Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza

Un classico della storiografia dell’alimentazione tra tavole imbandite, mercati, campi, boschi, città scorpacciate, bevute e paura della fame.

Fame e abbondanza, due facce della stessa medaglia? “Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane”… siamo sempre lì: tavole imbandite con ogni ben di Dio (per pochi) da una una parte, piatti semi vuoti e di cibo povero (per i più) dall’altra.

Tra questi due poli – la fame e l’abbondanza – Montanari tiene conto di un’ampia gamma di fattori. La storia da lui scritta è molto più di una storia dell’alimentazione in Europa. È la storia di incontri/scontri tra culture diverse: la cucina mediterranea che ruota attorno al pane, all’olio e al vino che si scontra con quella dei barbari, che introducono carne – il maiale – lardo e strutto. Si apre uno scontro che ha nel cibo lo specchio dei propri valori. La carne si impone (forse sarebbe meglio dire si intreccia) come simbolo di popoli guerrieri: il consumo di carne, la voracità e l’appetito più che robusto dei re e dei capi dei barbari è simbolo di forza, audacia, abilità nel combattere: chi non si mostra gran mangiatore non è degno di comandare (lo imparò a sue spese il duca di Spoleto che non fu eletto re perché parco nel mangiare – p. 32). È anche il segno di un rapporto diretto tra capo e popolo e cioè di una società poco stratificata.

Il cibo però è una trasformazione: prima di finire in tavola è un prodotto che dev’essere coltivato, allevato, raccolto o cacciato. E allora la storia dell’alimentazione diventa storia economica, storia dell’evoluzione della produzione agricola, di mercati, di prezzi e dell’economia in generale. Montanari mostra con grande efficacia queste evoluzioni. Lo scontro cambia attori in campi coltivati e boschi. I primi si dilatano a scapito dei secondi quando si tratta di dover fronteggiare periodi più o meno lunghi di carestia; i secondi si restringono anche per quanto riguarda la possibilità di essere sfruttati dalla popolazione, dato che attraverso varie tappe finiscono nelle mani dei signori e delle città. Nei campi, con lentezza, mutano le coltivazioni: in tempi di carestia – e sono i più numerosi – le coltivazioni che danno più più resa si ampliano. Di solito sono cereali inferiori, i cui prodotti sono meno gustosi e nutrienti. Allora anche il pane si diversifica: pane bianco, pane “nero” (composto di mille ingredienti), pane per ricchi e benestanti e pane per i ceti popolari e per i poveri.

Signori e città: signori e contadini, città e campagna. Lo scenario si arricchisce di nuovi protagonisti. I primi arroccati entro le mura, timorosi delle pressioni dei secondi che nei periodi di crisi mirano ad entrarvi e ben decisi a difendere i propri privilegi; i secondi impegnati a cavarsela come possono a seconda delle congiunture e delle trasformazioni economiche: meglio dei cittadini in qualche caso, quando in tempo di carestia le città restano sguarnite di rifornimenti mentre nelle campagne qualcosa si racimola; peggio – quasi sempre molto peggio – quando nuove colture si affermano ma la produzione finisce nelle mani dei proprietari terrieri. Allora la loro dieta di restringe paurosamente: la carne sparisce dalle loro tavole e la dieta diventa monotona con mais, patate e pani “duri” impastati di cereali minori a dettare legge e riempire (ma non nutrire) stomaci affamati.

C’è anche il tempo dell’abbondanza che viene dopo le carestie: Quattrocento e prima metà del Cinquecento sono secoli di “abbondanza”. In un’Europa decimata dalle carestie e dalla peste per i superstiti prende l’avvio un lungo periodo di disponibilità di carne e di cibo in generale (non senza sprechi).

In quei secoli cambiano molte cose attorno al cibo. Se la società si stratifica, le dispute tra città e tra stati non vengono più risolte con l’uso immediato delle armi. La diplomazia riveste un ruolo importante. Anche il modo di presentare il cibo cambia. Attorno alla tavola nasce una scenografia che ha al centro la “rappresentazione” del cibo. Rappresentazione che diventa anche ostentazione. Il potere non si mostra più attraverso un appetito vorace, ma con la disponibilità di cibo. Le portate si moltiplicano per mostrare la possibilità di scegliere e quindi per marcare nettamente le distinzioni di classe.

Sulla scena fanno il loro ingresso nuovi gusti. Nel corso del medioevo era il costo proibitivo delle spezie a indicare la ricchezza di chi le ostentava. Ma le spezie imprimono sapori forti. Con l’età moderna comincia a prendere piede un gusto più tenue e delicato; il burro rende più dense e meno forti le salse. Vi sono anche nuovi sapori. Zucchero, cioccolata, caffè, thé soppiantano la concorrenza del miele, del vino e della birra.

Il loro arrivo indica mutamenti profondi nella sfera economica. Dietro al linguaggio religioso, nello scontro tra “Riforma” e “Controriforma” c’è una divisione continentale non soltanto geografica e religiosa, ma c’è il nascere e il progressivo irrobustirsi del capitalismo moderno: caffè e thé sono bevande eccitanti che stimolano la veglia mantenendo il cervello sveglio e pronto. Hanno la meglio sul vino e sulla birra che intorpidendo intralciano il lavoro e quindi la produzione. (Su questi temi vedi anche Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Così come era capitato almeno in parte per le spezie anche queste sostanze erano appartenute al mondo della medicina. E i medici – assieme agli intellettuali – giocano un ruolo centrale nel “giustificare” scelte alimentari: accade per il mais e la patata (destinati a diventare per un lungo periodo consumo esclusivo di larghe fasce di popolazione) e per sottolineare differenze di classe tra gli stomaci delicati dei ricchi e quelli dei poveri, abituati ad alimenti più rozzi.

Storia dell’alimentazione come storia culturale dunque: idee e religione. Ancora una volta c’è uno scontro tra carne e pesce, tra giorni di “grasso” e giorni “di magro”. Montanari ci porta nei conventi e alla mensa degli uomini di Chiesa: il pesce, inizialmente separato e in opposizione alla carne, diventa a poco a poco accettabile come cibo per i giorni di “magro” e alla fine di un lungo, frastagliato percorso, si instaura una sorta di convivenza. L’astinenza dal consumo di carne ha una connotazione religiosa e, con l’Illuminismo, filosofica e culturale – almeno per ristrette élites.

Montanari ci segnala il dipanarsi di questi percorsi anche avvalendosi di numerosi ricettari e libri di cucina. Sono indicazioni preziose che ci aiutano a comprendere il fatto solo apparentemente scontato che la preparazione del cibo è lo specchio non solo dell’abilità di chi lo prepara, ma di epoche e contesti.

La fame e l’abbondanza è un libro “gustoso” che giustamente è diventato un classico nel suo genere. Buona lettura.

La collana “Utopie” della Fondazione Feltrinelli

Oltre 60 testi nella collana Utopie della Fondazione Feltrinelli che spaziano moltissimi argomenti tra presente e passato.

Le attività della Fondazione Feltrinelli sono molteplici. Abbiamo incontrato l’articolato progetto sul Risorgimento del quale ho presentato tre sezioni (Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parteIl Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Seconda parteIl Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Terza Parte). Coniugando il lavoro di recupero e di storia del passato a quello dell’indagine sul presente, sulla situazione attuale, la Fondazione, tra i molti progetti che ha sviluppato e sta sviluppando (e che man mano incontreremo), propone una collana di particolare interesse: “Utopie”.

Come si legge nell’introduzione alla raccolta,

Con la collana Utopie la Fondazione Feltrinelli propone “schegge” dal proprio patrimonio librario e archivistico; pensieri e percorsi di riflessione che nascono dai propri progetti di ricerca; testi di lavoro portati al tavolo dei propri seminari. Prodotti offerti gratuitamente e riferiti alle cinque aree di ricerca di Fondazione (Globalizzazione e sostenibilità; Città e cittadinanzaInnovazione PoliticaFuturo del LavoroHistory Box).

Utopie potrebbe dunque definirsi una miscellanea nella quale vengono affrontati e discussi i grandi temi che travagliano il nostro presente: la democrazia, il lavoro, le masse, i giovani, il rapporto tra le generazioni, il cibo e il problema alimentare, la cultura, le imprese, le donne, la città… una buona parte di questi lavori sono incentrati o prendono le mosse dal presente; ma molti altri sono di carattere più prettamente storiografico (ad esempio, le lotte operaie negli anni Settanta, La resistenza. Una storia europea, Gli artisti innovativi e la Rivoluzione d’Ottobre).

E ancora. Altri volumi raccolgono e illustrano parte del vastissimo materiale posseduto dalla Fondazione: ad esempio, David Bidussa, “I giornali del triennio democratico (1848-1851). Le raccolte della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli” oppure “Il 1848 in Italia. Monografie e opuscoli” di Puttini. Questi testi possono divenire un’ottima cornice per il grande progetto realizzato dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma sulla La Repubblica Romana del 1849 che contiene “migliaia di documenti (giornali, opuscoli, bandi e fogli volanti, manoscritti […] di difficile reperibilità e di fondamentale importanza per gli studi storici, pubblicati tra l’elezione al soglio pontificio di Pio IX e il suo definitivo ritorno a Roma”.

Non a caso “Utopie” ospita anche materiale coevo a determinati avvenimenti, come l’Inchiesta operaia di Marx, curata e contestualizzata da Riccardo Emilio Chesta, oppure “La Grande guerra europea” di Sorel, opera curata da Massimiliano Panarari e altre ancora.

Naturalmente vi è molto altro in questa collana che si compone di oltre 60 testi. Non vi resta che andare a curiosare: Fondazione Feltrinelli: collana “Utopie” . Buona navigazione

Gazzette europee del XVII secolo

Come ho cercato di mostrare, lo splendido libro di Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi., ci racconta come nel corso dell’età moderna le notizie viaggiassero in molti modi.

Una dimostrazione per così dire “pratica” di quanto Pettegree ha raccontato è offerta ora dal portale Gazettes européennes du 18e siècle, un progetto estremamente articolato. Riprendo dalla presentazione:

La stampa europea francofona dell’Ancien Régime, costituita essenzialmente da gazzette, si caratterizza per la sua vitalità, il numero di giornali creati, la sua espansione geografica molto ampia – fino alla Russia o all’Impero Ottomano con un’alta concentrazione in Germania e nei Paesi Bassi. Come mezzo per diffondere conoscenze e notizie tra le élite sociali, politiche e intellettuali in aree geografiche molto ampie e interconnesse, le gazzette svolgono un ruolo di mediazione e unificazione linguistica e culturale. Possono essere considerati come un luogo strategico per la creazione e l’affermazione di una coscienza europea all’inizio dell’era moderna, il che conferisce loro un carattere storico molto particolare.

Queste gazzette trasmettono essenzialmente informazioni politiche di carattere internazionale. La stampa in lingua francese del XVIII secolo si caratterizza per la sua dimensione europea: è anche per competere con la Gazette de France, fortemente controllata dal potere reale, che aveva un privilegio esclusivo su tutto il regno, che molte case editrici sono state create a Londra, Bruxelles, Rotterdam, Rotterdam, L’Aia, Leida, Amsterdam, Utrecht, Cleves, Colonia, Treviri, Berna e Avignone (all’epoca non francese). Questa raccolta offre quindi una notevole quantità di testi in francese, distribuiti in tutta Europa, fino a Mosca e in America, una risorsa preziosa per i ricercatori, storici e storici della  letteratura: la politica, la storia delle idee, la scienza e le arti, la nascita di forme e discorsi giornalistici….. Tutta la storia del mondo viene registrata quasi quotidianamente; lo stesso evento può essere raccontato attraverso notizie da vari luoghi, dalla vita quotidiana delle grandi città europee (e non solo, fino a Costantinopoli e San Pietroburgo), o dalle città di provincia, alle colonie, con la nascita degli stati americani, o all’Africa e all’Asia.

Purtroppo [la fruibilità] di questa ricchezza è resa difficoltosa: è molto raro poter consultare una collezione completa, poiché le copie sono spesso sparse in paesi diversi. È quindi importante fornire ai ricercatori questo prezioso strumento che permette di collegare la cultura e la storia di un’epoca con i suoi mezzi di informazione.

Al momento on line sono disponibili quattro Gazettes: la Gazette de Leyde, le Courrier d’Avignon, la Gazette de Nice e la Gazette d’Amsterdam. Ogni Gazzetta è suddivisa per annata e per mese e la navigazione risulta molto semplice e intuitiva.

I meriti del portale Gazettes européennes du 18e siècle non si arrestano qui. Oltre alle accurate introduzioni alle singole Gazettes, il sito offre ottimi dizionari riguardanti le Gazzette sparse ma censite in tutta Europa e non solo, dei giornalisti e dettagliati approfondimenti sugli editori (anche per quanto riguardo il periodo della Rivoluzione).

Abbiamo quindi la possibilità di confrontare questo materiale con gli opuscoli della Newberry French Pamphlet Collection di cui ho parlato qui: Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese

In definitiva, si qualifica strumento indispensabile per gli studiosi e gli appassionati di giornalismo e non solo. Buona navigazione: Gazettes européennes du 18e siècle

Recensione: Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.

“Che notizie ci sono?” era la prima domanda che in passato chiunque rivolgeva ai presenti quando arrivava in qualche località. Notizie, ma che cos’è precisamente una notizia? Una rivolta in qualche parte del regno per un re, prezzi in ribasso o in rialzo per un mercante, animali mostruosi che popolano luoghi esotici, un fattaccio di cronaca nera o un terremoto devastante per gli avventori di sconvenienti taverne e lupanari, la morte o l’esilio di un personaggio importante per un diplomatico… il termine “notizia” non si lascia facilmente incasellare.

Cercando una definizione accettabile Robert Darnton ha scritto che “le notizie non sono cose accadute […], bensì racconti su cose accadute”, ma allora, immediatamente, si pone il problema della veridicità e della affidabilità di questi racconti.

Ben oltre la fine del Medio Evo le notizie viaggiavano a voce, migrando di bocca in bocca: pellegrini in visita ai conventi e in giro per il mondo, marinai in sosta, “artisti” di strada, la varia congerie di mendicanti e poveracci… perfino la cultura alta delle prime università era prevalentemente orale.

Regnanti e potenti avevano bisogno di notizie certe: la trasmissione per via orale delle informazioni aumentava il rischio che queste venissero ingigantite e deformate se non stravolte. Proprio per questo motivo era la reputazione delle persone a dare credibilità alle informazioni (p. 5). C’era un secondo problema: dopo la disgregazione dell’Impero la mirabile rete stradale costruita dai Romani era caduta in sfacelo. Viaggiare era difficile, pericoloso e richiedeva molto tempo. Era un lusso che coloro che governavano il mondo o si trovavano ai gradini alti della società non poteva permettersi. Se occorrevano informazioni sicure, era necessario che arrivassero o venissero divulgate velocemente. Perciò quasi ogni regnante cercò di sviluppare le vie di comunicazione infittendo le reti stradali. Banchieri e mercanti si affidavano ad agenzie specializzate nel veicolare notizie. Roma, che oltre ad essere il faro della cristianità era anche uno dei maggiori centri di potere del mondo, si affidava ai membri della famiglia Tassis “una famiglia italiana specializzata nella comunicazione” (p. 24) che si sarebbe posta al servizio anche di altri. Banchieri come i Fugger e grossi mercanti si sarebbero costruiti reti di comunicazioni affidabili di natura quasi privata e, a volte non del tutto legale.

Da questo punto di vista la riorganizzazione di un sistema postale internazionale verificatosi nel XVII secolo è passato quasi sotto silenzio perché meno eclatante dei rivolgimenti politici o degli spettacolari progressi della rivoluzione industriale, ma si trattò dell’inizio “di una nuova era” (p. 207).

Nuova era perché accanto a questa sorta di “rivoluzione silenziosa” se ne verificò un’altra ben più appariscente: la Riforma, il “primo evento ripreso dai mezzi di informazione europei (p. 86) .

Se Lutero non finì arrostito come Jan Hus fu perché seppe profittare egregiamente dell’invenzione della stampa di Gutenberg: lo scrivere opuscoli in tedesco in formato più piccolo rispetto ai testi precedenti fece sì che i suoi sermoni venissero stampati e diffusi in quantità enormi rispetto al passato. Perciò per Roma fu impossibile fermare la marea una volta che questa si era messa in moto.

Tra Lutero e l’invenzione di Gutenberg vi fu uno scambio di favori decisamente conveniente per entrambi: la stampa permise al grande riformatore di salvare la pelle, Lutero rilanciò la stampa su larga scala: furono in parecchi gli stampatori che mantennero il lavoro grazie alla prolificità del monaco.

Gli opuscoli a sfondo religioso non erano gli unici presenti sul mercato del nord Europa. Vi era tutta una produzione di opuscoli e broadsheet riguardanti guerre, terremoti, inondazioni e fatti curiosi. Parte di questa produzione può essere considerata una forma di stampa sensazionalistica, ma, soprattutto negli Zeitung tedeschi, il loro stile restava sobrio: l’intento era quello di emulare lo stile serio e affidabile della corrispondenza privata per rassicurare il lettore sulla veridicità di quanto veniva riportato.

Opuscoli, broadsheets, ballate e pamphlet ampliavano il mercato verso le classi popolari. Il loro costo era contenuto e relativamente abbordabile per un gran numero di persone. Invece, per un certo tempo, il giornale ebbe una vita molto meno brillante: la concorrenza delle notizie manoscritte rimase forte e duratura. Occorse parecchio tempo prima che riuscissero a competere con la disposizione razionale degli eventi che si poteva trovare negli opuscoli: le notizie si accavallavano e non venivano fornite ai lettori le bussole per orientarsi nella lettura: nel parlare dell’arrivo a corte di una personalità, il fatto era raccontato in sè e per sè, nulla si sapeva su chi fosse costui e cosa fosse andato a fare di preciso

L’acquisto di opuscoli, broadsheets, avvisi, prezzari ecc. presupponeva un minimo di alfabetizzazione e di disponibilità economica. Lo sviluppo della stampa, certi aspetti della Riforma (dopo l’invenzione della stampa le indulgenze venivano vendute su moduli prestampai) e lo spostamento dei mercati e delle fiere più importanti dal Mediterraneo al Nord Europa indicano chiaramente la connessione tra economia e mercato delle notizie. Le classi popolari si informavano nei mercati cittadini, nelle taverne e nei dintorni del porto: in questi luoghi la cultura orale restò a lungo predominante. La borghesia, almeno nel caso dell’Inghilterra, trovava il proprio ambito di discussione nelle caffetterie (il thé sarebbe arrivato più tardi), luoghi di ritrovo a metà strada tra la ricreazione e lo svago e gli affari e ben fornite di bollettini, avvisi e giornali.

La formazione di un mercato editoriale è solo uno dei fenomeni che svelano l’intreccio tra economia e stampa. Una maggiore disponibilità di lettori creò la possibilità di veicolare pubblicità e incrementare gli introiti: abbonamenti e vendite, da soli, difficilmente consentivano agli stampatori di rimanere a galla. Da questo punto di vista i Paesi Bassi, con una nutrita concorrenza tra numerose testate, furono tra i più attivi (p. 234). Abbonamenti, vendite e pubblicità, ma anche sovvenzioni occulte. Fu questa la strada scelta dalla Francia e che per centocinquant’anni prima della Rivoluzione francese riuscì a impedire la formazione di un mercato veramente concorrenziale. La corte assoldò scrittori e poeti e finanziò un unico giornale autorizzato a trasmettere gli Avvisi.

La strategia di bloccare sul nascere la possibile proliferazione dei giornali ci dice qualcosa su un problema che si presentò ben presto. Un numero cospicuo di lettori implicava anche il formarsi dell’opinione pubblica. Era una faccenda i cui pericoli insiti un uomo intelligente come Palo Sarpi aveva ben presenti: i lettori si facevano idee proprie (p. 254, nota 67). Roma cercò di risolvere la questione con la creazione dell’Indice e con la censura, ma in generale Regnanti e potenti si trovarono di fronte al quesito: cosa pubblicare (o lasciare che venisse pubblicato) e cosa invece occultare?

Governanti e potenti godono di un vantaggio essenziale: hanno a disposizione una quantità di notizie molto superiore e qualitativamente più valide di quelle di cui dispongono i governati. In Inghilterra un paio di stampatori intelligenti mostrò chiaramente al governo quali fossero i vataggi di disporre di una stampa asservita(p. 245); naturalmente la questione poteva essere rovesciata per creare malcontento nella popolazione e fu ciò che il Parlamento, scontento, cercò di fare. Tranne nel caso in cui siano direttamente coinvolti, generalmente gli uomini d’affari detestano le guerre: le vie di comunicazione diventano difficili, l’arrivo di merci incerto, i prezzi oscillano ecc., ma per chi opera nel mondo dell’informazione le cose non stanno affatto così: la curiosità e la sete di notizie aumentano e gli affari possono andare a gonfie vele. Nell’Europa moderna, travagliata da conflitti intermittenti, si formò il giornalismo politico e si scoprì che non solo gli ingredienti da dover usare erano molti – censurare/pubblicizzare, rassicurare/spronare, blandire/minacciare ecc.) ma dovevano essere usati con sapienza.

I giornalisti – una professione per lungo tempo disprezzata – scoprirono ben presto il potere insito nella “libertà di stampa”. In Inghilterra un uomo spregiudicato e privo di scrupoli si faceva pagare profumatamente ricattando i politici di pubblicare notizie sconvenienti sul loro conto. Ma a consolidare la posizione dei giornalisti furono le rivoluzioni. In Francia la Rivoluzione fece letteralmente esplodere la produzione di opuscoli, pamphlet e giornali: diventare giornalisti in quel periodo poteva fruttare molto bene, ma era anche pericoloso: non pochi dei giornalisti-politici protagonisti della Rivoluzione ci rimisero la testa (nel vero senso della parola).

* * *

La periodizzazione del libro di Pettegree si chiude qui, con i primi vagiti della età contemporanea. L’A è stato capace di dipingere un quadro veramente affascinante e non di rado divertente: conventi, piazze, corti, taverne, porti, patiboli, mercati, cronaca nera, fenomeni strani, profezie, mercanti, locande… Pettegree ci guida con mano sicura nel turbolento e affascinante mondo dell’Europa dell’età moderna con un libro scritto con uno stile elegante, leggero e spumeggiante.

Se proprio vogliamo trovare dei limiti, allora potremmo dire due cose. La prima, che i tre assi portanti della narrazione – l’oralità, il manoscritto e la stampa – raramente “giocano” tra loro. Lungo la narrazione appaiono spesso come blocchi distinti e in qualche modo separati tra loro, mentre probabilmente le cose erano più complesse. Tutte e tre le forme di diffusione delle notizie coesistevano e probabilmente si intrecciavano e sovrapponevano. Forse una maggiore articolazione sarebbe stata necessaria anche all’interno di ogni blocco – una notizia udita come gossip può avere un effetto diverso dalla stessa notizia sentita da un gruppo di artisti di strada…

La seconda, che l’affermazione stessa di Pettegree secondo cui “è chiaro che molti cittadini, nonostante la proliferazione dei fogli di notizie liberamente venduti […] potevano liberamente trarre tutte le informazioni che volevano” (p. 427), non sempre era vera e stride un poco con il rilievo che la stampa viene ad assumere nel corso della trattazione.

Quelle che avanzo non sono nemmeno critiche, sono semplici osservazioni che potrebbero essere oggetto di un prossimo lavoro. Intanto godetevi questo libro davvero bello e intelligente il cui successo è meritato.

Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale

Si è concluso da poco il centenario della Grande Guerra con decine e decine di manifestazioni culturali, convegni, pubblicazioni di ogni genere. Grandi autori e opinionisti si sono mobilitati, libri non più in commercio sono stati ristampati, molti di nuovi sono stati scritti. Ne incontreremo qualcuno nelle recensioni.

Anche Internet è stato tra i protagonisti dell’evento. Non poteva non essere altrimenti, dato che oggi gli studenti la prima cosa che fanno per cercare informazioni è digitare qualcosa sui motori di ricerca. Ognuno è figlio del proprio tempo quindi non può fare nessuna meraviglia che le ultime generazioni si comportino in questo modo.

anzi, a mio modo di vedere, è un bene che siano stati realizzati progetti di grande affidabilità. Uno dei più importanti, che si avvale della partecipazione di specialisti di grande levatura è senza dubbio l’International Encyclopedia of the First World War: lo trovate a questo indirizzo: International Encyclopedia of the First World War

Frutto della collaborazione di numerose istituzioni internazionali, coordinate dalla Freie Universität di Berlino e dalla Bayerische Staatsbibliothek con il supporto tecnico della DFG-Deutsche Forschungsgemeinshaft, dopo essere stato annunciato da molto tempo è ora disponibile on line.

Il portale, che raccoglie una quantità davvero enorme di materiale, è di facile intuizione e fruibilità. E’ possibile fare ricerche per Temi, RegioniArticoliAutori e Timeline. Non mancano un Indice, naturalmente, e vengono segnalati gli ultimi articoli caricati.

Bastano quindi informazioni anche sommarie per trovare, attraverso una veloce ricerca incrociata, le informazioni che cerchiamo. Ad esempio, per trovare materiale sulla battaglia di Caporetto si può consultare l’elenco degli articoli, oppure ricercare uno dei protagonisti (Cadorna, ad esempio) o, se ne siamo a conoscenza, l’autore; è possibile sfruttare la timeline concentrandosi sull’anno, o la sezione Regioni per individuare la zona.

Siamo quindi di fronte ad un progetto di prima qualità, continuamente rinnovato e infoltito, che può essere consultato tanto per notizie e nozioni precise quanto per bibliografie aggiornate.

La presenza nelle nostre piazze di monumenti al milite ignoto è la testimonianza immediatamente riscontrabile da chiunque che la Grande Guerra è stato l’evento che più ha inciso sulla memoria di chi la visse (infatti, sebbene sia stata più devastante, mancano monumenti a ricordo della seconda, perché quando scoppiò gli uomini già sapevano che si sarebbe trattato di una tragedia immane).

una splendida collezione di poster, proveniente da vari paesi, è stata messa on line dalla Library of Congress. Oggi si tratterebbe di materiale per collezionisti, ma la Grande Guerra fu anche un grande esperimento di propaganda. vale dunque la pena osservarli bene: https://www.loc.gov/collections/world-war-i-posters/

Grande importanza viene quindi ad assumere uno dei progetti Europeana) Europeana Transcribathon 1914-1918 (Europeana Transcribathon 1914-1918) un progetto crowfounding dedicato alla trascrizione e alla conservazione di materiale inedito relativo alla prima guerra mondiale. Lo scopo è quello di creare un grande archivio digitale. Europeana 1914-1918

(https://www.europeana.eu/portal/it/collections/world-war-I) è infatti il grande portale della biblioteca digitale europea riccamente composto di sottosezioni di documenti, medaglie, manifesti, immagini, film ecc.

Europeana Transcribathon è quindi una sotto serie del più ampio progetto incentrato sulla Grande Guerra, ma che può diventare col tempo ben più di un semplice corredo. Al contrario, il materiale che potrebbe andare a costituire questo archivio digitale, potrebbe divenire facilmente un patrimonio documentario estremamente prezioso per appassionati,  studiosi e appassionati. Già da qualche tempo la storiografia ha cominciato ad occuparsi e ad utilizzare lettere, diari e fotografie come materiale di studio, ma moltissimo resta ancora da fare.

com’è noto, i traumi più gravi provocati dal conflitto si dovettero alle ferite di guerra. Uno dei portali più interessanti sull’argomento lo si deve all’iniziativa congiunta della Medical Heritage Library (medicalheritagelibrary) e dell’Università di Yale le quali hanno dato vita ad un  portale centrato sulla medicina durante la prima guerra mondiale: Medicine in World War I . (Il link al momento non è funzionante).

Come sempre quando si tratta di progetti di questo genere, gli americani risultano imbattibili. questa sorta di “mostra on line” – in realtà un vero e proprio portale – offre un ampia gamma di argomenti. Come recita l’introduzione, che ho cercato di tradurre, il portale ci guida ad osservare:

la medicina, la chirurgia e l’ assistenza infermieristica in guerra, con testi e immagini tratte dal corpus digitale del MHL. Una notevole quantità di letteratura medica e chirurgica professionale è stata prodotta anche quando il conflitto continuava a infuriare, e molti racconti personali di medici e infermieri e storie di ospedali e unità mediche dell’ esercito sono stati pubblicati anche negli anni immediatamente dopo la guerra. Una selezione di questo materiale viene incorporata nella mostra.

Il portale è suddiviso in diverse grandi categorie: malattie comuni del campo di battaglia e campi; lesioni e dispositivi protesici; nevrosi di guerra e stress; infermieristica militare; e l’ epidemia di influenza spagnola. Sono presenti anche sezioni di riferimenti bibliografici con link a voci della medicalheritagelibrary e una breve lista di altri reperti dedicati alla prima guerra mondiale e alla medicina.

Per l’Italia il progetto principale di riferimento è 14-18 Documenti e immagini sulla Grande Guerra

nato nel 2005 con l’obiettivo di creare un grande archivio di immagini di particolare interesse storico, documentario e artistico sulla Prima Guerra Mondiale riunendo virtualmente le più importanti raccolte di documenti e testimonianze di guerra costituite in Italia tra il 1915 e il 1918.

In 14-18 si trovano aggregate fonti documentarie e memorialistiche di diversa natura che testimoniano tutti gli aspetti del periodo, dalle azioni militari alla satira politica, dalle memorie personali ai canti di guerra alle dure condizioni di vita dei civili.

Matteo Banzola