Recensione: Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)

Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni.

La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti.

La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti.

La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.

Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.

Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale.

In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).

I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187).

La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.

Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin.

Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).

Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26).

Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri.

Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.

Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo).

Vienna 1930: Karl-marx-hof

Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.

Londra anni ’20: i flappers

Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan).

Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934.

Grande Depressione in USA

A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale.

Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti.

Magnitogorsk

Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)

La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.

Recensione: Armando Pepe Le origini del fascismo in terra di lavoro (1920-1926)

Scrivere di microstoria (la storia di un ente, di una città, di un territorio ecc.) è più difficile che scrivere una storia generale. Per storicizzare l’oggetto che si studia occorre far emergere le specificità locali e collegarle, quando necessario, al contesto generale. In altre parole occorre un grande lavoro di scavo.

Nel suo lavoro su le origini del fascismo in terra di lavoro Armando Pepe non si è certo risparmiato. Il libro si basa su un amplissimo recupero di documentazione reperita all’Archivio Centrale dello Stato.

Una documentazione ricchissima che offre spunti e percorsi di indagine estremamente interessanti. In primo luogo nel testo viene ampiamente ridimensionato l’aspetto ideologico del fascismo. Dietro all’astio rivolto ai “pussisti” del Partito socialista e alla retorica di un’Italia rinnovata si celano trame di potere che ha per protagonisti i vecchi notabili dell’Italia liberale e la generazione di giovani uscita dalla guerra che si affaccia alla vita politica. Il confine tra i due schieramenti è labile. l’A., mostra in più occasioni il loro mescolarsi con operazioni e maneggiamenti di puro trasformismo. Emerge netto un primo punto: l’uso strumentale da parte del fascismo di una bassa manovalanza che aveva più familiarità con la malavita (non sempre spicciola) che con il mondo della politica. È un aspetto in parte noto, ma che l’A fa bene ad evidenziare. La strumentalizzazione di gente a cui viene demandato il “lavoro sporco” nell’annientamento degli avversari è funzionale all’estremo pragmatismo del fascismo: qui, in queste zone, i nemici principali del movimento fascista non sono i sovversivi socialisti (certo presenti, ma nel complesso piuttosto deboli) ma le cooperative del mondo cattolico (sulla questione intervenne lo stesso Sturzo, vedi ad esempio pp. 42-43) e il ben più temibile movimento nazionalista. Movimento per non pochi aspetti affine al fascismo – la somiglianza del linguaggio dei due movimenti è illuminante (e per una esplicita ammissione degli stessi nazionalisti si veda, tra i molti casi riportati, p. 71) – il cui nerbo però è costituito da un conservatorismo non meno feroce, ma più tradizionale.

Giustamente l’A. dedica due dei nove capitoli tematici che compongono il libro allo scontro – in un primo tempo – e all’assorbimento dei secondi tra le fila dei primi – come tappa successiva – tra fascisti e nazionalisti.

Tra il fascismo intransigente e “rinnovatore” che ha in Aurelio Padovani il suo elemento di spicco e il nazionalismo filofascista di Greco è destinato a prevalere il secondo. Con Greco trionfano le vecchie oligarchie di marca liberale, capaci di offrire garanzie di stabilità al regime. L’estromissione di Padovani, le cui aspirazioni a “ras” della zona vengono frustrate (anche se continuerà ad esercitare un notevole ascendente su parecchi fascisti), suggella il prevalere della normalizzazione sulle frange più agitate del fascismo. Siamo di fronte ad uno scontro di e per il potere (p. 80), un fenomeno complesso, che l’A articola negli ultimi due capitoli.

Ma il trasformismo non è un blocco unico comprendente agrari e borghesia cittadina. L’A. documenta numerosi passaggi al fascismo da parte di socialisti, socialriformisti, cattolici e altri. È un processo che dev’essere inquadrato in un clima di violenza endemica che si protrae ben oltre la presa del potere del 1922. Le numerose relazioni prefettizie, riprodotte talvolta integralmente dall’A., documentano non soltanto il fenomeno già noto dell’appoggio e del sostegno di gran parte del personale periferico dello Stato al fascismo fin dai suoi esordi, ma registrano – sia pure interpretandoli in modo conveniente – un persistente clima di violenze quotidiane che si protraggono per un tempo lunghissimo. Nel contesto di un mondo prevalentemente contadino, dominato con mano ferrea da consorterie consolidate, con pochi sbocchi occupazionali e opportunità, non era facile tenere la schiena dritta per semplici popolani.

Sono scansioni difficili da documentare, eppure l’enorme messe di carte visionate dall’A. lascia intravvedere tracce che possono essere seguite.

È dunque un merito aver riprodotto molto materiale che altrimenti non sarebbe di facile consultazione, ma talvolta le citazioni sono troppo lunghe. Chi frequenta gli archivi conosce perfettamente la tentazione di riportare integralmente alla luce (per quanto lunghi siano) documenti importanti e decisivi per la comprensione dei fatti; ma lo storico ha il dovere di agevolare la lettura diluendo i documenti sminuzzandoli per accompagnare chi legge nelle vicenda senza sforzo. Nel miscelare racconto, analisi e documentazione originale l’A. non sempre riesce a mantenere l’equilibrio. È un problema che l’A. risolverà agevolmente nei prossimi lavori con appendici documentarie.

Ci vuole determinazione e preparazione per tuffarsi in un mare di carte alla ricerca di un filo rosso che spieghi la specificità di un territorio. Pepe ne è ben fornito. Chi desidera comprendere qualcosa sull’affermarsi del fascismo in terra di lavoro ha in questo libro una tappa obbligata.

Recensione: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista

Carl Ipsen
Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista
Il Mulino, 1997, pp. 393.

In questo libro Carl Ipsen studia un aspetto delle vicende del regime fascista, ma le sorprese che quest’opera ci regala sono molte. Ipsen entra nel fascismo da una posizione defilata, ma essendo la demografia e la statistica argomenti non solo centrali per gli stessi fascisti, ma correlati a molti altri, arriva al cuore del regime e apre diverse piste di approfondimento con congiunzioni puntuali e affidabili dal punto di vista metodologico.

Il libro infatti è frutto di un notevole lavoro di scavo archivistico presso l’Archivio Centrale dello Stato e di uno studio approfondito delle fonti secondarie e della bibliografia. Strutturato in cinque capitoli Ipsen intreccia argomenti e considerazioni lungo tutto il testo, ma mette il lettore in condizione di riprendere il filo di un discorso abbandonato in precedenza segnalando i rimandi.

La Grande Guerra, falcidiando le generazioni più giovani e produttive dei paesi che presero parte al conflitto, pose in primo piano il problema del declino demografico. In Francia questo tema aveva investito l’opinione pubblica già dopo la catastrofica guerra contro la Prussia nel 1870-71; in Gran Bretagna e in Germania si affacciò non molto più tardi.

L’Italia aveva il problema opposto. Dalla seconda metà dell’Ottocento “l’Italia divenne il maggior Paese esportatore di popolazione della storia” (pp. 38, 43); un fatto che aveva diviso la classe dirigente liberale tra favorevoli (in quanto l’emigrazione manteneva a livelli accettabili la conflittualità sociale e garantiva la disponibilità di manodopera a basso costo) e contrari (a partire erano le giovani generazioni e quindi, in prospettiva, vi era chi temeva un impoverimento del paese).

Nei decenni tra le due guerre le democrazie liberali non godevano di buona salute. Anzi, gli stati fascisti (e in una certa misura l’Unione Sovietica) prevedevano che avesse i giorni contati. Tutti gli stati totalitari hanno cercato di modificare in qualche modo la società dei paesi che dirigevano.

In questo senso la centralità e l’importanza che il fascismo riservò alla demografia e alla statistica spiega molto sui suoi intenti di “rimodellare economicamente e ideologicamente la società italiana” (p. 41). Ne sono dimostrazione concreta la creazione dell’OMNI nel 1925, dell’ISTAT nel 1926 (potenziato negli organici e adeguatamente finanziato rispetto all’Istituto precedente) e la promozione di una politica pronatalista annunciata da Mussolini col “Discorso dell’Ascensione” del 1927.

Creato nel 1926 l’ISTAT fu potenziato negli organici e nei fondi. Gli stati totalitari (il fascismo non riuscì mai a diventarlo ma era una sua aspirazione) necessitano maggiormente di dati statistici rispetto alle democrazie perché fungendo da grande “osservatorio” sulla vita del Paese essi consentono, almeno in teoria e in prospettiva, la possibilità “di gestire la popolazione”, e il fascismo era convinto di poter esercitare non soltanto forme di controllo, ma anche di influenzarne il comportamento della popolazione (p. 298). Non a caso l’ISTAT doveva rispondere della propria attività al Ministero degli Interni che ne fece uno strumento non soltanto di studio, ma di propaganda politica: Mussolini “vide nelle statistiche ufficiali un mezzo per […] ottenere i dati necessari per il controllo autoritario della società [e] un mezzo per formare una migliore coscienza nazionale” (p. 112).

La nascita dell’Opera Nazionale Materità e Infanzia (ONMI) riflette il tentativo del regime di far fronte alla mortalità infantile, che in Italia aveva percentuali molto più alte rispetto alle altre potenze europee, un fatto che poneva in imbarazzo il regime a livello internazionale (p. 95). In realtà, l’ONMI non fu una creazione fascista. Ipsen osserva giustamente che il regime in più occasioni riprese, ampliandole e ramificandole, iniziative già in atto durante il periodo liberale post-unitario. È il caso dell’assistenza all’infanzia abbandonata e al congedo e all’assicurazione di maternità (p. 49).

Tuttavia, nonostante l’imponente sforzo propagandistico, l’ONMI non fu adeguatamente sostenuta; i fondi a sua disposizione furono sempre al di sotto delle necessità reali, tanto più che il regime demandò all’ente un notevole numero di mansioni, non ultimo un controllo di tipo poliziesco nel contrasto all’aborto (pp. 98-100), proibito fin dal 1926 (ma gli aborti clandestini rimasero diffusi). In secondo luogo la sua funzione si confuse e/o venne a cozzare con quella di altri enti: Opere Pie e Brefotrofi, ad esempio ma non solo. In terzo luogo, l’ONMI riuscì ad avere una qualche incidenza concreta in realtà circoscritte: funzionò relativamente bene nelle regioni più ricche del Nord del Paese e in alcune città (ad esempio Roma), ma nell’Italia meridionale l’efficacia del suo intervento si rivelò modesto.

Infine, sebbene in qualche misura questo come altri enti possa essere considerato come un precursore dello stato sociale moderno, l’Autore mostra con dati convincenti che lo fu solo in parte: soprattutto nelle campagne – e cioè nel settore produttivo più importante – gran parte delle donne rimase a lungo scoperta dalla protezione sociale garantita alle partorienti che lavoravano in altri settori, oppure ne furono coinvolte con molto ritardo e con misure più ristrette.

D’altra parte, ONMI e politica pronatalista erano iniziative che non potevano non incontrare il consenso, se non il sostegno, delle gerarchie ecclesiastiche in quanto andavano incontro alla sua concezione di famiglia tradizionale (pp. 92-93). La concezione fascista della donna subordinata e dipendente dal marito capo famiglia combaciava perfettamente con quella di madre e custode del focolare domestico di matrice cattolica. Ma Ipsen smentisce questa immagine idilliaca: l’economia italiana aveva bisogno delle donne nelle fabbriche, negli uffici e nei campi, perciò la propaganda mascherava una situazione molto diversa da quella che gli statistici dimostravano dati alla mano.

Dall’apparente aridità dei numeri e delle cifre emergono, man mano che l’A si sofferma a illustrarli, spaccati significativi dell’Italia del tempo: mancanza di levatrici e personale adeguato nell’assistenza al parto, insufficienza delle strutture ospedaliere, ridimensionamento dei benefit elargiti dal regime. (Tutto questo, comunque, rivelato e mostrato puntualmente, non impedisce all’A. di riconoscere aspetti modernizzanti del regime).

Famiglia tradizionale e numerosa significava anche, nella propaganda di regime, famiglia contadina. Ufficialmente il fascismo fu nemico della vita cittadina, accusata di infiacchire fisico e volontà degli abitanti e di deprimere l’incremento demografico.

La “ruralizzazione” e le bonifiche furono esperimenti che andavano in questa direzione. Anche in questo caso i risultati furono generalmente al di sotto delle aspettative: se non mancano esperimenti che, sul lungo periodo e ben oltre la durata del fascismo, avrebbero dato buoni risultati (Ipsen ne segnala e ne illustra uno in Sardegna), negli altri casi, incluso l’Agro Pontino, fiore all’occhiello della “bonifica integrale”, nel migliore dei casi i risultati furono in chiaro-scuro se non fallimentari. Anche i tentativi di trattenere i flussi migratori interni verso le città – con una legislazione apposita – non incontrò grande successo.

Complessivamente le misure pronataliste messe in campo dal fascismo incisero parzialmente sulle abitudini sessuali e demografiche degli italiani: ciò dipese da un lato dalla scarsa attitudine degli italiani a esporre il proprio vissuto privato e la propria intimità; dall’altro dal fatto che sebbene le iniziative fossero numerose spesso si trattò di misure parziali e farraginose.

L’Autore mostra molto bene, a più riprese, accavallamenti di competenze tra i vari enti che si disputavano posizioni di potere nel fitto sottobosco di enti statali, parastatali, provinciali e comunali e non di rado lo stesso Mussolini dovette intervenire e mediare tra diverse esigenze e aspirazioni.

Piuttosto stranamente, vista l’importanza che Mussolini riservava al genere di studi e sebbene godessero di fondi cospicui, statistici e demografi emersero tardi, verso la fine degli anni Trenta, come personalità di primo piano nel regime, anche se Ipsen riconosce più volte che il regime migliorò sensibilmente l’organizzazione e l’affidabilità dell’ISTAT e dei rilevamenti statistici. Alla guida dell’ISTAT lavorarono uomini di valore: Gini forse sopra tutti, ma anche altri.

Politica pronatalista per un regime che aspirava a diventare una potenza imperialista significò se non il blocco, quanto meno la drastica riduzione dell’emigrazione. O meglio, il regime tentò di travasare la popolazione in esubero in Italia nell’Impero. Perciò da un lato demografia e statistica dovettero occuparsi del problema razziale, soprattutto dopo le leggi del 1938, ma dall’altro, anche rimanendo all’interno del proprio ambito di ricerca, l’A. mostra in modo molto chiaro la fragilità delle pretese espansioniste e della capacità di controllo del regime: molti censimenti nelle colonie furono rimandati, non effettuati e la raccolta di dati fu molto parziale.

In conclusione, alla prova decisiva della guerra gran parte delle aspirazioni del regime non si erano realizzate se non molto al di sotto delle aspettative.

Questo è un libro prezioso sia per la solidità dell’impianto documentario e interpretativo, sia perché apre un ventaglio di questioni fondamentali in varie direzioni: storia economica, storia sociale, storia della politica estera, storia del colonialismo, storia della propaganda ecc. Il lettore curioso può approfondire le varie diramazioni anche grazie a una corposa e puntuale bibliografia.

Purtroppo non è un libro facile da reperire in libreria. Bisogna setacciare quelle che commerciano anche l’usato. Ma d’altra parte le biblioteche esistono proprio per rimediare alla mancanza di ristampe. Ed è sempre un bell’andarci, no? Questo libro vi offre un motivo in più.

Recensione: Fabio Fabbri Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grande Guerra al fascismo (1918-1921)

Quando venticinque anni fa Claudio Pavone parlò di guerra civile per il biennio 1943-1945, si sollevò un dibattito infuocato. A distanza di un quarto di secolo quella tesi, almeno per alcune zone del Paese, è stata accettata ed è largamente condivisa.

Pavone avvertiva che dopo l’8 settembre lo scontro tra fascisti e antifascisti fu il naturale proseguimento di quello “aperto del 1919-22” (C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati-Boringhieri, Torino, p. 256).

Dunque Pavone riteneva che vi fosse stata una guerra civile negli anni che portarono al potere il fascismo. Del resto, di “guerra civile europea”, da diverse posizioni storiografiche, hanno parlato anche altri. Sulla indicazione di Pavone si sviluppa il bel libro di Fabio Fabbri che adotta questa concettualizzazione per spiegare gli anni del primo dopoguerra. Tremila sono i morti dovuti alla lotta politica in quel triennio, e se nel 1918 vi furono 6 omicidi ogni 100.000 abitanti, nel 1921 ve ne sarebbero stati 17, un’escalation impressionante.

Tuttavia, adottare la guerra civile come categoria interpretativa è rischioso. lo Stato liberale non era crollato e pertanto il monopolio della forza restava nelle mani delle autorità legittime. Le quali però, e l’A. lo ribadisce con puntualità, in molti casi si dimostrarono ben liete nel passarlo agli squadristi: la tolleranza e non di rado il sostegno di prefetti e militari rivolto allo squadrismo è dimostrato da tempo. La scelta dell’A. di trattare come un unicum il periodo si dimostra valida e meritoria perché indica nella guerra la grande incubatrice dei fattori che si coagularono nella violenza che si scatenò negli anni successivi.

Fu la guerra, infatti a incubare l’idea dei “nemici interni” individuati nelle forze politiche che avevano avversato la guerra: socialisti, comunisti e, in parte cattolici furono individuati come elementi da rimuovere in quanto impedivano l’emergere della grande Italia. (Questo, sia detto en passant, in un Paese in cui l’entrata in guerra fu decisa da un pugno di personalità).

Lasciando mano libera allo squadrismo la classe dirigente liberale mascherò le proprie fragilità e manchevolezze. A leggere la corposa documentazione elaborata dall’A. (stampa, atti parlamentari, carteggi di personalità politiche e un’amplissima gamma di documenti ricavati dagli archivi di Stato) emerge l’immagine di una classe dirigente in preda al panico e a isteriche reazioni che sono la miglior testimonianza della propria inadeguatezza.

Va riconosciuto che se oggi appare chiaro che dopo il 1920 l’eventualità di una rivoluzione nell’Europa occidentale era illusoria, all’epoca poteva sembrare alle porte. Questo ovviamente non giustifica in nessun modo la violenza privata, praticata non solo dai fascisti ma anche dagli agrari.

Il partito socialista ci mise del suo per spaventare borghesia e classe dirigente con una violenza verbale parolaia e infondata, dichiarando imminente una rivoluzione che non era in grado di preparare e men che meno dirigere, con manifestazioni  a volte fine a sé stesse, denigrando giovani che avevano partecipato alla guerra. Di fronte a una miriade di manifestazioni popolari del tutto spontanee i vertici del PSI così come quelli sindacali non furono mai in grado di controllarle nè di offrire uno sbocco politico concreto.

Il fascismo si mosse come un cuneo per separare queste “due Italie” e, come avvertì Gramsci, isolare socialisti e comunisti da un lato e saldare il ceto medio alle classi dirigenti. L’operazione riuscì pienamente.

Un secondo aspetto, a mio avviso meritevole, che emerge dal quadro prospettico dell’A. è che viene a dissolversi la concettualizzazione di “biennio rosso” seguito poi da un “biennio nero”. Fabbri offre una lettura alternativa e originale degli eventi. Il “biennio rosso” non è il fenomeno che dà la stura alla reazione; per comprendere gli esiti del dopoguerra occorre guardare più indietro e cioè all’uso sempre più massiccio della legislazione eccezionale. Anche in questo caso ci si trova con un frutto avvelenato del conflitto. Dilatando a guerra finita l’uso della legislazione eccezionale la classe dirigente liberale rende più facile il passaggio che la vede nell’astenersi dal reprimere le violenze delle squadracce. Nell’esaminare questo fenomeno l’A. indica elementi interessanti: dalla documentazione proposta parrebbe che gli ordini in questo senso da parte dei governi  in molti casi venissero disattesi a livello periferico dai prefetti.

Anche la struttura del libro rispecchia la lettura degli eventi alla luce della continuità dalla guerra al 1921: la narrazione, suddivisa in sette capitoli, ha un’impronta fortemente cronologica e si ferma con l’entrata in Parlamento di parlamentari fascisti.

Secondo Fabbri dopo quella data il fascismo cominciò in qualche modo a cambiare pelle, nel senso che iniziò un processo di istituzionalizzazione che comprendeva anche l’accantonamento della sua immagine iniziale di movimento radicale per offrirsi quale interlocutore più affidabile. Non a caso il movimento si era trasformato in partito proprio nel ’21.

Si potrebbe discutere sulla decisione di arrestare la narrazione al 1921, ma nulla toglie al valore di un libro importante, ben scritto e documentatissimo  come dimostrano le cinquanta pagine di bibliografia, che ci dovrebbe far riflettere su alcuni aspetti del nostro presente.

La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascisti

Con in tempi che corrono, in un Paese come il nostro che fa della rimozione della memoria e della propria storia una pratica quotidiana (un ex Presidente del Consiglio, riferendosi al confino, disse tempo fa che Mussolini “mandava in vacanza” gli oppositori del regime fascista), questo sito è esattamente quel che ci vuole. Il sito in questione è I campi fascisti.

Un sito che si propone di diventare

un centro di documentazione on line sull’internamento e la prigionia come pratiche di repressione messe in atto dallo Stato italiano nel periodo che va dalla presa del potere da parte di Benito Mussolini (1922) fino alla fine della seconda guerra mondiale (1945)

e che intende raggiungere il proprio obiettivo partendo non “dagli avvenimenti storici, bensì dai luoghi”, intendendo per questi ultimi

le località di confino, le carceri, i campi di concentramento, i comuni di internamento e quanto altro possa emergere dalla ricerca storica come contesto in cui siano state messe in atto queste pratiche repressive rivolte verso oppositori politici, specifiche categorie sociali, gruppi religiosi, civili e militari di stati stranieri coinvolti in guerre od occupazioni militari.

I diversi luoghi così identificati vengono documentati attraverso più tipi di fonti (documentazione originale, letteratura scientifica, testimonianze dirette, fotografie, filmati, eccetera), pubblicate [on line]

Il sito, come ribadiscono gli autori, è infatti in progress, in continuo incremento. Si tratta dunque di un progetto con prospettive molto ampie, tanto che, navigando alla’interno delle varie sezioni, si possono individuare ben dieci diverse tipologie di luoghi internamento messe a punto dal regime.

Ex campo di concentramento di Bakar (Buccari)

Il sito propone un elenco dei campi di prigionia e li suddivide poi in vari sotto-gruppi specifici. Collegati a questi, fondamentale come punto di riferimento per ogni ricerca ulteriore, sono i molti Documenti pubblicati, corredati da sintetiche ma precise didascalie (non manca una sezione bibliografica). Ci si può orientare o eventualmente focalizzare il proprio interesse specifico anche utilizzando la sezione Mappe. Altrettanto importante sono le sezioni degli Audiodocumentari nella quale  gli autori vi hanno pubblicato un

documentario che ricostruisce la storia dell’occupazione italiana dell’Etiopia diviso in tre parti: nella prima si tratta della guerra e dei crimini commessi, nella seconda dell’internamento degli etiopi in Africa Orientale e nella terza della deportazione degli intellettuali etiopi in Italia e degli avvenimenti del dopoguerra.

e quella delle testimonianze, sia di chi in quei campi è stato internato, sia di esperti e studiosi.

I campi fascisti è dunque un sito promettente che diventerà certamente un punto di riferimento per studenti e docenti. Del resto, proprio per la sua completezza, l’importanza del progetto è stata riconosciuta anche dall’Unione Europea, che ne ha finanziato parte della realizzazione. I campi fascisti

Il campo di concentramento di Casoli

Un altro progetto molto importante è il sito sul Campo di concentramento di Casoli, in provincia di Chieti, in Abruzzo, attivo dal 1940 al 1944.

Il sito consiste in un archivio digitale che consente l’accesso e la consultazione a fini della ricerca storica di oltre 4000 documenti contenuti nei 215 fascicoli personali degli internati civili conservati sull’ex campo di concentramento. Si tratta, allo stato attuale della documentazione on line, del primi archivio digitale che riproduce in foto facsimile totale i fascicoli personali di un campo di concentramento per internati civili stranieri, ebrei ed ex jugoslavi.

A maggior precisione delle finalità del sito, riprendo dalla presentazione del progetto:

L’obiettivo del progetto è raccogliere documenti, testimonianze, fotografie e altro materiale in modo da offrire una documentazione il più completa possibile con lo scopo, da una parte, di studiare scientificamente il Campo di concentramento di Casoli e, dall’altra parte,  di poter mettere a disposizione il suddetto materiale sia agli studiosi che ai diretti discendenti degli internati. È un paziente lavoro di ricerca fotografica, documentaria ed archivistica. Il sito […] valorizza questo patrimonio documentale con la pubblicazione digitalizzata di fonti, ricerche e saggi sulla storia dell’internamento civile nell’Italia fascista assicurando la comunicazione e la divulgazione critica dei risultati della ricerca. Il lavoro è in continuo aggiornamento e per tale ragione i risultati pubblicati sono ancora parziali.

Nello specifico:

Si rende necessario fare un’osservazione intorno all’espressione “campo di concentramento”, perché ci si trova spesso di fronte ad una confusione di tipo semantico (ossia del significato della parola), in quanto tale espressione immediatamente evoca i campi di sterminio nazisti, che ovviamente sono ben altra cosa rispetto ai campi fascisti, e una comparazione tra i due sistemi dal punto di vista della radicalità, della violenza, del terrore, e della mortalità, rischia una scontata banalizzazione del caso italiano. Per questo bisogna comprendere il significato che questa espressione ottiene all’interno del sistema concentrazionario italiano fascista (monarchico), così come esso viene concepito e messo in piedi dal Ministero dell’Interno. Nei documenti ufficiali vengono distinti 2 tipologie di internamento:

1) In campi di concentramento propriamente detti

2) In località di internamento libero

I campi di concentramento, nell’universo fascista, indicano un luogo circoscritto in un perimetro all’interno del quale in strutture preesistenti o ex novo, vengono segregati categorie diverse di internati. Si tratta quasi sempre di campi mono-genere, ossia maschili o femminili e raramente misti.

Le località di internamento libero, sono invece, i comuni di residenza coatta per gli internati, i quali possono ricongiungersi con il nucleo famigliare. È evidente che la condizione di “internato” in un campo di concentramento fascista è più sfavorevole e dura rispetto all’altra: promiscuità, libertà di movimento ridotta, regolamento rigido, separazione dal nucleo famigliare, sorveglianza, punizioni, divieti di lavoro, comunicazione ristretta, ecc.

Il campo fascista di Casoli ha avuto due periodi distinti di internamento per via delle due categorie diverse di internati. Abbiamo un primo periodo “ebreo” del campo, che va dal 9 luglio 1940, data di ingresso del primo nucleo di 51 ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, fino al 5/6 maggio 1942, data di ingresso del nucleo di internati politici, antifascisti, ex jugoslavi trasferiti dal campo di concentramento di Corropoli in provincia di Teramo. (Si tratta di un sistema parallelo di campi destinato ai civili deportati dalla sponda orientale dell’Adriatico, a causa dell’occupazione di estesi territori jugoslavi). Tutti gli ebrei del campo di Casoli furono trasferiti nel campo di Campagna in provincia di Salerno. Questa seconda fase dura fino al 2 febbraio 1944, data riportata su un documento in cui si attesta ancora la presenza di 18 internati slavi, a testimonianza del fatto che il campo continuò a funzionare, nonostante l’armistizio dell’8 settembre 1943. Tra gli anni 1940 e 1944 sono passati per il campo di Casoli 218 internati in totale: 108 ebrei stranieri, per lo più austriaci, tedeschi, polacchi e ungheresi, e 110 “ex jugoslavi” per la maggior parte croati e sloveni.

campi-concentramento-abruzzo-Casoli

Ma vi è di più:

Altro scopo della ricerca, di importanza centrale per la cultura della memoria, è sia dare un volto ai nomi degli internati, sia dare un nome ai loro volti, soprattutto agli ebrei stranieri internati in questo Campo dal 10 luglio 1940 –  dove giunsero dal carcere di Trieste, perché disponiamo di una loro foto di gruppo scattata proprio a Casoli. Dopo l’8 settembre 1943, 9 di questi internati ebrei stranieri che inizialmente erano “passati” per il Campo di Casoli, furono arrestati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove trovarono la morte certa. Un altro, invece, è stato assassinato nel campo di Risiera San Sabba, un altro venne deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e sopravvisse alla liberazione avvenuta il 4 marzo 1945. Quella foto, per molti di loro, rappresenta, forse, l’ultima immagine-testimonianza che possediamo. Inoltre, allo stato attuale delle ricerche, sembra che il Campo di Casoli sia stata l’ultima località di internamento nota per 14 internati ebrei stranieri.

Il sito inoltre ospita altre sezioni di approfondimento. Siamo di fronte ad un progetto che supera le finalità della ricerca storica, ma si fa anche strumento per il recupero di memorie personali e famigliari. In altre parole, storia e impegno civile si fondono in un progetto di recupero di grande significato.

Il sito mi venne segnalato più di un anno fa dal Presidente. Lo pubblicai su un blog che non è più attivo e sono felice di riproporlo ora. Campo di concentramento di Casoli

Recensione: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubblicato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra. 1917-1923 (2017, pp. 421)  di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. Non siamo di fronte semplicemente una interpretazione originale, ci ritroviamo a leggere argomentazioni convincenti.

Nell’interpretazione di Gerwarth la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo molto interessante tira le somme e chiude il testo.

I Paesi vinti

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi avrebbero preso il potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Rivoluzione e controrivoluzione

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: condizioni ideali per lo scoppio di una rivoluzione si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiaramente gli schieramenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benevolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estremamente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

Imperi che crollano

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Grande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non furono altrettanto previdenti. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umiliazione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarcisi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapevolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin, che giocava la carta della rivoluzione mondiale e Wilson, che giocava quella dell’autodeterminazione, fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrassero vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi Stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questioni territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l’autodeterminazione veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri Stati.

Qualche considerazione

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri Stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – sia dall’escalation di violenza che li coinvolse. Per spiegare questo fenomeno fin ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte avevano subito un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel dopoguerra, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

A parere dell’Autore il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che abbiano lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Ma in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – e meno di vent’anni più tardi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca sopravvisse fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era preda di un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma ciò nonostante produsse un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta si trovò nel mezzo di tempeste civili e politiche. Dal canto suo la Spagna non fu nemmeno stata coinvolta nella guerra come belligerante, eppure nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando come reazione l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionalisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).

Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convinzione cara alla destra (anche italiana) che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253).

Terzo, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogeneità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della pulizia etnica, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi. Così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie.

Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante.

Infine, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso il formarsi dei governi e dei regimi, sia verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Robert Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo per quanto riguarda l’analisi dei fatti e la loro interpretazione. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fluida e chiara. In più, ed è un merito notevole, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

Matteo Banzola