Recensione. Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia

A più di duecento anni di distanza gli storici continuano a interrogare la Rivoluzione francese. Quella grandiosa e terribile vicenda, la madre dell’età contemporanea, è ancora lontana dall’aver esaurito gli argomenti che ha da sottoporci. La bibliografia sull’argomento è talmente sterminata da aver dato vita a una corrente storiografica che si occupa di studiare la storia della Rivoluzione, eppure Un nuovo mondo inizia di Jeremy Popkin dimostra che c’è ancora molto da studiare e da capire. (Sulla Rivoluzione si vedano i siti: Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese e Un archivio digitale sulla Rivoluzione francese).

Apertura degli Stati Generali a Versailles il 5 maggio 1789

Questo studio ponderoso pone al centro almeno quattro aspetti principali. In primo luogo la visione di Popkin si distende sull’Europa e sulle colonie. La politica internazionale, le colonie e la storia dello schiavismo svolsero un ruolo importante sulla vicenda della Rivoluzione: “La Francia”, fa notare giustamente l’A., “divenne il primo paese europeo a considerare i suoi territori d’oltremare come parte integrante della nazione. Il prezzo da pagare, però, era la palese contraddizione che in tal modo si veniva a creare tra i principi di libertà da una parte e la cruda realtà della schiavitù dall’altra” (p. 146). Una contraddizione che per molto tempo gran parte dei rivoluzionari decisero di sorvolare. Per mantenere il controllo delle colonie e la schiavitù come sistema di produzione si aggrapparono a giustificazioni razzistiche, poi cedettero con riluttanza il diritto di voto a una ristretta minoranza di meticci e infine abolirono la schiavitù dopo rivolte nelle colonie.

la Bastiglia

La Rivoluzione al femminile

In secondo luogo, il corso degli eventi viene filtrato anche attraverso lo sguardo delle donne, escluse dalla vita politica attiva. Il ruolo fondamentale delle donne nella presa della Bastiglia, nei tumulti dovuti al caroviveri e nel costringere i deputati ad occuparsi concretamente dei problemi alimentari delle classi popolari (pp. 205 ssgg.), è riconosciuta da tempo dalla storiografia. Popkin non si limita semplicemente a riproporre questi aspetti. A fianco delle protagoniste più celebri che – sia pure spesso indirettamente tramite i loro uomini – esercitarono un’influenza importante sugli eventi, l’A. ripesca borghesi e popolane spesso semisconosciute e mostra la radicata misoginia di gran parte dei rivoluzionari. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino riguardava l’uomo, per l’appunto, non le donne: “la questione dei diritti delle donne non fu mai sollevata nel corso dei dibattiti” (p. 195). Le donne avanzarono richieste precise in materia di diritti e di partecipazione politica, ma spesso vennero semplicemente ignorate. L’ipocrisia maschile fu bersaglio del sarcasmo di una delle future icone del femminismo, Olympe de Gouges la quale fece notare che le donne erano libere di salire sulla forca, ma non su una tribuna (p. 298).

In realtà non tutti i patrioti erano misogini. L’approvazione della legge che legalizzava e garantiva il divorzio (20 settembre 1792) fu voluta da uomini che la ritennero indispensabile per non contraddire i princìpi della Rivoluzione: le donne ebbero allora la possibilità di liberarsi di mariti violenti o di porre fine a relazioni che non intendevano continuare (pp. 346-47). Naturalmente non segnò la fine di atteggiamenti misogini, ma fu una conquista decisiva.

L’opinione pubblica

La Rivoluzione francese portò alla ribalta sulla scena della storia un nuovo soggetto; un soggetto indistinto, multiforme, magmatico, capace di esercitare un’enorme influenza sugli eventi e a sua volta influenzabile: l’opinione pubblica. Le migliaia di chaiers de doléances redatti per gli Stati Generali, di fatto “sono da intendersi come una straordinaria inchiesta sulla opinione pubblica” (p. 123). La sua formazione era in atto già da prima, lungo il secolo, ma la sua crescita era modesta essendo limitata al teatro e a circoli che escludevano la gran parte delle classi popolari. Fu la Rivoluzione a imprimerle un’accelerazione e un’espansione decisive. Uomini dotati di fiuto verso i desideri e le aspirazioni delle masse come Brissot, Desmoulin, Marat e altri ancora divennero personalità influenti soprattutto grazie alla stampa, ai pamphlets e ai proclami che, soprattutto dopo la presa della Bastiglia, venivano sfornati a getto continuo anche grazie all’abolizione della censura. La Rivoluzione inondò la Francia opuscoli, corrispondenze, pamplhet e giornali. Imprenditori intelligenti come Panckouque non si fecero sfuggire l’occasione di farne una fonte di guadagno stampandoli e diffondendoli (pp. 212 ssg.).

La figura che più di ogni altra dimostra la possibilità di utilizzare la stampa per accumulare influenza e potere politico è forse quella dell’inquietante “amico del popolo” Marat, eletto deputato alla Convenzione e poi uscito indenne da un processo intentatogli dai girondini proprio grazie al prestigio e alla popolarità raggiunta grazie al suo giornale che gli aveva procurato una enorme schiera di sostenitori fedeli e decisi a proteggerlo o a vendicarlo (p. 386).

Boilly: Il trionfo di Marat
Boilly: Il trionfo di Marat

Popkin dimostra comunque che la stampa può facilmente trasformarsi in un’arma a doppio taglio a seconda del mutare delle situazioni. Con il radicalizzarsi dello scontro politico tra i gruppi e le fazioni – un processo che si sviluppò e si acuì fino al Terrore e alla caduta di Robespierre – quanto scritto in una fase precedente poteva trasformarsi per alcuni da azione benemerita in atto d’accusa. La parabola di Brissot, autorevole ma meno capace di altri nel procurarsi una base di massa attraverso la stampa, ne è una prova eloquente.

Considerata nel suo insieme, la Rivoluzione francese fu una gigantesca scuola di cultura politica; un apprendistato esaltante, burrascoso e non di rado violento oppure sconcertante e avvilente – a seconda dei punti di vista. Il dato centrale è che con la Rivoluzione francese i politici e tutti coloro che dirigevano la cosa pubblica non furono più al di sopra delle parti: adesso “una folla inferocita sarebbe potuta intervenire in qualsiasi momento, e in maniera decisiva, sui giochi politici” (p. 215).

Mort de la princesse de Lamballe, 3 septembre 1792

L’A. riporta molti esempi: la pressione dell’irrequieto Fauburg Saint Antoine, abitato per lo più da artigiani e che fu tra i protagonisti della presa della Bastiglia – che si trovava a due passi -, fu tale che costrinse la Convenzione ad approvare “una misura per fissare il prezzo massimo del grano” e poi a calmierare il prezzo del pane, provvedimenti che obbligavano ad “abbandonare quei princìpi economici che per tanti deputati – girondini e montagnardi – erano dei veri e propri articoli di fede” (p. 390).

La Rivoluzione francese pose sul tappeto questioni che sarebbero divenute centrali nel rapporto tra le classi. Pose sul tappeto il problema dell’assistenza sociale agli strati marginali della società e degli inabili al lavoro e la questione del diritto di voto. – “la Francia rivoluzionaria divenne […] il primo paese del mondo ad adottare il suffragio universale maschile” (p. 332).

Borghesia e popolo

Ora, la soluzione democratica dell’insieme di questi problemi – abolizione della schiavitù, divorzio, assistenza sociale, diritto di voto – non furono concessioni e nemmeno conquiste ottenute per tappe progressive. Furono traguardi raggiunti tramite conflitti, scontri tra fazioni, sommosse. La storia della Rivoluzione francese mostra un andamento simile a quello di un pendolo: a un certo punto un gruppo sociale si ritiene soddisfatto dei risultati ottenuti; altri invece no e spingono il moto rivoluzionario in avanti per raggiungere risultati più avanzati. Una volta ottenuti, questi gruppi mirano a spegnere la rivoluzione in corso e a stabilizzare l’esistente. Ma altre fazioni non si ritengono appagate e il moto riprende. Questo fenomeno produsse rivalità e scontri e alzò la febbre della competizione per la gestione del potere – non a caso i termini “destra” e “sinistra” nascono proprio nel corso della rivoluzione. L’A. mostra che le differenze teoriche e programmatiche tra girondini e montagnardi erano minime e comunque non insormontabili. A scatenare la guerra tra i due gruppi fu l’occupazione del potere.

Non a caso il libro di apre con una annotazione di Saint-Just: “la forza delle cose ci conduce forse a risultati ai quali non avevamo pensato”. Affermazione che attesta la forza di inerzia della rivoluzione una volta che si è messa in moto, ma che esprime anche il problema decisivo: quando fermarsi?

Nel corso della trattazione l’A. mostra in modo magistrale le varie posizioni. La borghesia poteva dirsi soddisfatta dopo l’abolizione dei diritti feudali della memorabile notte del 4 agosto 1789; ma la stessa cosa non potevano dirla i contadini poveri, né il “popolo” delle città. Uno dei meriti del libro è quello di mostrare la vaghezza di queste definizioni. I sanculotti non erano affatto tutti poveri e poverissimi come vorrebbe la definizione classica. Molti erano artigiani o bottegai o piccoli possidenti e non mancavano di una qualche istruzione (p. 304): sanculotto era Jacques Louis Ménétra, di professione vetraio, buontempone, donnaiolo incallito e con un talento innato per zuffe, tumulti e guai, ma anche capace di procurarsi incarichi e allacciare relazioni politiche. Le sottili argomentazioni di Sieyès nel dividere la popolazione tra “cittadini attivi” (con diritto di voto) e “passivi” (esclusi), o quelle chiaramente opportunistiche di Barnave che voleva escludere dal diritto di voto contadini e artigiani – “per tanta gente la sicurezza è più importante della libertà” (cit. a p. 293) – potevano rassicurare molti borghesi, ma non non potevano non fare inferocire contadini e artigiani. Questi ultimi avevano più di un motivo valido per diffidare delle intenzioni di molti deputati: molti contadini avevano sperato di poter comprare la terra sottratta alla Chiesa, invece fu oggetto di lottizzazioni al di fuori della loro portata. (pp. 308-309). Nei confronti degli artigiani la Guardia Nazionale e il sindaco di Parigi Bailly non erano andati per il sottile quando al Campo di Marte avevano tentato di mettere fuori gioco i radicali (pp. 289-290).

Il fatto è che l’intero processo rivoluzionario aveva fatto “entrare nella storia” questi ceti e una volta che essi si sentirono soggetti attivi nel corso degli eventi divenne estremamente difficile accantonarli nuovamente. I contadini potevano essere analfabeti e superstiziosi, ma dimostrarono di sapere perfettamente cosa fare per tutelare quelli che ritenevano loro diritti (p. 173). Prima di diventare un rivoluzionario Babeuf lo capì immediatamente sulla propria pelle dato che la distruzione dei documenti signorili che attestavano i diritti feudali lo lasciò senza lavoro (p. 181).

È questo processo che aiuta a capire gli eccessi della rivoluzione. Il timore di venire emarginati, provocò la furiosa reazione dei sanculotti con i massacri di settembre: non a caso si macchiarono di omicidi politici, non di delitti generalizzati. Un elemento altrettanto centrale riguarda un aspetto che da allora sarebbe diventato tipico delle rivoluzioni a venire: la capacità di “folgorare” gli animi, di infiammarli al punto di renderli totalmente dediti alla causa, di generare passioni travolgenti e divoranti. Lo dimostrano il percorso di Babeuf ma ancor più quello del giovane studente Jean Marie Goujon: un “puro”, un idealista e “un rivoluzionario modello” (p. 105), che rimase fedele agli ideali repubblicani anche dopo la caduta di Robespierre. Venne incarcerato per aver preso le difese degli insorti del 20 maggio 1795 quando il popolo in armi invase la Convenzione al grido di “pane e Costituzione del 1793”. Condannato a morte, Goujon si suicidò per restare fedele al suo giuramento di difendere la Costituzione dell’anno I (pp. 558-560).

Demanchy Pierre Antoine: Una esecuzione capitale
Demanchy Pierre Antoine: Una esecuzione capitale
Conclusioni

Il titolo – un nuovo mondo inizia – non è rivolto al passato, alla rottura epocale provocata dalla Rivoluzione, ma all’oggi. Tutti gli storici di valore, qualunque periodo studino, lavorano sotto la pressione dei problemi del proprio tempo. Da questo punto di vista mi pare evidente che l’intento di Popkin sia quello di mostrare che i princìpi e i valori nati dalla Rivoluzione non sono al sicuro.

Non lo furono nemmeno all’epoca: con l’arrivo di Napoleone il divorzio fu abolito, la schiavitù reintrodotta, la libertà di stampa limitata (Babeuf fu condannato a morte per aver violato la legge sulla stampa del 1796, p. 563). La parabola stessa della rivoluzione che a un certo punto divenne democratica – e, per alcuni aspetti, con Robespierre che si scaglia contro la distinzione tra cittadini “attivi” e “passivi” pose la “posizione di fondo della moderna democrazia” (p. 216) – ma che poi sfocia in una dittatura, lo dimostra. Una volta imboccata la via della guerra, era prevedibile che i militari e l’esercito avrebbero accumulato un potere sempre maggiore e in effetti, alla fine, si verificò proprio questo.

Certo, si può sostenere anche il contrario, e cioè che queste conquiste furono accantonate – anche per lungo tempo – ma poi ripresero il loro cammino (e infatti l’ultimo capitolo si spinge fino alla sconfitta della rivoluzione del 1848). Ma oggi queste conquiste sono messe in discussione e assediate da più parti; si ripresenta un populismo informe e rancoroso facile da strumentalizzare; l’emancipazione di genere e di razza è sotto ai nostri occhi ma non trova sbocchi soddisfacenti.

David, Jacques-LouisFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1942 18 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010066398 – https://collections.louvre.fr/CGU

Sia chiaro, in questo libro magistrale anche grazie a una penna sensibile (merito anche del traduttore Alessandro Manna), Popkin non invita affatto a una rivoluzione. Fa ciò che deve fare uno storico: mostrare e spiegare che i processi di emancipazione non sono mai facili e che le loro conquiste cadono facilmente se non custodite e difese.

Moltissimi aspetti restano fuori da queste mie note, ma mi premeva mettere in risalto quelli che mi sembrano gli aspetti centrali, fondamentali del libro e su cui vale la pena riflettere.

Buona lettura.

Le immagini sono tratte da:


Recensione. Paolo Nencini: La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia

Un titolo del genere non poteva non attirare la mia attenzione. La minaccia stupefacente, titolo bellissimo e accattivante quello scelto da Paolo Nencini per un libro unico nel suo genere – almeno in Italia, dove gli storici si sono occupati poco della storia delle droghe. Col sottotitolo – Storia politica della droga in Italia – invece, Nencini ha voluto dar prova di modestia. Questo libro è molto di più di una storia politica: l’uso delle droghe può essere una lente di ingrandimento per indagare la storia delle classi sociali, la storia sociale tout court, ma anche storia della medicina e dell’industria farmaceutica, dei movimenti giovanili, una storia comparata e anche una storia giuridica.

Quando?

In un film di grande successo, “Romanzo criminale” c’è una scena in cui la banda festeggia contando una marea di soldi, i proventi del traffico di eroina. Del resto, basta sfogliare le pagine dei quotidiani dalla fine degli anni Settanta fino ad almeno la metà del decennio successivo per farsi un’idea della diffusione delle sostanze stupefacenti nel nostro paese. Ma quand’è che in Italia la droga è diventata un problema sociale?

In Italia gli inizi sono molto diversi da quelli di altri paesi europei, Francia e Gran Bretagna soprattutto. In questi due paesi, dove la Rivoluzione industriale si è innescata prima che altrove, l’uso o l’abuso di sostanze psicotrope se non imponente è però già visibile dalla seconda metà dell’800. Indubbiamente si tratta di minoranze: artisti, soprattutto in Francia o, meglio, a Parigi; ma anche borghesi annoiati e curiosi di provare nuove sensazioni. In Gran Bretagna però, nelle bettole frequentate dagli operai da tempo il gin ha soppiantato la birra e le bevande alcoliche a gradazione più bassa. Le descrizioni della Manchester di Engels sono eloquenti: l’alcolismo è già non soltanto indice di alienazione del lavoro, ma problema sociale diffuso e non soltanto nella classe operaia (su alcuni di questi aspetti si veda Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Édouard Manet (1832-1883), Le buveur d’absinthe, 1867 – 1868

E in Italia? In Italia fenomeno del consumo di droghe non c’è o resta limitatissimo fin dopo la prima guerra mondiale. Al contrario di quanto accadeva in Inghilterra, dove il consumo di pillole di oppio era notevole anche nei ceti popolari e nella classe operaia, gli italiani si dimostravano immuni da questi vizi. Nemmeno le circoscritte élites intellettuali e artistiche hanno sperimentato i “paradisi artificiali” indotti dalle sostanze stupefacenti in misura paragonabile a quanto era possibile verificare in Francia e in Inghilterra.

Si tratta di una refrattarietà che può essere spiegata col provincialismo italiano non solo di tipo culturale. L’Italia rimase a lungo un paese agricolo, poco industrializzato e disseminato di piccole città spesso interdipendenti dalle campagne circostanti. La correlazione, tipica delle società industrializzate, tra poco tempo a disposizione e consumo di sostanze – alcoliche o psicotrope – capaci di garantire un effetto quasi immediato, in Italia poggia su basi troppo fragili: la percezione del tempo e l’uso del tempo sono diversi, restano ancorati al tempo delle campagne, a lavori faticosissimi ma più lenti e che escludono almeno in parte i meccanismi coercitivi dell’alienazione del lavoro di fabbrica che sottraggono tempo all’operaio esasperato da un lavoro faticoso, monotono, mal pagato e che gli ruba tempo (a Manchester i farmacisti passavano il sabato a confezionare pillole di oppio a 1 a tre grani ben sapendo che la sera le avrebbero vendute agli operai perché meno costose dell’alcol, vedi p. 33). Se questo è vero, allora non è tanto l’essere la tradizione vinicola italiana a dimostrarsi più tenace che altrove a mantenere il problema delle droghe sul versante dell’alcolismo, ma è il tempo lavorativo e sociale ad essere più adatto al consumo di vino che di oppiacei. Non a caso, la proposta di Mantegazza di importare foglie di coca dal Perù, rimasto colpito dalla resistenza fisica dei contadini peruviani dovuta alla masticazione delle foglie di quella pianta, per poi rivenderle a basso prezzo ai contadini come tonico e surrogato di un’alimentazione spesso insufficiente, non viene nemmeno presa in considerazione.

L’alcol è infatti la vera droga delle classi popolari italiane e non a caso comincia ad essere percepito come problema sociale dalle classi dirigenti italiane dall’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza all’innesco di una decisa industrializzazione in alcune zone del Paese. Sarà proprio l’alcol la “benzina” della fanteria mandata al macello in quell’immane moria che fu la prima guerra mondiale (su questo vedi anche: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918)

L’innesto involontario

Dunque l’uso di morfina, eroina e cocaina in Italia si qualifica come un fenomeno urbano e, fino al ’68, riservato alle grandi città, ma pur sempre in modo limitatissimo: Enrico Morselli, uno degli psichiatri più illustri di fine Ottocento, riferiva che pur lavorando tra Genova e Torino “dove la vita moderna ferve in tutta la sua intensità […] il cocainismo e lo stesso morfinismo sono relativamente rari” (p. 105).

Il fatto curioso è che a “sdoganare” gli oppiacei verso il basso è proprio la prima guerra mondiale e lo fa del tutto involontariamente. Le proprietà sedative della morfina e della cocaina erano conosciute da tempo ed è per placare in breve tempo i dolori provocati dalle ferite che i medici, abbondando nei dosaggi, creano di fatto delle schiere di probabili tossicodipendenti (pp. 208 ssgg.).

Ma anche tenendo conto di questa situazione del tutto contingente l’uso di queste sostanze resta estremamente limitato ai frequentatori di café-chantant, al mondo più o meno promiscuo di gente dello spettacolo, di certi caffé, di pochi che hanno preso il vizio a Parigi. Le non molte statistiche stilate dai medici confermano la marginalità del fenomeno (capitolo VI, in particolare, pp. 197 e ssgg).

Nondimeno esiste. Antonio Gramsci, osservatore acutissimo del suo tempo, lo osserva e lo denuncia a Torino; viene segnalato a Firenze (che tradizionalmente ospita nutrite colonie di turisti stranieri, vedi: Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità) e a Roma. Un romanzetto da quattro soldi, “Cocaina”, del più che ambiguo Pittigrilli, pur non avendo alcun valore letterario coglie però una curiosità pruriginosa abbastanza diffusa nella borghesia cittadina, un voler guardare dal buco della serratura un mondo e un vizio semisconosciuto ma sensibile e ricettivo e che può o vorrebbe trasformarsi in consumatrice (p. 222).

L’esperienza di Fiume, guidata da D’Annunzio che è cocainomane, la estende ulteriormente e un’altra ondata si registra con l’emergere dello squadrismo: nelle squadracce fasciste la cocaina gira e, noto en passant, può avere avuto un peso tutto da valutare nel reclutamento di gente disposta a tutto pur di trovare i soldi per drogarsi.

Tuttavia l’uso di oppiacei continua a restare faccenda di pochi italiani. A lungo manca una legislazione in proposito (arriverà soltanto nel 1923) e l’importanza del ruolo e della posizione italiana a livello internazionale nel contrasto al traffico di droga non è dovuto al consumo interno ma alla posizione geografica del Paese che, stendendosi nel cuore del Mediterraneo, si trova al centro dei traffici. Hascish e cocaina girano nei porti italiani, ma non sbarcano; fanno tappa e finiscono altrove.

Ecco allora due primi fenomeni importanti. Il primo riguarda il consumo di droghe come metro di misura per seguire il processo di modernizzazione del Paese. Con una battuta Eric Hobsbawm disse una volta che l’Italia era passata dal Medio Evo direttamente alla modernità. Scherzava ma, pur non facendo centro, il bersaglio lo colpiva. L’Italia è rimasto un paese sostanzialmente agricolo fino a pochi decenni fa. Se si rapporta questa battuta al fenomeno della droga, si direbbe azzeccata. Ancora alla metà degli anni Cinquanta, un fine intellettuale come Oreste del Buono affermava che, per quanto riguarda la droga, “è il vizio in sé per sé che non viene preso in considerazione” (cit. a p. 296). Insomma, agli italiani della metà del secolo scorso il fenomeno della droga non interessa.

Il secondo aspetto interessa le reazioni di fronte a questo problema. Fin quando il consumo di sostanze stupefacenti riguarda cerchie ristrette, il fenomeno viene sostanzialmente tollerato; una volta che inizia a diffondersi, medici, osservatori sociali, istituzioni di beneficenza e simili iniziano ad occuparsene e a segnalarlo fino ad interessare l’opinione pubblica. A questo punto, dopo che il tema è divenuto di dominio pubblico, allora lo Stato interviene con una legislazione in proposito.

Sono tappe che l’A. illustra molto bene con dovizia di particolari e precisione. In Francia – dove tra l’altro tra i primi cocainomani si contano proprio alcuni medici – le riviste di medicina e di psichiatria pullulano di saggi e segnalazioni; in Italia la stessa identica dinamica la si osserva soprattutto per quanto riguarda l’alcol. Il fatto che una legge sul consumo di stupefacenti arrivi tardi connota ulteriormente la particolarità del nostro Paese.

Se la comparazione dell’Italia con gli altri stati serve all’A. per stagliare la particolarità del caso italiano, il libro è anche un lungo viaggio nella società e nella storia di altri paesi (in particolare i capitoli 1 e 3 ma non solo) e, allo stesso tempo una miniera di informazioni e di spunti per approfondire temi quali le case farmaceutiche o la pubblicità su riviste scientifiche e giornali ad ampia tiratura.

Una chiusura consapevole

Nencini chiude la sua ricerca alla fine degli anni Sessanta. Consapevoli del fatto che tempo storico e tempo cronologico non combaciano quasi mai, gli studiosi hanno difficoltà a trovare la “data giusta” per chiudere un’opera. La scelta di Nencini è però dettata da un senso profondo del tempo storico. L’A. sa che dai primi anni Sessanta del secolo scorso il Paese entra in una fase di cambiamento sempre più veloce e convulsa; il paese contadino, “lento”, tradizionalista anche nei vizi entra in dissoluzione. Si affacciano nuovi problemi e nuovi protagonisti: i giovani irrompono sulla scena con la musica, coi viaggi, con le mode, col ’68, diventano perfino un settore del mercato; le campagne iniziano a svuotarsi; le città operaie del Nord fagocitano mano d’opera. Eroina e cocaina diventano vizi diffusi, ma bisogna capire perché. Come mai un Paese che a lungo è rimasto indifferente all’uso generalizzato di droghe a un certo punto della sua storia le accoglie? Questa è la domanda sottaciuta dell’A. E a questo punto, di fronte a questo problema storiografico e sociologico enorme – credo – la consapevolezza dell’A. di doversi inoltrare su terreni quasi inesplorati e difficili, si ferma. Nencini non si accontenta di generalizzazioni – il “riflusso”, “i giovani”… – e banalizzazioni – “l’uso di droghe c’è sempre stato”…

A mio parere è una decisione meritoria, che testimonia una consapevolezza della storia e del ruolo di chi la studia rara nei non specialisti, e una serietà metodologica e scientifica che trapela in tutto il libro. Nencini ha frugato ovunque: letteratura scientifica, storica e fonti letterarie e archivistiche compongono un imponente apparato di note.

L’unico difetto di questo libro veramente bello e importante è la mancanza di un indice dei nomi. Per il resto siamo di fronte a un’opera che meriterebbe davvero un’ampissima diffusione.

Buona lettura.

[PS. Sono “debitore” a questo libro per avermi ispirato un saggio basato su fonti psichiatriche e manicomiali: Droghe di guerra. L’ambiguo uso degli oppiacei dalle trincee al primo dopoguerra, in Carlo De Maria (a cura di), Dalla fine della Guerra alla nascita del fascismo. Un punto di vista regionale sulla crisi del primo dopoguerra (Emilia-Romagna 1918-1920), pp. 267-277)].


L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 Terza parte

Gli studi sulle Esposizioni universali costituiscono un’ottima prospettiva per lo studio più generale della Rivoluzione industriale. Molte delle opere coeve ad esse dedicate sono scritte da ingegneri, industriali, studiosi di economia. I lavori degli specialisti sono interessantissimi, ma non è questo il taglio degli articoli che dedico all’Esposizione Universale del 1867.

Né sono questi gli argomenti che vado cercando. Anche se la storiografia ha lavorato moltissimo su questi aspetti, a me interessa cercare di capire l’impatto di queste colossali manifestazioni sul pubblico e le informazioni indirette che possono fornire a un livello più generale, di società, di composizione, convivenza e osmosi tra le classi. Le pubblicazioni ad ampia tiratura sull’Esposizione offrono molti sentieri da percorrere. Si tratta di pubblicazioni settimanali, di poche pagine e ampiamente illustrate, che si prefiggono i compito fornire informazioni su quanto accade nel Campo di Marte, ma anche, allo stesso, tempo, di invogliare il lettore a visitare l’Esposizione o a tornarvi. Per esempio, nel secondo articolo (L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)) ho fatto cenno all’impressione che destò un macchinario che impacchettava le tavolette di cioccolata. In un articolo successivo il lettore viene informato che “l’industria cioccolatiera parigina produce 24.000.000 di pezzi l’anno” e che si estenderà perché il cioccolato ha saputo conquistarsi uno spazio non trascurabile nel gusto alimentare dei parigini.

Tracce di percorsi

Dunque, indirettamente, il giornalista ci informa che il cioccolato ha cessato di essere un alimento ristretto all’ambito nobiliare come un tempo (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari) e sta conquistando i gusti e il favore della borghesia. Del resto, la produzione in serie della macchina di Devink, che sforna 20 tavolette già impacchettate alla volta, lo dimostra. È un’evoluzione, un trapasso che può essere indagato non soltanto per quanto riguarda il cibo.

Il nome dell’industriale ci dice qualcos’altro. Secondo il giornalista, Monsieur Devink esporta cioccolata in tutta la Francia e anche all’estero. Incarna alla perfezione il ruolo del Selph-made-man, dell’uomo che ha accumulato ricchezze e rispettabilità grazie al duro lavoro, all’intelligenza e all’intraprendenza. “I suoi operai sono per lui come una famiglia; la sua fabbrica è, per così dire, il loro patrimonio”, spiega dimostrando che, nonostante le pretese dell’Esposizione, siamo ancora all’interno di una robusta concezione paternalistica della produzione e della fabbrica. A sioli quattro anni dalla Comune di Parigi (la prima sollevazione del proletariato contro la borghesia) si continua a proporre l’idea del rapporto con la forza lavoro come un patto pacificato, privo di attriti e condiviso.


Il gusto tra standardizzazione e elitarismo

Disponiamo di molti altri indizi per metterci sulle tracce dei mutamenti del gusto. Restando in cucina, sappiamo che l’arredamento di quello che per lunghissimo tempo è stato – e nelle campagne continua ad essere – il luogo di sociabilità principale della casa, è iniziato a mutare poco prima della Rivoluzione del 1789. Ad esempio, l’acquisto quotidiano del pane ha segnato il declino inarrestabile delle madie dove si conservava la farina; allo stesso modo, l’uso del baule comincia a diradarsi da quell’epoca a vantaggio di una maggiore varietà di utensili.

Una maggior varietà di attrezzi da cucina indica mutamenti profondi. Pochi decenni dopo la Rivoluzione le donne cucinano in piedi, sulla stufa, e non più curve sul camino: anche il calore disponibile nella casa – più diffuso nell’ambiente, non soltanto più a ridosso del camino – contribuisce a modificare gli spazi e gli usi.

Ma una varietà più ampia di attrezzi significa anche una maggior disponibilità degli stessi e quindi, in un processo che di dipana nel tempo, una standardizzazione nella produzione. Senonché per ogni ceto è importante rimarcare le distanze rispetto a quelli inferiori. . Naturalmente hanno una qualche pretesa estetica: un espositore venuto dalla Mosella mostra “nella fabbricazione delle sue ceramiche tanta cura quanto quella degli artisti nella lavorazione dei vasi di arenaria”; un altro, in questo caso parigino, “ha messo a punto procedure ingegnose ed economiche per applicare l’oro e l’argento” nella bordatura dei piatti; altri espositori “hanno porcellane opache di una grande bianchezza, la cui copertura traslucida si distingue per la sua solidità”. È questo il punto: le stoviglie prodotte per le classi popolari sono robuste, resistenti, possono essere usate a lungo. Tra queste queste ceramiche e le faïance della ricca borghesia c’è la stessa differenza che passa tra un robuste homme du peuple [et] un fils de bonne maison.

Nell’arte di produrre vasellame a basso costo l’Italia si difende bene. “Ottime e solide” pentole, ciotole, padelle, brocche e zuppiere sono quelle che provengono da Pistoia, Lodi, Arezzo, Albisola Marina e soprattutto dalla provincia di Macerata. I francesi hanno qualcosa da imparare in quest’ambito da italiani, ma anche austriaci ed egiziani, dato che non hanno ancora risolto completamente il problema di disporre di una ceramica adatta alla cottura.

Ma quello della cucina è solo uno degli aspetti da indagare per misurare, anche se in modo approssimativo le distanze, l’imitazione e le commistioni tra le classi.

Per il momento restano esclusi molti altri oggetti e accessori: tessuti, vestiti, mobili, cristalleria e altro ancora. Del resto, anche se gli articoli sono suddivisi in categorie, all’Esposizione tutto si mescola sotto lo sguardo dei visitatori. E esattamente come loro, avremo modo di osservare (sognare?) oggetti preziosi, di lusso, disponibili per pochi o per pochissimi, oppure di toglierci qualche sfizio alla portata di tasche meno tintinnati di quattrini.

P.S: cliccando sulle immagini si viene indirizzati ai testi consultati.