Recensione. Bruno Maida: I treni dell’accoglienza

In un’Italia ferita, povera e in grande difficoltà un’iniziativa umanitaria verso i bambini diventa un progetto politico…

L’Italia del dopoguerra è un paese quasi in ginocchio: città sventrate, campi minati, comunicazioni compromesse, produzione agricola e industriale ridotta al minimo. Disponiamo di molte descrizioni di quell’Italia martoriata.

Così come vi sono molti modi per studiare il secondo dopoguerra (vedi, ad esempio, Giovanni De Luna: La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione. 1946-1948, ma ne proporrò altri esempi).

Maida sceglie un percorso e un evento diversi. Per descrivere l’Italia del secondo dopoguerra è partito da un progetto politico-sociale: “I treni dell’accoglienza”, una iniziativa organizzata e diretta principalmente dal Partito Comunista e dall’Unione Donne Italiane.

Ancor prima di inoltrarci nel libro, il punto da cui partire, mi pare, è che quell’Italia era già povera prima della guerra. Nel 1953 vengono pubblicati gli Atti dell’Inchiesta sulla miseria in Italia, una ponderosa opera in più volumi nella quale, pur cassata nelle descrizioni più crude, viene descritta una povertà dilagante, certo diseguale per profondità e ampiezza nelle varie zone del Paese, ma comunque presente. Leggendo gli atti di questa Inchiesta è impossibile non riandare con la memoria alle grandi inchieste ottocentesche, quella di Jacini sui contadini e quella di Bertani sulle condizioni sanitarie. Del resto, l’Italia del dopoguerra è un paese la cui economia era ancora profondamente agricola – e in molte zone si trattava di un’agricoltura arretrata. Mi è capitato recentemente di studiare il territorio di un Consorzio di Bonifica Montana, a cavallo tra Emilia-Romagna e Toscana: ebbene, la documentazione prodotta negli anni Trenta del Novecento restituisce zone poverissime ancora alla vigilia della guerra. Siamo di fronte a una storia lunga: un libro recentissimo di Adriano Prosperi, che ho recensito (Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) si basa su decine di topografie mediche che descrivono “mondi terribili”. Non a caso Maida non trascura le zone appenniniche che ho indicato e utilizza anche documentazione prodotta dai medici.

Perché su quell’Italia già povera si innesta la miseria provocata dalla guerra. Direi che tre termini possono indicare bene la situazione: danni di guerra, mercato nero e malattie. La documentazione riportata da Maida sui danni di guerra è esemplare. Descrivendo le zone lungo la linea gotica e lungo il Senio; nella zona di Cassino; a Roma e Napoli Maida ci inoltra in situazioni infernali: la gente tira a campare e si arrangia in tuguri, in grotte, perfino sottoterra come nel caso di Napoli. Ne emerge un’Italia dolente, lacera, nella quale le stesse malattie dominanti rimandano a condizioni di vita estreme: tifo, rachitismo, malaria, tracoma sono tutte malattie che hanno attinenze a condizioni igieniche disastrose, ad abitazioni malsane, a un’alimentazione insufficiente, a vecchie “tare” sulle quali si innestano nuove sofferenze. Si dovrebbe tener presente che in alcune zone le devastazioni di guerra sono talmente gravi che spengono sul nascere qualsiasi possibilità di ripresa: nel nostro appennino, lungo il Senio, l’esodo dei montanari verso la pianura inizia molto prima del boom economico.

Il mercato nero ha prezzi proibitivi e fa prolificare la criminalità e la micro-criminalità. A fare le spese più di altri di questa situazione, e allo stesso tempo ad esserne protagonisti, sono i bambini.

Bambini cenciosi, malnutriti, sgamati e sprezzanti fin da piccolissimi; abituati ad arrangiarsi in mille modi, rubando, contrabbandando. Il problema dell’infanzia ha molte sfaccettature: demografico, in quanto la guerra ha spazzato via una generazione di soldati e di civili; sanitario, perché quali adulti si avranno se quest’infazia è già malata dal suo nascere? Umanitario, in quanto i bambini sono vittime di una guerra voluta dagli adulti; morale, in quanto i bambini sono ritenuti il collante della famiglia

Entriamo così nel cuore del libro perché verso l’infanzia si muove l’iniziativa del PCI e dell’UDI dei treni della felicità: spostare i bambini più poveri e bisognosi delle zone più povere e colpite dalla guerra, in quelle in cui le condizioni di vita sono relativamente migliori, ospitati da famiglie disposte ad accoglierli per qualche mese.

Anche in questo caso occorre tenere l’occhio al passato. Perché se il PCI e l’UDI sono gli artefici principali di questa iniziativa, non sono gli unici ad attuarla: Enti comunali di assistenza, OMNI, CIF, associazioni e comitati cittadini, Croce Rossa… sono molti gli enti coinvolti. Perché un numero così elevato di enti? Perché questa vicenda mostra le carenze storiche del Paese sul versante dell’assistenza. Gli stessi ECA, creati dal regime fascista nel 1937 altro non erano che le più vecchie Congregazioni di Carità. C’è tutto un fittissimo sottobosco di Opere Pie ereditato dalla Repubblica, che in molte zone del paese era ancora nelle mani del clero che fa sentire la propria influenza. È un groviglio di enti, a volte minuscoli, che impedirà a lungo l’organizzazione del “welfare state” nazionale (Gli ECA e l’OMNI sopravviveranno ben addentro alla storia repubblicana. Sull’OMNI si può vedere: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista).

Garantire qualche mese di serenità, di alimentazione adeguata, di scolarità a decine di migliaia di bambini non è soltanto una questione umanitaria. È anche un’operazione politica. Il PCI si è guadagnato una legittimità politica nel corso della Resistenza, ma è un partito che ha ancora molti problemi. Le iscrizioni sono “esplose” nell’immediato dopoguerra, ma non sono omogenee sul territorio nazionale: forte, radicato e strutturato al nord, nelle fabbriche e nella valle padana che era stata socialista, si sviluppa a macchia di leopardo nel resto del paese, in meridione è debole e fragile.

Soprattutto, la netta maggioranza dei nuovi iscritti non ha una preparazione politica. Vent’anni di spoliticizzazione operata dal fascismo sono difficili da smaltire. Il PCI sconta anche una debolezza culturale che Maida mostra in modo molto efficace più volte lungo il libro: ufficialmente schierato per l’emancipazione femminile, in realtà il partito è pervaso di maschilismo: molti mariti proibiscono alle mogli di frequentare le sezioni per il timore che vengano “insidiate” dagli uomini; le donne con incarichi di rilievo nel partito sono poche. Tra emancipazione femminile e “specificità” della natura della donna in quanto custode del focolare domestico, “predisposta” alla cura, all’educazione e all’assistenza dell’infanzia l’azione del partito si muove in questa direzione.

Ma è un partito che ha anche alcuni vantaggi su tutti gli altri. Innanzitutto, ha un gruppo dirigente di alto livello intellettuale: Togliatti, Scoccimarro, Sereni, Amendola… sono tutte teste pensanti, intellettuali finissimi. Ma, sopra ogni altro aspetto, il PCI dispone di una militanza dei quadri intermedi a tutta prova: è difficile comprendere oggi come sia possibile accettare e condividere una dedizione totale, assoluta, completa dei militanti alle direttive del Partito: spostarsi da una città all’altra, assumere incarichi diversi, sopportare una vita di privazioni. Non va dimenticato che, in quegli anni, e soprattutto in un partito come quello comunista, composto in grandissima parte da proletari, fare politica non arricchisce. Quella dedizione assoluta si spiega col fatto che quei militanti credevano in quello che facevano. Infine, la vecchia guardia del partito, ha affrontato il fascismo, subito il carcere, conosciuto migrazioni, si è impegnato nella guerra civile spagnola, mantenuto una debole ma costante opposizione al fascismo, ha diretto la Resistenza. In breve, ha maturato grandi capacità organizzative.

Ecco allora che questo insieme di capacità viene riversato sull’esperienza dei treni dell’accoglienza. Da un’iniziativa estemporanea nasce e prende corpo un progetto politico. Organizzare i treni della felicità significa in primo luogo promuovere un grande sforzo: quali bambini inviare? Il risvolto politico dell’operazione – radicare ed estendere il partito su tutto il territorio nazionale – fa sì che li si scelga in relazioni ai bisogni e non all’appartenenza politica (passata e presente) dei genitori. Come selezionarli? Occorrono medici in grado di individuare eventuali malattie infettive. Trovare le famiglie, organizzare i viaggi… Si tratta di un’iniziativa che consente anche di conoscere meglio i profondi bisogni non solo contingenti della popolazione, smentire la propaganda degli avversari, legittimare una forza politica legata al nuovo avversario che la guerra fa emergere: l’URSS.

Certo, una volta che il progetto comincia a prendere corpo si innesta un fenomeno di adesione spontanea dovuto al coinvolgimento emotivo: i giganteschi salvadanai fatti circolare nella città per raccogliere offerte, l’adesione di sindaci e giunte popolari e comunali. Maida descrive tutto questo con pagine esemplari, empatiche e coinvolgenti. Ma c’è anche il risvolto negativo. Dopo l’iniziale adesione entusiastica, le successive “ondate” di bambini da ospitare troveranno resistenze tra i militanti: mantenere un bambino per mese ha dei costi pesanti da sostenere per una famiglia operaia o contadina; arrivano gli scugnizzi, indisciplinati e abituati a rubacchiare… ci si può fidare? Nei militanti c’è anche una diffidenza con venature razziste nei confronti dei meridionali che i dirigenti faticano a vincere.

Ci sono altri problemi perché quei bambini non sono soltanto oggetto di un’operazione politica. Sono anche soggetti, con desideri, timori, rifiuti, esigenze. Maida ci inoltra e ci guida in questo prisma sfaccettato con prudenza e sensibilità. Sono mondi che si incontrano, a volte con fatica, a volte con esiti inaspettati – alcuni bambini rimarranno al nord.

Maida sceglie questi percorsi per far descriverci un’Italia divisa tra “molte italie”. C’è la Napoli monarchica e qualunquista, poverissima  ma visceralmente anticomunista; c’è un’Italia in cui l’influenza del clero sulla popolazione è capillare ed assolutamente dominante. Qui è sufficiente spargere volantini anti-comunisti e spargere dicerie  immaginifiche sui comunisti che mangiano i bambini o che li invieranno in URSS per farne nei nemici dell’Italia per rendere difficilissima la concretizzazione dei treni dell’accoglienza. Ci sono anche le zone rosse della Valle Padana. Una domanda “riguarda” l’Emilia-Romagna da vicino: come mai dal momento che molte zone delle Valle Padana fu una delle più colpite dalla guerra, l’Emilia fu una delle regioni che rispose con più ampiezza ed efficacia di altre?

Ebbene, anche in questo caso siamo di fronte alla longue durée della storia. Siamo nella terra del mutuo soccorso, delle associazioni, delle leghe, delle cooperative, delle prime municipalità democratiche (il 1889) che avevano sviluppato un’attenzione notevole agli asili, alla refezione scolastica, ad alcuni servizi municipalizzati. Tutto questo è “passato” in qualche modo attraverso il fascismo. Si può sostenere che il partito socialista sia stato la vera vittima del fascismo:  dal punto di vista organizzativo non si è mai più ripreso dalle violenze squadriste. Ma il PCI seppe appropriarsi di quella storia, di quei percorsi. Ecco allora che la storia lunga di una terra che è diventata fertile per l’opera dell’uomo – le bonifiche – ma che ha richiesto lotte e organizzazione si incontra più facilmente di altre le necessità. Gli emiliano romagnoli le riconoscono: sanno bene cosa vuol dire avere la malaria; la pellagra è sparita da pochissimo, ma tutti sanno cosa sia la sofferenza che ha comportato quella malattia. Non parlerei di generosità romagnola. L’idea di collocare alcuni bambini milanesi presso alcune famiglie emiliane nasce inizialmente anche perché nelle dure vertenze di inizio ‘900 famiglie milanesi si sono fatte carico di prendere presso di sè bambini di braccianti emiliani affinché questi potessero continuare e sostenere la lotta senza cedere al “ricatto” implicito nella sofferenza dei loro figli. Maida si riallaccia a questo fenomeno, ma la storia delle lotte contadine nella Valle Padana è più antica (vedi ad esempio Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)).  Questo libro è bello anche perché non indulge alla retorica, non ce n’è traccia.

Accogliere e aderire a un progetto politico significa indicare quale percorso si vuole intraprendere, cosa e chi privilegiare, dare priorità ad alcuni soggetti piuttosto che ad altri. Ecco il motivo per cui l’Emilia rispose bene ai treni della felicità. Ed ecco anche perché dal libro emerge un fare politica che parte dai bisogni profondi delle persone comuni e dei più deboli, un fare politica per una società rinnovata, democratica e aperta, una politica pulita. C’è stata quella politica, la si poteva condividere o meno, sostenere o contrastare, ma ha avuto una storia che Maida ha fatto benissimo a ricordarci. In un paese in cui non è affatto vero che si stava meglio quando si stava peggio, matura una pagina alta della nostra storia.

Con I treni della felicità Maida ci regala un libro bellissimo, frutto di un lavoro di scavo archivistico e documentario imponente e faticoso, fuso in una narrazione fluente e sempre ponderata.


Recensione. Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale

C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile?  Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?

Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di Georges Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.

Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili.

L’argomento del libro è l’abito, non la moda, anche se i due aspetti sono ovviamente intrecciati. Ma l’abito, il vestito rimanda a di cosa è fatto, come è fatto, perché è fatto in un determinato modo. Vale a dire che l’A. collega l’abito all’ambiente, al commercio, alla vita quotidiana. Usa l’abito e la sua storia per gettare uno sguardo inedito sui grandi fenomeni della storia al fine di comprenderli meglio, approfondirli.

È quello che in un brevissimo articolo sul mio blog ho definito, volgarizzando e sintetizzando al massimo, “entrare di traverso nella storia”; cioè prendere un fenomeno secondario – o apparentemente secondario – e usarlo come un cuneo per inoltrarsi al centro delle questioni fondamentali. Si può osservare un edificio o una piazza dal di fronte o da un angolo: l’edificio è lo stesso, ma la prospettiva cambia.

Per questo direi che per parlare di questo libro e, a mio parere, per illustrare l’intento dell’autore, si possono prendere tre esempi essenziali. Il Rinascimento, la Rivoluzione Francese e la prima guerra mondiale. Si tratta di tre passaggi, di tre snodi fondamentali (negli ultimi due casi, addirittura di eventi periodizzanti).

Il nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile lo si registra nel fatto che gli abiti di quel periodo hanno una confezione geometrica. Quando pensiamo al rinascimento vengono vengono alla mente grandi artisti: fu un’epoca che cambiò la pittura, l’architettura, approfondì le scienze naturali. Viene subito alla mente Leonardo, ma di Leonardo minori il Rinascimento pullulava. Inizia anche l’epoca delle grandi scoperte geografiche e quindi della cartografia, e dell’esplorazione del cosmo. Secondo Walter Benjamin il Rinascimento è indagatore dell’universo. Non stupisce allora se la lettura degli eventi avvenisse in forma geometrica. Questo lo si constata anche nei vestiti riportati nelle opere d’arte. Ve ne sono alcuni, e Vigarello li illustra e li discute, composti da due triangoli, quello alla base, che arriva fino alla vita, e quello superiore, ma rovesciato; oppure il colletto disegnato a mo’ di trapezio.

Naturalmente abiti del genere erano scomodissimi. La donna sembra imbalsamata e irrigidita in vestiti che rendono difficile il muoversi.  In altre immagini sembra posta su di un piedistallo. Allora ci si può domandare quale fosse il ruolo della donna. La donna, e con essa l’abito che indossa servono in realtà a rafforzare e indicare il prestigio e la forza economica dell’uomo. La donna ha, in queste immagini almeno, una posizione ancillare, di decoro rispetto a quella maschile.

Una chiusura dunque, che raggiunge il massimo nel clima plumbeo della controriforma, con colletti che diventano enormi ciambelle mentre tutto il resto del corpo è accuratamente coperto e imperscrutabile. Delle donne si vedono soltanto viso e mani. Anche i colori si incupiscono: sono colori pesanti, ferrigni, nero, verde scuro, marrone scuro.

E tuttavia, sia pure in un contesto dai contorni cupi, molte cose si muovono. Le grandi rotte commerciali sono tracciate, il gusto nel cibo e nel mangiare si alleggerisce: entrano nuovi condimenti e nuovi prodotti; i primi caffè sono luoghi di ritrovo maschili, ma vi si va per avere e leggere notizie e per assicurare i viaggi d’affari (la Lloyd ebbe la prima sede in un caffè, così come molti giornali – su questo si veda Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Anche gli abiti cambiano. Lo si vede facilmente in quelli maschili: diventano più confortevoli, più comodi e pratici. Cominciano a mutare anche i materiali: stoffe che provengono dall’India, dalla Cina o dalle Americhe.

Nel corso del Settecento questo processo prosegue e coinvolge anche l’abito femminile, che si assottiglia e diventa più pratico. Indica che la donna ha conquistato nuovi spazi sociali. Il processo sfocia con la Rivoluzione francese, che non solo “libera” alcune parti del corpo, ma ne lascia scoperte alcune. È il segno di conquiste sociali importanti anche se temporanee. (Si potrebbe anche osservare che la Rivoluzione francese “politicizza” l’abito: coloro che ne rigettano valori e conquiste indicano la propria avversità persistendo a mantenere gli abiti dell’Ancien Régime)

Temporanee perché la Restaurazione ha usato la mano pesante con le donne. Mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.

Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile in una certa misura si si democratizzano.

C’è di più: la società ormai si è stratificata in molte classi: la stessa borghesia non è, come noto, un blocco unico: si suddivide in almeno tre sotto-classi (grande, piccola, media); si manifesta anche una “aristocrazia del proletariato” dalle minime pretese. Si cercano svaghi e ritrovi. Si pensi ai poster pubblicitari di Lautrec: le gonne si accorciano per facilitare il ballo. (per qualche esempio si veda Art of poster Manifesti della Belle Époque)

Un ruolo non trascurabile in questo senso lo ha esercitato lo sport. Tennis e golf erano sport elitari, ma aperti alle donne. Per praticarli occorreva accorciare la parte inferiore e rendere più liberi torace e braccia.

Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte dai costi proibitivi.

Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.

Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile. Si arriva così fino alla rottura provocata dalla scandalosa minigonna, che scopre finalmente e valorizza le gambe.

Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… Le voci maschili, come è in una certa misura ovvio e prevedibile, sono in netta maggioranza e tra esse dominano le osservazioni impregnate di biasimo e sarcasmo che indicano un malcelato timore degli uomini nei confronti delle donne. Perciò le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo percorsi più ampi.

L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.

Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni. Buona lettura.


Recensione. Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia

Un ottimo libro sulla Repubblica di Weimar che unisce alla ricchezza delle fonti, chiarezza espositiva e fermezza nelle valutazioni.

Guerra e rivoluzione: binomio terribile e liberatorio, oscuro e abbagliante, utopistico e tragico appunto. La Repubblica di Weimar, molto di più di un tumultuoso e tormentato periodo di passaggio tra la Grande Guerra e il Terzo Reich, fu l’espressione di molteplici contraddizioni.

Eric Weitz ci guida con mano sicura nella storia di questa repubblica nata sotto una cattiva stella: il riassetto dell’economia nel dopoguerra, anni di iper-inflazione e, pochi anni più tardi, gli effetti devastanti della Grande Depressione del 1929. “Tre capovolgimenti del mondo” come li definisce Weitz.

Fare i conti con il dopoguerra fu un compito estremamente difficile. Basterebbe citare i 2 milioni di morti e i 4,2 milioni di invalidi quale lascito per rendersene conto. Eppure ciò che la Repubblica di Weimar riuscì a mettere in campo fu qualcosa di straordinario: democrazia parlamentare, voto alle donne, riduzione dell’orario di lavoro nelle fabbriche, un maggior intervento dello Stato nell’economia, libertà di stampa, welfare diffuso (sussidi di disoccupazione agli operai – ma non ai contadini e ad altri lavoratori, che ne restarono esclusi – pp. 123-24). Furono – e restano – misure straordinarie.

Senonché la Repubblica dovette fare i conti con altri lasciti della Grande Guerra, veleni estremamente corrosivi. Molti tra le centinaia di migliaia di reduci tornarono a casa sconvolti nel fisico e nella mente dalle tragedie della guerra. Una buona parte di loro non riuscì più a tornare ad una vita normale e divenne un potenziale destabilizzante per la Repubblica. Un altro lascito della guerra fu l’immissione nel dibattito e nel confronto politico di un tasso di violenza verbale e fisica enorme e fino ad allora sconosciuto. L’odio divenne un elemento onnipresente nella vita politica di quegli anni: odio verso l’avversario politico, gli stranieri e gli ebrei, verso le potenze che avevano vinto al guerra e che avevano imposto riparazioni umilianti, devastanti e ingiuste (così furono percepite, in modo trasversale, da tutte le forze politiche). “L’assassinio politico praticato da gruppi di estrema destra […] diventò quotidianità tra il 1919 e il 1923” (p. 94).

Non può sorprendere che la Repubblica, anche nei momenti in cui godette di maggior consenso, non fu “mai completamente legittimata” (p. 45). Non lo fu alla sua sinistra dal partito comunista che, pur non essendo in grado di compierla – come dimostrano i ripetuti tentativi falliti miseramente – cercava di scatenare una rivoluzione sulla scia di quella russa. Non lo fu, soprattutto, alla sua destra – una destra composita, che sommariamente si può suddividere in due parti:  una comprendente la destra vecchio stampo della antica nobiltà terriera prussiana, alcuni settori del mondo degli affari, militari, alti funzionari pubblici, magistrati (che usarono la mano leggera con i gruppi eversivi di destra ma molto pesante nei confronti della sinistra), docenti universitari e prelati di entrambe le chiese; l’altra, quella dei gruppuscoli della destra estrema e paramilitare dei frei korps, rozza e violenta e che poi confluirono nel nazionalsocialismo.

La prima destra era ben installata nella Repubblica fin dalla sua nascita. La socialdemocrazia, sebbene potente e ben organizzata, non ebbe mai la maggioranza necessaria per dar vita a governi stabili. Giunse così a patti, incorporandoli, con gruppi potenti che erano avversi alla Repubblica e lavorarono incessantemente per indebolirla e affossarla. Se si può sostenere che fino al 1920 in Europa nel temere forze capaci di rovesciare governi liberali le classi dirigenti guardassero con apprensione a sinistra e non a destra, nella Repubblica di Weimar “era la destra a rappresentare la vera minaccia all’esistenza stessa della Repubblica” (p. 105).

La Repubblica nacque con questo tarlo. L’atteggiamento di Hindenburg e Ludendorff che crearono la leggenda della “pugnalata alle spalle” rovesciando la colpa della sconfitta sul parlamento, sui partiti democratici e sui del tutto inventati traditori interni (partiti di sinistra, ebrei, pacifisti ecc.) fu solo il primo segnale della presenza attiva di forze ostili che vedevano nella Repubblica di Weimar un ostacolo o qualcosa di illegittimo. Dopo la rivoluzione russa e la sopravvivenza politica dei bolscevichi, per la sinistra radicale il miraggio di una rivoluzione proletaria era una calamita potente e da questo punto di vista la Repubblica era qualcosa che si frapponeva sul percorso della rivoluzione.

Diametralmente opposte, naturalmente, le convinzioni della destra. Questa considerò il robusto impianto democratico della Repubblica come se non l’incarnazione di una forma appena più edulcorata di socialismo, quanto meno il suo preambolo e comunque un miscuglio di forze liberali e progressiste disposte a lasciar umiliare il paese sul piano internazionale e ad abbattere steccati sociali e di genere al suo interno.

Le donne ad esempio, che durante la guerra avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, conobbero forme di indipendenza economica mai sperimentate in precedenza. Indipendenza che, col voto e col riconoscimento di altri diritti legati alla maternità divenne emancipazione (anche se l’aborto rimase illegale). Si parlò spesso di “donna nuova”: indipendente, sportiva, libera di scegliere chi amare, come e quanto. Se ne parlò con ammirazione come fece Zweig (pp. 361-62), con stupore paternalistico nel caso di Hessel (p. 64), con toni velatamente intimoriti in quello di Eggebrecht. Certo, per le operaie la vita restava dura. Weitz ci descrive il duro lavoro e le abitazioni scomode delle operaie. Non a caso la propaganda di sinistra le raffigurava oppresse dai datori di lavoro e bisognose di un compagno forte che le proteggesse. Ma per le donne che potevano permetterselo gli anni di Weimar furono un periodo splendido: liberate da quella sorta di imbalsamazione che era l’abbigliamento ottocentesco, ora vestivano abiti leggeri e alla moda, che esaltavano e lasciavano vedere parti del corpo. I grandi magazzini e la stampa femminile dettavano le leggi da seguire, Berlino brulicava di locali in cui poter ballare musiche americane e fare conoscenze. La contraccezione si diffuse e una vita sessuale soddisfacente divenne un diritto rivendicato – anche in forme paternalistiche da parte di maschi che pure si ritenevano progressisti.

Il welfare a favore delle classi lavoratrici furono un altro terreno di scontro. Far quadrare i conti dello Stato era un’impresa disperata e forze di centro e di destra vedevano nei sussidi alla disoccupazione e altre coperture uno sperpero di denaro. L’estensione del welfare poteva considerarsi un ampliamento di quanto già iniziato tempo addietro da Bismarck, ma le élites ne accettarono l’impianto soltanto perché timorose di una rivoluzione e quindi come strumento per togliere acqua al mulino dei comunisti. In ogni caso considerarono sussidi e protezione sociale non come diritti riconosciuti ma come espedienti temporanei che avrebbero dovuto essere se non cancellati, quanto meno ridimensionati. In un contesto completamente trasformato dalla guerra, la formazione culturale formazione di molti esponenti del governo considerava ancora il libero gioco della domanda e dell’offerta una regola dalla quale era bene non deragliare e una politica deflattiva, di contenimento dei costi e delle spese, il miglior modo per tenere la barra dritta e risistemare le finanze. Buona parte delle protezioni sociali furono tagliate e i costi del risanamento furono fatte ricadere sulle classi popolari.

Eppure, nonostante le enormi difficoltà, la Repubblica sprigionò energie straordinarie. La fioritura delle arti, e delle scienze ha qualcosa di incredibile e difficilmente spiegabile. Sulla scena erano presenti cervelli di prim’ordine: Einstein per la fisica, Mendelsohn, Taut, Gropius in architettura, Brecht nel teatro, Weill nella musica, Moholy-Nagy e Sander per la fotografia, Anna Höch  nel fotomontaggio sono solo alcuni dei grandi nomi che trovarono nella Germania di Weimar il loro momento creativo migliore e irripetibile. Così pure di movimenti come il Bauhaus e il dadaismo

Forse ciò che rese unico quel periodo è il fatto che l’arte si fuse con la politica e con la vita delle persone comuni. Nel secondo capitolo Weitz prende a prestito lo sguardo di osservatori intelligenti del calibro di Joseph Roth e altri per farci da guida nella Berlino dell’epoca. Ne viene fuori un quadro affascinante e divertente. In giro per quartieri, locali, ritrovi per artisti troviamo “tante” Berlino: dal quartiere ebraico innervato di viuzze strette sulle quali svetta imponente la Sinagoga – simbolo di integrazione per molti ebrei – ai lugubri quartieri operai, a quelli innovativi progettati da Mendelsohn e altri che a volte si innestano nella natura circostante mentre altre, per singoli edifici, si contrappongono alle costruzioni che li attorniano: edifici leggeri, sinuosi, la cui imponenza si dissolve nelle curve; edifici funzionali, “organici” – come si diceva all’epoca. Vale per i grandi magazzini, le cui immense vetrate consentono di vedere all’interno clienti e merci, come per i cinema. Nel caso di Mendelsohn, come in quello di Taut l’architettura si fondeva in un messaggio dalle valenze sociali: gli appartamenti per i lavoratori erano pratici, ampiamente illuminati di luce naturale e funzionali; sono pensati per agevolare e sveltire le faccende di casa e facilitare il riposo nei momenti liberi. La Berlino di quegli anni era una città inebriante, elettrizzante, capace di accontentare tutti i gusti: dalle esigenze culturali a chi andava a caccia di svaghi e emozioni forti. Per contrasto era anche una città che destava repulsione e veniva guardata con sospetto, soprattutto da chi abitava in campagna.

Sociali erano le intenzioni di Sander, che intendeva fotografare la società tedesca attraverso una forma di realismo dei volti ripresi: una sorta di Comédie humaine andata purtroppo in gran parte distrutta. Lo erano anche, almeno in alcune occasioni, i fotomontaggi bizzarri di Anna Höch, che smontavano certezze acquisite e provocano il lettore con quesiti inquietanti (p. 338).

Cinema, musica, teatro e radio modificarono la vita delle persone. Se alcuni capolavori come Metropolis non raggiunsero la grande massa, il cinema divenne un passatempo per milioni di tedeschi; Brecht sconvolse le regole del teatro facendo interagire attori e spettatori, il jazz e altri generi di importazione americana spazzarono via il modo di ballare dei tempi andati: i corpi si sfioravano, si toccavano, ci si lasciava andare a ritmi vertiginosi.

La società di Weimar – cosa di cui, nei suoi momenti migliori, la Repubblica tenne conto – era diventata una società di massa. Gli intellettuali si interrogarono su questo fenomeno. Alcuni, come Brecth e molti altri artisti di sinistra lo considerarono un evento positivo e promettente; altri lo osservarono con molto scetticismo e giunsero a conclusioni più negative che positive: tutt’al più le masse si sarebbero trasformate in consumatori ma avrebbero mantenuto la propria subalternità; era sufficiente osservare attentamente ciò che succedeva nei paraggi dei grandi magazzini, o  nei cinema, oppure nei parchi che attorniavano Berlino brulicanti di gente nei giorni di festa.

Tutto questo era destabilizzante per larghi settori della società. Nella “donna nuova” le chiese protestante e cattolica vedevano minate alla base la famiglia, il loro pilastro della società. Non era concepibile che la donna rifiutasse la sottomissione all’uomo e sconvolgesse gli equilibri della società disponendo di sé stessa come voleva – tanto più dopo la guerra che aveva portato sotto terra milioni di maschi e quindi stava conoscendo un deficit demografico. (L’atteggiamento e la sicurezza in sé stesse acquisita da tante donne destabilizzava perfino, in una certa misura, settori delle forze di sinistra dato che per loro il posto in fabbrica spettava all’uomo).

Anche altri settori della società erano sconcertati da quanto stava accadendo. Nei primi anni Venti di iper-inflazione e poi più tardi con la Grande Depressione, per la classe media era umiliante perdere il proprio status sociale e vedersi allo stesso livello – se non più in basso – di manovali, falegnami e operai (p. 159). Impiegati, piccoli commercianti e altre categorie nutrirono invidia per una classe operaia che consideravano inferiore ma che vedevano rafforzata e maggiormente tutelata. Era tutta gente desiderosa di stabilità, ordine e tranquillità e che avrebbe guardato con favore chi prometteva di darglieli.

Per larga parte della destra la fioritura di arti innovative era ciarpame, “arte degenerata” come la qualificò Hitler. Cos’altro dire di un movimento come quello dadaista che dileggiava tutto e tutti e rifiutava qualunque impegno serio? Chi non riusciva a comprendere che quelle reazioni riflettevano angosce profonde maturate nelle trincee o nell’imperante clima di incertezza restava privo della chiave per comprenderne il significato e finiva col rifiutarlo a prescindere (su questo, per un contesto più ampio, vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)). Inoltre, buna parte di questi innovatori erano di sinistra e, non pochi tra loro, ebrei. (Ciò però non toglie il fatto che la propaganda di destra – soprattutto della destra estrema – si impossessò di buona parte della tecnologia all’avanguardia sfruttandola egregiamente a proprio favore: l’organizzazione dei nazionalsocialisti si perfezionò e divenne molto più efficiente rispetto a quella degli altri partiti).

Schocken bei Nacht III. Foto: Michael Jungblut

Nei nove capitoli che compongono il libro, Eric Weitz ci mostra egregiamente la tensione continua tra queste forze, tra l’utopia e la tragedia. Le forze di sinistra persero lo scontro perché la Repubblica fu incessantemente logorata dal lavorio indefesso e implacabile delle due destre – quella rispettabile ben annidata in posti di responsabilità e fondamentali per il funzionamento dello Stato e della società e quella di strada, rozza e violenta delle squadracce. Quando la Grande Depressione del 1929 bussò alle porte, la Repubblica era ormai moribonda: da quel momento, fino all’avvento al poter di Hitler il Parlamento fu praticamente paralizzato e il governo diresse il paese per decreto in base all’articolo 48. La crisi mondiale del 1929, provocando 1/3 di disoccupati sull’intera forza lavoro diede il colpo di grazia, ma il grosso del lavoro era già stato fatto.

La forza del pensiero conservatore può essere illustrata dal percorso tormentato di un grande intellettuale come Thomas Mann. Mann era già famoso prima della nascita della Repubblica, non era quindi un suo prodotto ma è indicativo il fatto che se più tardi riconobbe il valore della democrazia, negli anni di Weimar lo troviamo su posizioni conservatrici con la sua adesione alla legge della protezione della gioventù dagli scritti turpi e immondi (p. 122), nel difendere la kultur in contrapposizione alla civilisation, nel mantenere uno stile di vita e di abitudini genuinamente borghesi come una corazza per non confondersi e non essere confuso con la massa anonima della gente comune e sottolineare la sua appartenenza di classe.

La Repubblica di Weimar ha una folta letteratura anche in italiano. Ho scelto di cominciare a parlarne da questo libro di Weitz per due ragioni fondamentali: la prima è la chiarezza dell’esposizione. Weitz ha una scrittura scorrevole e accattivante. La seconda riguarda la presa di posizione dell’Autore. Weitz non ha paura di schierarsi. Ha parole piuttosto dure nei confronti del partito comunista e ne indica puntualmente gli errori, ma le sue posizioni democratiche emergono senza mezzi termini. “Weimar non crollò: fu assassinata. Distrutta deliberatamente dalla destra tedesca antidemocratica, antisocialista, antisemita che, alla fine, saltò sul carrozzone del nazionalsocialismo” (p. 426).

Hitler non fu affatto il prodotto inevitabile di quel percorso. Weitz documenta i rapporti tra “destra rispettabile” e destra violenta fin da subito, con la prima larga di finanziamenti e atteggiamenti compiacenti. Quando giudicò che la Repubblica era diventata troppo debole per reagire spinse avanti Hitler e i suoi scherani nella convinzione di poterli controllare in un secondo momento. Ma le cose non andarono così e Hitler divenne il padrone della Germania.

Il libro di Weitz merita davvero di essere letto e la vicenda di Weimar di essere studiata ancora e approfondita. La sua fine dimostra cosa può accadere “quando un sistema democratico non è in grado di soddisfare […] richieste basilari, persino i democratici più convinti possono volgergli le spalle e auspicare posizioni più autoritarie” (p. 428).

Direi che visti i tempi in cui stiamo vivendo sarebbe bene tenerlo a mente. (Einaudi ha recentemente ripubblicato in una nuova edizione leggermente più lunga della prima, da me usata).