Recensione. Luigi Mascilli Migliorini: Napoleone

La ricorrenza del bicentenario della morte ha offerto a molti editori di proporre nuovi studi su Napoleone. Salerno Editrice, invece, opta per una nuova edizione, accresciuta e aggiornata della splendida biografia dedicatagli da Luigi Mascilli Migliorini.

La fortuna e il genio

Le persone di talento non hanno molte difficoltà nel trovare la propria strada, e un uomo come Napoleone, che di talenti ne possedeva molti, non avrebbe fatto eccezione. Ma è fuor di dubbio che Napoleone divenne “Napoleone” grazie alla Rivoluzione francese (sulla quale rimando a Jeremy Popkin Un nuovo mondo inizia). Se non vi fosse stata, se l’Ancien régime avesse continuato a vivere, difficilmente il giovane corso avrebbe scalato fino alle vette la carriera militare. Invece la Rivoluzione spalanca le porte a questo umbratile, ambiziosissimo ragazzo che si presenta appena ventenne ad uno degli appuntamenti decisivi della storia.

Fino ad allora Bonaparte è un giovane provinciale per nascita, per cultura e per ambizioni: sogna l’indipendenza della Corsica, la selvaggia isola che gli ha dato i natali. Svanito quel sogno per il passaggio dall’altra parte della barricata della famiglia, Napoleone si trova catapultato in Francia e, quindi, in quel momento, al centro della storia europea.

Napoleone figlio della Rivoluzione o affossatore della Rivoluzione? Per Mascilli Migliorini questa sono domande mal poste e sbagliate. Napoleone è figlio della Rivoluzione in tutto e per tutto; alla Rivoluzione deve tutto, e ne sarà sempre consapevole. Comprende immediatamente la portata storica della Rivoluzione. Si rende conto – per citare il titolo di uno splendido film di Ettore Scola – che da quel clamoroso incendio sta nascendo un “mondo nuovo”: l’individuo, la società, il mondo stesso non saranno più gli stessi da quel momento in poi; la Rivoluzione è la madre della modernità, e di questo Napoleone non dubita.

Tuttavia, quel giovane caporale che vedrà schiudersi la sua carriera militare con la guerra del 1792, che in quel periodo è repubblicano e giacobino, si avvede che il potere politico è incapace di stabilizzare la Rivoluzione. La guerra, del resto, ha accresciuto il potere dei militari, ed è lì che Napoleone vede la soluzione al problema. Pur restando sempre, a suo modo, un “militare repubblicano” o, meglio, un soldato del nuovo regime uscito dal turbine rivoluzionario, egli pensa che i militari possano sobbarcarsi della missione tutta politica di far uscire la Rivoluzione dall’empasse in cui si trova e di darle la stabilità necessaria.

Il punto è che soltanto la pace può chiudere la Rivoluzione, ma proprio per questo è indispensabile che la guerra sia vinta. A partire da questo momento l’A. individua un percorso che prosegue anche con Napoleone imperatore: il modo in cui Napoleone concepisce e conduce la guerra è, a suo modo, il proseguimento della storia della Rivoluzione: anche da imperatore egli continua lo scontro tra il mondo nuovo partorito dalla Rivoluzione e il vecchio mondo delle corti europee.

Jacques Louis David Napoleon am Großen St. Bernhard
Trasformazione

L’ipotesi è suggestiva e plausibile: con la campagna d’Italia Napoleone si convince che l’esercito può rivendicare un “protagonismo autonomo” che egli stesso incarna (p. 115) e il suo ministro degli esteri, (il cinico ma dal raro talento politico Tayllerand) si sente in dovere di ricordargli che egli invece è un uomo della Rivoluzione e che le sue vittorie militari appartengono a tutti i francesi e non a lui solo (pp. 126-27). Ammonizione vana quella di Tayellarand perché di fronte alle indecisioni e alle inconcludenze del Consolato Bonaparte decide di mettere in campo proprio il “protagonismo” autonomo dei militari e sciogliere con un taglio netto il nodo irrisolto dell’uscita dalla Rivoluzione con il 18 di Brumaio.

E tuttavia Napoleone è e resta repubblicano. Non solo perché ha difeso la Costituzione dell’anno III, ma perché non militarizza la Francia (anche se questo accadrà in una certa misura molto più tardi, a partire dal 1808) e non pensa e non si muove nel senso di una restaurazione monarchica. Con una soluzione personalissima incanala la Francia verso una “Repubblica plebliscitaria” (p. 173). La definizione di Aulard (così come le osservazioni in proposito di Marx) coglie nel segno perché attraverso il plebiscito Napoleone si legittima dal basso, col consenso popolare, saltando le mediazioni della rappresentanza; così come elemento di consenso popolare è diventato anche l’esercito che si è formato nella Rivoluzione e che naturalmente, in grandissima parte, si riconosce in Bonaparte.

Consenso popolare che però non è sufficiente ad ottenere un’adesione completa della società. Ecco perché viene subito avvertita impellente la necessità di creare una nuova nobiltà, una nobiltà di stato, un’élite repubblicana che si dimostri in grado di assorbire i corpi intermedi dello Stato e, allo stesso tempo, non faccia temere una restaurazione.

Napoléon Ier sur le trône ou Sa majesté l’empereur des Français sur son trône par Ingres

Con la creazione dell’Impero il quadro si dilata e si complica perché ora al nuovo imperatore si pone il problema di trovare un modo per integrare forme statali diverse e potenzialmente concorrenti a quella francese e di come federarle. Sono gli stessi fratelli a spiegargli che non possono limitarsi semplicemente a sfruttare i loro regni; hanno comunque degli obblighi verso i loro sudditi e ci sono limiti che non possono oltrepassare (p. 181).

I fratelli fanno riferimento agli effetti controproducenti del blocco continentale imposto nel 1806; ma i problemi che questo suscita sul continente (benché la Francia, almeno per un certo periodo, ne tragga indubbiamente dei benefici), hanno a che vedere non soltanto con le difficoltà di mettere seriamente in crisi l’economia britannica, ma si intrecciano con i fermenti nazionalistici che cominciano a manifestarsi in Italia e nel frammentato mondo tedesco (si vedano, ad esempio, le considerazioni dell’A. a pp. 256 ssgg).

Nemmeno la strepitosa vittoria di Austerlitz, capolavoro indiscusso del genio militare napoleonico, riuscirà ad appianare le cose. Nello stesso momento, a fare da contrappeso, interviene Trafalgar, segno che l’Inghilterra rimane e rimarrà padrona dei mari e che pertanto non sarà possibile nessuna pace. Non solo la Gran Bretagna resta inattaccabile e mantenendo l’egemonia sui mari costringe Napoleone a tentare di egemonizzare il continente, ma non si rende conto che agli occhi delle monarchie europee la Francia napoleonica rimane comunque un corpo estraneo e che l’Austria non si rassegnerà mai a patteggiare un equilibrio continentale con uno Stato – la Francia – ideologicamente avversa e comunque estranea ai propri valori (pp. 242 e 249).

Restano ancora dieci anni da Austerlitz prima che la vicenda militare e politica di Napoleone si chiuda, ma a ben guardare tutti i nodi che non riuscirà a sciogliere sono già qui. Anzi, da quel momento in poi i nodi cominciano a stringersi. L’invasione della penisola iberica per rendere più efficace il blocco continentale contro la Gran Bretagna, si trasforma ben presto in un ginepraio che lo indebolisce via via (della Spagna, scrive l’A. Napoleone “sembra non capire nulla”, p. 292); l’espansione dell’impero verso est inizia a mostrare ai francesi tutta la brutalità, la ferocia e l’insensatezza della guerra: la lista dei morti, dei feriti e dei mutilati si allunga sempre più. Napoleone continua a vincere, ma le sue vittorie hanno prezzi sempre più alti. In discussione non è il suo formidabile colpo d’occhio e il suo genio militare. Ma man mano che si inoltra verso est, i rifornimenti diventano sempre più difficoltosi e la povertà dei territori non compensa in loco le necessità di eserciti sempre più grandi.

D’altra parte le vittorie militari legittimano il suo potere all’interno, ma non riescono a stabilizzare la situazione europea e a garantire la pace che i francesi aspettano ormai da tantissimo tempo. A nulla vale, in questo senso, anche il matrimonio con la figlia dell’Imperatore d’Austria Maria Luisa, dopo la separazione dall’amata (benché più volte infedele) Giuseppina. Anzi, questo lo conduce alle porte della Russia… cioè della sconfitta decisiva.

Naturalmente, nel frattempo, Napoleone ha realizzato un’infinità di cose che per molti aspetti hanno modernizzato la Francia (ma non in tutti, ci sono anche degli arretramenti) e fatto la fortuna di molti. Ma è proprio la contraddizione del Napoleone guerriero per trovare una pace che gli sfugge sempre un po’ più avanti e lo costringe a nuove guerre per tamponare falle e crepe e per tentare di riacciuffarla che logora il consenso all’interno: “aggiornando a tempo indefinito la pace è assai difficile che il paese prosperi”, nota con acutezza un uomo d’affari (pp. 334-35). In altre parole, depoliticizzando l’amministrazione e la società civile, Napoleone si priva di un appoggio ideologico che gli sarebbe venuto a mancare nell’attacco finale, nel 1814. Nei fatti le élite della società francese si erano lasciate “comprare”, senza mai vendersi… Questo spiega il veloce e disinvolto voltafaccia delle élites nei suoi confronti nel 1814 e del 1815.

Turner, Joseph Mallord William; The Field of Waterloo; Tate; http://www.artuk.org/artworks/the-field-of-waterloo-202320
Il mito

Si tratta di una fine mesta – anche se in parte meritata – ma mai come le pagine che ci descrivono l’esilio prima all’Elba e poi a Sant’Elena. Tuttavia, senza quei due anni finali – il 1814 e il 1815 – Napoleone, benché geniale, sarebbe rimasto un capo di stato, forse più notevole di altri. Invece quella sua tenacia alimentata da una sconfinata ambizione che lo porta a Waterloo a giocarsi il tutto per tutto – restando sconfitto quasi inspiegabilmente in una battaglia che gli sembrava vinta – e a perderlo, lo trasforma in mito.

Ma del resto un uomo come Napoleone non può non continuare a dividere i giudizi. Il pregio di questa splendida biografia sta nel fatto che Mascilli Migliorini ha una padronanza stupefacente di una bibliografia sterminata (oltre 170 pagine del libro sono di note a margine), confermata da una scrittura piacevolmente pacata e densa.

Redingote et bicorne de Napoléon Ier

Chi vuole cominciare a conoscere da vicino Napoleone fa bene a cominciare da questo libro.

Le immagini sono riprese da:

  1. Musée de l’Armée
  2. Belvedere Museum
  3. Tate


 

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 Terza parte

Gli studi sulle Esposizioni universali costituiscono un’ottima prospettiva per lo studio più generale della Rivoluzione industriale. Molte delle opere coeve ad esse dedicate sono scritte da ingegneri, industriali, studiosi di economia. I lavori degli specialisti sono interessantissimi, ma non è questo il taglio degli articoli che dedico all’Esposizione Universale del 1867.

Né sono questi gli argomenti che vado cercando. Anche se la storiografia ha lavorato moltissimo su questi aspetti, a me interessa cercare di capire l’impatto di queste colossali manifestazioni sul pubblico e le informazioni indirette che possono fornire a un livello più generale, di società, di composizione, convivenza e osmosi tra le classi. Le pubblicazioni ad ampia tiratura sull’Esposizione offrono molti sentieri da percorrere. Si tratta di pubblicazioni settimanali, di poche pagine e ampiamente illustrate, che si prefiggono i compito fornire informazioni su quanto accade nel Campo di Marte, ma anche, allo stesso, tempo, di invogliare il lettore a visitare l’Esposizione o a tornarvi. Per esempio, nel secondo articolo (L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)) ho fatto cenno all’impressione che destò un macchinario che impacchettava le tavolette di cioccolata. In un articolo successivo il lettore viene informato che “l’industria cioccolatiera parigina produce 24.000.000 di pezzi l’anno” e che si estenderà perché il cioccolato ha saputo conquistarsi uno spazio non trascurabile nel gusto alimentare dei parigini.

Tracce di percorsi

Dunque, indirettamente, il giornalista ci informa che il cioccolato ha cessato di essere un alimento ristretto all’ambito nobiliare come un tempo (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari) e sta conquistando i gusti e il favore della borghesia. Del resto, la produzione in serie della macchina di Devink, che sforna 20 tavolette già impacchettate alla volta, lo dimostra. È un’evoluzione, un trapasso che può essere indagato non soltanto per quanto riguarda il cibo.

Il nome dell’industriale ci dice qualcos’altro. Secondo il giornalista, Monsieur Devink esporta cioccolata in tutta la Francia e anche all’estero. Incarna alla perfezione il ruolo del Selph-made-man, dell’uomo che ha accumulato ricchezze e rispettabilità grazie al duro lavoro, all’intelligenza e all’intraprendenza. “I suoi operai sono per lui come una famiglia; la sua fabbrica è, per così dire, il loro patrimonio”, spiega dimostrando che, nonostante le pretese dell’Esposizione, siamo ancora all’interno di una robusta concezione paternalistica della produzione e della fabbrica. A sioli quattro anni dalla Comune di Parigi (la prima sollevazione del proletariato contro la borghesia) si continua a proporre l’idea del rapporto con la forza lavoro come un patto pacificato, privo di attriti e condiviso.


Il gusto tra standardizzazione e elitarismo

Disponiamo di molti altri indizi per metterci sulle tracce dei mutamenti del gusto. Restando in cucina, sappiamo che l’arredamento di quello che per lunghissimo tempo è stato – e nelle campagne continua ad essere – il luogo di sociabilità principale della casa, è iniziato a mutare poco prima della Rivoluzione del 1789. Ad esempio, l’acquisto quotidiano del pane ha segnato il declino inarrestabile delle madie dove si conservava la farina; allo stesso modo, l’uso del baule comincia a diradarsi da quell’epoca a vantaggio di una maggiore varietà di utensili.

Una maggior varietà di attrezzi da cucina indica mutamenti profondi. Pochi decenni dopo la Rivoluzione le donne cucinano in piedi, sulla stufa, e non più curve sul camino: anche il calore disponibile nella casa – più diffuso nell’ambiente, non soltanto più a ridosso del camino – contribuisce a modificare gli spazi e gli usi.

Ma una varietà più ampia di attrezzi significa anche una maggior disponibilità degli stessi e quindi, in un processo che di dipana nel tempo, una standardizzazione nella produzione. Senonché per ogni ceto è importante rimarcare le distanze rispetto a quelli inferiori. . Naturalmente hanno una qualche pretesa estetica: un espositore venuto dalla Mosella mostra “nella fabbricazione delle sue ceramiche tanta cura quanto quella degli artisti nella lavorazione dei vasi di arenaria”; un altro, in questo caso parigino, “ha messo a punto procedure ingegnose ed economiche per applicare l’oro e l’argento” nella bordatura dei piatti; altri espositori “hanno porcellane opache di una grande bianchezza, la cui copertura traslucida si distingue per la sua solidità”. È questo il punto: le stoviglie prodotte per le classi popolari sono robuste, resistenti, possono essere usate a lungo. Tra queste queste ceramiche e le faïance della ricca borghesia c’è la stessa differenza che passa tra un robuste homme du peuple [et] un fils de bonne maison.

Nell’arte di produrre vasellame a basso costo l’Italia si difende bene. “Ottime e solide” pentole, ciotole, padelle, brocche e zuppiere sono quelle che provengono da Pistoia, Lodi, Arezzo, Albisola Marina e soprattutto dalla provincia di Macerata. I francesi hanno qualcosa da imparare in quest’ambito da italiani, ma anche austriaci ed egiziani, dato che non hanno ancora risolto completamente il problema di disporre di una ceramica adatta alla cottura.

Ma quello della cucina è solo uno degli aspetti da indagare per misurare, anche se in modo approssimativo le distanze, l’imitazione e le commistioni tra le classi.

Per il momento restano esclusi molti altri oggetti e accessori: tessuti, vestiti, mobili, cristalleria e altro ancora. Del resto, anche se gli articoli sono suddivisi in categorie, all’Esposizione tutto si mescola sotto lo sguardo dei visitatori. E esattamente come loro, avremo modo di osservare (sognare?) oggetti preziosi, di lusso, disponibili per pochi o per pochissimi, oppure di toglierci qualche sfizio alla portata di tasche meno tintinnati di quattrini.

P.S: cliccando sulle immagini si viene indirizzati ai testi consultati.


L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)

 

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867
Seconda parte

L’attesa e l’inaugurazione

Nei giorni precedenti l’inaugurazione, Parigi è in fibrillazione. Nei salotti, nei circoli, nella buona società e un po’ ovunque non si parla d’altro. Da qualche tempo il Campo di Marte è stato chiuso al pubblico per consentire agli operai di terminare i lavori senza intralci. La chiusura di quello che sarà il grande parco dell’Esposizione ha dato la stura ad una infinità di voci su presunte difficoltà e ritardi: si teme che le autorità e gli organizzatori tentino di nascondere al pubblico problemi e difficoltà organizzativi.

Non è così, il 1° aprile, “con puntualità cronometrica”, come sottolinea un giornalista, l’Esposizione apre i cancelli. È l’imperatore in persona, Napoleone III, seguito da una folta rappresentanza del governo e delle autorità, ad inaugurarla. La visita dell’imperatore e del suo seguito si protrae per due ore (in un complesso espositivo che aprirà al pubblico per sette mesi…).

Dopo la cerimonia ufficiale, la festa può avere inizio. Tutti i percorsi che si diramano dalle 12 entrate convergono al centro del parco, a quel Palais che – come abbiamo detto nell’articolo precedente, alcuni paragonano al Colosseo. Il Palais è una costruzione enorme, quasi tutta in ferro e in vetro. alcuni cronisti si dilungano nella quantità di materiale utilizzato, enumerando peso, misure, cifre e qualità del materiale. Ciò che conta, e che viene spesso messo in risalto, è la differenza sia rispetto alla struttura che ospitò l’Esposizione londinese del 1851, sia rispetto all’ultima francese del 1855. In quell’occasione, il padiglione principale fu costruito su più piani, generando una serie di inconvenienti: l’enorme folla sempre presente creava ingorghi sulle scale e la visita risultava non soltanto dispendiosa in termini di tempo, ma anche di energie fisiche. A fine giornata, dopo aver girovagato in lungo e in largo su e giù per i vari piani, il visitatore era stanco.

La struttura a piano terra del Palais dell’Esposizione del 1867 elimina questi inconvenienti sia grazie all’assenza di scale, sia – come già anticipato nell’articolo precedente – all’ingegnosa combinazione dei padiglioni. Un osservatore paragona il Palais a un enorme formaggio dalla forma vagamente ovale suddiviso in spicchi. Ogni triangolo costituisce un settore la cui grandezza varia a seconda dell’importanza del paese espositore.

 

Più della metà dei settori sono occupati dalla Francia. Naturalmente anche a Belgio, Gran Bretagna e Prussia vengono riservati spazi adeguati. Il Belgio è uno dei paesi più industrializzati d’Europa e quello dotato del miglior sistema ferroviario del mondo; la Gran Bretagna, primo paese industrializzato, continua a primeggiare, anche se il distacco che mantiene verso Francia e Prussia non è più quello di pochi decenni prima. Sembrano dimostrarlo anche alcuni dei prodotti esposti: i suoi telai sono efficienti, ma non sono più gli unici; la gamma della sua produzione non appare più sterminata come un tempo. La Prussia sta recuperando terreno. All’Esposizione sfoggia la sua forza militare con un cannone spropositato, un “mastodonte” di 65.000 chilogrammi, che si presta più all’ironia dell’osservatore smaliziato – come trasportare e spostare con la rapidità necessaria un macchinario di quelle proporzioni su un campo di battaglia? – che all’ammirazione: ma è indubbio che l’impatto è impressionante. (Ironia della sorte, qualche anno più tardi proprio la Francia sarebbe rimasta vittima della potenza militare prussiana).

Non così per la Spagna e il Portogallo. La descrizione dei loro padiglioni e della loro manifattura rimanda a una penisola che pare tagliata fuori dalla storia. “Terribile caduta”, dice un giornalista a proposito del padiglione spagnolo dedicato all’industria. Le macchine a vapore spedite da Barcellona sono “pesanti e grossolane”. Da al punto di vista della meccanica il Portogallo si avvicina alla condizione della Spagna, ma almeno non aggiunge quel qualcosa di inutilmente “pomposo” e di “cattivo gusto” perfino nelle macchine industriali come fanno gli spagnoli.

Il tempo che cambia

Il colpo d’occhio di macchinari giganteschi è formidabile: armi come quella prussiana, carrozze ferroviarie, enormi bobine ecc. lasciano stupefatti i visitatori. Ma questo genere di ritrovati affascinano soprattutto gli addetti ai lavori: architetti, ingegneri, industriali, militari… le categorie di persone possiedono le competenze per immaginare e indovinare sviluppi futuri. Gli altri, la gente comune, i curiosi che affollano il Palais sono attratti da altro: la gente si affolla nei settori dove artigiani e operai lavorano come fossero in fabbrica o nelle loro botteghe.

Alcuni fanno gioielli, altri borsette, borse da viaggio, portasigari; questi intagliano l’avorio; questi fanno fiori artificiali; in questo angolo fanno pettini, in quest’altro ventagli; da questa parte pipe di schiuma marina. Alcuni metri quadrati sono occupati da una fabbrica di cappelli dove si può vedere, senza doversi fermare molto, il feltro che nasce, viene laminato, pressato e trasformato in un cappello, che in men che non si dica viene asciugato, lisciato, rifilato, tappato e venduto se vi va bene. A fianco vi è un altro laboratorio di calzature e stivali; tra il momento in cui la pelle viene sollevata nella stanza e il momento in cui si prova la scarpa finita, vengono richiesti 45 minuti. [Tutto] il lavoro viene fatto davanti ai vostri occhi stupiti con delle macchine; l’operaio è lì solo per dirigere.

Non finirei più di descrivere questi tour de force, scrive un’osservatore,

di cui quelli appena citati sono solo degli esempi, e che mostrano quali prodigi di velocità, e quindi di economicità, possono portare all’uso giudizioso delle macchine nella piccola industria. Questa parte dell’esposizione non ha altro scopo che dimostrarlo, e certamente non ha mai avuto tanto successo, perché in nessun punto la folla è più compatta o più ostinata; ho visto persone di grande spirito ferme e a bocca aperta in presenza di una piccola macchina che prende le barrette di cioccolato, le piega accuratamente nella carta, nasconde l’involucro e poi pone delicatamente il pacchetto su un tavolo senza che nessuna mano umana interferisca. Questo strumento piega e conserva così cinque o sei pagnotte di cioccolato al minuto, da solo e in silenzio.

Questi “prodigi di velocità”, fanno sorridere il lettore di oggi, ma gli sguardi attoniti e le bocche aperte dei visitatori ci parlano di una società industriale che sta nascendo e di un mondo che si sta trasformando velocemente.

Villaggi

Non è un caso che molti redattori di cronache e di relazioni sull’Esposizione si dilunghino sulle ferrovie e sui mezzi di comunicazione. Le ferrovie stanno rimpicciolendo il mondo e allo stesso tempo lo stanno ingrandendo. Rimpicciolendo perché accorciano le distanze; ingrandendo perché ampliano i confini delle zone esplorate e conosciute. “Le ferrovie facilitano il trasporto delle materie prime e del carburante, la libertà commerciale stimola la nostra apatia e (perché non ammetterlo?) il nostro genio inventivo si sviluppa fecondandosi sotto l’azione della concorrenza straniera”, scrive un’osservatore.

Il mondo si sta interconnettendo e quindi L’Esposizione si trasforma anche in una lezione di geografia universale. Nell’immensa Russia le ferrovie sono ancora poca cosa.

Nelle molte province non servite dalla ferrovia, durante l’inverno i russi viaggiano abbastanza volentieri in slitta, anche se ci sono ottime strade postali, [Le carrozze trainate da slitte] ben fornite di pellicce; si è seduti comodamente poiché il postiglione ammette solo due passeggeri negli scompartimenti che si susseguono e comunicano tra loro attraverso piccoli sportelli.
Per correre sulla neve, tuttavia, le carrozze, come le slitte, devono poggiare su un pattino al posto delle ruote e dare al veicolo un’oscillazione proporzionata alla sua lunghezza. Il risultato per i viaggiatori è un disagio, una sorta di mal di mare, che non tutti possono sopportare.
In estate la varietà di carrozze è infinita: la Drojki rotonda, una specie di cabriolet senza cofano; la Drojki lunga, con ruote, che consiste in una panca imbottita su cui possono sedere tre o quattro uomini in fila dietro lo stretto sedile del cocchiere; la Kibilka, una specie di carro senza molle, coperto di tela che forma una tenda, ecc, ecc.

Che cosa sa il visitatore comune di queste cose? Cosa conosce di questo immenso paese?

Spesso si percorrono, senza incontrare il minimo villaggio, distanze da due a trecento verste, ma ovunque si trova molto regolarmente la Maison de poste che fornisce cavalli, tè, a volte un po’ di latte, e persino, in qualche caso, del pollame magro e duro. Inoltre, come si può vedere visitando l’ufficio postale russo, c’è una grande stanza in cui i divani ricoperti di pelle offrono ai viaggiatori stanchi il letto più comodo in un paese dove i letti sono sconosciuti. Una stanza privata, non chiedetela! Quando avete dormito fianco a fianco su una panchina, potete dormire bene per qualche ora sui divani uno accanto all’altro. È il modo più sicuro per evitare l’infestazione di insetti che attirerebbe una coperta usata da molte persone.

Sono narrazioni che mescolano abilmente informazioni ritenute affidabili e suggestioni. Al di fuori del Palais il parco è disseminato di villaggi che riproducono alcune tipicità dei paesi espositori. Il Campo di Marte è stato trasformato in un “campo di vita universale”. Nel vasto recinto destinato ai villaggi delle varie nazioni, esse possono “sistemare comodamente le loro tende, costruire le loro case, spargere i loro chioschi e chalet, monticelli e padiglioni, moschee e pagode tra aiuole di arbusti eleganti, di alberi giganteschi, di cascate e fiumi”. Nel villaggio austriaco il visitatore poco informato affina la conoscenza dei setti paesi che compongono l’impero tramite la cucina, la birra, le bevande e la musica.

Le “informazioni” su paesi stranieri, su zone lontane e poco conosciute sulle quali si “favoleggia” (per così dire), circondano il visitatore da ogni parte. Il perimetro esterno del Palais è punteggiato di una miriade di caffè e ristoranti. Volete un “caffè all’africana”? C’è il caffè algerino; ne volete uno alla turca? Potete entrare in quello spagnolo, lì – retaggio di una lunghissima storia – lo fanno. Desiderate un gelato italiano? Non avete che da accomodarvi.

Il Progresso che illumina

Con il calar della sera si accendono le luci del Faro, che svetta dai giardini del parco per oltre 48 metri di altezza. “La vista dal faro è meravigliosa. Non è solo il Campo di Marte, è tutta Parigi in linea d’aria. Ma un mostro ti aspetta lassù, la vertigine”; impedimento per molti, ma la luce del faro è “scintillante”: i lampi che si susseguono velocemente lassù creano l’effetto di una sorta di sfarfallio. La luce elettrica sta per cambiare radicalmente e irrimediabilmente la vita delle persone: il lavoro cessa di seguire la scansione delle giornate e delle stagioni, può essere prolungato di molto, se non illimitatamente.

È fin troppo facile cogliere l’allegoria del cronista. Appena fuori Parigi inizia un mondo ancora quasi totalmente escluso dalle meraviglie dell’Esposizione. Nelle campagne i contadini fanno la vita che hanno sempre fatto: nascono, lavorano, si sposano, procreano, invecchiano e muoiono nel loro piccolo paese o nella loro parrocchia. La loro vita si svolge tutta in un raggio di chilometri limitatissimo, in un contesto in cui tradizione, superstizione e religione scandiscono la vita singola e collettiva.

Il faro del progresso illumina quel mondo. Non si parla più di Lumiére, ma di Civilisation, ma il concetto resta simile: dall’Esposizione partono partono i raggi destinati a illuminare quel mondo che ora è immerso non tanto nell’oscurità – l’elettricità, e i cronisti lo ripetono spesso, è ai primi passi – ma nell’oscurantismo.

In sintesi

Abbiamo così individuato alcuni aspetti che si possono approfondire prossimamente. Il primo, è che occorre tempo per visitare accuratamente l’Esposizione del 1867, e questo rimanda alla disponibilità del tempo libero. Nelle campagne inizia la stagione dei lavori più impegnativi e faticosi. Difficilmente i contadini verranno a dare un’occhiata: il tempo libero è un prodotto del processo di modernizzazione, è figlio di mestieri cittadini e dell’industria.

Il secondo: il progresso avanza, ma in quale misura, e, soprattutto, per chi? Quanto tempo occorrerà perché il mondo che attornia Parigi sia inglobato dal progresso?

Opere consultate per questo articolo:

Les curiosités de l’Exposition universelle de 1867. Suivi d’un indicateur pratique des moyens de transport, des prix d’entrée, etc.: avec six plans

Visites à l’Exposition Universelle de 1867

L’Exposition universelle de 1867 illustrée