Recensione. Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari

Sale pepe e spezie

Espressioni tipo: “mettici il sale” o “ci starebbe bene un po’ di pepe” sono tra le più comuni. Ma nel medioevo non le avrebbero usate con la stessa facilità con la quale le usiamo noi. Oggi sale e pepe costano pochissimo; nel medioevo invece erano rari e in quanto tali, costosi. Il sale serviva a conservare la carne, il pepe (e altre spezie) era invece uno status symbol (e non – sostiene l’A – per rendere commestibile carne mal conservata o andata a male, come si ritiene talvolta). In tempi in cui i viaggi erano lunghi, costosi e incerti, disporre sulla propria tavola di sale e pepe in abbondanza era in Europa una faccenda che aveva a che fare col lusso e col potere (pp. 5-6). Disporre in abbondanza di spezie significava mostrare a tutti la possibilità di procurarsi prodotti di lusso. Non a caso le spezie venivano servite a parte (e usate su cibi e vini già abbondantemente speziati).

Lontananza, rarità, costi elevanti: soddisfare la richiesta di spezie significava per i trafficanti e i commercianti fare affari spesso rischiosi, ma molto vantaggiosi. A ciò contribuiva il fatto che la società cominciava a stratificarsi e la borghesia nascente oltre ad imitare la nobiltà era desiderosa di mostrare la posizione raggiunta e le ricchezze accumulate: le spezie erano la realizzazione di questi desideri. Nel commercio del pepe e delle spezie Venezia fu in prima fila e il periodo di massima floridezza della città coincide con quello di maggior consumo di pepe e di spezie.

Il sistema funzionò finché l’importare spezie dall’India e dalla Molucche divenne troppo costoso e quindi proibitivo anche per gli acquirenti europei che videro i prezzi di queste merci lievitare in modo esponenziale. Gli europei cominciarono a cambiare gusti e a ricercare nuovi sapori. C’è una correlazione tra il lievitare dei costi fino a livelli proibitivi e il cambiamento di gusto nella società? Certamente sì: quando un prodotto diventa troppo costoso la gente cerca una via d’uscita. La faccenda prese un corso imprevisto perché Colombo cercava le Indie e con le Indie cercava anche il pepe e le spezie, solo che finì per trovare l’America e con essa la cioccolata e il tabacco. Da questo punto di vista le spezie segnano il passaggio dal medioevo all’età moderna: il loro dominio durò secoli, dall’XI al XVII, e svolsero la funzione fondamentale di spingere un’Europa medievale ripiegata su sé stessa alla scoperta dei confini del mondo, ma poi le rotte commerciali si spostarono al nord Europa e si modificarono le rotte dei traffici e le merci.

Il caffè

Nuovi sapori. Ma anche nuove necessità. Caffè, tabacco e cioccolata ne sono un ottimo esempio. Che il caffè fosse parte integrante della cultura araba non stupisce: in una società fortemente votata all’astrazione come quella musulmana in quel periodo e nella quale è proibito l’alcol, il caffè rappresentava la bevanda ideale. Le cose non stavano così in Europa, dove vino e birra erano la base non solo del bere, ma anche del cibarsi, del mangiare. L’A. riporta ricette di zuppe di birra che venivano consumate a colazione (ne ho provata una ed è venuta un pastone immangiabile…). Il consumo di vino e birra nella Europa pre-industriale è qualcosa di difficilmente immaginabile oggi. Il fatto che fossero non solo bevande, ma anche alimento, spiega perché si cominciasse a bere fin da giovanissimi. Nel medioevo gran parte delle persone faceva lavori manuali e spesso all’aperto: vino e birra danno calorie, poi smaltite nel corso di un lavoro fisico faticoso. Questo aiuta a capire perché la gente bevesse moltissimo e le sbornie fossero una questione quasi quotidiana: le feste comandate erano moltissime (103 in Francia), a cui si aggiungevano altre occasioni di convivialità. In queste occasioni scattavano meccanismi sociali che in un certo senso sopravvivono ancora oggi in certe osterie: una volta che si iniziava a bere si innescavano regole non scritte in base alle quali non si smetteva finché tutti i convitati finivano sbronzi marci (rifiutarsi di bere era considerato un oltraggio, ritirarsi equivaleva a riconoscere la propria inferiorità ecc) . Vino e birra sono bevande sociali, perfette per socializzare ed essere consumate in gruppo.

Il caffè si inserisce in questo quadro dominato dal vino e dalla birra come bevanda anti-alcolica. Il caffè – si sosteneva e l’A riporta molti esempi – rende lucidi e, anzi, fa passare la sbornia (il che, da un punto di vista farmacologico, non è vero): non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Ma soprattutto, rimandando il sonno, il caffè dilata il tempo del lavoro. Ecco perché coloro che condannavano il bere appoggiavano e sostenevano il consumo di caffè. Dilatare il tempo del lavoro prima dell’elettricità significava accrescere la possibilità di lavorare di più a cerchie ristrette di persone, uomini che potevano svolgere il proprio lavoro a lume di candela, uomini, quindi, che facevano lavori di concetto, intellettuale. Mentre l’abuso di vino e di birra spengono la lucidità, il caffè l’accende. Il caffè quindi è una spia che indica trasformazioni più profonde a livello economico. Dietro al suo successo, così come a quello del thé ci sono la riforma protestante e l’etica del capitalismo. Non a caso il successo del caffè dipese dal diffondersi a Londra delle Coffeehouse. Le caffetterie erano luoghi di ritrovo per uomini d’affari, commercianti e giornalisti. I più intraprendenti tra i gestori (e Edward Lloyd fu il primo e tra i più lungimiranti tra questi, al punto che la compagnia di assicurazioni da lui fondata è ancora viva, vegeta e potente), fornivano alla clientela giornali, bollettini e notizie e, anzi, alcune di queste Coffeehouse divennero di fatto la redazione dei primi giornali. (Su questi aspetti si veda anche Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.) Non è un caso che il caffè venisse descritto come una sorta di panacea di tutti i mali.

Secondo l’A non è chiaro come mai a un certo punto il successo del caffè cominciò a declinare a favore dell’ascesa – poi definitiva – del thé. Schivelbusch avanza un’ipotesi di carattere economico: il thé era più caro del caffè in termini massimi, ma ne bastava meno per preparare l’infuso, cioè in definitiva risultava meno caro. Dato che anche il thè è un eccitante e ha proprietà molto simili a quelle del caffè, la sostituzione fu indolore (pp. 55-76).

Che l’economia svolga un ruolo decisivo nel fare la fortuna di un prodotto o meno è dimostrato dal caso tedesco. Frastagliata in decine di stati, staterelli, granducati ecc., per la Germania del tempo, priva di colonie e sostanzialmente al di fuori dai grandi flussi commerciali, procurarsi caffè costava moltissimo. Questo affare in perdita fece la fortuna del surrogato di cicoria, dal colore simile al caffè, ma di gusto diverso e più rozzo, che però si impose a livello sociale proprio in virtù del fatto che costava molto meno (pp. 76 ssgg.).

La cioccolata

Se il caffè e il thé sono le bevande della borghesia protestante in ascesa, la cioccolata è la bevanda dell’aristocrazia nei paesi cattolici. Caffè e cioccolata rispecchiano e rimandano le due indoli opposte delle religioni rivali: dinamica la prima, conservatrice e più pigra la seconda. Mentre nell’uomo d’affari protestante il caffè va a sostituire la zuppa di birra e attiva la giornata lavorativa, l’aristocrazia consuma la cioccolata nel dolce tepore delle coperte, a letto, con calma, avendo di fronte a sé una giornata da riempire senza aver nulla da fare. E ancora: il caffè è bevanda intellettuale, che anzi spegne gli ardori carnali (al punto che alcune donne londinesi protestarono per iscritto su questo presunto effetto collaterale), la cioccolata è bevanda sensuale, che prepara e agevola agli incontri amorosi.

La devastazione sociale provocata dal gin

Dedicare più tempo al lavoro significa averne meno per sé. È esattamente quello che accade con l’irrompere sulla scena dell’acquavite (e per certi aspetti dell’oppio). L’acquavite passò dal bancone del farmacista o dall’armadietto del medico al bancone dell’oste proprio a seguito della Rivoluzione industriale: strappati alle loro terre con le “recinzioni” (cioè vere e proprie espropriazioni) e richiusi nelle fabbriche i contadini persero le loro tradizioni e le loro abitudini e, per così dire, il senso dell’orientamento. Il loro mondo lavorativo basato sul ritmo delle stagioni andò in frantumi stritolato dai ritmi forsennati e spietati della fabbrica. Anche la birra e il vino non servivano più: quella gente aveva bisogno di qualcosa che gli facesse dimenticare la propria sorte almeno per qualche ora, ma ci voleva troppo tempo per ubriacarsi con quelle bevande. L’acquavite risolse il problema. Il gin costava poco e aveva una gradazione dieci volte superiore a quella della birra. Non andava sorseggiato, ma ingollato, l’invenzione del bancone accelerò ancor di più il processo perché permetteva di servire un’enorme quantità di persone. Ubriacarsi, risultato spaventoso dell’alienazione del lavoro, rimase un fatto collettivo (il sabato, giorno di paga gli operai si ubriacavano), ma divenne anche una questione personale, solitaria.

Il dilagare del gin fu una tragedia sociale (chi non aveva soldi a sufficienza per bere andava in farmacia a comprare pillole d’oppio confezionate apposta – si vedano le citazioni a p. 228) che metteva in imbarazzo riformatori sociali e socialisti. I dirigenti socialisti sapevano perfettamente che erano le osterie i centri di ritrovo – e anche di elaborazione politica – del proletariato – d’altra parte non potevano non condannare l’alcolismo.

Bevute di nebbia: il tabacco

Il minor tempo per sé è registrabile anche osservando l’evoluzione del fumo. Per fumare la pipa occorreva – e occorre – un piccolo arsfenale e un certo lasso di tempo per preparala; il sigaro accorcia di molto la procedura; la sigaretta, infine, la annulla. Pipa, sigaro e sigaretta dicono già qualcosa sull’indole e sull’occupazione del fumatore: chi fuma la pipa ha tempo a disposizione, e pertanto non era certo un operaio di fabbrica con orari infiniti; il sigaro fu fumato a lungo dai lavoratori, ma poi divenne uno status del capitalista, soppiantato dalla sigaretta tra i lavoratori manuali i quali potevano avere “il tempo di una sigaretta” (cinque-sette minuti), ma non quello per un sigaro.

Il fumare investe anche altre questioni: donne colte ed emancipate fumavano per affermare un diritto – conquistato col tempo per le sigarette, ma non per il sigaro o la pipa – e furono coinvolte nei messaggi subliminali della pubblicità, cui la sigaretta (o il pacchetto) rimandano. Ancora prima la moda e lo status avevano fatto la fortuna degli artigiani che producevano porta-tabacco per i fiutatori di tabacco, una moda aristocratica poi diffusasi in altre classi: le più preziose costavano una follia e chi poteva permetterselo le abbinava al vestiario.

Paradisi artificiali: haschish e oppio

Nel libro ci sono altri capitoli interessanti: quello dedicato ai locali, notevole e acuto, ha un carattere più sociologico che storico; un altro dedicato al rituale ha un taglio antropologico-sociologico, mentre molto stimolante per lo storico è quello dedicato ai “paradisi artificiali” nell’Ottocento. Qui si spiega perché l’uso di droghe come l’hascish e l’oppio furono sostanzialmente fenomeni marginali nella società europea. Semplicemente i loro effetti non collimano con i ritmi imposti dalla società capitalistica. Entrambi sono dei calmanti, rilassano, rallentano. Il capitalismo tende invece a “rubarci” tempo e a imporre ritmi frenetici. Le frange di coloro che facevano uso di queste sostanze, per tutto il XIX secolo acquistabili liberamente, erano formate da gente che rifiutava le leggi economico-sociali della società e si poneva ai suoi margini.

Oggi il consumo di droghe leggere si è ampliato e non è da escludere che arriverà il tempo in cui anche queste saranno socialmente accettate perché, come dice l’A., “ogni tipo di società i generi voluttuari e le sostanze inebrianti di cui ha bisogno e che è in grado di sopportare” (p. 223).

Conclusioni

La lettura di questo libro è davvero piacevole e spesso divertente. C’è molto altro dentro a questo testo – tra l’altro ricco di immagini che non hanno un semplice compito coreografico. (Per chi voglia approfondire, per la Francia può esplorare L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini per Londra, Collage. Londra attraverso le immagini). Questa Storia dei generi voluttuari ci fa capire molte cose ed è un ottimo esempio di cosa la storia ci possa dire e far capire studiando aspetti che, come i generi voluttuari appunto, di solito consideriamo secondari.

Chiude il libro una bella intervista. C’è una bibliografia ma purtroppo mancano le indicazioni per le citazioni. Peccato.


Recensione. Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista

Normalmente i movimenti di destra fanno della salute e del vigore fisico un loro tratto caratterizzante. A leggere questo libro di Ohler, sembrerebbe invece che, nella società tedesca durante il nazismo, nelle alte sfere militari e di partito e nel loro capo, le cose non stessero affatto così: “Benché i nazisti ostentassero un rigido moralismo e attuassero una severa politica antidroga […] sotto la dittatura di Hitler una sostanza potente, molto pericolosa e capace di dare dipendenza diventò un prodotto popolare”. Lo stesso Hitler era drogato marcio.

Personalmente penso che questo libro abbia una ambiguità di fondo. È un libro di storia, ma chi lo ha scritto non è uno storico; si basa su un certo numero di documenti resi disponibili recentemente, ma vi sono parti romanzate. Di più: vi sono momenti in cui la mancanza di perizia dell’A. nel padroneggiare i documenti emerge abbastanza chiaramente: ad esempio, sospetta che Rommel facesse uso di anfetamine basandosi esclusivamente sul suo modo di combattere senza altra fonte documentaria (p. 104 ss.). D’altra parte, lo afferma lo stesso Ohler: “non sono uno storico e non pretendo di riscrivere gli avvenimenti” (p. 141). Non è una confessione di umiltà, è un modo di mettere le mani avanti.

Infatti, le quattro parti in cui si suddivide il libro, a mio parere sono di valore diseguale. Documentata e, tutto sommato, convincente, è la prima parte: è plausibile che in un Paese sconfitto e nel mezzo di una catastrofe economica, quale era la Germania dopo la prima guerra mondiale, una buona parte della società cercasse rifugio e consolazione nei mondi artificiali delle droghe. Nel caso specifico si tratta, in particolare, di una droga sintetica, ma la cosa non stupisce se si pensa che la Germania era all’avanguardia nell’ambito della chimica, come testimonia la presenza di case farmaceutiche di livello mondiale come la Bayern e altre.

La droga sintetica era una anfetamina, il Pervitin, che riscosse un successo e una diffusione clamorosi. Era in grado di far sparire quasi completamente i sintomi della fame e di tenere il fisico sveglio e attivo per giorni. Un prodotto con caratteristiche del genere era l’ideale per gli eserciti e per i soldati.

Tuttavia, affermare che l’uso di questa anfetamina era largamente diffusa nella società tedesca (già prima dell’ascesa del nazismo) è un’affermazione impegnativa che andrebbe comprovata maggiormente. Se non ci sono dubbi che nel mondo dello spettacolo cocaina e altri stupefacenti circolassero in abbondanza, si trattava comunque di cerchie molto ristrette appartenenti al mondo dello spettacolo o comunque benestanti. Ma durante la gran parte degli anni della Repubblica di Weimar furono anni durissimi per la maggioranza della popolazione. Che vi fosse la tentazione di fuggire al presente ricorrendo a sostanze artificiali è più che probabile, ma data la povertà diffusa è più probabile che la piaga più grave fosse l’alcolismo piuttosto che l’uso di droghe.

Qualche altro dubbio comincia ad affiorare nella seconda parte, che tratta essenzialmente dei due primi due anni di guerra: secondo l’A., l’invasione della Polonia e la folgorante vittoria contro la Francia, furono dovuti essenzialmente all’uso smodato nell’esercito di questo nuovo ritrovato. Per la campagna contro la Francia l’esercito ordinò l’impressionante cifra di 35 milioni di compresse, ma se si considera che vi presero parte oltre due milioni di soldati, il numero di pillole per ciascun soldato diventa poca cosa. 

La replica invece non si verificò con l’invasione dell’URSS essenzialmente perché, considerata la vastità del Paese e quindi dei fronti e la tattica dei sovietici di ritirarsi, fu una guerra assai meno di movimento rispetto a quella sul fronte occidentale. Di conseguenza, l’uso del Pervitin risultò inefficace.

Con la parte terza (dal 1941 al 1944) la narrazione si sposta dal piano storiografico quasi sempre tenuto nelle due precedenti per far spazio ad ampi tratti romanzati. Qui l’A., ci parla del “paziente A” e del suo strano, simbiotico rapporto col suo medico personale di fiducia, Gilbert Theodor Morell – ciarlatano più che medico. Arrivista senza scrupoli, Morell somministrò a Hitler mix micidiali di sostanze dopanti, steroidi, Eukodal, zucchero d’uva e altre decine di sostanze, infiacchendone il fisico e oscurandogli progressivamente la ragione. Tra i due si verrà ad instaurare uno strano rapporto di reciproca dipendenza: a Hitler, il “dottore” deve fama, ricchezza e immunità per i suoi maneggi e commerci al di fuori di controlli e legalità; Hitler gli deve la capacità di resistere fisicamente alle pressioni dovute all’andamento fallimentare della guerra.

 Ohler, basa la sua ricostruzione su parecchi documenti, ma non mancano le contraddizioni. Ad esempio, a p. 226 scrive: “Dall’autunno del 1941 Hitler fu un consumatore accanito di ormoni e steroidi e, a partire dalla seconda metà del 1944, anche di cocaina e anche di Eukodal. In quella fase, dunque, Hitler non ebbe nemmeno un giorno di lucidità” (p. 226); qualche pagina più tardi afferma però che Hitler era diventato “tossicomane” dopo l’attentato del 1944 e, soprattutto, che l’assuefazione alle droghe aveva accentuato le sue caratteristiche umane preesistenti (p. 239). In breve, l’Autore non scioglie il dubbio che dalla sua stessa narrazione emerge: se dal punto di vista militare le cose per la Germania cominciarono a mettersi male nel 1941, e cioè quando Hitler comincia ad assumere ormoni, steroidi e altri ritrovati e, da quel momento, come afferma, non ha più un giorno di lucidità, allora Hitler ha perso la guerra a causa delle droghe? La risposta di Ohler è negativa: “Hitler […] rimase lucido fino alla fine. Il consumo di stupefacenti non compromise affatto la sua capacità decisionale. Fu sempre in sé, sapeva esattamente cosa faceva e agì con sangue freddo” (pp. 239-40).

Queste conclusioni però smentiscono descrizioni precedenti: ad esempio, anche se l’A., non lo dice espressamente, nella sua ricostruzione vi è una coincidenza tra errori tattici militari compiuti da Hitler in occasione dell’invasione della Russia e l’assunzione delle sostanze dopanti del suo medico: “L’intuito [di Hitler] che fino all’inizio dell’Operazione Barbarossa [l’invasione dell’URSS] si era dimostrato pressoché infallibile lo abbandonò quando le iniezioni cominciarono a devastare il suo organismo” (p. 156). 

Un’altra tesi sostenuta nel testo è che “le droghe nel Terzo Reich furono utilizzate come strumento artificiale di mobilitazione, per compensare la fisiologica perdita di motivazione e mantenere alto il morale dell’entourage” (p. 296) di Hitler – Morell, il suo medico, serviva anche altri pezzi grossi del regime. 

Sono tesi e affermazioni impegnative e, per certi aspetti, fuorvianti e pericolose. Sostenere che dopo l’invasione dell’Unione Sovietica Hitler perse progressivamente il controllo della situazione a causa delle droghe suona come assoluzione complessiva per una società che, a sua volta, non si avvide del disastro in arrivo e non reagì perché anch’essa obnubilata dalla diffusione delle anfetamine. Ne deriverebbe un’attenuante di non poco conto del sostegno di cui ha goduto il regime fino alle fine.

Romanziere di successo, Ohler sa come intrattenere il lettore. Il libro, oltre ad avere il merito di chiarire che dietro alla propaganda dei regimi fascisti improntata a eroismo, virilità e bellicosità, la realtà era ben diversa,  è scorrevole e avvincente.

Con le precauzioni a cui ho accennato “Tossici” si legge volentieri.