Recensione. Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento

Credo che nel presentare Bella e perduta di Villari siano necessarie due premesse. La prima: tra l’interpretazione della storia e il racconto della storia personalmente ho sempre preferito la prima: capire come e perché i fatti si legano tra loro mi sembra l’elemento essenziale del mestiere di storico. E tuttavia – lo sostengo spesso – la storiografia italiana si è dimostrata troppe volte poco divulgativa; ha lasciato questo compito a tutta una schiera di giornalisti e pubblicisti non molto pratici nel maneggio delle fonti, che non di rado hanno creato confusione più che portare chiarimenti.

Con Bella e perduta Villari rimedia a questi inconvenienti. Storico che non ha certo bisogno di presentazioni, ha scritto un libro che si legge con grande facilità, con una prosa fluida e accattivante che cattura l’attenzione del lettore. Nel far questo, oltre alla leggerezza della sua penna, Villari ha pescato in un gran numero di fonti a volte ritenute secondarie: opere d’arte, carteggi, musica, opere letterarie famose e meno famose, ricordi personali dei protagonisti, teatro ecc. Il che dimostra, tra l’altro, l’attenzione dell’Autore alle ultime tendenze della storiografia (si pensi ai lavori di Banti o all’Annale della Storia d’Italia Einaudi, curato dallo stesso Banti e Ginsborg).

Siamo quindi di fronte ad un lavoro di sintesi ma che si rivolge al grande pubblico. È un bene che storici del calibro di Villari indirizzino su questo versante i propri lavori: nel nostro Paese c’è un enorme vuoto di conoscenza storica da riempire.

La seconda premessa: gli storici interrogano il passato avendo in mente i problemi del presente – lo si sa. Il Risorgimento che ci presenta Villari in Bella e perduta è un Risorgimento fatto dai giovani: giovani, a volte giovanissimi sono i protagonisti delle vicende, conosciuti e meno noti. Quasi a mettere sotto agli occhi delle giovani generazioni il confronto tra un’Italia di allora frammentata in sette stati e quella di oggi che presenta alcune crepe preoccupanti; là, nel Risorgimento, un percorso tutto da inventare, qui, ora, una rigenerazione tutta da fare. Un invito insomma.

Giovani con le loro speranze, illusioni e disillusioni come quelle di un giovanissimo Foscolo verso al poco più anziano, ma già scaltro e determinatissimo Napoleone, visto dal poeta come un liberatore e poi rivelatosi l’opposto.

La calata di Napoleone in Italia nel 1796 apre il teatro della narrazione. Villari dipinge il quindicennio napoleonico in un chiaro-scuro dove gli sprazzi di luce sono comunque più forti delle opacità. Basterebbe l’aver risvegliato un movimento nazionale in un Paese che da secoli ne era privo (p. 14) a rendere positivo il bilancio della dominazione napoleonica.

Meriti che invece si spinsero al di là con tutta una serie di riforme, più o meno incisive, più o meno durature a seconda dei luoghi, ma che, come capì subito il Cardinal Consalvi, rendevano impossibile una Restaurazione reale. Ma anche equivoci. Ad esempio Villari mette in chiaro che “l’identificazione tra ricchi e giacobini rendeva inattendibile e artificiosa la propaganda sul contrasto tra l’antico regime e il popolo. Un equivoco che costerà caro al movimento democratico italiano” (p. 19-20), che per decenni si illuderà di avere un credito e un riscontro nelle classi popolari che invece era tutto da costruire o, quanto meno, da custodire e alimentare. Lo dimostrarono con grande (e drammatica) chiarezza i fallimentari moti del 1820-21 e 1830-31, moti organizzati da gruppi ristretti e quindi chiusi, dai quali – a dispetto delle illusioni – la gran parte degli strati inferiori della popolazione rimase estranea e ne bloccarono quindi le possibilità di diffondersi.

Le lancette della storia erano destinate a non tornare indietro non solo per gli effetti della Rivoluzione francese, ma anche di quella industriale, che dalla fredda Inghilterra non avrebbe tardato a scendere sul continente.

È in questa grande cornice, alla quale Villari riallaccia le vicende italiane, che si cala la storia che dà corpo al libro. Contesto generale che non è solo rimando obbligato in una ricostruzione generale, ma che è invece contestualizzazione obbligata in quanto è da quelle due grandi eruzioni rivoluzionarie che si formeranno i due grandi “partiti” che saranno protagonisti del Risorgimento: democratici, radicali, repubblicani e primi socialisti avranno, chi più, chi meno (e non senza qualche sguardo critico) gli occhi puntati sulla Francia; liberisti e liberali moderati guarderanno con ammirazione alla Gran Bretagna.

Percorsi difficili, come testimonia il faticoso evolversi delle “sette” e dei movimenti carbonari, le cui tappe sono scandite da dolorose sconfitte e speranze mal riposte (nell’aiuto francese prima nei moti del 1830-31 – p. 99 – e poi con la Repubblica Romana, o nel “Papa liberale” Pio IX nel 1847-48).

Percorsi difficili dovuti anche alla ristrettezza dei ceti sociali che hanno in mano le redini dell’azione politica: tutti o quasi tutti, democratici o moderati che fossero, appartenenti all’alta borghesia se non alla nobiltà, con una profonda diffidenza verso gli strati più umili della popolazione e di una sostanziale repulsione verso i contadini che pure, se non altro per un fattore numerico, avrebbero dovuto essere coinvolti in modo massiccio nell’agire politico.

Di qui l’importanza schiettamente politica della letteratura, delle arti e della musica, nelle quali Villari pesca a piene mani portandole in primo piano. Lungo tutta la narrazione Villari non manca mai di rimarcare la giovane età dei protagonisti, ma anche la partecipazione popolare agli avvenimenti, riprendendo le narrazioni di Cattaneo delle cinque giornate di Milano, stralci di diari, la difesa di Roma dalle truppe francesi sul finire della Repubblica romana ecc, ma, da storico di vaglia qual è, a un certo punto avverte le possibili obiezioni del lettore e sente l’esigenza di spiegare il suo punto di vista. Lo fa fin da subito ponendo questa contraddizione come elemento di fondo (p. 63), la rende elemento problematico nel segnalare l’assurdo connubio tra progresso tecnologico all’avanguardia e disastrose condizioni igieniche nel presentare l’apertura della prima tratta ferroviaria nel retrivo Regno delle due Sicilie, la spiega infine sostenendo che insistere troppo sulla distanza tra borghesi e contadini e tra città e campagna – che pure riconosce come limite importante del Risorgimento – significa perdere di vista il fatto che, come dimostra il 1848, il Risorgimento fu essenzialmente un processo che interessò gli intellettuali (pp. 179 ss.gg) e che “il Risorgimento fu soprattutto un’opera politica, una macchina di idee, di parole” (p. 184). Si può convenire con questa spiegazione; si può anche sostenere che la fiducia riposta nel progresso scientifico, tecnologico e produttivo (p. 112 e si vedano le parole di Cavour a p. 135) e nei suoi effetti liberatori (sui quali però un Leopardi diffidava, pp. 226-27); ma alcuni studi di Franco Della Peruta hanno dimostrato l’attenzione di molti intellettuali – molti “minori” ma non tutti – verso la nascente “questione sociale”.

Ristrettezza di soggetti, dunque, costretti a muoversi in margini ristretti che rese più fragile il fronte democratico. Fenomeno che Villari illustra bene seguendo  il dissidio Mazzini/Cattaneo (p. 164) e che indebolendo il fronte democratico ha incubato una serie di problemi che puntualmente si sarebbero presentati dopo l’unificazione.

Così, ad esempio, in Piemonte le contingenze portano all’operare comune tra il moderato Cavour e il democratico Rattazzi, un “connubio” che porta in sé il frutto avvelenato del trasformismo (p. 243). Ma anche quella che nei decenni successivi all’unificazione sarebbe stata chiamata “questione sociale” era la risultante di problemi per troppo tempo accantonati e non affrontati.

Questione sociale già matura altrove e altrove affrontata in maniera diversa: in Francia con l’avvento di Napoleone III, uomo quanto mai mediocre ma ben deciso a tutelare gli interessi della borghesia; con tutta una serie di riforme graduali nella ben più solida e meno turbolenta Gran Bretagna, come Cavour non mancava di far notare (p. 228).

In Italia, invece, si faceva sentire tutto il peso della storia con la sua frammentazione delle “cento città”, luogo naturale di azione delle élites che potevano dedicarsi alle vicende politiche, ma distante e guardingo dal mondo delle campagne, immerse in un “letargo politico e civile” e lì lasciate dalle città e dalla borghesia (Villari fa riferimento al Cattaneo che guarda alla storia d’Italia come storia di città e ai limiti della propaganda mazziniana che vedeva nelle campagne un confine invalicabile). Ecco che allora, pochi decenni più avanti, le campagne avrebbero rappresentato un problema di non poco conto. Di più: Villari considera le campagne vero e proprio “tallone d’Achille quando si giungerà all’unificazione nazionale” dato che il mondo delle città e quello delle campagne, storicamente e tradizionalmente divisi, sarebbero diventati assolutamente paritetici (p. 187).

Nei decenni successivi all’unificazione le campagne divennero il teatro d’azione delle forze socialiste, ma anche la Sinistra – e Villari lo fa capire molto bene – ha lasciato “tare” profonde nella storia successiva del Paese: lo dimostrano i persistenti tentativi insurrezionali, tutti inevitabilmente destinati al fallimento, di sollevazioni popolari come quella di Pisacane o gli arzigogolati tentativi mazziniani.

Da un libro molto più ricco di quanto appaia qui, abbiamo estrapolato alcune delle nostre debolezze: la ristrettezza della classe dirigente, la distanza tra città e campagna (Villari riporta alcuni esempi della corrosiva ironia di Marx verso i limiti della propaganda mazziniana che escludeva le campagne) destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia italiana (“il fango che sale” avrebbero detto i cittadini preoccupati del proselitismo socialista nei primi decenni del secolo, con le conseguenze che sappiamo), il trasformismo. Al lettore non possono sfuggire, se non altro per la frequenza con cui li si incontra, giudizi molto netti indirizzati allo Stato Pontificio e alla Chiesa. Non si tratta di anticlericalismo dell’Autore quanto, piuttosto, una segnalazione indiretta su un fattore quanto mai vincolante della nostra storia.

Ma ho fatto un’operazione ingiusta. Bella e perduta è una difesa del Risorgimento. Le sue energie si sono fatte sentire fin dentro al Novecento. È un elogio a quei giovani che si gettarono nella lotta per il loro Paese ed è, infine, uno dei libri migliori per chi volesse cominciare a studiare il Risorgimento.

Ho recensito recentemente Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento contadini di Adriano Prosperi. Ecco, Bella e perduta potrebbe essere lo sfondo ideale, il quadro generale per cogliere appieno la lettura del volgo disperso.

Recensione: Mario Infelise. I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna

Mario Infelise è uno storico serio, scrupoloso e capace di accattivarsi il lettore con uno stile piano, colto ma non dotto e condendo la narrazione con fatti curiosi e divertenti.
Il suo I padroni dei libri è incentrato sullo scontro tra la Repubblica di Venezia e l’Inquisizione romana sul controllo dei libri (e quindi delle opinioni che dalla lettura si formano): più che uno scontro, Infelise ci mostra una lunga partita a scacchi (a volte alla luce del sole, più spesso occulta) tra di due poteri.

Infelise dedica molte pagine alla figura di Paolo Sarpi, l’ideologo principale della Repubblica di Venezia e uno dei primi a comprendere – non solo in Italia, ma in Europa – quelle che devono essere le responsabilità dello Stato e quelle che spettano alla Chiesa: a suo parere spetta allo Stato occuparsi dell’informazione e a controllarla; le opinioni dei sudditi sono linfa vitale per la stabilità dello Stato, perciò è fondamentale averne il controllo.

Ecco quindi l’animarsi della partita a scacchi tra i due poteri. Sarpi sostiene queste posizioni proprio nella prospettiva di contrastare il potere di controllo delle idee e delle opinioni da parte della Chiesa. Perciò ci sono libri sgraditi all’inquisizione ma che la Repubblica protegge e lascia pubblicare per convenienza (e anche per scendere a patti con la potente corporazione dei librai), e viceversa – libri di provenienza clericale bloccati dalla Repubblica. Nel mezzo, il primo incerto formarsi, i primi nuclei, di quella che si sarebbe chiamata più tardi “opinione pubblica”, con la consapevolezza – per niente rassicurante – che “le parole […] tirano seco eserciti armati”.

Verrebbe quasi da dire che questi primi nuclei in formazione di opinione pubblica si trovano al centro e ad essere oggetto di una partita che in quel periodo sembra essere più grande di loro. La chiesa fiuta immediatamente il pericolo destabilizzante dei libri scritti in volgare e quindi comprensibili non solo a fasce di popolazione molto più ampie rispetto a quelle capaci di leggere il latino. Non si tratta solo di fasce più ampie: a quell’epoca coloro che erano in grado di leggere il latino ricoprivano incarichi di potere o si trovavano in prossimità di esso: la letteratura in volgare è pericolosa perché raggiunge persone che non solo ne sono escluse, ma possono essere anche ostili ad esso.

Forse ho semplificato troppo perché in realtà i protagonisti sono tre. Tra lo Stato veneziano (il più potente degli stati italiani dell’epoca) e Roma c’è l’industria libraria. E questa per un certo periodo gioca un ruolo tutt’altro che secondario: fino al corpo di provvedimenti del 1559, che ne limitano fortemente gli spazi di manovra e la indeboliscono, gli stampatori-editori veneziani sono in grado di promuovere una letteratura di qualità e i profitti derivanti da una letteratura di qualità alimentano la produzione di altre opere di valore: fin quando questo circolo virtuoso funziona, autorità di stato ed ecclesiastici devono tenerne conto.

Non riassumo il testo, ci sono altre vicende che potrei riportare: dallo “scrittore maledetto” del tempo Pallavicino a Galileo. Le tralascio non perché non siano importanti, ma perché è bene lasciarvi un po’ di curiosità. Lo sfondo è dato dalla Controriforma, con la quale la Chiesa si appresta a fronteggiare l’eresia protestante e librai capaci di muoversi con naturalezza sui mercati di mezza Europa: troviamo librai-stampatori-avventurieri che nascondono libri tra altre merci, li fanno entrare o uscire dalla Laguna da altre vie e con altri mezzi – a volte affidandosi a bande di delinquenti –; vediamo stratagemmi per scivolare tra le maglie della censura (ecclesiastica ma anche di Stato) con frontespizi falsificati; troviamo spie ai confini della repubblica e personale stipendiato per dare informazioni sui testi. Vediamo il declino della stampa provocato dalla peste e la conseguente mobilità di coloro che confezionano i libri.
Ma soprattutto Infelise ci fa scoprire le infinite sottigliezze del potere per contrastare, indirizzare, promuovere o bloccare i libri: quando è opportuno reclamizzare un’opera e quando è meglio osteggiarla apertamente; quando conviene fare in modo che si “estingua” (anche bloccando i libri che la denigrano e, se necessario, portando alla rovina il libraio-stampatore) e quando è opportuno lasciar correre; quando è bene “mutilare” un libro e quando no.

A me I padroni dei libri interessa soprattutto per i molti percorsi che apre. In primo luogo, anche se i fatti che ci racconta Infelise sono vecchi di quattro-cinque secoli, ci sono alcuni aspetti che ci “parlano” del presente: in quel periodo si manifesta una prima forma di globalizzazione – almeno per quello che riguarda la stampa -: Venezia ha la più importante industria libraria del tempo; l’invenzione della stampa di Gutenberg ha ampliato enormemente i mercati (il risultato, quindi, di una decisiva e sconvolgente innovazione tecnologica); ci sono fiere internazionali importanti. 

Come sempre gli storici studiano il passato per cercare risposte al presente. Va da sè che gli interrogativi che I padroni dei libri solleva riguardino l’oggi. La stampa e i modi di veicolare le notizie stanno cambiando radicalmente e velocità incredibile. Potenzialmente internet potrebbe essere un’arma potentissima per il formarsi di un’opinione pubblica informata, attenta e combattiva.

Senonché Infelise spiega bene la genesi di uno dei frutti avvelenati delle molte forme di censura e di controllo delle coscienze che hanno operato a lungo nella nostra storia. Vale a dire, “quello che è forse uno dei caratteri identitari di lunga durata degli italiani”: l’attitudine al conformismo, un macigno che blocca l’erompere di una società civile progressista e progredita. 

I padroni dei libri è un’opera frutto di lungo lavoro precedente e di profonde meditazioni. Lo si capisce immediatamente dalla complessità del testo e dalla capacità sovrana dell’A. di guidare il lettore anche poco smaliziato come me (parla di un’epoca che conosco poco) con mano sicura tra il fitto bosco delle moltissime fonti utilizzate, degli avvenimenti, dei ragionamenti e delle sue conclusioni, sempre meditate e profonde. Il tutto svolto con uno stile piano, calmo, che garantisce una facile e piacevole lettura.

Lo raccomando (così come raccomando di collegare questo libro a quello di Darnton I censori all’opera e Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

Buona lettura

Recensione: Mauro Forno Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano

La storia del giornalismo italiano è stata studiata da un notevole numero di storici e gode di una vasta e spesso eccellente bibliografia. In questo libro Mauro Forno analizzando il rapporto tra informazione e potere affronta in modo sistematico e articolato un aspetto che solo parzialmente è stato finora studiato.

Dopo una succinta carrellata sull’evoluzione della stampa in alcuni Paesi europei, Forno entra nel vivo della trattazione individuando nel Primo emendamento della Costituzione di Filadelfia e nei Diritti dell’Uomo che vietavano la prima la limitazione al diritto di informazione e sancivano con la seconda la libertà di espressione, la nascita della stampa contemporanea.

L’Italia conobbe una prima fioritura di giornali e quotidiani nei primi decenni dell’Ottocento, tanto che lo Statuto Albertino (1848) regolamentò la stampa sotto vari aspetti. Comincia però da questa data un fenomeno di lunga durata che ha caratterizzato (e per certi aspetti caratterizza ancora oggi) la stampa italiana: il “potere di intrusione dell’esecutivo” nelle testate (p. 17), il favorire la stampa “amica” e il vigilare, non di rado con forti pressioni, su quella critica o di opposizione.

Dall’Unificazione al fascismo

Lo Stato unitario ereditò la legislazione sabauda che venne estesa a tutta la penisola e i giornali furono indirizzati a sostenere l’azione dei governi e dello Stato reprimendo al contempo le voci di dissenso. Voci per altro modeste e poco numerose dal momento che il Paese era afflitto da un altissimo grado di analfabetismo.

Grazie a questa combinazione la stampa rimase strettamente legata ai gruppi dominanti nel Paese e ai governi i quali si predisposero a controllare la vita interna delle redazioni ponendone il controllo al Ministero degli Interni. Non sorprende quindi di assistere, durante i due ministeri guidati da Crispi, a un reciproco scambio di favori tra l’Agenzia Stefani e il governo: la prima si impegnò a non diramare notizie “lesive agli interessi nazionali” ottenendo in cambio la garanzia di abbonamenti da parte di tutte le prefetture del Regno.

L’età giolittiana è considerata il periodo più liberale e democratico che l’Italia abbia conosciuto prima dell’avvento del fascismo. Sia pure con qualche riserva ho sempre concordato con questa interpretazione. Riserve che, a quanto Forno fa emergere, appaiono motivate. Nel corso dei suoi ministeri, Giolitti garantì finanziamenti occulti alla stampa cosiddetta indipendente per ammorbidire critiche e opposizione. Lo stesso atteggiamento fu adottato da Salandra che nello stesso modo finanziò la stampa affinché favorisse l’interventismo in occasione della Grande Guerra e non ponesse critiche particolarmente incisive in relazione all’operato del Governo che si apprestava ad introdurre alcune limitazioni.

Una volta entrata in guerra i governi si attivarono per neutralizzare la stampa “disfattista” (in particolare quella socialista), introdussero la censura su notizie militari non comunicate da fonti ufficiali. Inoltre, essendo il conflitto un’ottima occasione – ampiamente sfruttata – per gli affari dei maggiori gruppi industriali, questi rafforzarono il loro controllo sulle testate tanto che, a guerra conclusa, avevano realizzato una fitta rete di controlli sulla stampa indipendente.

Il ventennio fascista

Se è indubbio che una volta giunto al potere Mussolini lavorò assiduamente e con accortezza per sottomettere la stampa alle direttive del regime, d’altra parte si deve riconoscere da quanto detto fin qui che il suo lavoro era, almeno in parte, già incanalato dai governi precedenti. Il regime sottopose la stampa ad un controllo minuzioso e sistematico. Fu un processo che avvenne per gradi e che richiese parecchio tempo per giungere a compimento.

La riorganizzazione dell’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio, che divenne il centro dell’azione di governo, sancendo il favore o lo sfavore delle varie testate; raccogliendo notizie riservate su direttori e giornalisti; il ridimensionamento progressivo fino alla chiusura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi), in pratica sostituita dal fedele Sindacato Nazionale dei Giornalisti (Snfg) e una politica di accordo e intimidazione verso gli editori dei giornali furono le tappe attraverso le quali il Regime pose sotto il proprio controllo la maggior parte della stampa italiana. A questo proposito l’A. ricorda giustamente che la fascistizzazione della stampa non fu completa. Lo dimostra il fallimento della scuola fascista di giornalismo diretta dal fedelissimo Amicucci e chiusa dopo solo tre anni di attività, e l’ammissione dello stesso Amicucci secondo il quale continuava a sopravvivere una stampa “nazionale” ma non perfettamente allineata al regime (pp. 118-119): furono soprattutto ragioni di prestigio a lasciar libere di scrivere le firme più prestigiose (p. 96).

In ogni caso tra la seconda metà degli anni Venti e i primi anni Trenta il numero delle testate diminuì, nonostante si assista al curioso fenomeno dell’aumento delle tirature. Un fatto dovuto all’intraprendenza e alla inventiva di direttori e giornalisti che si diedero ad una operazione di rinnovamento – nella forma, ma non nei contenuti – per scongiurare la fuga dei lettori, temuta a causa del grigiore e della uniformità delle notizie. Nacquero così rubriche per donne e bambini, impaginazioni nuove con foto a colori, quiz ed altre forme di intrattenimento.

In questo senso e anche per quel che riguarda i rotocalchi l’ispirazione veniva dal di fuori: dalla Francia e dagli Stati Uniti. Questi giornali mantennero un proprio pubblico in quanto rivolte a lettori che si mantenevano distanti dalle questioni politiche e chiedevano uno stile leggero e accattivante.

Stampa cattolica, regime e cultura

Dopo l’avvento del regime la stampa cattolica attestata su posizioni schiettamente antifasciste si ridusse ad una manciata di testate. Com’è noto, a partire dal 1923, le gerarchie cattoliche guardarono con simpatia all’instaurarsi del regime ritenendo il fascismo un partito che era stato capace di contrapporsi vittoriosamente al socialismo e che si dimostrava moralizzatore dei costumi.

Tuttavia, l’A. ha ragione nel mostrare il dato essenziale e cioè “la […]  presenza [della stampa cattolica] all’interno di uno Stato dittatoriale, con una propria impostazione e con obiettivi sostanzialmente distinti” da quelli del regime (p. 114). Ciò, naturalmente, non impedì alla netta maggioranza dei giornali cattolici di adeguarsi. Mussolini fu attento ad accaparrarsi l’appoggio di queste testate facendo loro pervenire cospicui finanziamenti. In sostanza, “la Chiesa accolse con sostanziale soddisfazione la positiva disposizione del regime a una caratterizzazione in senso confessionale dello Stato, in vista di una restaurazione cattolica del Paese” (p. 116). Non a caso, la massima vicinanza tra regime e stampa cattolica si ebbe in occasione della conquista dell’Etiopia, con la civilizzazione dei barbari, e con la guerra
civile di Spagna, contro i comunisti atei.

Con il consolidamento del regime, la terza pagina conobbe un periodo di rigoglio. Molte testate aprirono dibattiti culturali importanti, occupandosi e presentando letteratura europea e mondiale; altre ospitarono scritti e recensioni di scrittori e intellettuali ancora giovanissimi. Sui temi riguardanti la cultura, dunque, le testate più importanti mantennero un minimo di indipendenza, tollerata dal regime sia per ragioni di prestigio e di vantata magnanimità. Un atteggiamento che da un lato, come riconoscevano i fascisti moderati, consentiva ai giornali di tenere alte le tirature; dall’altro scontentava i più intransigenti. Di fatto, il regime si accontentò dell’acquiescenza degli intellettuali e rinunciò ad impegnarsi nell’imposizione di un’arte di Stato.

L’ascesa di Galeazzo Ciano e la creazione del Ministero della Cultura Popolare segnarono una svolta nella politica del regime verso la stampa. Per la creazione del Minculpop Ciano si ispirò alla Germania nazista.  Le veline furono lo strumento pratico, le istruzioni diramate alla stampa con le quali il Minculpop orientava, indicava, proibiva cosa pubblicare e come farlo. L’ingerenza del Minculpop divenne tale che trasformò in “puro esercizio burocratico il lavoro dei direttori e dei giornalisti” (p. 125). Nonostante il livello ineguagliato di pervasività, l’efficienza del Minculpop fu tutt’altro che perfetta: il Ministero non si era dotato di un personale opportunamente selezionato e capace; dovendo assecondare gli umori volubili di Mussolini e dei gerarchi e il conseguente timore di sbagliare faceva sì che in molti rinunciassero ad ogni iniziativa.
Alla metà degli anni Trenta il progresso tecnologico aveva portato alla diffusione di nuovi strumenti (radio, cinema, cinema a colori) in grado di raggiungere chiunque e di coinvolgere l’intera società, analfabeti compresi. I regimi totalitari furono molto sensibili e pronti ad appropriarsi delle nuove forme di comunicazione di massa per la manipolazione del consenso.  Il fascismo intuì immediatamente il potenziale della radio e ne agevolò la diffusione. Dal 1929 furono introdotti i radiogiornali a cui furono affiancate le radiocronache e i discorsi di Mussolini. Nel 1924 nacque l’Istituto Luce: dal 1926 i cinegiornali furono obbligatoriamente proiettati in tutti i cinema prima del film.

La seconda guerra mondiale fu segnata da un uso massiccio dei mass media; controllo e vaglio dell’informazione furono rafforzati e, nel caso del fascismo, si verificò una manipolazione e falsificazione della realtà senza precedenti. Per il regime l’operazione funzionò fin quando la guerra fu favorevole alle forze dell’Asse. Quando la situazione si rovesciò la forbice tra realtà e propaganda divenne troppo ampia per continuare ad essere credibile (vedi le ammissioni di Giovanni Ansaldo, p. 136).

Il Dopoguerra

Dopo l’8 settembre numerosi giornalisti presero le distanze dalle testate in cui avevano lavorato (non di rado assicurando fedeltà al giornale) mentre quelli che tornarono al lavoro cercarono di cautelarsi rifiutando di firmare gli articoli o ricorrendo a pseudonimi. Amicucci parlava apertamente di deresponsabilizzazione. È un aspetto sul quale l’A. giustamente insiste portando documenti e testimonianze importanti (pp. 141-43). Le defezioni aprirono i percorsi più diversi: ritorni, allontanamenti definitivi, cambi di fronte.

La stampa resistenziale – dal volantino al giornale murale al giornale di brigata – aveva lo scopo di rafforzare “il senso identitario e di appartenenza del fronte antifascista e di farsi strumento di pedagogia democratica […]. Costante fu anche il suo sforzo di costruire un’immagine della Resistenza come mondo separato e incompatibile con quello nazista e fascista” (p. 144).

Con l’arrivo degli angloamericani riprese via se non la stampa libera, almeno una stampa non più soggetta al controllo asfissiante del Minculpop. I controlli degli Alleati, naturalmente, rimasero (attraverso il Pwb), ma si allentarono con la firma della resa incondizionata.

La liberazione di Roma segna un passaggio importante: l’Eiar fu trasformata in Rai; i giornali si moltiplicarono. Nelle regioni del Nord si pose il problema della sopravvivenza delle maggiori testate compromesse col fascismo. Il “vento del nord”, il rinnovamento portato dalla Resistenza, durò poco: il 1945 conobbe un’esplosione di giornali, ma se alcuni iniziarono un percorso di decenni, quasi tutti ebbero vita breve se non brevissima.

Soprattutto, sia gli Alleati, sia i vecchi proprietari delle testate premevano per far risorgere le grandi testate. In breve tempo riapparvero con nuove titolazioni e partì un’operazione restauratrice che estromise direttori rinnovatori e reimbarcò giornalisti compromessi col fascismo.

La Costituzione introdusse novità importanti, garantendo la libertà di parola e di stampa, ma rimasero in auge provvedimenti restrittivi e le ampie possibilità di ingerenze del governo (pp. 148-49). In ambito giornalistico, “l’epurazione […] fu decisamente blanda” (p. 150): mentre la categoria rivendicava – e otteneva – privilegi e garanzie acquisite durante il ventennio, tutte le maggiori firme tornarono al proprio posto (esemplare il caso di Amicucci, p. 151, vedi le considerazioni a p. 152).

L’A., vede nel passaggio dal fascismo alla Repubblica una continuità riscontrabile in molti settori dell’amministrazione, ma che ha tratti specifici e significativi in ambito giornalistico. C’è un “filo rosso” che lega l’Ufficio informazioni attivato da De Gasperi all’interno del Ministero dell’interno a quelli del periodo liberale: una continuità, dunque, molto robusta e tenace (pp. 153-54).

Nell’Italia repubblicana il controllo politico sulla stampa e sui giornalisti proseguì con l’Ufficio informazioni (alle dipendenze della Presidenza del Consiglio), costruito sulla falsariga del soppresso Minculpop, diretto da un ex funzionario del Minculpop stesso (Gastone Silvano Spinetti). In breve tempo, tutte le vecchie testate – e gli antichi proprietari – tornarono sulla scena.

“In quasi tutti i gangli strategici del settore dei media, nel secondo dopoguerra si espresse […] una diffusa tendenza alla perpetuazione degli uomini e delle strutture” (p. 156). Ad un anno dalla fine della guerra lo schieramento moderato si era nuovamente rafforzato sia nelle proprietà delle testate, sia per quel che riguarda i giornalisti; una situazione che si stabilizzò dopo la vittoria della Dc nelle elezioni del 1948. Gruppi imprenditoriali e bancari si mossero per entrare in possesso delle testate di Napoli, Bologna, Firenze, non tanto per spirito affaristico – la tiratura restava inferiore a quella degli anni Trenta -, ma, “ancora una volta”, per usare la stampa “come merce di scambio politico” (p. 159).

Boom economico

Per quanto riguarda gli altri media, furono anni di successo per la radio: il “giornale radio” della sera divenne ben presto un appuntamento fisso per moltissimi italiani. Come per la carta stampata, anche la radio fu sottoposta ad una vigile sorveglianza da parte delle autorità.

Lo stesso discorso può essere fatto per la televisione, subito sottoposta dalla Dc a rigide prescrizioni nella scelta delle notizie e ingessate formalità nell’esposizione delle stesse. Controllo tanto più efficace in quanto essa divenne immediatamente il mezzo principale attraverso cui gli italiani, poco inclini all’acquisto dei quotidiani, traevano informazioni. “Era d’altra parte molto difficile poter ipotizzare un’impostazione diversa da un soggetto in cui erano confluite le esperienze professionali e le tecniche di giornalismo […] formatesi e maturate durante il fascismo” (p. 167). Continuità destinata a durare a lungo nonostante qualche piccola, timida apertura a partire dai primi anni Sessanta. Negli stessi anni la cosiddetta Confintesa (Confagricoltura, Confindustria e Confcommercio), “il principale centro di potere di sentimenti conservatori”, controllava oltre i tre quarti della stampa quotidiana (p. 174). Tuttavia, l’A. ricorda che la costituzione dell’ordine dei giornalisti nel 1963 intaccò in parte il potere assoluto degli editori sulla scelta dei collaboratori.

Con l’affermarsi della Tv “prese progressivamente corpo un nuovo mito giornalistico destinato a una lunga fortuna: quello secondo cui il telegiornale, offrendo la prova visiva dei fatti, non poteva mentire agli spettatori” (p. 169).

Gli anni Sessanta costituirono dunque una svolta: si effettuò in quel periodo il sorpasso della Tv sulla carta stampata: nel 1965 il numero dei quotidiani scese a 86 (erano 93 cinque anni prima), anche se la concorrenza della Tv ebbe il salutare effetto di migliorare il “livello dell’informazione dei giornali” (p. 169).

Il fascismo aveva istituito l’ordine dei giornalisti “per rendere possibile un efficace controllo politico sugli iscritti” (p. 171). “Nel secondo dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, nonostante la legge provvisoria n. 47 dell’8 febbraio 1948 e l’articolo 21 della Costituzione, una parte della legislazione fascista sulla stampa non fu rimossa”: restarono in vigore articoli del Codice Penale e del Testo Unico di Sicurezza del 1931 (p. 171). Solo con la legge n. 69 del 1963 vennero eliminate alcune disposizioni del tutto incompatibili in una democrazia. Ma l’approvazione della legge 69 non incise in profondità: a distanza di venticinque anni, una buona parte dei giornalisti riteneva essenziali “le relazioni politiche con uomini influenti”, i legami di parentela e l’essere portavoce di personalità legate al potere per l’accesso alla professione e per fare carriera. Va detto, comunque, che si tratta di caratteri riscontrabili in molti altri Paesi (p. 172).

Di questa fedeltà l’A. dà conto con osservazioni puntuali. Negli anni dell’autunno caldo e della contestazione giovanile e studentesca, coincidenti con l’inizio della strategia della tensione, molti organi di stampa furono accusati di alterare le regole del gioco democratico. Erano accuse in parte giustificate o che contenevano una parte di verità: parte della stampa, anche nelle testimonianze di ex giornalisti, era effettivamente a servizio di gruppi di potere economico o politico (pp. 178-79): l’articolo di fondo era “un pezzo tutto impostato per piacere agli «addetti ai lavori»”; il giornalista politico aveva un rapporto di dipendenza e interdipendenza con politici e altri uomini di potere i quali erano i suoi lettori abituali.
Quest’uso strumentale della stampa cominciò ad essere vivamente contestato dall’emergente – e poi radicata negli anni Settanta – sinistra extra-parlamentare, dedita a quella che veniva denominata controinformazione. Erano atteggiamenti che reclamavano una diversa deontologia professionale dei giornalisti e si trattò di una spinta che venne in parte recepita, fatta propria e rivendicata dai giornalisti stessi. La subalternità al potere politico ed economico fu pagato a caro prezzo dai giornalisti dopo l’affacciarsi del terrorismo rosso: tra il 1977 e il 1980 una decina di giornalisti furono gambizzati, feriti o uccisi.

Dunque, gli anni Sessanta e Settanta fecero registrare novità e cambiamenti e fortissime continuità. A sinistra nacquero Il Manifesto e Lotta Continua. Per quel che riguarda i grandi giornali si verificarono chiusure di testate storiche, vendite, cessioni, compartecipazioni all’ombra del mondo degli affari e della grande industria. Ancora una volta, “furono […] i finanziamenti dei grandi gruppi industriali e finanziari a garantire la nascita o sopravvivenza di grandi testate”, nonostante l’aumento notevole dei costi di produzione. D’altra parte, per fronteggiare questo problema, la legge n. 172 del 6 giugno 1975 introdusse i finanziamenti pubblici – statali, non occulti, ufficialmente soppressi fin dai tempi del governo Badoglio, ma ancora in auge.

Verso l’attualità

Ancora negli anni Settanta la Tv restava ancora sotto il fermo controllo del governo – e quindi del partito di maggioranza, la Dc. In Italia, dunque, la Tv continuò ad essere tenuta “sotto il controllo dell’esecutivo […] solo a partire dalla legge 103 del 14 aprile del 1975, denominata Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva, la caratterizzazione della Rai come «latifondo democristiano» fu concretamente – se pur parzialmente – scalfita. La riforma sottrasse infatti al governo una parte del suo potere di controllo, trasferendolo al Parlamento attraverso la costituzione di una commissione di vigilanza”. Fu l’inizio di un minimo di pluralismo che più tardi sarebbe sfociato nella lottizzazione tra i maggiori partiti (pp. 195-96).

Gli anni Settanta videro l’esplosione delle radio libere e, dopo l’approvazione della legge n. 202 del 28 luglio 1976, anche della Tv locali. Radio e tv sopravvivevano grazie ai costi contenuti di attivazione e agli introiti pubblicitari; avevano tuttavia un bacino di utenza limitato.

La moltiplicazione delle Tv, l’avvento del colore e del telecomando cominciarono a provocare le prime crepe nell’assoluto dominio della Rai e a rovesciare il rapporto tra televisione di stato e cittadini: se fino a quel momento la prima aveva imposto il proprio ruolo pedagogico-politico ai secondi, ora era la Rai ad iniziare a rincorrere i gusti del pubblico. Un pubblico che, grazie alla possibilità di captare emittenti estere, iniziava a fare confronti e a formarsi un proprio gusto. Quando, nel luglio 1976, la sentenza della Corte di Cassazione n. 202 legalizzò le trasmissioni televisive via etere delle reti private a livello locale, si avviò la corsa degli imprenditori al possesso del nuovo mezzo.

Fu Silvio Berlusconi ad emergere. Egli riuscì a “sbaragliare la concorrenza” (p. 200) e in breve tempo riuscì a dar vita a tre emittenti nazionali. La situazione, fortemente anomala, fu legalizzata da una legge nel 1985 dal governo Craxi.

La consistente riduzione dei tempi e dei costi di produzione, favorita negli anni Ottanta dai rapidi sviluppi di nuove tecnologie, come la teletrasmissione e la fotocomposizione, aprì una fase nuova per la stampa, che si diffuse anche nelle piccole città e incrementò gli introiti dei proprietari delle testate.
Di fronte a questa situazione, caratterizzata da grandi concentrazioni editoriali e dalla proprietà dei principali quotidiani da parte di pochi gruppi, fu promulgata la legge n. 416 del 5 agosto 1981, con cui fu stabilito il limite massimo e regolamentato l’intervento statale per il sostegno della stampa di partito: una disciplina che dieci anni dopo fu estesa al sistema radiotelevisivo pubblico e privato con la legge n. 233 del 6 agosto 1990. La normativa antitrust non riuscì a scalfire il predominio di poche concentrazioni editoriali. l’A. giunge così a concludere che, con il nuovo millennio, la situazione è rimasta inalterata per la presenza dei medesimi azionisti nelle maggiori aziende dei diversi settori.

Osservazioni conclusive

Questa recensione è forse fin troppo lunga. Ma questo Informazione e potere di Forno è un libro importante, oltre che ben scritto e ottimamente documentato.

È un libro che dice molto sulle strutture portanti del nostro Paese, sulla sua classe dirigente, sulla professionalità (in alcuni casi esemplare e cristallina, in molti altri dubbia) di un ceto professionale e su tanti nodi irrisolti della nostra storia. Abituati come siamo ormai a dibattiti che sembrano sempre più una serie di tweet infarciti di banalizzazioni imbarazzanti, questo libro dovrebbe invece essere letto attentamente da chi ci governa, da chi aspira a farlo e anche da noi governati.

Insomma, io lo raccomando. Buona lettura.

Recensione: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubblicato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra. 1917-1923 (2017, pp. 421)  di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. Non siamo di fronte semplicemente una interpretazione originale, ci ritroviamo a leggere argomentazioni convincenti.

Nell’interpretazione di Gerwarth la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo molto interessante tira le somme e chiude il testo.

I Paesi vinti

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi avrebbero preso il potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Rivoluzione e controrivoluzione

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: condizioni ideali per lo scoppio di una rivoluzione si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiaramente gli schieramenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benevolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estremamente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

Imperi che crollano

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Grande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non furono altrettanto previdenti. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umiliazione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarcisi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapevolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin, che giocava la carta della rivoluzione mondiale e Wilson, che giocava quella dell’autodeterminazione, fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrassero vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi Stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questioni territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l’autodeterminazione veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri Stati.

Qualche considerazione

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri Stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – sia dall’escalation di violenza che li coinvolse. Per spiegare questo fenomeno fin ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte avevano subito un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel dopoguerra, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

A parere dell’Autore il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che abbiano lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Ma in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – e meno di vent’anni più tardi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca sopravvisse fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era preda di un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma ciò nonostante produsse un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta si trovò nel mezzo di tempeste civili e politiche. Dal canto suo la Spagna non fu nemmeno stata coinvolta nella guerra come belligerante, eppure nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando come reazione l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionalisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).

Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convinzione cara alla destra (anche italiana) che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253).

Terzo, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogeneità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della pulizia etnica, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi. Così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie.

Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante.

Infine, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso il formarsi dei governi e dei regimi, sia verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Robert Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo per quanto riguarda l’analisi dei fatti e la loro interpretazione. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fluida e chiara. In più, ed è un merito notevole, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

Matteo Banzola