Recensione. Giorgio Caravale: Libri pericolosi

Può sembrare sorprendente che nei secoli che vanno dall’invenzione della stampa fino alla messa a punto del diritto d’autore, anche intellettuali più illuminati ritenevano giusto sorvegliare la circolazione dei libri. L’invenzione della stampa moltiplicò la proliferazione di libri pericolosi per la stabilità della società e per i detentori del potere.

I libri sono troppi?

Forme di controllo, di limitazione del sapere e di censura non erano nuove; venivano già messe in atto nel corso del Medio Evo. I dati nuovi, legati all’invenzione della stampa, sul quale la Chiesa si sentì in dovere di intervenire erano la moltiplicazione potenzialmente infinita dei libri e la volgarizzazione del sapere: c’era il rischio che persone ignoranti si ritrovassero per le mani libri che non erano in grado di comprendere correttamente (pp. 34). Era un’opinione condivisa dai dotti e dalle élites del tempo: “erano convinte […] che l’abisso che separava i saggi dal volgo fosse un dato di fatto incontrovertibile della natura umana” (p. 35). La diffusione della stampa poteva intaccare il sistema di potere politico, culturale e religioso. La Chiesa poggiava una parte considerevole del suo potere nel suo interporsi tra Dio e l’uomo; ora quest’opera di mediazione tra l’Altissimo e i fedeli veniva messa in discussione e potenzialmente incrinata dal moltiplicarsi di libri spirituali o a tema teologico dal contenuto poco o per nulla ortodosso. Allo stesso modo, la pubblicazione di segreti di stato poteva provocare malumori, sommosse o compromettere relazioni diplomatiche. In breve: controllare e limitare la circolazione dei libri aveva un fine preciso: “preservare la pace sociale, l’ortodossia religiosa, la moralità pubblica e l’ordine politico” (p. 38).

Su queste basi si cementò un’alleanza tra Roma e il potere politico a livello locale: la Chiesa “ottenne il pieno appoggio del potere civile alla repressione dell’eresia e controllo della circolazione libraria; la nobiltà e il patriziato urbano deli Stati italiani ricevettero in cambio una sorta di immunità rispetto all’invadenza della censura ecclesiastica, una garanzia di difesa” e il mantenimento dei loro privilegi (p. 63). Ricchi, con conoscenze e relazioni con personaggi influenti non avevano difficoltà a procurarsi libri proibiti, spesso proprio grazie all’intervento e alla protezione di alti prelati (cap. XXV).

Ci volle tempo prima che la macchina organizzativa della Chiesa iniziasse a funzionare a pieno regime: trovare il personale idoneo non era semplice; tra vescovi e inquisitori sorsero conflitti di competenza (anche se poi, col tempo, furono i secondi a prevalere sui primi). L’Indice dei libri proibiti fu ben più di uno spauracchio, ma i suoi numerosi aggiornamenti ne dimostravano l’inadeguatezza. Il latino era una lingua universale, ma padroneggiata da un numero limitatissimo di dotti. D’altra parte non si poteva pensare che stampatori e librai imparassero a memoria migliaia di titoli proibiti. Inoltre non solo la loro resistenza fu notevole e non di rado efficace (come a Venezia, per esempio. Su questo si veda: Mario Infelise, I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Roma doveva anche fare i conti con un contrabbando diffuso, spesso ben organizzato e perfino con traffici che partivano da città d’oltralpe.

Claude Vignon, Sant’Ambrogio (1623 o 1625), Minneapolis Institute of Art

“L’indice dei libri proibiti rimase un unicum” nell’Europa moderna che condizionò “fortemente il carattere della censura libraria nella penisola italiana” (p. 50).

Contro l’eresia

Ancor prima di Lutero e della Riforma fu Erasmo da Rotterdam ad attirarsi gli strali del potere ecclesiastico. Il suo anticlericalismo era stato l’anticamera dell’eresia luterana. “La condanna delle opere di Erasmo fu solo il segnale di un’offensiva censoria a tutto campo contro ogni forma di malcontento nei confronti del potere romano” (p. 77): Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini e moltissimi altri finirono nel mirino dei censori romani, ossessionati dalla ricerca del “veleno” anticlericale che l’invenzione della stampa stava spargendo a piene mani in tutte le classi sociali. La violenza di questa offensiva costrinse l’anticlericalismo a rifugiarsi nel sottobosco dell’illegalità, ma ebbe anche l’effetto di rafforzarlo e di diffondere un’opinione negativa su Roma.

La battaglia contro l’anticlericalismo non necessitava di particolari accorgimenti. A cambiare le cose, a creare una macchina censoria strutturata, articolata ed efficiente fu la Riforma luterana. Le opere di Lutero si diffusero con straordinaria rapidità e inizialmente attrassero i ceti più elevati. Poi però dilagarono tra tutte le classi sociali, ceti popolari e più umili compresi.

Fu questo aspetto ad annullare il confine tra potere temporale e potere spirituale. Col tempo l’aggettivo “luterano” assunse significati sempre meno definiti e più ampi finendo per riguardare tutti coloro che criticavano in qualche modo il potere di Roma: Machiavelli finì ben presto sotto il fuoco di una valanga di critiche con accuse di ateismo e di disprezzo per la dottrina cattolica (pp. 107-111).

Evert Collier, Vanitas. Natura morta con libri e manoscritti e un teschio, 1663, Museo Nazionale di Arte Occidentale, Tokyo

L’attacco alle opere di Machiavelli era dovuto essenzialmente allo scontro tra potere temporale e potere spirituale. Secondo Roma Machiavelli propagandava la sottomissione della sfera religiosa a quella politica; Roma invece “intendeva restituire alla religione la primazia che le era stata sottratta riformulando a proprio favore il rapporto tra politica e religione” (p. 111).

Un’azione di questa portata non poteva non investire pressoché tutti gli ambiti del potere: filosofia e scienza dovevano sottostare alla religione. In realtà – e Caravale lo dimostra a più riprese – la pervasività dell’occhiuta sorveglianza ecclesiastica sul sapere non riuscì mai ad essere completa e assoluta. Soprattutto per quanto riguardava la cerchia ristretta dei dotti e degli intellettuali vi fu sempre qualche margine di azione e di tolleranza.

Nondimeno, nonostante le falle, il sistema di controllo messo a punto fu articolato ed efficace per lungo tempo. Il rogo dei libri in odore di eresia fu solo uno degli strumenti messi in campo – certo il più eclatante ma in fondo piuttosto raro e nemmeno il più efficace. In realtà la censura ebbe molti volti: correzione o soppressione di frasi o paragrafi compromettenti, riscrittura di passaggi o di alcune parti. C’erano libri dal contenuto condivisibile o accettabile che però avevano incluso espressioni o frasi discutibili o giudicate errate o pericolose: una volta “spurgato”, emendato, ripulito, il libro poteva circolare tranquillamente. L'”espurgazione” di un testo era un intervento che non stravolgeva l’impalcatura generale dell’opera; molto più invasiva era invece la riscrittura di alcune sue parti. Si trattava di interventi tesi a depotenziare o spegnere definitivamente la carica eversiva di opere, specialmente se rivolte a un pubblico incolto e non di rado ne snaturavano completamente il senso e il messaggio dell’autore.

Mannen lezen in een bibliotheek, anonymous, Hans Weiditz (II), 1514 – 1532, Rijskmuseum
Spegnere l’intelligenza

Occorre soffermarsi su questi aspetti. In secoli in cui il diritto d’autore non esisteva, una volta pubblicato il libro l’autore non aveva più il controllo dell’opera. Spesso stampatori ed editori intervenivano sul libro a loro piacimento aggiungendo, togliendo, correggendo. Per questa ragione i manoscritti continuarono a circolare abbondantemente: era molto più facile mantenere l’originalità e l’attendibilità del testo per non dire della maggiore facilità con la quale potevano essere occultati (capitolo XVIII).

Ma al di là di questo, censurare significava indurre l’autore a sottomettersi a canoni e regole. Spesso i libri furono oggetto di “trattative” tra autori e censori. Correggere, sostituire, stemperare consentiva ad autori ed editori di continuare a lavorare, ma significava anche rendere mortificare l’intelligenza degli autori. “Dissimulare” idee e concetti nel corso di un testo sotto una coltre di citazioni, di sottili riferimenti eruditi, fingendo di dire cose dal significato opposto divenne uno stratagemma adottato da molti. Solo con l’illuminismo l’arte della dissimulazione venne criticata e abbandonata. Ma questo significò in primo luogo arginare non solo la diffusione ma anche la comprensione dei libri escludendo tutti coloro che non erano in grado di afferrare il significato profondo e complesso del libro. In secondo luogo le varie forme di censura rallentarono la diffusione del sapere: il confronto tra censori e autori poteva protrarsi per anni. Infine, soprattutto, la sola presenza dell’Inquisizione e degli organi di censura indusse molti autori ad autocensurarsi per timore o per prevenire l’intervento dei censori. Torquato Tasso, spirito particolarmente tormentato, chiese lui stesso che le sue opere venissero controllate: ne derivò una trattativa lunghissima che ritardò e influì in modo significativo il suo lavoro; altri autori, come Cartesio, tennero le loro opere nel cassetto rifiutando di pubblicarle e furono stampate molto più tardi; altri ancora, come Muratori, constatando che “non si può dire la verità, non si può dire” (p. 276) finirono per essere disgustati da questi continui patteggiamenti e si dedicarono ad altro. (capp. XVI-XVII).

Still Life with Books in a Niche, Barthélémy d’Eyck, 1442 – 1445, Rjiskmuseum

Le varie forme di censura, per quanto raffinate e invasive non riuscirono mai a bloccare completamente la circolazione del sapere e dei libri. In età moderna cultura scritta e cultura orale erano intrecciate: fiere, mercati, feste e botteghe artigiane erano luoghi e occasioni per letture pubbliche di opuscoli brevissimi, favole, canzoni, poesie, “orationi” e altri scritti venivano letti, cantati, decantati in pubblico. Si deve tenere a mente la dimensione sociale e popolare della condivisione poteva essere molto vasta e difficile da tenere sotto controllo e che non conveniva nemmeno reprimere completamente: risultati soddisfacenti si sarebbero ottenuti contrastando le “operette da strada” e sostituirle con opere edificanti e morigerate (cap. X).

Resta però il fatto che i detentori del potere (tanto quello spirituale che quello politico) tentarono di operare una sorta di taglio nella società escludendo e tenendo ai margini le classi popolari. Una volta arginata l’eresia proveniente d’oltralpe l’attenzione dei censori si rivolse all’interno della penisola e ad essere sorvegliati furono non solo i sospettati di eresia, ma anche i cattolici e la loro ortodossia.

Tommaso Campanella fu perseguitato anche perché sostenne che la conoscenza innescava la mobilità e la promozione sociale in una società che si voleva mantenere statica il più possibile (p. 145). Il ritenere che le persone semplici leggessero, ragionassero e discutessero testi “al di sopra della loro intelligenza” fu un’ossessione perseguita con tenacia tanto da Roma che dai governi. Ufficialmente si trattava di tutelare le persone ignoranti da suggestioni pericolose: la lettura di romanzi poteva indurre perfino alla follia (p. 155); in realtà l’obiettivo di fondo era il mantenimento della stabilità sociale e della distinzione di classe.

Still Life with Books, Jan Lievens, c. 1627 – c. 1628, Rijskmuseum
Conclusioni

Ora, escludere gran parte della popolazione dalla possibilità e dalla libertà di leggere da una parte e limitare l’intelligenza, l’iniziativa e l’impegno di molti intelletti critici dall’altro fu una combinazione devastante sul lungo periodo. Alla fine, dopo secoli, a Settecento inoltrato, gli argini caddero: libri ufficialmente proibiti erano facilmente reperibili più o meno ovunque. Ma non è non è possibile non interrogarsi sugli effetti a lungo termine di questo fenomeno, tanto più che la censura operò non solo sui testi scritti ma anche nella produzione artistica (capitolo XI, ma su questo resta insuperato Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Certo, l’A. ha ragione nel sostenere che a causa del nesso stampa-eresia Roma si accorse tardi delle potenzialità del libro (cap. XXIV, pp. 266 ssg.), ma è altrettanto vero che gli influssi della censura hanno avuto una durata ben più prolungata.

Ancora a Ottocento ben inoltrato un ecclesiastico come Morichini si dimostrava un fiero avversario di una eventuale acculturazione delle classi popolari e metteva in guardia le classi dirigenti dal guardarsi dal promuoverla. Alla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento in molte regioni l’analfabetismo superava abbondantemente l’80% della popolazione. Inevitabilmente questo fenomeno ha fatto coincidere il sapere con il potere. Coloro che avevano nelle mani la direzione di Comuni, enti ospedalieri o altro apparteneva anche, per ceto e istruzione, a coloro che detenevano il potere economico. (Non è un caso se uno storico del calibro di Adriano Prosperi, ben addentro alle tematiche di Libri pericolosi, abbia pubblicato uno studio sui contadini: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

La cultura è rimasta a lungo – ed è ancora – un fenomeno elitario: il meccanismo che sorregge ancora oggi il mondo accademico, accademie e molti centri di ricerca è la cooptazione, che non sempre avviene per meriti intellettuali. Del pari non pochi intellettuali e formatori dell’opinione pubblica non trovano nulla di strano nell'”adagiarsi” alle direttive provenienti dall’alto: è un fenomeno evidente nel mondo dei giornali (su questo si veda Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Scontiamo, appunto, gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della storia di un paese che non avendo avuto rivoluzioni come quella francese o inglese ha reso difficile e tortuoso il percorso a una piena cittadinanza.

Giorgio Caravale ha lavorato a Libri pericolosi per un decennio. Ne è uscita un’opera ricchissima di percorsi e di intrecci, che non solo si imporrà come testo fondamentale per gli storici, ma incanta il lettore con uno stile narrativo piacevole e comprensibile anche al lettore comune.

Buona lettura.

Recensione. Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna

In Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna, Maçzak ha scelto di studiare i secoli che precedono il Grand Tour: i viaggiatori di quest’epoca non sanno ancora con precisione cosa cercare, dove andare, come scrivere impressioni e osservazioni; talvolta non sanno nemmeno con precisione dove si trovano. Proprio per questo insieme di motivi le loro testimonianze sono più vivide, più fresche e, forse, più sincere.

CARROZZA DA PARATA DEL CONTE DI CASTELMAINE AMBASCIATORE D’INGHILTERRA di Van Westerhout Arnold (1651 – 1725) – 1687 – MuseiD-Italia, Italy – CC BY-NC-ND.
https://www.europeana.eu/it/item/2048011/work_81351

Lo stupore è infatti uno degli elementi che ricorrono frequentemente nelle testimonianze: per la pulizia delle città olandesi o delle locande inglesi (o, al contrario, per la desolante povertà di quelle polacche o spagnole al di fuori dalle grandi città); per la facilità con la quale viaggiatori comuni possono avvicinare personaggi di alto lignaggio (anche regnanti) sia pure quasi sempre in occasioni informali come nelle locande; per gli usi e costumi di alcuni popoli (il consumo di frutta e l’uso della forchetta da parte degli italiani stupisce molti stranieri).

Gusti, mentalità e comportamenti spesso lontanissimi dai nostri, come l’attrazione per le pene capitali, eventi ai quali per assistervi non di rado i viaggiatori erano disposti ad allungare o deviare il proprio itinerario; o il piacere di collezionare cose che ai nostri occhi non hanno alcuna importanza. Semplicemente, come nota l’A., a quell’epoca, “tutto ciò che era nuovo, raro, strano e stravagante era degno di attenzione” (p. 289). Lo sapeva bene un locandiere di Amsterdam che fece della sua “Austeria” un luogo di attrazione proprio grazie a tutta una serie di marchingegni spettacolari e stupefacenti (pp. 103-105). Lo stesso discorso vale per l’arte. I modi di vedere e di intendere le arti era molto diverso dal nostro e sebbene dal Cinquecento alla fine del Seicento vi siano cambiamenti nei gusti e nell’approccio ad esse, ciò che interessava o suscitava ammirazione “era soprattutto una rarità, una curiosità, una testimonianza” (p. 311). I più diligenti e attenti si documentavano sulle guide prima del viaggio, ma anche queste, ovviamente, rispecchiavano i gusti dell’epoca: una guida segnala le stranezze realizzate da un vetraio di Murano, non l’arte vetraria in sè (p. 313). In loco ci si affidava alle guide delle città. Era un personale spesso improvvisato: vetturini, soldati momentaneamente disoccupati, bibliotecari s’improvvisavano guide turistiche e infarcivano le loro spiegazioni di inesattezze e invenzioni, che poi venivano riportate da coloro che prendevano appunti. Di qui gli errori che rinveniamo nelle guide stampate che sono giunte fino a noi (in generale vedi cap. 13).

Teniers the Younger, David, Smokers in a Tavern, 1635, Museo del Prado. Nelle locande si potevano fare incontri di ogni genere.

All’opposto, troviamo atteggiamenti che si sono mantenuti nel tempo. Studiosi e intellettuali avevano anche a quel tempo una tendenza a spostarsi molto più marcata rispetto ad altri gruppi sociali. Fiere come quella di Francoforte erano paradisi per i bibliofili, ma anche il richiamo di università, gabinetti di lettura e di studiosi rinomati era potente. Proprio un uomo colto come Montaigne, afflitto da numerosi acciacchi e disposto a coprire grandi distanze per curarli, ci mostra che talvolta alcune sensibilità erano avvertite in modo diverso dal nostro: ad esempio annota l’abitudine di orinare nei “bagni” dove si trovavano altre persone come una cosa del tutto normale (sui bagni e le stufe, vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere.). Altrettanto naturale era dormire in letti multipli con perfetti sconosciuti quando si pernottava nelle locande (la “privatizzazione” della camera singola con il letto ad una piazza avverrà più tardi. Vedi: Alain Corbin, Storia sociale degli odori).

Vernet, Claude-Joseph, La Construction d’un grand chemin. (A cheval, l’ingénieur Perronet), France, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 8331, https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010065348 – https://collections.louvre.fr/CGU. Fino a più della metà del ‘600 la rete stradale era sostanzialmente quella risalente all’Impero romano.
Scoprire il mondo, imparare a stare al mondo

Viaggiare è un verbo che racchiude molti intenti. Missioni diplomatiche, viaggi per imparare le lingue e le buone maniere, per recuperare la salute, pellegrinaggi e giubilei, per affari, per semplice turismo e senso di avventura; sono molti i motivi per cui la gente si metteva in viaggio. Mondo eterogeneo, dunque, quello dei viaggiatori, che però si incrociava nelle locande, nelle prime stazioni di posta, sul porticciolo per un battello o un’imbarcazione; si incontrava, si parlava, scambiava opinioni, condivideva tratte del viaggio – creava quella che Maçzak ha denominato con efficacia: “la società dei viaggiatori” (Capitolo 6).

In molte di queste occasioni le distanze sociali tra i viaggiatori si allentavano: nelle locande personaggi altolocati potevano fraternizzare temporaneamente con viaggiatori di estrazione molto più modesta, cenare con loro o passare qualche ora conversando e giocando nei dopocena o prima di coricarsi. Nei carri e nelle carrozze (sui quali si stava in 8, 10, 12) si creavano situazioni più informali, più confidenziali e “l’etichetta si faceva un po’ – talvolta davvero molto – meno rigida” (p. 189). Anche la paura – nelle zone infestate dal brigantaggio – o la convenienza (affittare una barca o una carrozza) erano collanti che saldavano rapporti destinati a sciogliersi una volta raggiunta la meta.

Ma viaggiare era anche un modo per mostrarsi e mostrare agli altri la propria ricchezza e il proprio potere. Re, principi e nobili spesso viaggiavano con un codazzo di cortigiani e personale di servizio di decine persone (e talvolta superavano abbondantemente il centinaio). Si trattava di eccezioni, naturalmente; di solito il corteo degli accompagnatori si riduceva a poche persone, ma per gente di rango era comunque inconcepibile mettersi in viaggio senza almeno un servitore.

Gerrit Berckheyde, The Golden Bend in the Herengracht in Amsterdam from the west, 1672, Rijksmuseum. Le città olandesi stupivano i viaggiatori per la loro pulizia.

Per i precettori delle famiglie altolocate che mandavano i propri figli (maschi) in Italia per motivi di studio e di educazione, il viaggio poteva rappresentare un’ottima occasione per fare carriera. Alcuni, come Thomas Hobbes, erano accompagnatori eccezionali, ma pochi erano di tale livello. Spesso però, se il primo viaggio si concludeva felicemente, il precettore diventava un accompagnatore professionista e una volta ritornato in patria si metteva al servizio di altre famiglie. In effetti il bagaglio di esperienze acquisite nel corso di un viaggio di circa un anno era notevole. Allacciare rapporti con persone influenti per districarsi nel difficile reticolo pieno di pericoli di passaporti e permessi, “fedi di sanità” e cambi di valuta (basti pensare a quanto erano frastagliate la Germania e l’Italia dell’epoca); nascondere il proprio credo religioso in paesi di fede diversa (e avversa, p. 258); trovare alloggi consoni al rango, professori e studiosi validi e, soprattutto, far quadrare i conti, non erano cose che si imparassero dalla sera alla mattina. (Sulle fedi di sanità vedi: Klaus Bergdolt La grande pandemia; William Naphy e Andrew Spicer: La peste in Europa e anche il bell’articolo Fedi di sanità: antichi passaporti che certificavano la salute ).

Thomas de Keyser, Ritratto di gruppo di un consiglio di amministrazione non identificato, 1630-1635, Rijksmuseum. Farsi inviare denaro o cambiare valuta era una faccenda complicata e rischiosa. Affidarsi a mercanti o a banchieri di provata solidità e affidabilità era il modo più sicuro per sbrigare queste faccende in sicurezza.

Per i rampolli si apriva invece un mare di prospettive allettanti e (almeno nei pensieri) di avventure, incluse quelle galanti. L’ospitalità aveva regole molto diverse da luogo a luogo: se in Spagna le donne venivano quasi nascoste, in altre zone il cliente era addirittura obbligato a baciare la moglie del locandiere al momento del suo arrivo. Le locande erano luoghi in cui non era impossibile avere qualche avventura fugace ma memorabile con una ragazza disponibile (p. 72) (pare che in certe zone della Francia le inservienti venissero assunte soltanto se di bella presenza). D’altra parte però, almeno nelle aspettative dei genitori, i viaggi avevano implicazioni molto serie per le future carriere dei figli: imparare a capire la condizione di uno Stato osservandone agricoltura e commerci, l’università e il numero delle accademie e delle locande; imparare a intuirne la solidità informandosi – con discrezione e tatto – sulle attitudini dei cittadini e sul loro grado di fedeltà ai regnanti; studiare le lingue, chiavi d’accesso per la carriera diplomatica – tutto questo ci si attendeva come risultato dei viaggi (e delle spese sostenute). Anche per questa ragione, soprattutto nei paesi protestanti – più “scientifici” e attenti a questo genere di informazioni (p. 235) – c’erano guide apposite, impostate e redatte per facilitare l’apprendimento di queste notizie. Incentivare lo studio, dunque, anche per indurre alla moderazione come stile di vita; raccomandazione questa ribadita in modo martellante dai padri ai figli e ai precettori perché tenessero gli occhi ben aperti.

Pericoli

Viaggiare era pericoloso. Il brigantaggio era una piaga che colpiva l’Europa dell’epoca a macchia di leopardo: era endemico in molte zone di confine, montuose e boscose e diventava un fenomeno imponente e preoccupante nel corso di conflitti – e, in generale, questi non furono secoli particolarmente pacifici. L’Italia era rinomata per i suoi banditi, e le guide segnalavano percorsi da evitare. In realtà il brigantaggio era una forma di ricatto, di “pedaggio” richiesto ed estorto al viandante e i banditi non avevano interesse ad uccidere viaggiatori pacifici, tanto più che l’A. riporta molti esempi di gesta cavalleresche da parte dei briganti, soprattutto quelli di area mediterranea: lasciare qualche soldo e qualche bestia per arrivare al primo paese (pp. 243 ssgg.). D’altronde era vero anche il contrario: il rischio di rimetterci la pelle era concreto, specie se durante le “trattative” qualcosa andava storto.

L’A. ci inoltra nel sottobosco delle leggi non scritte del mondo del brigantaggio con una serie di esempi che vanno dalle relazioni tra vetturini e briganti alle contromisure prese dai viaggiatori per proteggersi facendo gruppo, armandosi o assoldando scorte armate; “mance” lasciate alle autorità e con richieste di protezione al signore locale erano altri modi per attraversare territori in relativa tranquillità, e ci racconta cosa consigliavano le guide sul modo di comportarsi nel caso si venisse attaccati, dove nascondere il denaro oggetti preziosi e carte importanti. Sullo sfondo c’è la capacità (o, meglio, l’incapacità) degli stati di tenere i propri territori sotto controllo; fenomeno che diventava ancor più evidente in mare: il Mediterraneo e il Mare del Nord erano percorsi da pirati di ogni risma che attaccavano navi e coste.

Jacques Callot, Soldiers attacking a coach in a forest, 1633 ca., Europeana.
Curiosità vs paura

Per quanto validi possano essere i motivi per starsene a casa, oggi come allora, non avranno mai la stessa forza di quelli che spingono la gente a muoversi e viaggiare. Da questo punto di vista l’Italia, “santuario di cultura e arte antica” (p. 3939 era una calamita potentissima. Firenze, Roma e Venezia avevano tutto quello che un visitatore curioso potesse chiedere: storia, arte, curiosità, fede, svaghi, piaceri. Come resistere a tutto questo? Molti non avevano tempo a sufficienza per vedere tutto ed erano costretti a scegliere: Loreto, ad esempio, era una meta obbligata per i fedeli. Ma quasi sempre sacro e profano si mescolavano: Roma attirava enormi quantità di pellegrini ma era famosa anche per le sue innumerevoli cortigiane; quelle veneziane erano talmente importanti che la loro presenza poteva trasformare in successo o in un fiasco un avvenimento come il carnevale (sull’arte a Roma e Venezia in questo periodo si veda: Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Non c’era soltanto l’Italia, ovviamente: Parigi, Londra, i Paesi Bassi attiravano mercanti in gran quantità da tutta Europa. Anche la Spagna, nonostante l’Inquisizione fosse un buon deterrente, attirava visitatori da ogni parte.

Gaspar van Wittel, Piazza Navona, Carmen Thyssen-Bornemisza Collection on loan at the Museo Nacional Thyssen-Bornemisza 1699, CTB.1978.83_piazza-navona-roma
Conclusioni

Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna è basato sulle Guide e sulle relazioni di viaggio. Si tratta di una materiale eterogeneo, non solo per il valore letterario variabile a seconda di chi le compila, ma soprattutto perché diverge lo scopo per cui sono state scritte: un accompagnatore che durante il viaggio decide di diventare un accompagnatore di professione le compilerà in un certo modo; un viaggiatore che intende raccogliere materiale per le proprie memorie le scrive diversamente (e le rimaneggerà in futuro); un prelato che prende appunti su un viaggio diplomatico ometterà molte altre cose, ecc. Non di meno, pur con questi limiti dovuti alle fonti, Maçzak ci ha regalato un libro magnifico, ricchissimo, acuto e divertente. Tanto più che un buon numero delle fonti citate nella ricca bibliografia è ora disponibile nelle biblioteche digitali. Buona lettura.

Recensione. Sue Roe: Impressionisti. Biografia di un gruppo

Il titolo scelto da Sue Roebiografia di un gruppo – informa fin da subito il lettore del taglio metodologico adottato per questo libro. L’A. guarda e descrive gli impressionisti dall’interno – per così dire: non sono calati nel contesto generale dell’epoca, ma lo sfondo, il quadro generale (culturale, politico, sociale, artistico di Parigi e altri luoghi) si apre a partire dalla descrizione e dalla discussione dei protagonisti, del loro carattere e comportamento, dei loro pensieri e delle loro opere.

Una banda di pazzi
Henri Fantin-Latour, Un atelier aux Batignolles, en 1870, huile sur toile, H. 204,0 ; L. 273,5 cm., ©
Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais/Patrice Schmidt

Bazille, Caillebotte, Cezanne, Degas, Manet (anche se Manet non può essere definito un espressionista, vedi: Fred Licht, Manet), Monet, Pissarro, Renoir, Sisley (e più tardi due donne, Berthe Morisot e Mary Stevenson Cassatt) tutti giovani uomini diversissimi per estrazione sociale, backround culturale e anche per idee; “una banda di pazzi” – come li definì qualcuno (p. 103) – che cercava di rinnovare i canoni artistici del tempo. Compito tutt’altro che facile per artisti dalle molte idee ma con scarse risorse finanziarie e pochissimi appoggi. La passione che li animava – una passione profondissima, per certi aspetti divorante, che esigeva sacrifici di ogni genere – per lunghi anni li mantenne in attività, ma non era sufficiente a scardinare lo status quo. Il mondo dell’arte ruotava attorno al Salon, all’Insititut de France e alla sua diramazione, l’Academie des Beaux Artes. Per gli artisti partecipare all’esposizione annuale del Salon era di vitale importanza, perché soltanto da quell’ambiente sarebbero arrivate commissioni e solo quella vetrina consentiva la visibilità necessaria per ulteriori sviluppi. Queste istituzioni, però, avevano una concezione dell’arte rivolta al passato, ai grandi maestri: la missione dell’arte era quella di elevare lo spirito; per essere apprezzate le opere dovevano possedere “un’atmosfera moralmente adeguata”.

Le classi medie emergenti – industriali e commercianti – volevano un’arte facilmente comprensibile e che avesse qualcosa da insegnare. Volevano un’arte rassicurante: opere che avessero una conformazione formale, ben definite e accurate. Tutte cose in netto in netto contrasto con lo spirito e le concezioni artistiche di questi giovani.

Era inevitabile che le loro opere venissero rifiutate dal Salon o destassero scandalo e riprovazione quando venivano accettate. I loro paesaggi en plain air scardinavano gli schemi, le prospettive e le geometrie; ritraevano viottoli scoscesi e case scalcinate; svelavano il mondo nascosto e inconfessabile pubblicamente del dietro le quinte del teatro e la vita dei bordelli; mettevano lo spettatore a contatto con la clientela poco raccomandabile di locande e trattorie frequentate da sfaccendati, e anche quando riproducevano ritrovi meno sconvenienti finivano per rappresentare gli avventori in modo che disturbava coloro per i quali la società andava benissimo così com’era: sguardi assenti, sigarette dimenticate tra le dita, incomunicabilità in un mare di folla. Non erano questi i gusti che andavano per la maggiore tra i potenziali acquirenti. Anche quando si misero in proprio organizzando proprie esposizioni, furono bersagliati da reazioni scandalizzate, condanna e scherno generali.

Il sarcasmo dei periodici satirici lo si poteva mettere nel conto. Non altrettanto la ferocia delle critiche e gli insulti più o meno mascherati dei critici d’arte. Erano colpi difficili da accettare. Zola in molte occasioni li difese e li sostenne ma dovette a sua volta difendersi dagli attacchi di lettori indignati.

Camille Pissarro, La Route de Versailles, Louveciennes, en 1872, huile sur toile, H. 59,8 ; L. 73,5 cm. ,
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais /Patrice Schmidt

Per certi aspetti destare scandalo può essere un ottimo stratagemma per ottenere visibilità e successo; ma non era questo il calcolo di questi artisti: credevano fermamente in quello che facevano, desideravano sinceramente che la loro arte venisse capita e aspiravano al successo. Semplicemente però le loro opere o non venivano capite o risultavano destabilizzanti. Chi mai avrebbe appeso in salotto Ragazza al piano di Cézanne in un periodo in cui destreggiarsi alla tastiera era pressoché un obbligo sociale per le ragazze della buona società?

Paul Cézanne, Ragazza al piano, Hermitage, San Pietroburgo

Parigi come specchio del cambiamento

Claude Monet, La Rue Montorgueil, à Paris. Fête du 30 juin 1878, en 1878,
huile sur toile, H. 81,0 ; L. 50,0 cm. , Dation, 1982, © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais /Patrice Schmidt

Il mondo stava cambiando: la Rivoluzione industriale spargeva ovunque gli innumerevoli frutti del progresso. Potevano essere quei mostri di ferro e fumo che erano i treni, gli enormi boulevards che stavano nascendo o gli omnibus che rendevano ancor più frenetica e febbrile la vita della città. Napoleone III aveva incaricato il barone Hausmann di trasformare Parigi in una metropoli moderna. Gradualmente la città divenne un gigantesco cantiere: i vecchi quartieri del centro, con le strettissime, anguste stradine medievali e la case ammassate l’una all’altra furono demoliti e i poveri che le abitavano scacciati ai margini nelle banlieus (p. 159 ssgg.); come grandi arterie, i boulevards innervavano la città di aria, di luce, di ritrovi e passeggi, di traffico: quei viali parlavano di soldi, successo e mondanità. I ricchi, fossero di antico lignaggio o i parvenu arricchiti di recente, compravano spaziosi appartamenti nei nuovi quartieri residenziali. Il “restauro” stesso della città era un gigantesco, appetitoso affare per chi aveva capitali da investire. Victor Hugo reclamava per Parigi il ruolo di capitale d’Europa e man mano che le ristrutturazioni procedevano la città sprigionava un senso di opulenza, di forza e di potenza dell’Impero. Lo si respirava nei ritrovi alla moda, nei teatri, all’Operà, nelle Esposizioni Universali. La sera tardi i caffé, i locali e i caffè-concerto (amati particolarmente da Degas) brulicavano di gente. Ci si andava per divertirsi, incontrare e gente e farsi vedere.

La vecchia Parigi, destinata a sparire, batteva in ritirata perdendo pezzi poco per volta, sbiadiva lentamente. Artisti come Baudelaire, Manet, Zola e i loro amici impressionisti erano attratti da quel pezzo di mondo in procinto di cedere e morire. Monet avrebbe rimpianto la vecchia Parigi che scompariva. Ma sebbene quella trasformazione fosse abbastanza rapida, non si trattò di una sparizione subitanea. Quartieri popolari che ricordavano la Parigi pre quarantottesca resistevano tenacemente. Posti come La Grenouillére erano frequentati da tutti, benestanti compresi, ma il maggior numero degli avventori erano lavoratori a riposo, gente che viveva alla giornata e donne senza classe, “non esattamente prostitute” – come spiegava Renoir – ma giovani sartine, lavandaie, donne di servizio che arrotondavano magari posando come modelle e che non si facevano scrupoli nel cambiare letto con una certa frequenza: può sembrare paradossale, ma chi sa di non avere speranza di migliorare la propria condizione può scartare l’idea di ribellarsi e decidere di vivere col minor numero di preoccupazioni possibile. Ed era ciò che quella gente faceva (pp. 96 ssgg.).

Auguste Renoir, Bal du moulin de la Galette En 1876, Huile sur toile, H. 131,5 ; L. 176,5 cm., Legs Gustave Caillebotte, 1894, © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt

Tutto questo era anche il segno di un profondo rimescolamento sociale. “Il commercio non era più terreno dell’aristocrazia” (p. 298). I Grandi Magazzini democratizzavano i consumi e gli omnibus consentivano di raggiungerli in fretta e in poco tempo. Nella Parigi di quel quarto di secolo – dal 1860 al 1886, per stare alla scansione cronologica dell’A. – c’era molta gente il cui problema principale era spendere, soprattutto negli anni successivi alla catastrofica guerra franco-prussiana e alla breve, clamorosa e inquietante Comune di Parigi (indice che dietro alla facciata di benessere e ricchezza covava un profondo risentimento sociale), quando il divertimento e l’ostentazione divennero una sorta di reazione, un modo per buttarsi alle spalle un’onta e una realtà sgradevole.

“La vita è in gran parte questione di denaro”

Eppure, nonostante la ricchezza fosse non solo visibile, ma esibita, ad eccezione di Caillebotte, che apparteneva a una famiglia facoltosa, e di Manet, che oltre a non avere problemi di denaro era l’unico a possedere un certo fiuto per gli affari (consapevole del fatto che il flusso di commissioni e di committenti passava dal Salon, continuò ad esporre lì le sue opere e non espose mai nelle mostre organizzate dal gruppo), per tutti gli altri componenti del gruppo vivere della propria arte fu un’impresa, spesso un’impresa disperata. La loro vita fu contrassegnata da prestiti, anticipi, debiti e un continuo peregrinare da un alloggio a un altro in cerca di affitti a buon mercato. Mentre gli artisti che assecondavano i gusti del pubblico guadagnavano bene (e alcuni anche molto bene), le loro opere erano acquistate per poche centinaia di franchi.

Il tempo del grande mecenatismo dei secoli passati (sul quale, per il caso italiano, si veda Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca) non era finito (per un periodo Renoir fu introdotto nell’alta società proprio in questo modo), ma era cambiato profondamente: ora gli artisti dovevano destreggiarsi tra mediatori e patrons ognuno alla ricerca di profitti (p. 229) e questo complicava le cose. Ma il problema di fondo “era che la cerchia dei potenziali clienti era ridottissima e tutti […] bussavano alle stesse porte” (p. 303). In generale le famiglie di appartenenza li aiutavano, ma questo non bastava a far quadrare i conti. L’A. riporta innumerevoli testimonianze di questo arrabattarsi continuo, di questo vivere in una precarietà quasi perenne. Alcune sono strazianti: Monet fu costretto a seguire il calvario di sua moglie impossibilitato a curarla per mancanza di soldi; Cézanne nascose per un decennio a suo padre il fatto di aver messo su famiglia con una ragazza sgradita alla famiglia per non vedersi togliere il sussidio che questi gli inviava. Naturalmente ci furono alti e bassi; brevi periodi di relativa stabilità e perfino di spensieratezza non mancarono, ma in generale l’A. ci fa assistere ad uno sforzo continuo, intensissimo, per combinare il pranzo con la cena.

Gustave Caillebotte, Raboteurs de parquet, en 1875, huile sur toile, H. 102,0 ; L. 147,0 cm. , Don des héritiers Caillbotte par l’intermédiaire d’Auguste Renoir, © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais/Patrice Schmidt

L’unica possibilità per resistere – che poi fu quella adottata – era quella di organizzarsi e di sostenersi reciprocamente, ma quasi tutte le esposizioni organizzate dal gruppo si rivelarono disastrose dal punto di vista finanziario. La necessità si rivelò un collante formidabile. Si instaurarono così legami fortissimi. Caillebotte dimostrò infinite volte di essere molto più di un amico e collega: acquistò opere, anticipò somme, elargì prestiti (sapendo che non sarebbero stati restituiti), tamponando in più occasioni situazioni disperate: un vero signore. Bazille, uno spirito appassionato e generoso che avrebbe trovato una morte anonima durante la guerra franco-prussiana, aiutò in mille modi Monet. Quest’ultimo, a sua volta, aiutò i figli di Sisley dopo la morte dell’amico (p. 410).

Non mancarono nemmeno dissidi, dissapori, piccole gelosie, liti e brevi distanziamenti, comprensibili in un arco di venticinque anni e anche se alla fine il gruppo si sciolse, la lealtà reciproca fu senza dubbio un elemento che li contraddistinse. Pissarro insegnò i risultati dei propri studi al perenne tormentato e insoddisfatto Cézanne e non esitò un attimo a prendere a pugni in faccia uno spettatore che aveva insultato la Morisot (una donna sensibile, volubile e insicura innamorata di Manet e che finì per sposarne il fratello).

Fu un gruppo coeso, ristretto (le nuove ammissioni erano molto rare), cementato quasi esclusivamente dall’amore per l’arte. Altri fattori, come possono essere ad esempio le convinzioni politiche, giocarono un ruolo del tutto marginale: Manet era un repubblicano convinto, detestava Thiers quanto i comunardi – che facevano inorridire la Morisot – (fatto insolito, ma rivelatore, quando la Comune di Parigi lo elesse, lui, perennemente assetato di onoreficenze e riconoscimenti, si guardò bene dall’accettare); Monet aveva convinzioni conservatrici, al contrario di Pissarro che nutriva simpatie per il socialismo. Quando il gruppo si sciolse e ognuno proseguì per la propria strada, l’arte non sarebbe stata più quella di prima.

Edgar Degas, Le Bal, Vers 1879, huile sur bois, copie libre d’après Menzel, H. 46,0 ; L. 66,3 cm. , ©
Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais /Patrice Schmidt
Conclusioni

Questo libro ha molti meriti. Primo tra tutti quello di saper avvicinare alla storia dell’arte profani come il sottoscritto grazie ad una capacità narrativa stupefacente. L’idea di accostare le biografie dei protagonisti e di farle dialogare grazie a collegamenti che aprono scenari, contestualizzazioni, notizie e citazioni ha permesso all’A. di spaziare dagli studi o dai giardini di casa a quartieri, città ed altri paesi con descrizioni precisissime, minuziose ed avvincenti. Sue Roe ci regala un libro ricchissimo di spunti e di curiosità e una lettura scorrevolissima e piacevole. Impressionisti. Biografia di un gruppo è un ottimo punto di partenza per quanti intendano approfondire la storia dell’arte. Buona lettura.

(Cliccando sulle immagini si apre il link al museo di appartenenza dell’opera).

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