L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)

 

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867
Seconda parte

L’attesa e l’inaugurazione

Nei giorni precedenti l’inaugurazione, Parigi è in fibrillazione. Nei salotti, nei circoli, nella buona società e un po’ ovunque non si parla d’altro. Da qualche tempo il Campo di Marte è stato chiuso al pubblico per consentire agli operai di terminare i lavori senza intralci. La chiusura di quello che sarà il grande parco dell’Esposizione ha dato la stura ad una infinità di voci su presunte difficoltà e ritardi: si teme che le autorità e gli organizzatori tentino di nascondere al pubblico problemi e difficoltà organizzativi.

Non è così, il 1° aprile, “con puntualità cronometrica”, come sottolinea un giornalista, l’Esposizione apre i cancelli. È l’imperatore in persona, Napoleone III, seguito da una folta rappresentanza del governo e delle autorità, ad inaugurarla. La visita dell’imperatore e del suo seguito si protrae per due ore (in un complesso espositivo che aprirà al pubblico per sette mesi…).

Dopo la cerimonia ufficiale, la festa può avere inizio. Tutti i percorsi che si diramano dalle 12 entrate convergono al centro del parco, a quel Palais che – come abbiamo detto nell’articolo precedente, alcuni paragonano al Colosseo. Il Palais è una costruzione enorme, quasi tutta in ferro e in vetro. alcuni cronisti si dilungano nella quantità di materiale utilizzato, enumerando peso, misure, cifre e qualità del materiale. Ciò che conta, e che viene spesso messo in risalto, è la differenza sia rispetto alla struttura che ospitò l’Esposizione londinese del 1851, sia rispetto all’ultima francese del 1855. In quell’occasione, il padiglione principale fu costruito su più piani, generando una serie di inconvenienti: l’enorme folla sempre presente creava ingorghi sulle scale e la visita risultava non soltanto dispendiosa in termini di tempo, ma anche di energie fisiche. A fine giornata, dopo aver girovagato in lungo e in largo su e giù per i vari piani, il visitatore era stanco.

La struttura a piano terra del Palais dell’Esposizione del 1867 elimina questi inconvenienti sia grazie all’assenza di scale, sia – come già anticipato nell’articolo precedente – all’ingegnosa combinazione dei padiglioni. Un osservatore paragona il Palais a un enorme formaggio dalla forma vagamente ovale suddiviso in spicchi. Ogni triangolo costituisce un settore la cui grandezza varia a seconda dell’importanza del paese espositore.

 

Più della metà dei settori sono occupati dalla Francia. Naturalmente anche a Belgio, Gran Bretagna e Prussia vengono riservati spazi adeguati. Il Belgio è uno dei paesi più industrializzati d’Europa e quello dotato del miglior sistema ferroviario del mondo; la Gran Bretagna, primo paese industrializzato, continua a primeggiare, anche se il distacco che mantiene verso Francia e Prussia non è più quello di pochi decenni prima. Sembrano dimostrarlo anche alcuni dei prodotti esposti: i suoi telai sono efficienti, ma non sono più gli unici; la gamma della sua produzione non appare più sterminata come un tempo. La Prussia sta recuperando terreno. All’Esposizione sfoggia la sua forza militare con un cannone spropositato, un “mastodonte” di 65.000 chilogrammi, che si presta più all’ironia dell’osservatore smaliziato – come trasportare e spostare con la rapidità necessaria un macchinario di quelle proporzioni su un campo di battaglia? – che all’ammirazione: ma è indubbio che l’impatto è impressionante. (Ironia della sorte, qualche anno più tardi proprio la Francia sarebbe rimasta vittima della potenza militare prussiana).

Non così per la Spagna e il Portogallo. La descrizione dei loro padiglioni e della loro manifattura rimanda a una penisola che pare tagliata fuori dalla storia. “Terribile caduta”, dice un giornalista a proposito del padiglione spagnolo dedicato all’industria. Le macchine a vapore spedite da Barcellona sono “pesanti e grossolane”. Da al punto di vista della meccanica il Portogallo si avvicina alla condizione della Spagna, ma almeno non aggiunge quel qualcosa di inutilmente “pomposo” e di “cattivo gusto” perfino nelle macchine industriali come fanno gli spagnoli.

Il tempo che cambia

Il colpo d’occhio di macchinari giganteschi è formidabile: armi come quella prussiana, carrozze ferroviarie, enormi bobine ecc. lasciano stupefatti i visitatori. Ma questo genere di ritrovati affascinano soprattutto gli addetti ai lavori: architetti, ingegneri, industriali, militari… le categorie di persone possiedono le competenze per immaginare e indovinare sviluppi futuri. Gli altri, la gente comune, i curiosi che affollano il Palais sono attratti da altro: la gente si affolla nei settori dove artigiani e operai lavorano come fossero in fabbrica o nelle loro botteghe.

Alcuni fanno gioielli, altri borsette, borse da viaggio, portasigari; questi intagliano l’avorio; questi fanno fiori artificiali; in questo angolo fanno pettini, in quest’altro ventagli; da questa parte pipe di schiuma marina. Alcuni metri quadrati sono occupati da una fabbrica di cappelli dove si può vedere, senza doversi fermare molto, il feltro che nasce, viene laminato, pressato e trasformato in un cappello, che in men che non si dica viene asciugato, lisciato, rifilato, tappato e venduto se vi va bene. A fianco vi è un altro laboratorio di calzature e stivali; tra il momento in cui la pelle viene sollevata nella stanza e il momento in cui si prova la scarpa finita, vengono richiesti 45 minuti. [Tutto] il lavoro viene fatto davanti ai vostri occhi stupiti con delle macchine; l’operaio è lì solo per dirigere.

Non finirei più di descrivere questi tour de force, scrive un’osservatore,

di cui quelli appena citati sono solo degli esempi, e che mostrano quali prodigi di velocità, e quindi di economicità, possono portare all’uso giudizioso delle macchine nella piccola industria. Questa parte dell’esposizione non ha altro scopo che dimostrarlo, e certamente non ha mai avuto tanto successo, perché in nessun punto la folla è più compatta o più ostinata; ho visto persone di grande spirito ferme e a bocca aperta in presenza di una piccola macchina che prende le barrette di cioccolato, le piega accuratamente nella carta, nasconde l’involucro e poi pone delicatamente il pacchetto su un tavolo senza che nessuna mano umana interferisca. Questo strumento piega e conserva così cinque o sei pagnotte di cioccolato al minuto, da solo e in silenzio.

Questi “prodigi di velocità”, fanno sorridere il lettore di oggi, ma gli sguardi attoniti e le bocche aperte dei visitatori ci parlano di una società industriale che sta nascendo e di un mondo che si sta trasformando velocemente.

Villaggi

Non è un caso che molti redattori di cronache e di relazioni sull’Esposizione si dilunghino sulle ferrovie e sui mezzi di comunicazione. Le ferrovie stanno rimpicciolendo il mondo e allo stesso tempo lo stanno ingrandendo. Rimpicciolendo perché accorciano le distanze; ingrandendo perché ampliano i confini delle zone esplorate e conosciute. “Le ferrovie facilitano il trasporto delle materie prime e del carburante, la libertà commerciale stimola la nostra apatia e (perché non ammetterlo?) il nostro genio inventivo si sviluppa fecondandosi sotto l’azione della concorrenza straniera”, scrive un’osservatore.

Il mondo si sta interconnettendo e quindi L’Esposizione si trasforma anche in una lezione di geografia universale. Nell’immensa Russia le ferrovie sono ancora poca cosa.

Nelle molte province non servite dalla ferrovia, durante l’inverno i russi viaggiano abbastanza volentieri in slitta, anche se ci sono ottime strade postali, [Le carrozze trainate da slitte] ben fornite di pellicce; si è seduti  comodamente poiché il postiglione ammette solo due passeggeri negli scompartimenti che si susseguono e comunicano tra loro attraverso piccoli sportelli.
Per correre sulla neve, tuttavia, le carrozze, come le slitte, devono poggiare su un pattino al posto delle ruote e dare al veicolo un’oscillazione proporzionata alla sua lunghezza. Il risultato per i viaggiatori è un disagio, una sorta di mal di mare, che non tutti possono sopportare.
In estate la varietà di carrozze è infinita: la Drojki rotonda, una specie di cabriolet senza cofano; la Drojki lunga, con ruote, che consiste in una panca imbottita su cui possono sedere tre o quattro uomini in fila dietro lo stretto sedile del cocchiere; la Kibilka, una specie di carro senza molle, coperto di tela che forma una tenda, ecc, ecc.

Che cosa sa il visitatore comune di queste cose? Cosa conosce di questo immenso paese?

Spesso si percorrono, senza incontrare il minimo villaggio, distanze da due a trecento verste, ma ovunque si trova molto regolarmente la Maison de poste che fornisce cavalli, tè, a volte un po’ di latte, e persino, in qualche caso, del pollame magro e duro. Inoltre, come si può vedere visitando l’ufficio postale russo, c’è una grande stanza in cui i divani ricoperti di pelle offrono ai viaggiatori stanchi il letto più comodo in un paese dove i letti sono sconosciuti. Una stanza privata, non chiedetela! Quando avete dormito fianco a fianco su una panchina, potete dormire bene per qualche ora sui divani uno accanto all’altro. È il modo più sicuro per evitare l’infestazione di insetti che attirerebbe una coperta usata da molte persone.

Sono narrazioni che mescolano abilmente informazioni ritenute affidabili e suggestioni. Al di fuori del Palais il parco è disseminato di villaggi che riproducono alcune tipicità dei paesi espositori. Il Campo di Marte è stato trasformato in un “campo di vita universale”. Nel vasto recinto destinato ai villaggi delle varie nazioni, esse possono “sistemare comodamente le loro tende, costruire le loro case, spargere i loro chioschi e chalet, monticelli e padiglioni, moschee e pagode tra aiuole di arbusti eleganti, di alberi giganteschi, di cascate e fiumi”. Nel villaggio austriaco il visitatore poco informato affina la conoscenza dei setti paesi che compongono l’impero tramite la cucina, la birra, le bevande e la musica.

Le “informazioni” su paesi stranieri, su zone lontane e poco conosciute sulle quali si “favoleggia” (per così dire), circondano il visitatore da ogni parte. Il perimetro esterno del Palais è punteggiato di una miriade di caffè e ristoranti. Volete un “caffè all’africana”? C’è il caffè algerino; ne volete uno alla turca? Potete entrare in quello spagnolo, lì – retaggio di una lunghissima storia – lo fanno. Desiderate un gelato italiano? Non avete che da accomodarvi.

Il Progresso che illumina

Con il calar della sera si accendono le luci del Faro, che svetta dai giardini del parco per oltre 48 metri di altezza. “La vista dal faro è meravigliosa. Non è solo il Campo di Marte, è tutta Parigi in linea d’aria. Ma un mostro ti aspetta lassù, la vertigine”; impedimento per molti, ma la luce del faro è  “scintillante”: i lampi che si susseguono velocemente lassù creano l’effetto di una sorta di sfarfallio. La luce elettrica sta per cambiare radicalmente e irrimediabilmente la vita delle persone: il lavoro cessa di seguire la scansione delle giornate e delle stagioni, può essere prolungato di molto, se non illimitatamente.

È fin troppo facile cogliere l’allegoria del cronista. Appena fuori Parigi inizia un mondo ancora quasi totalmente escluso dalle meraviglie dell’Esposizione. Nelle campagne i contadini fanno la vita che hanno sempre fatto: nascono, lavorano, si sposano, procreano, invecchiano e muoiono nel loro piccolo paese o nella loro parrocchia. La loro vita si svolge tutta in un raggio di chilometri limitatissimo, in un contesto in cui tradizione, superstizione e religione scandiscono la vita singola e collettiva.

Il faro del progresso illumina quel mondo. Non si parla più di Lumiére, ma di Civilisation, ma il concetto resta simile: dall’Esposizione partono partono i raggi destinati a illuminare quel mondo che ora è immerso non tanto nell’oscurità – l’elettricità, e i cronisti lo ripetono spesso, è ai primi passi – ma nell’oscurantismo.

In sintesi

Abbiamo così individuato alcuni aspetti che si possono approfondire prossimamente. Il primo, è che occorre tempo per visitare accuratamente l’Esposizione del 1867, e questo rimanda alla disponibilità del tempo libero. Nelle campagne inizia la stagione dei lavori più impegnativi e faticosi. Difficilmente i contadini verranno a dare un’occhiata: il tempo libero è un prodotto del processo di modernizzazione, è figlio di mestieri cittadini e dell’industria.

Il secondo: il progresso avanza, ma in quale misura, e, soprattutto, per chi? Quanto tempo occorrerà perché il mondo che attornia Parigi sia inglobato dal progresso?

Opere consultate per questo articolo:

Les curiosités de l’Exposition universelle de 1867. Suivi d’un indicateur pratique des moyens de transport, des prix d’entrée, etc.: avec six plans

Visites à l’Exposition Universelle de 1867

L’Exposition universelle de 1867 illustrée


L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (I)

Il primo di una serie di articoli sulle Esposizioni Universali. Argomento interessante per capire il XIX secolo

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867
Prima parte

 

Con un decreto imperiale il 22 giugno 1863 la Francia annunciò al mondo che nel 1867 Parigi avrebbe ospitato un’Esposizione Universale. Quattro anni di lavoro, 53.000 espositori su 46 ettari di terreno, il solo padiglione principale misurava 146.000 metri quadrati, 10.000.000 di franchi di investimenti iniziali, 80.000 visitatori al giorno, tra gli 11 e i 15 milioni di visitatori complessivi… un’opera colossale.

Perché scrivere una serie di articoli sulle esposizioni universali? Le Esposizioni universali, nazionale, regionali caratterizzano la seconda metà del XIX secolo. Ma soprattutto perché le esposizioni ci permettono di spaziare in vari ambiti: economia, società, desideri, ambizioni… siano essi di governi o classi sociali o dei visitatori.

Perché la Francia, dal momento che anche l’Italia ne organizzò molte? Innanzitutto perché l’Esposizione Universale è un fenomeno essenzialmente francese (ne ha ospitate ben cinque – 1855, 1867, 1878, 1889, 1900)  mentre la Gran Bretagna, dopo aver realizzato la prima nel 1851 ne organizzò solamente un’altra nel 1862. Non a caso, la decisione di lanciare quella del 1867, fu presa dal governo francese nel 1863 dopo quella inglese dell’anno precedente, in evidente spirito di competizione tra i due paesi.

Le Esposizioni universali rispecchiano il fascino esercitato dal progresso nella sua accezione più ampia su un secolo e su paesi che stavano vivendo trasformazioni profondissime e ad una velocità sconosciute fino a pochi decenni prima, nonché la fiducia nelle (presunte) virtù del libero mercato, il laissez-faire, nella accezione francese. Si tratta di fenomeni studiati e risaputi, che non occorre approfondire qui, se non incidentalmente. Ma l’Esposizione parigina ci consente di constare in presa diretta la visione che non solo la Francia, ma anche i principali protagonisti del concerto europeo avevano di sé stessi. Non è privo di curiosità constatare che la suddivisione dei padiglioni dell’Esposizione del 1867 rimanda ai principi della concorrenza. Essi non sono suddivisi per paese espositore, ma per generi e classi di merci: “la classificazione per gallerie concentriche corrispondenti alla similarità dei prodotti, e per sezioni trasversali corrispondenti all’esposizione dei diversi paesi”  facilitano il visitatore nella comparazione tra la qualità delle merci, ma stimolano al contempo la concorrenza non tanto tra i paesi  ma degli espositori e quindi del mercato.

Siamo quindi di fronte al superamento definitivo delle antiche corporazioni di mestiere e al dominio del laissez- faire. Dominio non indiscutibile e indiscusso, per la verità, perché la qualità dei prodotti francesi (e in particolar modo di quelli di lusso) è sottolineata in tutte le pubblicazioni rivolte al grande pubblico e questo aspetto rimanda più alla manualità e all’abilità artigianale più che alla produzione di fabbrica.

Ma c’è di più: “un’Esposizione universale”, si legge in una delle molte opere ad essa dedicate, “può essere comparata ad una grande enciclopedia, in cui ognuno cerca il significato di parole di cui ha bisogno tutti i giorni, dando una rapida occhiata al resto dell’opera”. All’Esposizione, “come in molti dizionari, il ricercatore è rinviato a ogni momento ad un’altra pagina”.

All’Esposizione viene attribuito dunque anche un carattere pedagogico. Ciò significa che le basi sociali della società si stavano allargando. Da un lato si affacciano prodotti nuovi, frutto di mestieri di recente o recentissima formazione – basti pensare alla fotografia. Dall’altro, il numero di coloro che potevano acquistare i prodotti esposti – o che possono mettere in preventivo di acquistarli un giorno – si stava ampliando, e questo rinvia ad una stratificazione sociale e tra i mestieri molto più ampia rispetto al passato.

Parigi

Perché Parigi? Poche città si prestano quanto la capitale francese ad attirare turisti e visitatori. A Parigi:

la vita intellettuale è pure con grandissima attività esercitata e per tal riguardo niun altra città forse esistevi a questa uguale. Evvi un continuo fuoco mantenuto da elementi che non mai si consumano quanto più esso dura tanto più lo fanno divampare. Essa è il centro a cui si volge non solo il rimanente della Francia a cercarvi i piaceri della vita ed ogni maniera d’istruzione ma parte ancora delle altre nazioni e ben con ragione venne asserito che nelle altre città il forestiere vede e poi sen parte in Parigi viene e se ne sta.

Sembrano le impressioni entusiastiche di un giovincello di provincia alle prime esperienze. Invece a scrivere queste righe era un medico italiano affermato, autore di libri e saggi scientifici, membro di molte accademie scientifiche e con un bagaglio di esperienze non indifferente.

“Continuo fuoco”, scrive il medico. Città calda, avvolgente, sensuale, dunque, la capitale francese. E questa testimonianza è precedente alle profonde trasformazioni del barone Haussmann che cambiarono il volto del cuore della città. Trasformazioni che testimoniano la vivacità e la sicurezza della borghesia imprenditoriale e di un ventaglio di professioni o specializzazioni relativamente nuove che spaziano dalla medicina all’ingegneria al giornalismo scientifico e di divulgazione, alla fotografia. La folta rappresentanza di ingegneri nella Commissione organizzativa ne è una testimonianza sicura.

Sarebbe facile moltiplicare le testimonianze sulla malia esercitata dalla capitale francese, ma sarebbe anche ripetere cose note. Sarà sufficiente indicare la presenza di un volume dedicato alla Parigi Ottocentesca in un’opera italiana in 17 volumi sul XIX secolo (Il Secolo XIX nella vita e nella cultura dei popoli).

L’Esposizione

L’Esposizione del 1867 […] non è soltanto la più colossale manifestazione che si sia mai vista, essa è il più grande avvenimento di civilizzazione, l’atto definitivo della fusione di tutte le lingue, tra tutte le usanze, e aggiungerei […] tra tutte le politiche. Finora soltanto le guerre generali avevano avuto il privilegio di mettere un tale movimento tra le nazioni […]. L’Esposizione universale del 1867 è la festa che inaugura la pace universale.

Retorica inevitabile tipica di tutte le pubblicazioni destinate al grande pubblico? Indubbiamente sì, anche in considerazione del fatto che una manciata di anni più tardi proprio la Francia sarebbe stata in guerra. Ma questo l’autore dello scritto non poteva saperlo.

Il terreno individuato per ospitare un avvenimento pensato per superare in ampiezza e partecipazione la “Great Exibition” di Londra, fu il Campo di Marte. Spazio immenso che presentava però una serie di inconvenienti di non facile soluzione.

In primo luogo, trovandosi nella zona sud-ovest della città, era distante dal centro ed era separato dalla Senna. Il fiume fu dragato e una serie di battelli-passeggeri andavano a venivano ogni 10 minuti; fu costruita una linea ferroviaria e tutte le linee degli omnibus paralleli al corso della Senna furono fatte convergere verso i ponti di accesso alla zona. Erano ben 12 le porte d’accesso all’Esposizione.

In secondo luogo, anche se oltre al padiglione centrale era prevista tutta una serie di altri costruzioni, restava comunque un enorme spazio inutilizzato di 30 ettari. La creazione di un parco che circondasse l’Esposizione non fu dunque soltanto una questione di abbellimento estetico. Fu concepito anche per trattenere i visitatori. Il terreno fu livellato, spianato e il parco preparato ex novo.

La costruzione del padiglione principale fu paragonata da più di un’osservatore alla realizzazione di un novello Colosseo ancora più imponente. La prima pietra del nuovo edificio fu posta agli inizi del 1866. Per costruirlo occorse quindi quasi un anno e mezzo di lavoro.

Pianeggiare e mettere a livello il terreno, piantare alberi, costruire il “Palais Omibus” (il nuovo Colosseo) e i padiglioni minori, allestire ristoranti, caffè, predisporre l’orto botanico ecc., tutto questo richiese il lavoro di migliaia di lavoratori, dagli artigiani altamente specializzati alla bassa manovalanza. Tutte le pubblicazioni coeve a grande tiratura celebrano l’età del ferro e del vetro: il ferro battuto, lavorato, che esce dalle fonderie. Senza dire di tutto il corpo intermedio di organizzatori che per quattro anni lavorò dietro le quinte organizzando il trasporto e lo stoccaggio di migliaia di tonnellate di merci provenienti da tutti i continenti. I 10.000.000 anticipati per metà dallo Stato e per metà dalla città di Parigi non furono recuperati con la vendita dei biglietti, ma il “grande affare dell’Esposizione” risultò ugualmente fruttuoso grazie al lancio di un prestito nazionale che risultò più che soddisfacente (indice di orgoglio nazionale.

L’apertura dell’Esposizione fu programmata per il 1° Aprile alla presenza dell’Imperatore per chiudere i battenti il 31 ottobre. L’orario prevedeva l’apertura delle porte dalle 8 del mattino alle 6 di sera, ma il pubblico poteva continuare a passeggiare nel parco e a fruire dei molti servizi (ristorazione, caffè ecc.) fino a mezzanotte. A testimonianza che si puntava ad una massiccia partecipazione popolare, il prezzo del biglietto di ingresso era fissato a 1 franco (il doppio dalle 8 alle 10 del mattino), erano disponibili abbonamenti per tutta la durata della manifestazione per 100 franchi (ridotti a 60 per le donne) e degli abbonamenti settimanali a 6 franchi. Anche i mezzi di trasporto collegati all’Esposizione facevano prezzi popolari: andavano dai 50 centesimi per il treno, dai 30 ai 20 centesimi sui battelli.

Siamo ormai di fronte alla Port Rapp, quella che per la sua dislocazione gestiva il maggior afflusso di visitatori, non per caso chiamata da un autore la “porta dei pedoni”.

Nella seconda parte entriamo a dare un’occhiata.


L’Esposizione italiana di Torino del 1898

Andiamo all’Esposizione Nazionale? (del 1898)

Qualche tempo fa mi è capitato di consultare in un archivio dei documenti riguardanti un invito da parte della Prefettura al Comune di partecipare a un’Esposizione.

Uno dei primi articoli che ho scritto riguarda proprio le Esposizioni Universali.  (Dopo aver spulciato in questa pagina  Storia delle Esposizioni Universali dell’Università di Napoli  mi sono reso conto quanto sia da modificare quell’articolo…).

Mi sono chiesto come mai quello delle esposizioni sia un tema che mi interessa così tanto. Al di là della semplice curiosità, pensandoci bene, mi sembra naturale che uno della mia generazione, nato all’inizio degli anni Settanta, sia attratto da questo tema. La mia generazione è quella che trapassa, letteralmente, da un’epoca a un’altra: a vent’anni usavamo ancora la cabina telefonica a gettoni, il cellulare non esisteva, internet era solo nelle città maggiori e costava una follia, non c’erano gli scooter, i cd e i dvd… era, letteralmente, un altro mondo. Perciò quando mi sono imbattuto in questo testo, mettermi a sfogliarlo mi è parsa una cosa del tutto scontata: 1898: l’Esposizione nazionale.

Signore e Signori, il progresso

Le Esposizioni testimoniano questo processo. Si prenda, ad esempio, questo stralcio:

Molti ricorderanno come nel 1S84 a[alla Esposizione di] Torino figurassero, ammirate da tutti, delle grosse dinamo Edison di 50 o 60 cavalli. A quei tempi una dinamo di 60 cavalli era già una grossa dinamo, degna di ammirazione: oggidì essa sarebbe una meschina macchina in confronto dei colossi che l’industria produce. Basterà dire che già da qualche anno abbiamo, non soltanto in parecchie stazioni centrali di Europa e di America, delle dinamo di 1000, di 1500 e 2000 cavalli, ma sono un fatto compiuto le grosse dinamo di 5000 cavalli caduna che già utilizzano parte delle cascate del Niagara

A quei tempi… il senso di un progredire vertiginoso e inarrestabile è tutta in questa registrazione dell’accelerazione del tempo. Accelerazione non del tempo cronologico, dello scorrere degli anni, ma di quello storico, di quando cioè uno o più eventi irrompono sulla scena e la modificano irrimediabilmente, facendo, come in questo caso, sembrare lontanissimo un solo quindicennio e rendendo “meschina” una macchina costruita in quel tempo.

L’Esposizione italiana di Torino

Lo spettacolo fu, ad un tempo, grandioso e giulivo. La città brulicava di popolo, ferveva di moto. E quella densa e gaia corrente umana tendeva, con direzione uniforme, al parco del Valentino, all’Esposizione. Per le vie che i Sovrani dovevano percorrere erano schierate, a servizio d’onore, le truppe. Alla Esposizione giunsero, man mano, le varie persone della Real Famiglia: i principi di Napoli, la principessa Laetitia, il duca e le due duchesse di Genova, i duchi d’Aosta, il duca degli Abruzzi. Gli allievi dell’Accademia militare e molta altra truppa si stendevano dall’ingresso principale per tutto il corso Massimo d’Azeglio. È poco più delle nove e mezzo quando, precedute e seguite dai corazzieri a cavallo, entrano nel recinto le carrozze che portano i Sovrani. Il pubblico si scopre, applaude, grida Viva il Re! Il corteggio giunge così fino all’ingresso del Salone dei concerti, ove i Sovrani, i Principi, il seguito scesero di carrozza.

Così si apre uno dei numerosi articoli dedicati all’Esposizione Italiana di Torino del 1898. Regnanti e potenti da una parte, popolo ai lati. Molti degli articoli rimarcano sulla partecipazione popolare:

Le illuminazioni e i fuochi artificiali formano sempre la più potente attrattiva per il pubblico serale. Così la festa pirotecnica del 3 luglio segnò la massima animazione che finora si sia vista la sera nel parco dell’Esposizione. Quella giornata veramente memorabile […] non si poteva chiudere meglio. Il pubblico accorso alla Esposizione raggiunse la cifra di 21,280 persone. Il parco era gremito di spettatori, che vieppiù si assiepavano nella terrazza irraggiata dalle fontane luminose.

Ma le distanze vengono continuamente ribadite. Lo si fa con uno stile sottile ma efficace: i comitati d’onore, quello degli organizzatori, le adesioni, le cene e le feste per invitati attentamente selezionate. L’Esposizione è per molti, moltissimi se  si vuole, ma non per tutti.

I poveri all’Esposizione

L’Esposizione ha molti scopi, uno dei quali, più volte ribadito nella pubblicazione, è quello di mostrare il progresso economico e civile compiuto nell’ultimo cinquantennio, dallo Statuto Albertino. Ma quello stesso 1898 è pervaso in tutta Italia e soprattutto in quella centro-settentrionale, da moti che sfiorano l’insurrezione aperta semplicemente perché larghe fasce della popolazione non può permettersi il prezzo del pane.

Disordini gravi si registrano un po’ ovunque e culminano nella repressione feroce di Bava Beccaris a Milano, quando fa aprire il fuoco sulla folla e arrestare centinaia di manifestanti.

Esiste dunque una parte consistente di italiani composta di esclusi. Dal momento che non è possibile ignorarla allora la si ingloba anche all’interno dell’Esposizione e la si presenta come una massa di “sventurati”:

Quello che muore fu ed è chiamato il secolo del vapore, dell’elettricità, dei grandi rinnovamenti. Si potrebbe, senza temerità, dargli ancora qualche altro attributo essenziale: riconosciuto eziandio come il secolo della cooperazione e della carità. […] si condensano e si riflettono tutti gli sforzi nostri per sorreggere i miseri, confortare gli umili, dar vita, speranza, forza agli sventurati.

Qualcuno oserà protestare contro la carità, come contro una consuetudine vecchia,spesso vana in chi la fa, dolorosa sempre in chi la riceve. E vorrà mutar le leggi, perché tutti trovino nella propria energia di che vincere l’avversa fortuna. Ciò è bello, ciò è umano! Ma si abbraccino intanto collo sguardo le scuole che si son fondate, gli ospedali, gli istituti pei ciechi e pei sordomuti, gli ospedaletti per i rachitici, i policlinici, le colonie alpine e marine, le opere pie, i Monti di prestito, le cooperative, tutte le forme, tutte le varietà, tutti gli aspetti della beneficenza, dell’affratellamento nel santo spirito del bene, e ci si sentirà piccini ed impotenti a giudicare un’opera così gigantesca!

La Cucina degli ammalati poveri di Milano, che all’Esposizione nostra tocca di commozione tanti cuori, è sorta unicamente dalla carità privata, in circostanze e con mezzi che paiono irrisori. Ed è grazie all’attività, allo apostolato di pochi cuori superiori, specialmente di eletti spiriti femminili, che essa potè conquistare a poco a poco un bel posto tra le forme della carità milanese; ottenere il riconoscimento governativo, l’aiuto sempre crescente di benefattori, ed infine presentarsi alla Mostra nazionale, così, come una grande istituzione.

[…].

La Cucina dei malati poveri venne fondata nel 1879 dalla Ravizza con un capitale di 20 lire. Con decreto reale del 1895 fa riconosciuta in Corpo morale. Essa funziona nei mesi di inverno. Il soccorso, consistente in pane, brodi, carne, ova, latte, vino, marsala, a seconda della gravità del malato, è affatto gratuito e viene concesso dietro la presentazione di un semplice attestato medico, ed anche, nei casi urgenti, quando trattasi di puerpere, dietro il certificato di una levatrice. Speciali incaricati della Cucina controllano però i casi di richieste, allorché manca l’attestato di un medico. 11 sussidio dura dai io ai 20 giorni, e viene regolato mediante la concessione di appositi boni, che i poveri ritirano direttamente all’ambulatorio. La carità è adunque qui, semplice, seria, senza esigenze burocratiche. È vera carità fiorita poiché risponde al motto di Cristo: Non sappia la sinistra ciò che fa la destra.

Ancora un particolare. Una intera porzione è valutata 89 centesimi, mantenendo ogni piatto un prezzo assai basso, ciò che permette di soccorrere molti con un capitale assai limitato.

In queste righe c’è tutta la politica della classe dirigente nei confronti dei poveri: istituti in cui rinchiuderli, carità a poca spesa. Nessuna riflessione sul perché siano in quella condizione, nessun diritto riconosciuto.

D’altra parte difficilmente avrebbe potuto essere altrimenti in una serie di Bollettini (poi riuniti in volume) che hanno il compito di illustrare quello che è a tutti gli effetti un grande avvenimento e la testimonianza della capacità di una città di ritagliarsi un ruolo primario nel Paese e del suo peso politico ed economico.

Le cronache restituiscono però la strategia antica e destinata a lunga vita di “nascondere” la povertà dagli occhi di chi invece è riuscito a occupare un posto e un ruolo rispettabile nella società. Non è un caso che nel descrivere la Cucina dei malati poveri di Milano si parli di “cuori superiori” e si lasci trasparire una volontà indomita degli organizzatori: qualità al di sopra della norma, che scoraggiano i più, ben consapevoli di non possedere simili doti ma che possono mettersi a posto la coscienza entrando nel novero dei donatori.

Una società in trasformazione (biciclette e giocattoli)

Ovviamente la distinzione non è così secca: ricchi di qua, poveri di là. La società italiana si stava trasformando. Si prenda, ad esempio, quel grande strumento di emancipazione che fu la bicicletta:

furono dapprima macchine grossolane, pesanti, poco scorrevoli, che strappavano risate e beffe e insolenze ai birichini delle strade, quando osarono farsi vedere. Ma oggi che cosa vi è di più ardito del velocipedista, che nel suo abito attillato corre su quest’ordigno che la meccanica con assidua cura e pazienza ha perfezionato, reso leggiero e veramente veloce?… Così il velocipedismo andrà continuamente progredendo come tutte le innovazioni che hanno in sé il germe, della riuscita, quelle che accoppiano l’utile al dilettevole, il pratico al bello.

Oggidì centinaia di biadetti tagliano in tutti i sensi i viali più frequentati, le vie in cui maggiore è l’animazione; battono con perseveranza e fiducia la campagna. La bicicletta, che nella mostra del 1884, si può dire, non figurava, avrà invece nella prossima Esposizione una gran parte, e come oggetto esposto, e come mezzo di festeggiare la fausta ricorrenza con splendide corse.

La bicicletta ampliò davvero i confini entro i quali le persone erano abituate a vivere e muoversi; lo spazio da esplorare – con tutto il corollario di relazioni umane ecc. – crebbe notevolmente.

Troviamo articoli dedicati alla ginnastica, ai giornali illustrati, sulle confezioni per signora, le prime automobili, i giocattoli. Sono tutti pezzi rivolti all’ampio pubblico di una borghesia in aumento.

Una delle testimonianze più evidenti è un lungo articolo (che stralcio e stravolgo brutalmente) sui giocattoli:

m’abbacina, da un’ampia vetrina, un carro trionfale su cui troneggia, bionda, la bambola Mignon; quattro focosi destrieri lo trascinano: valletti, gentiluomini, cortigiani indossano il caratteristico ed esilarante costume di Gianduja.

Compagni alla regina Mignon nel suo palazzo di cristallo sono una quantità di bambole grandi, piccine, vestite da damine, da bimbe, da contadini, da marinai: sono animali d’ogni razza e qualità. Non hanno infatti tutti i sovrani, oltre i sudditi, il loro popolo animale chiuso nei giardini e nelle gabbie?

Con un giro di manubrio invisibile, la vetrina si anima per incanto, e allora siamo in pieno regno di fate; la bambola-bambina che dorme nel suo lettuccio bianco apre gli occhi, s’alza a sedere, schiude le labbra e chiama la mamma come una bimba petulante; il gatto miagola, i cagnuoli abbaiano, i cavalli del carro galoppano nitrendo e tutte quelle vocette strane che escono dai buchi praticati nello zoccolo della vetrina, fanno pensare a ciò che si sarebbe inteso dall’arca del buon Noè, se quei falegnami avessero pensato a farci delle finestre.

Ecco le bambole del Bonino, in costumi elegantissimi; i lettini, gli abiti, i corredi di biancheria, che paiono quelli di una sposa visti col cannocchiale rovesciato […]. La grotta dei nani meriterebbe da sola un’illustrazione. Con una monetina da dieci centesimi vi procurate l’audizione di uno splendido pezzo di musica e una illuminazione elettrica meravigliosa e mettete in movimento una dozzina almeno di vecchi gnomi interessanti, uno deii quali in compenso della vostra ammirazione vi offre colle piccole mani prodighe una scatola di dolci.

Meno generoso ma non meno simpatico è il Mago che s’erge maestoso nella sua nicchia, tenendo fra le mani la fatidica bacchetta: due soldi ed egli vi fa assistere ai più straordinari giuochi di prestigio.

Sono oggetti che testimoniano la nascita di un mercato specificamente dedicato all’infanzia, il che è indice di trasformazioni più profonde e della presenza di una borghesia che sta modificando il proprio atteggiamento verso l’infanzia.

Linguaggi

Sfogliando questo volume da un lato si resta affascinati dalle splendide illustrazioni, dall’altro ci si incuriosisce a seguire diversi itinerari, ma si avverte, leggendo, anche qualcosa di estraneo. In certi articoli si percepisce come una stonatura. Si legga, per esempio l’articolo che chiude il volume:

l’Esposizione […] non è stata soltanto un futile pretesto a svaghi e divertimenti: l’hanno chiamata la « festa del lavoro »; ma il suo vero nome fu più nobile, la sua essenza fu più alta: essa fu scuola del lavoro e di libertà.

Bandita da pochi ardimentosi e tenaci, fra l’apatia e lo scetticismo dei più, riuscì a superare vittoriosamente il laborioso periodo della preparazione: e si affacciò fidente al maggio, per celebrare le nozze d’oro della libertà italiana, del patto solenne fra Re e Popolo […]. Quell’ aurora della Esposizione, che da tutti si auspicava fulgida, si oscurò tosto per i disordini che perturbarono il Paese, ed in singolar modo una regione più prossima a questo nostro Piemonte.

Gli animi ebbero un momento d’ansia, di trepidazione, di dubbio: dunque i Fati contrastavano perversamente Torino — […] le civili turbolenze avrebbero volto alla peggio le sorti della coraggiosa e patriottica impresa?

Così mostrava di dubitare alcuno. Ma Torino non si lasciò intimorire, nè agitare, nè fuorviare: Torino rimase ferma, serena, fiduciosa in sè e nell’Italia. La nazione aveva attinto ad essa, alla sua fonte immacolata e gloriosa, le fondamentali libertà pubbliche; ora, dopo cinquant’anni, il còmpito di Torino era di mostrare quanto frutto ne avesse ricavato l’Italia; era di mettere in luce il felice connubio della libertà e del lavoro. Questa la parola d’ordine; e Torino vi si mantenne fedele: ed esempio mirabile e purissimo di elevata educazione politica, non ebbe bisogno di alterare il suo regime di secura libertà. La lezione fu istruttiva; l’esempio fu convincente.

Non siamo di fronte ad un semplice, anche se ben riuscito sfoggio di retorica. Nelle frasi e nelle parole che ho sottolineato c’è qualcosa di più sinistro, un linguaggio artificiale, metallico, di impronta militare che, perfezionato e lavorato si sarebbe ripresentato nemmeno un quarto di secolo più tardi. Senza voler forzare, questo linguaggio rimanda a soggetti che si prepareranno a fronteggiare e reprimere quelle che con un eufemismo vengono definite “civili turbolenze”…

Naturalmente un evento di quella portata ha suscitato l’interesse degli studiosi. Spulciando on line ho trovato la stessa pubblicazione messa on line da Museo di Torino: http://www.museotorino.it/resources/pdf/books/254/#34, una pagina dell’Archivio Storico di Torino dedicata alle esposizioni – quella del 1898 si trova qui: http://www.comune.torino.it/archiviostorico/mostre/expo_2003/teca3.html, un volume curato sempre dall’Archivio Storico della città e un video. Buona consultazione e buona visione.