Collage. Londra attraverso le immagini

Per cominciare a parlare della storia di Londra in questa occasione scelgo il percorso inverso: anziché partire dai libri, inizio sfruttando le immagini.

Ciò mi è possibile grazie alle oltre 250.000 immagini messe on line da Collage, uno dei più ricchi archivi fotografici di Londra gestito dal London Metropolitan Archives. Le immagini provengono dalle collezioni di LMA e Guildhall Art Gallery.

Riprendendo dalla presentazione del progetto:

Sono disponibili oltre 250.000 fotografie, stampe e disegni e oltre 1.000 mappe. [… ] Le immagini forniscono una straordinaria testimonianza di Londra e della sua gente dal XV secolo ai giorni nostri. Tutta la Grande Londra è [visibile tramite le opere], così come le contee limitrofe.

Tra i numerosi punti salienti si annoverano le fotografie della Londra vittoriana, la mappa ‘Agas’ di Londra del XVI secolo, lo splendido panorama di Hollar del 1647, i manifesti del XX secolo per i tram londinesi, le fotografie di Cross e Tibbs dei danni causati dalla Seconda Guerra Mondiale alla City of London […].

[Collage] fornisce anche accesso a circa 6000 immagini di dipinti, acquerelli, disegni e sculture della collezione della Guildhall Art Gallery. Questi includono 3.000 dipinti e bozzetti della collezione di studio di Sir Matthew Smith; la bellissima collezione di maestri olandesi e fiamminghi del XVII secolo lasciata in eredità da Harold Samuel e un’importante collezione di dipinti vittoriani che comprende opere di Millais, Rossetti e molti altri importanti artisti dell’epoca.

Collage offre molti modi per consultare le immagini. Si possono ricercare per soggetto, per parole-chiave, per titolo, per autore, per epoca…

Come tipologia, anche se ristretta alla sola Londra, Collage può essere confrontato con L’histoire par l’image. Un per lo studio della storia attraverso le immagini. In ogni caso Collage è una realizzazione veramente meravigliosa che ci offre la possibilità di visitare Londra dal 1400 ai giorni nostri e anche se non tutto il patrimonio di immagini degli archivi e dei musei è stato riversato in rete, tuttavia il sito è in continuo sviluppo.

Buon viaggio: Collage. The London picture archive

Recensione. Lindsey Fitzharris: L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana

C’è stato un un tempo in cui per entrare in ospedale servivano tre cose: una malattia o un infortunio, una buona dose di disperazione e parecchio coraggio. Almeno fino alla fine dell’Ottocento l’ospedale era considerato “l’anticamera della morte”: vi si entrava, ma le probabilità di uscirne vivi erano davvero scarse.

Come dar torto a coloro che avevano questa visione apocalittica? Gli ospedali erano luoghi incredibilmente sporchi: i letti spesso non erano altro che cassoni con dentro pagliericci che erano l’habitat ideale per ospitare colonie di insetti e parassiti; escrementi, sudore, puzza di chiuso in camere poco areate; nelle corsie i letti (doppi, da quattro, a volte da sei persone) erano occupati da persone affette da malattie diverse e capitava che moribondi finissero i loro giorni fianco a fianco di gente appena ricoverata – i medici descrivevano gli odori che ammorbavano gli ospedali con l’espressione: “la cara, vecchia puzza di ospedale” (p. 10) – il personale infermieristico era sprovvisto di preparazione specifica e spesso era brutale e indifferente.

Per quel che riguarda gli interventi chirurgici di coraggio ne serviva davvero parecchio: sia da parte di chi lo subiva, sia da parte di chi lo praticava. Ci voleva del fegato sezionare un poveraccio che avrebbe sofferto molto meno che all’inferno. Prima dell’avvento della anestesia un’operazione chirurgica era uno spettacolo macabro. Ma era uno spettacolo nel vero senso della parola perché torme di studenti e di curiosi si affollavano attorno ai chirurghi che operavano.

Quello che vedevano gli spettatori erano uomini dallo stomaco di ferro con indosso grembiuli impataccati di sangue raggrumato che cercavano di fare il loro mestiere nel minor breve tempo possibile: il famoso Robert Liston, un chirurgo nerboruto, deciso e velocissimo, era in grado di amputare una gamba in trenta secondi. La velocità era essenziale per evitare che il malcapitato morisse dissanguato (anche se poi in moltissimi ci lasciavano le penne per lo shock anafilattico.

L’utilizzo del cloroformio (conosciuto da tempo ma utilizzato per la prima volta nel 1840 da un dentista di Boston) provocò l’inizio del tramonto di questa lunghissima epoca di strazio: ora i chirurghi potevano agire con più calma e avventurarsi più in profondità nel corpo o in organi più delicati.

Ammesso che l’operazione andasse a buon fine e che fossero sopravvissuti allo shock, quelli che avevano subito un intervento non potevano ancora dirsi sicuri di essere in salvo. Le probabilità che si sviluppassero infezioni mortali erano elevatissime: “intorno al 1840, in Inghilterra e Galles ogni anno circa 3000 madri morivano per infezioni batteriche come la febbre puerperale” (p. 62).

La “febbre nosocomiale” era un vero incubo e una persecuzione per la medicina del tempo. La chirurgia aveva un bel progredire se poi la maggioranza dei malati moriva a causa di complicazioni e infezioni post-intervento. La medicina del tempo considerava questo problema dal punto di vista della “tecnica ospedaliera”, cioè all’erronea costruzione degli ospedali e alla discutibile conformazione e dislocazione interna dei locali (p. 70).

Era questo il mondo in cui Lister lavorò e fece carriera. Scrivere una biografia significa calare il protagonista nel contesto generale della sua epoca. L’Autrice riesce perfettamente in questa operazione. Il primo merito di questo libro è di avere scandito le tappe della carriera di Lister allacciando ognuna di esse al contesto generale.

Lister fu un uomo fortunato per cinque ragioni. La prima fu quella di avere un padre che riconobbe il talento del figlio e, con discrezione, non solo lo sostenne ma lo guidò rispettandone le scelte. La seconda fu quella di avere dei mentori che, riconosciute le sue capacità, lo presero sotto la propria protezione e lo fecero crescere enormemente dal punto di vista professionale accrescendone la stima in sé stesso (belle le pagine dedicate all’orgoglioso, ardito e a suo modo geniale James Syme, che divenne suo suocero). La terza e la quarta sono legate tra loro. Lister era un quacchero e il fatto che quella religione desse importanza a condurre una vita senza tanti fronzoli e stimolasse l’impegno per realizzare cose concrete fu uno stimolo potente per incentivarne la naturale serietà e l’innata tendenza alla perseveranza. La quinta, ça va sans dire, Lister era un genio. Ma quel genio ottenne risultati (e riconoscimenti) strepitosi grazie al supporto degli altri quattro elementi: la storia è piena di personalità geniali ma discontinue o destinate a perdersi per strada.

Fitzharris individua queste caratteristiche e le usa per accompagnare il lettore nella vicenda umana e professionale di Lister con grande abilità narrativa. L’A. ci inoltra così nei dibattiti dibattiti scientifici su riviste e pubblicazioni; focalizza la situazione interna alle università illustrando competizioni tra docenti, i rapporti con gli studenti e la vita accademica; ci presenta la condizione degli ospedali partendo da descrizioni sommarie ma efficaci delle città e degli ambienti di lavoro.

Il libro è interessante non solo per il personaggio decisamente fuori dal comune e per la sua capacità di trovare la soluzione alla ossessione di una vita di studi e esperimenti (abbattere la mortalità dovuta alle infezioni con un metodo scientifico); lo è anche perché contestualizzando la vita e le vicende del protagonista l’A. delinea molti altri aspetti interessanti.

Si prenda ad esempio il faticoso affermarsi di una teoria, dovuto alla diffidenza e all’ostracismo di colleghi (Ignac Semmelweris, un medico ungherese, si rese conto prima di Lister che erano proprio i medici a portare in sala parto le “particelle cadaveriche” responsabili delle infezioni e che perciò chi andava dalla sala anatomica in corsia avrebbe dovuto lavarsi le mani. Quasi inascoltato e anzi deriso dalla gran parte dei medici finì i suoi giorni in un manicomio – vedi pp. 185-187): il progredire, il successo o l’insuccesso di una scoperta in grado di salvare un numero incalcolabile di vite può dipendere da molto variabili. Anche Pasteur, che trovò in Lister prima un lettore attento poi un ammiratore e infine un amico, dovette scontrarsi con un clima del genere.

Furono proprio le ricerche di Pasteur a offrire a Lister la chiave per risolvere il problema che lo affliggeva: l’intuizione che nelle ferite si determinava qualcosa di simile alla fermentazione studiata da Pasteur. Era quindi assolutamente necessario impedire la putrefazione delle ferite analogamente a quanto faceva il calore impedendo la fermentazione (pp. 198-201). Fu l’acido fenico la sostanza che tradusse in modo efficace la teoria alla pratica.

Dal libro emergono alcuni dei nessi che legano gli sviluppi velocissimi e sbalorditivi di Edimburgo e Glasgow (le città dove Lister si trovò a lavorare oltre che a Londra) con i problemi urbanistici, il durissimo lavoro nelle fabbriche e lo sviluppo degli ospedali. Sono temi trattati ampiamente dalla storiografia, ma in tempi come i nostri in cui un liberismo senza freni fa riemergere una “questione sociale” che sembrava risolta, Fitzharris offre molti spunti di riflessione, non ultimo il fatto che lo sfruttamento può diventare un guadagno per il singolo imprenditore, ma è una perdita per la collettività. Chi subisce mutilazioni permanenti poi dovrà ricevere sussidi per continuare a vivere e sono spese a carico della collettività: i costi della mancanza di regole li paghiamo tutti, non solo chi ha avuto la sfortuna di infortunarsi.

Nel computo complessivo dovrebbero essere anche inclusi i costi degli effetti collaterali di uno sviluppo senza regole: Fitzharris accenna a quelli del tempo del protagonista: alcolismo, microcriminalità e rapporti umani estremamente tesi; ma a ben guardare sono gli stessi (ai quali se ne aggiungono altri) con cui ci confrontiamo oggi.

Ancora: l’A., accenna brevemente alla riforma della medicina maturata dalla Rivoluzione francese (ma i rimandi sono precisi). Del resto, la condizione degli ospedali in Inghilterra rimase diversa da quelli sul continente per un lungo periodo. Ma si tratta di una riforma essenziale, non soltanto perché costringendo i medici alle visite in ospedale e a redigere quel “tableau” che poi sarà la cartella clinica gettò le basi della medicina moderna e della clinica, ma anche perché, per la prima volta, pose il problema della salute come “diritto” del cittadino e non come soccorso compassionevole.

Vale la pena di ricordare la grande umanità di questo medico geniale. Mentre i lettori farebbero bene a meditare – e ad approfondire, gli aspetti economico-sociali partendo dalla considerazione che la medicina non è affatto una scienza neutra ma fa parte e incide sul contesto, i medici farebbero bene a tenere a mente che la sensibilità dovrebbe essere una componente essenziale per chi ha scelto quella professione.

Uno dei meriti indiscussi dell’opera è lo stile avvincente e l’ottimo gioco di incastri che l’A. ha assemblato per mantenere vivo l’interesse del lettore. Fitzharris riesce nell’impresa di sciogliere concetti non semplici in un linguaggio chiaro e brillante (a volte forse perfino un po’ troppo discorsivo).

Anche se corredato da un indice analitico molto ben fatto e da note a margine ricche e puntuali, manca una bibliografia. È un peccato, ma nel complesso L’arte del macello è un’ottima introduzione alla storia della chirurgia e un bell’esempio delle grandi potenzialità che la storia della medicina ha nell’illuminare quella economico-sociale.

È un libro che consiglio con piacere. Buona lettura.