e l’Indice alfabetico.

Buona consultazione: Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato


Recensione. Mimmo Franzinelli: Storia della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)

Storia della Repubblica Sociale Italiana di Mimmo Franzinelli ha molti meriti. Il primo è quello di essere un libro rivolto a un pubblico ampio, di non specialisti. È bene che uno storico che studia da sempre il fascismo pubblichi un libro con questo taglio. La Repubblica Sociale è ancora ammantata di leggende e vere proprie falsità.

Il secondo merito del libro che mi preme segnalare risiede nella sua struttura. Franzinelli inserisce numerose brevi biografie di molti protagonisti. Lo fa non con un’appendice (come ha fatto anni fa in Squadristi), ma le rende parte integrante della narrazione. È un’operazione vincente, a mio avviso, perché consente al lettore di rendersi conto dell’inestricabile intreccio tra le caratteristiche della Repubblica: violenza – moltissimi sono gli ex squadristi della prima ora poi relegati in posizioni marginali durante il ventennio che ora occupano ruoli importanti -, corruzione, opportunismo, sudditanza verso l’alleato, codardia personale (molti dei memoriali inviati a Mussolini sono patetiche e piagnucolose autodifese e mistificanti autorappresentazioni), razzismo.

L’estrema fragilità della Repubblica, è dovuta certamente anche al fatto che i suoi organi sono sparpagliati sul territorio, ma anche perché l’incredibile quantità di corpi, polizie ecc. sono quasi sempre feudi personali di potere di singoli, spesso usati uno contro l’altro per rivalità, ruggini vecchie mai sopite, sete di ribalta o di vendetta e affarismo.

In secondo luogo queste biografie gli consentono di spostarsi da un argomento all’altro. Si possono prendere alcuni temi centrali. Mussolini non si “sacrificò” affatto per il bene dell’Italia evitandole un trattamento più duro da parte dei nazisti; la RSI non fu l’espressione di un tragico tentativo da parte di idealisti di riscattare il fascismo finito vittima di traditori. Era piena zeppa di gente della peggior specie: criminali, delinquenti, ladri, speculatori. Quasi tutti millantavano onestà e probità, ma così come il regime fascista era stato incredibilmente corrotto, lo fu anche la Repubblica Sociale. I pochissimi che avevano intenzione di “fare pulizia” si trovarono immediatamente le mani legate dalle manovre dei tantissimi che avevano moltissimo da nascondere e niente da guadagnare dalla carriera politica fatta durante il ventennio: non se ne fece nulla perché, come osserva giustamente l’A. a p. 92: “il fascismo non può certo condannare sé stesso”.

Il “fantasma” di Mussolini

La corruzione e la sete di arricchimento non sono l’unico cordone ombelicale col ventennio. Al centro vi è Mussolini. Un uomo assolutamente impotente, alla completa mercé dei nazisti, oscillante tra rassegnazioni e rigurgiti di protagonismo. Il Mussolini che emerge dal carteggio con la Petacci è la figura di un poveraccio: capace di ammaliare le folle, ma meschino e insicuro, debole e soprattutto codardo (del resto lo dimostra la sua fine… il capo del fascismo che per vent’anni ha predicato le virtù guerriere dell’audacia e del coraggio per poi finire fuggiasco travestito da soldato tedesco. In questo senso molto più dignitosa di lui fu la Petacci). La versione di un Mussolini che si sacrifica per il bene dell’Italia viene demolita nel corso della trattazione: L’Italia occupata dai nazisti viene sistematicamente spogliata di tutto. E questo aspetto rende schizofrenici i repubblichini: vorrebbero combattere alla pari coll’alleato, promettono di promuovere giustizia ed equità sociali, ma senza la presenza dei tedeschi crollerebbero in un attimo. La loro è una condizione di impotenza che genera continuamente una corrente di frustrazione che permea tutta la vicenda. Incapaci di provvedere a un popolo immiserito, spogliato, sfruttato e brutalizzato dall’alleato, anziché riconoscere il fallimento del ventennio, gli si ritorcono contro: nella loro ottica gli italiani meritano il trattamento brutale dell’alleato che combatte la guerra al loro posto.

È questa la responsabilità più grave della repubblica di Salò. Franzinelli giustamente mette in risalto il fatto che è il riapparire sulla scena di Mussolini ad alzare l’asticella della violenza. Lo si vede fin da subito con la reazione del neo-fascismo, all’omicidio del federale di Ferrara Igino Ghisellini: “La vendetta ordinata dal Congresso di Verona segna dunque la svolta decisiva verso la guerra civile” (pp. 54 e 60). Le ritorsioni indiscriminate, l’uccisione di innocenti, l’esposizione di impiccati e fucilati per giorni sono tutti elementi introdotti dai repubblichini e diventano “marchi di fabbrica” della Repubblica Sociale.

Non è un caso se ad emergere fin da subito è l’ala più violenta e radicale della repubblica: dietro a una confusa retorica di rinnovamento – “sociale” la repubblica non lo sarà mai, nemmeno lontanamente – hanno gioco facile coloro che puntano all’estremizzazione del conflitto. I repubblichini vedono (e non di rado immaginano) complotti e nemici dappertutto. Il tema del tradimento è fondamentale per capire il contesto: traditori sono i gerarchi che hanno deposto Mussolini il 25 luglio 1943; lo sono ovviamente i partigiani; ma lo sono anche – nella testa di molti – tutti gli italiani che non appoggiano la Repubblica. La replica dello schema adottato dal fascismo delle origini, di creare disordine in funzione dell’ordine fallisce miseramente: fatta eccezione per i tedeschi, non c’è quasi nessuno a sostenerli e comunque non forze nemmeno lontanamente sufficienti.

E ancora. La Repubblica non esita ad arruolare nelle proprie fila ragazzini che sono poco più che bambini. Gli ex fascisti (e non solo loro, purtroppo) che hanno parlato dei “ragazzi di Salò” che andavano a cercare “la bella morte” dimostrano con questo atteggiamento di rifiutarsi di fare i conti con quella storia: si dovrebbe pur riflettere sulla manipolazione di adolescenti.

Di “bello” la Repubblica Sociale non ha avuto niente. Franzinelli ci restituisce un mondo claustrofobico, in cui tutti sono contro tutti, pervaso di meschinità e colpi bassi a tutti i livelli, costantemente, dall’inizio alla fine. Un mondo di maschi, intriso di maschilismo in tutte le sue componenti, nel quale le donne vengono accettate e accolte soltanto se acconsentono a militarizzarsi e di sottostare a pregiudizi che in realtà nascondono un mondo di uomini fragili, deboli, subdoli, spietati ma vigliacchi.

Il “vischio” ereditato

C’è una vischiosità che impregna questa vicenda. I rapporti – tra i vari esponenti, tra i molti corpi militari, tra il partito e il governo, tra il governo e i nazisti, tra Mussolini e i sottoposti… – non sono mai lineari, mai schietti, mai diretti. Sono sempre obliqui, ambivalenti, spesso untuosi, opachi. A ben guardare questa è un’eredità del regime. Il fascismo fu un grande imitatore: gran parte dell’apparato assistenziale messo a punto dal regime (e che oggi ancora molti scambiano per “welfare” mentre invece era assistenza perché non si basava sul riconoscimento di diritti, ma di beneficenza calata dall’alto) era già presente in nuce nell’Italia liberale (le colonie si innestano sugli Ospizi Marini, l’OMNI su Opere Pie preesistenti). Il fascismo ebbe l’intuizione, vincente – bisogna di riconoscerlo – di colmare la distanza tra governati e governanti. Si tratta di un fenomeno diffuso: penso ad esempio ad una buona parte di agronomi e studiosi cooptati per la bonifica integrale – Serpieri, Jandolo ecc. Il regime gli mise a disposizione enti, strumenti e materiali per lavorare. La repubblica sociale riprende questi metodi: i Bombacci e altri che venivano da percorsi e storie lontane e avverse al regime non sono il frutto della banale equiparazione tra totalitarismi (i compagni in camicia nera); sono lì perché il regime sapeva attrarre e piegare molti soggetti (ad esempio, nel 1931 Mussolini recupera Bombacci, dopo che era stato espulso quattro anni prima dal partito comunista, pp. 201 ssgg.). Durante il ventennio, uomini di questo genere fanno comodo al dittatore che li utilizza a seconda dell’immagine che vuol fornire in un determinato momento. Autore di uno studio fondamentale sull’OVRA, Franzinelli queste cose le conosce bene e ci regala un panorama di intellettuali e ingegni dagli atteggiamenti a volte sorprendente. (Ma qui ci si addentra in una storia lunghissima di “mecenati” e raccomandati, di élites e servilismo).

Queste considerazioni ci portano ad altre osservazioni. Così come il regime era stato un formidabile laboratorio di mistificazione (e non a caso lo scollamento tra regime e società avverrà anche l’incapacità del regime di mantenere quanto continuamente promesso, vedi: Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura); così la repubblica sociale riutilizza questa eredità: c’è una distanza colossale tra propaganda e realtà. Questa volta però gli italiani non ci cascano più; il che non vuol dire che diventino antifascisti in senso stretto: diventano ostili alla repubblica. Il sentirsi “élite” da parte di molti protagonisti di Salò è anche frutto di una linfa che viene da questo isolamento. E tuttavia una parte di questa opera di falsificazione è traghettata nell’Italia repubblicana. (Ma questo lo si deve in buona parte alla mancata epurazione sulla quale non è questo il momento di discutere).

Chiudo con due cenni che però sono importanti nel libro. Il primo riguarda il razzismo e l’antisemitismo: al contrario di quanto spesso si continua a sostenere, l’antisemitismo fu una componente essenziale della repubblica sociale e le responsabilità sono di molti, non solo dei più accaniti razzisti come Preziosi. Infine, nel libro vi sono decine e decine di fotografie. L’A. le usa non come corredo, ma come documenti: esse testimoniano l’atrocità di quei tempi, la sudditanza dei repubblichini ai nazisti, ma soprattutto il clima lugubre di quell’esperienza.

Non ho esaurito gli argomenti del libro e i suggerimenti che contiene. Il lettore li troverà da sé, aiutato da puntuali riferimenti archivistici e bibliografici. Con Storia della Repubblica Sociale Italiana, Mimmo Franzinelli ci regala un libro importante, scritto con una penna agile, coinvolgente e precisa al tempo stesso.

Buona lettura.


Recensione. Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949

Una grande sintesi di uno dei maggiori storici contemporanei sull’Europa della prima metà del ‘900

All’inferno e ritorno di Kershaw è senza dubbio la miglior introduzione alla storia d’Europa nella prima metà del ‘900. Dico introduzione non per svilire il libro a semplice manuale. Il libro è quanto mai ricco e documentato, ma essendo pensato per il lettore comune Kershaw dipana la trama in quasi 600 pagine di testo di piacevolissima lettura.

In All’inferno e ritorno non espone una tesi “forte” che funga da perno alla trattazione come nel caso del “Secolo breve” di Hobsbawm o del “Continente buio” di Mazawor. La scansione temporale riprende in sostanza l'”età della catastrofe” di Hobsbawm denominandola seconda guerra dei trent’anni.

Il libro è dominato, giustamente, dalla prima guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Kershaw risolve l’annosa discussione sulle responsabilità del conflitto indicando le responsabilità di ogni singolo paese, anche se ritiene maggiori quelle della Germania. Da quel vulcano eruttante violenza e barbarie morali, nazionalismo, destabilizzazione geo-politica, economica e sociale l’Europa ne uscì inevitabilmente trasformata. L’A. sottolinea gli effetti distruttivi dello sviluppo tecnologico che poi, col perfezionarsi già nel corso del conflitto e soprattutto nei decenni successivi, avrebbe aperto le porte a futuri, immani massacri. E si sofferma con osservazioni perspicaci sugli effetti diretti e a lungo termine di una guerra che diventando sempre più spersonalizzata da un lato abituò chi vi prese parte alla morte, all’insensabilità e alla violenza (pp. 72 e ssgg.); dall’altro addomesticò lo popolazioni a lasciarsi privare più o meno completamente delle libertà civili e giuridiche con sorprendente facilità: la brutale disciplina imposta nelle trincee, lo sfruttamento draconiano della manodopera nelle fabbriche, l’imbavagliamento più o meno completo della stampa, furono elementi che abituarono le popolazioni a future restrizioni. Osservazioni puntuali riguardano l’uso strumentale del razzismo (che poteva assumere coloriture religiose, culturali o razziali o tutte assieme) da parte dei governi e della stampa, impegnati a presentare il proprio paese come depositario di un patrimonio di civiltà messo a repentaglio da avversari rozzi e culturalmente meno sviluppati.

La Grande Guerra fu anche, come è noto, la responsabile del crollo di quattro imperi e l’incubatrice della rivoluzione russa. Il vuoto lasciato dall’impero austro-ungarico fu occupato da una serie di stati deboli e instabili nei quali l’impianto della democrazia si rivelò di breve durata. In Russia la Grande Guerra fece da detonatore alla rivoluzione la quale, per affermarsi, dovette uscire vincitrice da una spaventosa, dilaniante guerra civile (7 milioni di morti) che avrebbe mandato in rovina l’economia del paese (p. 127).

Liberale di sinistra, Kershaw ha parole molto dure nei confronti di Lenin. Egli ritiene che le “caratteristiche [aberranti] del sistema bolscevico erano […] emerse quando Lenin era ancora in vita. Ciò che ne seguì fu la continuazione e la logica conseguenza del passato, non un’aberrazione” (p. 130). Vi sarebbe dunque un trait d’union tra Lenin e Stalin, il vincitore della faida interna dopo la morte di Lenin. Forse è un giudizio troppo duro, non tanto perché Lenin non fosse capace di essere estremamente duro, ma di sicuro non era era paranoico e sanguinario quanto Stalin e, soprattutto, riuscì a far sopravvivere una rivoluzione in un contesto e in una sequenza di avvenimenti spaventosi: l’arretratezza della Russia zarista, la Grande Guerra, e una guerra civile di quelle proporzioni e di quella durata non erano fenomeni governabili coi guanti di velluto. A cose fatte la NEP fu anche il riconoscimento di errori e di torti commessi nei confronti dei contadini (sulla Rivoluzione russa vedi anche Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario e Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione).

In ogni caso, sebbene l’A. tenga costantemente presente le vicende sovietiche e le analizzi con sottigliezza (“una cosa fu subito chiara: la rivoluzione bolscevica era un avvenimento di portata storico-mondiale”, p. 96), il problema dell’Europa erano la Germania e l’Europa orientale (e in relazione ad esse l’atteggiamento delle potenze principali: Francia e Inghilterra). Già la guerra aveva dimostrato che la democrazia sarebbe sopravvissuta con relativa sicurezza solo negli stati nei quali affondava radici più profonde. In Inghilterra e in Francia “la legittimità dello Stato [non] fu mai messa seriamente in discussione” (p. 92). Dove i governi e le istituzioni non godevano della legittimità della maggioranza dei cittadini la democrazia era destinata a soccombere.

Prima guerra mondiale
Dopoguerra

La Grande Guerra lasciò un continente in preda a convulsioni di ogni genere: oltre ai milioni di morti in battaglia e a quelli provocati dalla Spagnola, i mutilati erano 8 milioni e centinaia di migliaia coloro che avevano subìto traumi psichici. La riconversione dell’economia a una produzione di pace fu difficile: dove l’inflazione passò a iper-inflazione come in Austria, Polonia e Russia, vivere divenne complicato. Inizialmente in Germania l’inflazione fece da volano all’industria, ma quando nel 1923 andò fuori controllo provocò una tragedia sociale (pp. 113 e ssgg.).

Il tasso di violenza incubato durante il conflitto riemerse e si incarnò nelle camicie nere di Mussolini, nei Freikorps tedeschi e negli innumerevoli gruppi e gruppuscoli paramilitari composti da gente che non riusciva a reintegrarsi nella società e nutriva un profondo rancore verso tutti coloro che avversavano o non condividevano i valori per i quali avevano combattuto (generalmente pacifisti, militanti di sinistra ed ebrei)

Uno dei problemi cruciali fu che la sistemazione del continente escogitata a Versailles alla fine creò più problemi di quanti ne risolvesse. Il principio dell’autodeterminazione di Wilson si rivelò ben presto inapplicabile nell’Europa centrale e orientale dove etnie diverse si contendevano gli stessi territori: i compromessi trovati ridisegnando la cartina geografica di quelle zone finirono per inglobare popolazioni diverse all’interno di uno stesso stato: soluzioni che avrebbero alimentato malcontento e portato problemi in un futuro prossimo (per questi aspetti e in generale sul dopoguerra vedi: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti).

In secondo luogo, per i paesi vincitori della guerra voler punire la Germania fino giungere all’umiliazione poteva avere senso per soddisfare la sete di vendetta di un’opinione pubblica inferocita, ma non per preservare la pace e la stabilità sul continente. Soprattutto, addossando la responsabilità del conflitto alla sola Germania creò un risentimento generalizzato in un paese che era stato fino a quel momento la principale potenza economica e tecnologica del continente ma che aveva anche un percorso storico non compiutamente democratico nel quale l’esercito aveva avuto una posizione cruciale, che considerava “la propria nazionalità in termini etnici [e] non territoriali” e le cui élites non riconoscevano fino in fondo il valore della democrazia occidentale scaturita dalla Rivoluzione francese o dal liberalismo (p. 221). Le riparazioni “furono per più di dieci anni un cancro annidato un cancro annidato nella politica tedesca” che mise il vento in poppa ai nazisti (p. 139) (sulla Repubblica di Weimar vedi anche Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Trattato di Versailles
Un problema nel cuore dell’Europa: la Germania

Perciò la Repubblica di Weimar nonostante gli indiscutibili successi e nonostante l’A. ritenga che nei tardi anni Venti fosse sul punto di riuscire a sanare ferite ancora brucianti dovette sempre destreggiarsi con forze che miravano alla sua delegittimazione. E giustamente Kershaw indica il pericolo principale e fondamentale nella congerie di forze di destra più che nelle velleità rivoluzionarie della sinistra radicale (responsabile però di indebolire la sinistra nel suo complesso).

La destra estrema era già giunta al potere in Italia, un paese che, sebbene vincitore reagì con le modalità di un paese sconfitto, e altrove, ma l’Italia non aveva la forza per mettere a soqquadro l’Europa. Il problema era la Germania.

Quando sul continente arrivarono gli effetti del crollo di Wall Street, le convulsioni politiche sul continente europeo crebbero di intensità. La zona orientale era quasi completamente in mano a regimi reazionari o filo fascisti, i paesi mediterranei lo erano già da tempo o lo sarebbero diventati a breve, in Germania le devastazioni occupazionali, sociali ed economiche della crisi suonarono a morte per una Repubblica già consunta e Hitler ebbe la strada spianata al potere.

Le pagine che Kershaw dedica agli effetti economici e sociali della crisi del ’29 sono molto belle e convincenti. Dovrebbe far meditare la catastrofica decisione delle politiche di taglio alla spesa, contenimento dei costi e deflazione. Quelle politiche aggravarono la crisi piuttosto che contrastarla.

Un’interpretazione

Consapevole dei fraintendimenti e delle facili volgarizzazioni della categoria interpretativa del “totalitarsimo”, Kershaw distingue tra dittature “statiche” e dittature “dinamiche”. Nelle prime egli ingloba i paesi in cui i governi miravano al controllo e al dominio della società senza volerla alterare o modificare. Esempi di questo genere li indica nella Spagna, nel Portogallo e in buona parte dei regimi dell’Europa dell’Est.

Per dittature “dinamiche” invece Kershaw intende quei regimi che intendevano operare una rivoluzione profonda non solo controllando i cittadini limitandone la libertà, ma pretendendo di plasmare un uomo nuovo – come nel caso tedesco e sovietico – o di instaurare un regime “totalitario” come nel caso italiano. Un altro fattore che accomuna i tre dittatori era il loro ragionare in termini politici e non economici: in Unione Sovietica l’industrializzazione forzata si trasformò in un massacro per i contadini e in una devastazione per la produzione agricola (dalla quale l’URSS non si sarebbe più ripresa), le “purghe” staliniane seguirono una logica politica sebbene la decapitazione di cervelli di prim’ordine provocasse danni enormi in ambito economico e militarermania il processo di riarmo avvenne sganciando il paese dalle dinamiche dell’economia internazionale a favore di scambi bilaterali con questo o quello stato. L’idea di trasformare i cittadini in schiere di fedeli dediti alla causa o a rifondare la società era un’idea completamente antitetica a quelle delle democrazie tradizionali e assolutamente nuova (pp. 299-338). A ben guardare questa impostazione si avvicina all’opinione di Hobsbawm secondo il quale nell’Europa degli anni tra le due guerre le opzioni di adesione politica fossero ridotte alla scelta tra comunismo o fascismo.

L’arrivo al potere di Hitler – e il fallimento plateale e definitivo della Società delle Nazioni – chiarì a tutti che il pericolo di una nuova guerra era concreto. Il capolavoro politico di Hitler fu quello di presentare il riarmo della Germania non come pre-condizione ad una politica di espansione ma come riparazione di un torto subito da potenze che volevano tenerla in una condizione di inferiorità.

Il problema era che Francia e Inghilterra si trovarono di fronte ad un interlocutore che non ragionava affatto come loro. Portando la Germania fuori dai normali circuiti internazionali sia nei rapporti politici che economici Hitler imboccò la strada che avrebbe portato alla guerra: la Germania aveva bisogno di “uno spazio vitale” per espandere la propria economia e questo combaciava perfettamente anche con la ossessione razzista e la contrapposizione ideologica frontale dei nazisti verso i sovietici. Il fallimento della strategia dell’appaesement (“venire a patti con Hitler e intanto guadagnare tempo, pp. 369-70) e la cedevolezza continua di inglesi e francesi nei confronti delle crescenti pretese di Hitler ha una sua motivazione anche in questa incomprensione di fondo, oltre che agli incubi di una nuova guerra e al timore del comunismo.

Dentro alla seconda catastrofe

Il risultato di questo mix micidiale si sarebbe toccato con mano proprio nel corso della seconda guerra mondiale. Fu la parte orientale dell’Europa a pagare il prezzo più alto del razzismo biologico dei nazisti (talvolta sostenuto dalle popolazioni locali quando rivolto a ebrei o ad altre etnie), della loro strategia di disumano sfruttamento di persone e risorse e del loro anticomunismo viscerale (pp. 409 e ssgg). Così, ad esempio, lo sfruttamento degli ebrei rendeva bene fin tanto fossero stati in grado di lavorare, dopo li si poteva eliminare; ma,fatto spaventoso e inedito, “la guerra in oriente ebbe un carattere schiettamente genocidario” (p. 419). Per gli ebrei fu fatale il fallimento dell’invasione dell’URSS: inizialmente i nazisti avevano previsto di spostarli lì; la mancata invasione accelerò il processo di sterminio che era comunque già iniziato (pp. 423-24).

In generale i nazisti fecero due errori fatali. In molte zone dell’Europa orientale l’anticomunismo era profondo e radicato, ma i pregiudizi razziali impedirono ai nazisti di farvi leva per procurarsi alleati che avrebbero potuto essere preziosi. Il secondo, soprattutto nell’Europa occidentale fu che il loro atteggiamento costringeva le popolazioni a violare le regole per sopravvivere mentre il bisogno di manodopera e i seguenti rastrellamenti finivano per alimentare la Resistenza che si andava organizzando (pp. 452-455).

Ma Kershaw dà anche spazio alle conseguenze dei bombardamenti alleati e sulla brutalità delle truppe sovietiche nella loro avanzata verso Berlino e in generale all’accrescere del tasso di violenza degli ultimi mesi del conflitto. I tedeschi resistettero fino all’ultimo perché consapevoli delle vendette che li aspettava. Quella tedesca è solo una tra le reazioni alla guerra: i sovietici la condussero fino in fondo perché Stalin fu capace di trasformarla in guerra patriottica e videro cosa li attendeva se l’avessero persa; i polacchi la combatterono in vista di uno Stato futuro; gli inglesi la combatterono per un futuro di pace e, per i soldati provenienti dai dominions, di prossima indipendenza.

Dopoguerra

La fine della guerra sancì la fine del fascismo come progetto politico credibile e l’Europa ne emerse nuovamente ridisegnata e suddivisa in due blocchi distinti e contrapposti. Nell’Europa Occidentale il protezionismo e il nazionalismo economico vennero accantonati a favore della cooperazione internazionale: “le lezioni erano state apprese” (p. 478).

Un altro elemento fondamentale affrontato dall’A. è la nascita del welfare state nella parte occidentale dell’Europa post-bellica. Riconoscimento dovuto agli immani sacrifici patiti dalle popolazioni durante il conflitto, certamente, ma anche deterrente nei confronti della capacità di attrazione dei partiti comunisti e socialisti; una scelta politica precisa e voluta dunque. Senza che nessuno potesse immaginarlo, l’Europa occidentale si sarebbe incamminata verso decenni di prosperità e stabilità politica.

Naturalmente Kershaw affronta anche molti altri temi che qui non considero: dalla religione alla cultura, dallo sterminio degli ebrei ad alcuni problemi del dopoguerra. Ma ora che che crisi economica, palese malfunzionamento dell’Europa e razzismo si stanno ripresentando sulla scena, ho voluto soffermarmi su aspetti essenziali. Mi preme dire che sarebbe importante leggere e meditare a fondo le pagine di All’inferno e ritorno.

Buona lettura.