Recensione. Marina Garbellotti: Per carità

Nell’ultimo venticinquennio del secolo scorso era opinione condivisa che, almeno per quanto riguardava l’Europa occidentale, il secolare problema della povertà (almeno nelle sue frange più estreme) fosse stato definitivamente sconfitto. I primi vent’anni del XXI secolo stanno dimostrando che le cose non stanno così: il divario tra ricchi e poveri si sta ampliando enormemente e il numero di coloro che non ce la fanno sta aumentando.

Il dato sorprendente è che gran parte delle idee suggerite per contrastare il problema in realtà sono versioni aggiornate di proposte vecchie di secoli. Fare il punto sui “poveri e politiche assistenziali” – come recita il sottotitolo di “Carità”, scritto da Marina Garbellotti – è non solo doveroso, ma utile per comprendere i vari temi che compongono l’intera questione della povertà.

Sul tema del libro esiste una bibliografia sterminata e se si può sostenere che la povertà è sempre esistita, fa bene l’A. a scegliere come punto di partenza della sua analisi la rottura decisiva che si verifica tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento che muta l’approccio e la percezione del problema della povertà (il titolo completo del libro è Marina Garbellotti, Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna). Si inizia a parlare in quel periodo di poveri meritevoli di essere assistiti e di poveri che non meritano assistenza. Tra i poveri vi sono persone sane, in forze, in salute, che potrebbero lavorare e invece scelgono di non farlo. La letteratura esaminata dall’A. ci restituisce immagini di marginali che si fingono vittime di tutta una serie di malattie e infermità invalidanti per poter questuare indisturbati, evitare essere soggetti a tassazioni, al reclutamento negli eserciti e ad altri obblighi sociali e che pertanto, pur vivendo in povertà, conducono una vita spensierata sulle spalle della collettività la quale, concedendo loro questue e altre forme di sostegno, di fatto li mantiene. Il dato di fondo, che diventa disturbante, destabilizzante, è che questa gente rifiuta il lavoro, il rifiuto del lavoro spalanca le porte all’ozio e l’ozio – come da allora si ritiene – è il padre dei vizi. Dunque, rifiutarsi di lavorare è accaparrarsi da vivere in altri modi (col gioco o prostituendosi, per esempio) è una scelta da condannare, in qualche modo criminosa. (Sulla prostituzione si veda Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Adriaen Brouwer, Poveri bevono alla locanda, c. 1625 – c. 1630, Rijskmuseum

Non a caso la trattatistica sul problema del pauperismo si infittisce “a cavaliere tra XV e XVI secolo” in decenni di crisi durante i quali il fenomeno del pauperismo divenne una “piaga sociale” (p. 20): crescita demografica non compensata da un aumento di terra coltivabile, epidemie, guerre e carestie innescarono cambiamenti profondi: dalle campagne, torme di contadini cercarono una qualche forma di occupazione o assistenza e sostegno nelle città, ma queste non erano in grado di fronteggiare emergenze più o meno prolungate che investivano un numero elevato di persone. La reazione delle città a queste pressioni fu l’elaborazione di forme assistenziali il cui scopo era quello di rimuovere la mendicità: “l’accettazione o l’avversione al lavoro divenne il principale segno di riconoscimento dei veri poveri” (p. 23). Chi lavorava accettava le regole economiche, etiche e sociali della società, coloro che si rifiutavano di lavorare pur essendone in grado rifiutava anche quelle regole e pertanto non solo non era degno di essere assistito, ma meritevole di essere espulso dalle comunità.

“Bocche inutili”

Soprattutto nel corso o dopo una calamità – ad esempio una epidemia, una carestia o un terremoto – le maestranze delle città ritenevano conveniente espellere mendicanti, vagabondi, “birboni” che provenivano da fuori per tutelare invece i poveri meritevoli che contribuivano in qualche modo allo sviluppo della città: il “prima” i propri cittadini non è uno slogan di oggi (p. 45). Tuttavia gli stati e le città dell’età moderna avevano notevoli difficoltà nel controllo capillare del territorio: birri, osti e altro personale, disponevano di informazioni sufficienti per avere il polso della situazione, ma le continue intimazioni (corredate da pene di varia entità e gravità) ai forestieri di abbandonare le città nell’arco di pochi giorni comprovano quanto fosse difficile censire compiutamente il via e vai di persone che entravano e uscivano dalle città. Nonostante i rischi – che c0munque c’erano – non era difficile restare in città o tornarvi. D’altra parte la mobilità era considerata dannosa se non pericolosa.

Dunque, l’idea che le autorità cercano di instillare era una stanzialità laboriosa. Gli indigenti sani in grado di lavorare ma che non lo facevano erano considerati i più pericolosi: questuando sottraevano l’elemosina ai “veri poverelli”, perciò questa gente doveva venire costretta a lavorare. Restauri a ponti e palazzi, sistemazioni di canali, manutenzione delle strade ecc. erano tutti lavori che i poveri avrebbero potuto e potevano svolgere. Forza fisica e resistenza alla fatica erano le qualità indispensabili, non occorrevano molte abilità per venire impiegati come braccianti. Questo fenomeno ha due aspetti sui quali conviene soffermarsi. La costruzione di edifici poteva durare anni se non decenni. La convinzione secondo che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (questa citazione è ripresa da Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca), per certi aspetti ancora in auge, in realtà è fallace. Se è vero che in questo modo una moltitudine di maestranze trovava impiego nei cantieri, si deve considerare il fatto che questo genere di lavori non generavano né altro lavoro, né ricchezza fruttifera. In altre parole non modificano gli assetti delle proprietà, mantenevano inalterati i rapporti di potere e non producevano travasi di ricchezza dalle classi dominanti a quelle popolari.

Che vi fosse un’attenzione particolare nel conservare le gerarchie sociali è comprovato dalla reclusione di questi soggetti in ospedali o alberghi per i poveri, brefotrofi, orfanotrofi e istituti per alcuni aspetti non molto dissimili dalle Workhouses inglesi (pp. 105-107). Il lavoro coatto diventava così una forma di controllo su masse potenzialmente pericolose e in più aggiungeva un messaggio morale all’intera popolazione: chi lavora ottiene cibo, assistenza, sussidi, medicinali ecc., chi lavora incontra e usufruisce della carità.

Ha ragione però Garbellotti nel ritenere che per il caso italiano non si possa parlare di grande internamento sulla scia degli studi di Foucault (pp. 109-110). Se è indubbio che questi istituti ospitavano soggetti di ogni genere – vecchi, invalidi, inabili, malati, scemi, pazzi, uomini, donne, ragazzini o bambini – essi costituivano una sorta di monito per coloro che si rifiutavano di lavorare o punti di riferimento temporanei per coloro che non riuscivano a gestire situazioni famigliari particolarmente difficili.

Tamburini Giovanni Maria (Bologna 1575-1660 ca.), Scena di mendicanti che chiedono la questua, Fondazione Cassa di Risparmio Bologna

Tuttavia tra i cittadini e i forestieri esisteva tutta una serie di persone che costituivano altre tipologie. Nelle città risiedevano stranieri presenti da molto tempo. Potevano avere o essere in affitto in una casa o in una bottega: non erano cittadini a pieno titolo, ma nemmeno stranieri. Questa gente era meritevole di sostegno? Contribuire al bene della comunità lavorando e versando le imposte divenne un requisito fondamentale per usufruire degli aiuti (pp. 52-53).

Quanti sono i poveri?

Dividere i meritevoli dagli immeritevoli significava censirli. Cosa tutt’altro che semplice. C’erano forme di povertà temporanee (infortuni, malattie, calamità) e coloro che non erano in grado di risollevarsi (vecchi, invalidi, cronici, vedove anziane ecc.). Tuttavia le città tentarono di farlo munendo i mendicanti autorizzati a chiedere l’elemosina di un distintivo che consentisse di riconoscerli. Era un modo per stabilire “quanti meritavano di restare nella comunità e quanti, al contrario non erano degni di occuparvi alcuna posizione” e di essere scacciati (pp. 55-57). Ma stabilire con certezza chi fossero i veri poveri era tutt’altro che semplice: “povero, miserabile, miserabilissimo, indigente” e altre connotazioni venivano usate indifferentemente e il loro significato cambia da luogo a luogo da epoca a epoca, senza dire che restano comunque categorie piuttosto incerte. Il fatto è che il concetto stesso di povertà “è relativo e non assoluto quindi i parametri per definirla variano in ogni società”; d’altra parte, in epoca moderna la netta maggioranza della popolazione può essere considerata povera (pp. 66). Indicativamente dal 4 all’8% della popolazione aveva bisogno di aiuti in modo continuativo; un 20% erano poveri congiunturali, momentanei, per la durata di una qualche crisi ma che, una volta superata, sarebbero stati in grado di provvedere a sé stessi; l’ultimo gruppo – il più ampio, dal 50 al 70% – era costituito da lavoratori che in tempi normali era in grado di sostenersi anche se in precario equilibrio tra povertà e indigenza e che viveva sul limite della soglia di povertà.

Tirare avanti

Tolte le spese per il vitto a questa gente non restava molto: portava quel poco che possedeva al banco dei pegni o al Monte di Pietà per piccoli prestiti che consentisse loro di tirare avanti qualche giorno. Del resto la loro alimentazione, basata soprattutto sul pane, su vino annacquato, su ortaggi e poco altro (sull’alimentazione si veda Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza) benché povera, portava via molte risorse: il pane costava molto: circa la metà della paga di un salariato (p. 75). Se si tiene a mente la precarietà di molti mestieri – i lunghi mesi invernali nella campagne, ad esempio, ma anche nell’edilizia – allora non è difficile comprendere perché spesso intere fasce della popolazione adottasse stratagemmi di sopravvivenza non privi di rischi per la salute (su questo si veda: Madeleine Ferrières Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo). In breve: “la maggior parte degli individui, dunque, viveva ai limiti della soglia di sussistenza e la loro condizione economica era tutt’altro che stabile. Essi oscillavano dalla sottoccupazione alla disoccupazione e un semplice accidente, un imprevisto, la perdita temporanea del lavoro, poteva ridurli in breve tempo in miseria”. Persone apparentemente non indigenti e lavoratrici in realtà erano povere e non disponevano né di risorse né di risparmi sufficienti che consentissero loro di superare inconvenienti anche temporanei (p. 77).

“Tre mendicanti” – Giacomo Ceruti detto ‘il Pitocchetto’ – 1737, olio su tela, “Museo Thyssen-Bornemisza”, Madrid

L’A. aggiunge giustamente che alla mentalità dell’età moderna era estraneo il concetto di previdenza sociale: la popolazione restava “scoperta”, priva di tutele e ciò diventava un problema gravoso soprattutto per anziani e invalidi; ma ritiene anche che “l’accantonamento del denaro non era una pratica diffusa” (p. 77), un’affermazione forse troppo perentoria: se si tiene conto del susseguirsi di epidemie e carestie e dei loro strascichi talvolta lunghi (sulla peste, vedi William Naphy e Andrew Spicer La peste in Europa e Klaus Bergdolt La grande pandemia della precarietà e periodicità di gran parte del mondo del lavoro, del lievitare dei prezzi ma non dei salari nei periodi di crisi e, in molti casi, di salari troppo bassi, allora la tendenza a non risparmiare non corrisponderebbe ad una mentalità diffusa, ma ad una drammatica necessità. Del resto, ciò è dimostrato indirettamente dalla stessa A. nel riportare un dato significativo. Comparando realtà diversissime quali Parigi e Prato, Garbellotti rileva che “l’andamento della curva dei prezzi del grano coincide con quello degli abbandoni dei bambini” (p. 98).

Fronteggiare la povertà: brefotrofi, Opere Pie, Ospedali
Andrea Biffi, Ospedale Maggiore di Milano, 1704, Rijksmuseum

Nei decenni di crisi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, di fronte all’aumento consistente del pauperismo la rete assistenziale medievale cominciò a dimostrarsi insufficiente, si imponeva una riorganizzazione complessiva dettata dal fatto che gli enti assistenziali erano gli unici ad occuparsi dei poveri e questi stavano aumentando.

In linea generale due furono le soluzioni intraprese: la concentrazione dei molti piccoli enti esistenti in un unico ospedale maggiore oppure la riorganizzazione della rete assistenziale con soppressione di alcuni enti, accorpamenti tra alcuni di essi, modifica agli statuti e agli indirizzi d’uso di altri. Sulla carta entrambe le soluzione apparivano vantaggiose, “di fatto” esse non sortirono “gli effetti desiderati”. Sebbene si aprisse una sorta di “specializzazione” dei vari enti – brefotrofi, conservatori femminili, orfanotrofi, ospedali ecc. – da un lato “la tradizionale ospitalità medievale, caratterizzata dalla commistione della pratica caritativa e di quella terapeutica restò un tratto dominante degli ospedali” (p. 83); dall’altro il problema della mendicità rimase “una spina nel fianco” delle autorità (p. 114).

Carità e potere

Le amministrazioni laiche e le élites alla guida delle città cercarono di mettere le mani in qualche modo sugli enti ospedalieri e caritativi. Raramente lo fecero scontrandosi col potere religioso che storicamente li amministrava e li dirigeva; molto più spesso cercò e ottenne la collaborazione degli ecclesiastici. Sebbene gli ospedali soprattutto ma anche altri enti avessero costi di gestione notevoli e le cariche alla loro direzione non fosse retribuita, non di meno entrare a far parte degli amministratori faceva gola a molti. In primo luogo perché “il patrimonio del povero”, come si diceva all’epoca, era cospicuo: nel corso del tempo donazioni, lasciti testamentari, legati ecc. accrebbero considerevolmente la ricchezza di questi enti che disponevano di beni mobili, immobili e di terre. Entrare nel novero degli amministratori significava assicurarsi una posizione vantaggiosa dal punto di vista economico: gli archivi sono pieni di “scandali”, favoritismi e malversazioni. In secondo luogo, raggiungere quella posizione voleva dire infittire la propria trama di relazioni politiche, economiche e sociali: giustamente l’A. pone in evidenza il fatto che spessissimo i nomi di coloro che amministravano gli enti delle beneficenza erano gli stessi che ricoprivano altri incarichi rilevanti: non di rado gli ospedali furono al centro di oligarchie ristrette e potenti. Infine, cariche amministrative di questo genere garantivano una posizione sociale di primo piano e la possibilità di esercitare forme di potere molto concrete anche se in forme indefinite e avvolte da discrezione: tra chi elargisce la beneficenza e chi la riceve si crea un legame asimmetrico, una sudditanza che “paga” in termini di dipendenza e rispetto, obbedienza e fedeltà. Ospedali ed enti assistenziali garantivano e irrobustivano la stabilità sociale e lo status quo delle gerarchie del potere economico e sociale.

La morale della carità

Per quest’insieme di ragione concretissime i compiti di questi enti non si esauriva nell’assistenza ospedaliera o medica in generale ma investiva la sfera morale e l’educazione. Un’attenzione particolare fu rivolta ai bambini, con differenze significative tra maschi e femmine.

Maestro della tela Jean, Piccolo mendicante con focaccia ripiena, Wikipedia

Gli esposti, che fossero maschi o femmine – o meglio, quelli che riuscivano a sopravvivere perché il tasso di mortalità nei brefotrofi e negli orfanotrofi era spaventoso (p. 101) – lavoravano fin da piccoli, ma mentre nel caso dei maschi la tutela dell’Istituto terminava col raggiungimento del quattordicesimo anno di età, nel caso delle femmine se non si sposavano o non entravano in convento o non andavano a servizio, proseguiva sine die. Mentre l’onore delle pulzelle doveva essere tutelato, nei confronti dei maschi molti internamenti in istituti erano dovuti a motivazioni di ordine pubblico.

Per le ragazze tutelare l’onore e procurarsi una dote era assolutamente fondamentale non essere rifiutate dalla società o per non finire ai margini (su questo si veda anche Nicholas Terpstra, Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento): l’infinito numero delle Opere Pie dotali e dei conservatori ne é la prova più eloquente (pp. 122-124). La povertà però non era il requisito fondamentale, più importante erano la salute, l’onestà e la modestia delle giovani che chiedevano o concorrevano per la dote. Considerata più fragile e indifesa dell’uomo, la donna doveva essere protetta dai maschi della famiglia (una convinzione dura a morire, vedi Silvano Montaldo Donne delinquenti.. Dopo aver imparato un mestiere in un istituto le ragazze che diventavano mogli costituivano anche un investimento sia per la nuova famiglia sia per l’istituto stesso: “non a caso i conservatori sono stati definiti fabbriche di spose e di serve” (p. 133).

Vermeer, Johannes Pays Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, La merlettaia, MI 1448 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064918 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna dimostra che il problema non era la povertà in sé, erano i poveri: questi dovevano essere arginati, confinati, “sbanditi”, posti sotto controllo e accettare le regole che garantivano la stabilità e la convivenza sociale. È questo che dovremmo tenere a mente osservando il dibattito odierno sulla povertà.

Consiglio vivamente di leggere Per Carità di Marina Garbellotti per tre motivi. Innanzitutto è una ottima sintesi: il libro offre un quadro d’insieme ben articolato; in secondo luogo l’A. ha una prosa chiarissima, il libro si legge con facilità e con gusto e i concetti vengono esposti con grande limpidezza. Infine il libro è corredato da un robusto apparato di note a mergine e da una ottima bibliografia per chi voglia approfondire l’argomento.

Buona lettura.

Recensione. Annacarla Valeriano: Malacarne

Negli ultimi due decenni la storiografia ha compiuto un notevole lavoro di scavo e di indagine sui manicomi. Oltre alla mia monografia sul manicomio di Imola, Finora qui ho detto qualcosa su: Paolo Giovannini, Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918); Cinzia Migani, Memorie di trasformazione. Storie da manicomio. Malacarne di Annacarla Valeriano approfondisce la storia del manicomio di Teramo (al quale, prima di questo, ha dedicato una bella monografia che presenterò prossimamente). A conferma della straordinaria ricchezza degli archivi manicomiali, l’A. ci regala un approfondimento di una realtà già conosciuta e analizzata.

Manicomio importante quello teramano, “uno dei più grandi e importanti dell’Italia centro-meridionale” (p. 10) e quindi ricco di storie e di informazioni. Storia al femminile, di donne, alle quali Valeriano intende “restituire un volto, una storia e una voce […] che tra le mura del manicomio sembrano non averne mai avute”. Un intento che rientra nel più ampio proposito di “raccontare in che modo la nostra società ha saputo impiegare, nel corso degli anni, l’esclusione per farne un contenitore in cui depositare le proprie paure, le proprie insicurezze, i propri pregiudizi innescati dal contatto con l’’altro’, la propria incapacità di affrontare le questioni legate alla gestione di elementi diversi che sembrano minacciare equilibri e valori” (pp. X-XI).

Una lunga storia di ingiustizia

Si tratta di contesti che richiedono un’ampia e articolata argomentazione. La storia della psichiatria è in gran parte storia di lunghe, tenaci e profonde continuità, che giustamente l’A. inquadra nel primo capitolo dedicato all’illustrazione delle teorie elaborate nel corso dell’Ottocento. Fin dall’epoca napoleonica a sfavore delle donne cominciarono muoversi e a congiurare un ampio ventaglio di considerazioni politiche ed economiche, sociali e mediche, che in pochi decenni ridusse lo spazio delle donne all’ambito domestico o poco oltre e annullò quasi completamente qualsiasi loro ruolo sociale e intellettuale. A ragione l’A. delinea una vera e propria “antologia misogina” che sposta “le perversioni degli istinti” nell’ambito delle “malattie” dalla quale scaturisce “un’immagine complessiva della donna come creatura sessualmente minorata, mancante della ‘coscienza intellettuale’, subordinata all’uomo nei diversi momenti della sua vita, ‘sospinta verso la maternità da incoercibili leggi naturali'”. Sono puntualizzazioni importanti perché fin quasi allo scadere del Settecento la sessualità femminile era considerata in tutt’altro modo (su questo vedi Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Dalle teorie positiviste ottocentesche il fascismo non solo eredita un mondo femminile (ri)modellato, (ri)plasmato e subordinato a quello maschile (su questi aspetti vedi ora Silvano Montaldo, Donne delinquenti) e che deve muoversi e agire in funzione di esso, ma lo codifica, lo perfeziona e, soprattutto, lo inasprisce. In generale la stretta repressiva del regime risulta evidente dall’impennata degli internamenti: dai sessantaduemila del 1927 si arriva a quasi novantacinquemila nel 1941 (p. 57); cifra impressionante se si considera che una malattia come la pellagra, che in decenni precedenti era stata una delle cause principali dei ricoveri in manicomio soprattutto nelle regioni centro-settentrionali, era quasi scomparsa. Inoltre, da un lato il potere di intervento di questori e prefetti viene ampliato e anche ai medici condotti viene imposto di “denunciare” all’autorità locale di pubblica sicurezza gli infermi di mente sospetti di essere pericolosi a sé e agli altri (p. 49); dall’altro il regime amplia la rete manicomiale, soprattutto in meridione, e affianca ai manicomi altre strutture (sanatori, Dispensari di Igiene Mentale) investite del compito di decongestionare gli ospedali psichiatrici (un problema che si trascina da decenni), e di separare accuratamente i sani dai malati.

In questo senso le teorie della follia morale e della degenerazione e dell’antropologia criminale messe a punto nel corso dell’Ottocento costituiscono un sostegno molto solido per il regime, ma nel ventennio si innestano altri fattori: il problema demografico e la questione della razza. Dunque, nelle continuità si registrano delle discontinuità, delle novità introdotte dal regime.

Pannello della mostra documentaria: L’anomalia del sentimento

Anche il problema demografico non era nuovo (vedi Carl Ipsen, Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista). In Italia diviene assillante dopo quella immane catastrofe che era stata la Grande Guerra. La prima guerra mondiale non aveva soltanto posto di fronte ai medici turbe mentali del tutto nuove che avevano investito i soldati (su questo si veda Antonio Gibelli, L’officina della guerra; per un caso di studio, Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)), ma avendo falcidiato una generazione di giovani uomini destava ora forti preoccupazioni anche per quanto riguardava le donne cui spettava il compito di “rigenerare” le forze fisiche e morali della nazione con un materiale umano (maschile) fortemente traumatizzato e decimato (si veda la testimonianza del dott. Cazzamalli a p. 62).

Di qui la necessità di fissare nel modo più saldo possibile la donna all’interno della famiglia e di inchiodarla alla sua missione sociale primaria: figliare, possibilmente a getto continuo. In questo modo la psichiatria incrocia il progetto eugenetico e razziale del regime e le donne si ritrovano tra l’incudine e il martello, strette in una morsa che assottiglia il confine tra controllo sociale e repressione. Accattonaggio e vagabondaggio, ad esempio, erano finiti da tempo sotto l’attenzione degli psichiatri e mendicanti e vagabondi conoscevano bene le mura dei manicomi; ma nel caso delle donne è sufficiente l’assentarsi da casa, il “vagare” in un raggio di pochi chilometri, per far scattare l’internamento. Per non dire di atteggiamenti che non collimavano perfettamente con la missione loro affidata dal regime: donne che non facevano o facevano pochi figli, che seguivano la moda, che intendevano dimagrire o che, in qualunque modo, mostrassero indipendenza di pensiero e un comportamento conseguente, finivano immediatamente in manicomio, anche a scopo preventivo (il “pubblico scandalo” era una delle motivazioni che – da sempre – giustificavano l’internamento).

La “normalizzazione” fascista

Accusare queste donne di essere affette da isteria, da tare ereditarie, di essere antisociali e perciò meritevoli di venire rinchiuse divenne straordinariamente facile non solo per le autorità o per i medici, ma anche per famigliari e vicinato desiderosi di liberarsi di presenze ingombranti o che faticavano a gestire. Isteriche, malinconiche, donne violate, da vittime diventano colpevoli: scontano la colpa di avere desideri, di non volere, o riuscire a omologarsi ai ruoli tradizionali loro assegnati, di non riuscire a sopportare una vita di stenti e di fatiche. Per queste donne la sofferenza mentale diventa allora una via di fuga da una realtà insopportabile. L’isteria ne è un esempio probante. Nel concetto di isteria, “ripropost[o] dai medici fascisti […] finirono per essere condensati tutti i caratteri più eversivi della devianza incarnati da corpi squalificati che […] avevano assunto un carattere patologico e si erano rivelati inadatti alla vita moderna” (p. 130). In realtà, dalle moltissime “tracce” delle ricoverate disseminate dall’A. nel corso del libro, di “vita moderna” vi è molto poco: ciò che emerge invece – qui, come in altre monografie – è invece un contesto caratterizzato da una generale povertà: una ricoverata, arrivata in manicomio in precarie condizioni fisiche anche perché malnutrita, spera di essere a breve dimessa con un sussidio (p. 121, è un caso, ma le testimonianze indirette sono molte). (Sarebbe auspicabile che l’A., benché l’abbia fatto anche nella monografia dedicata al manicomio, sfrutti questo immenso materiale per registrare continuità, rotture e mutamenti anche di carattere generale nelle zone che facevano riferimento a Teramo). Questo per dire che gli psichiatri, quando incapaci di comprendere, non esitano a forzare le interpretazioni; anziché individuare nel sintomo isterico l’espressione di un profondo dolore morale e il tentativo di comunicare situazioni oppressive e una richiesta di aiuto, i medici – maschi – vi vedevano un “castigo igienico per la negazione della natura proprio della donna” (p. 132).

“Castigo” poi curato con malarioterapia, insulinoterapia o elettroshock, rimedi di dubbia se non nulla efficacia quando non dannosi (sui quali si veda Valeria Babini, Liberi tutti. Manicomio e psichiatria in Italia). Eppure, come testimoniano le lettere in Appendice al testo, nemmeno il manicomio – una macchina perfetta per schiacciare e annullare la personalità delle persone, come ben sapevano i medici fin dai tempi della sua fondazione – è riuscito a spegnere del tutto la vitalità di queste donne.

Conclusioni

Merito dell’A. è di averle riportate alla luce. Ma non è l’unico merito di Malacarne, un libro di grande freschezza narrativa. Oltre allo scavo archivistico, che riporta numerosissime testimonianze ricavate dalle cartelle cliniche, il libro è frutto anche di uno studio approfondito di riviste scientifiche dell’epoca (sulle quali vedi: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti)) e della produzione storiografica in merito.

Malacarne è un ottimo libro, che merita di essere letto con attenzione. Buona lettura.

Storia delle donne: stampa e opuscoli dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma

Mi è capitato spesso di parlare delle iniziative della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma e, soprattutto della sua splendida e fornitissima Digiteca.

Le chiusure dovute alla pandemia di Covid-19 non hanno interrotto l’attività di digitalizzazione dei fondi della Biblioteca. Tra gli ultimi inserimenti, particolarmente interessanti risultano giornali, periodici e opuscoli riguardanti o scritti da donne.

Alla stampa femminile ho dedicato qualche articolo segnalando alcuni progetti. Si può vedere, ad esempio: Storia delle donne. L’archivio digitale dell’UDI e Donne. Riviste storiche, di storiografia, portali. Ora, grazie agli sforzi della BSMC di Roma il materiale a disposizione di studenti, studiosi e curiosi si arricchisce.

Infatti, tra i periodici, troviamo: La lavoratrice: organo della Società nazionale di patronato e mutuo soccorso giovani operarie di Torino, pubblicato dal 1902 al 1941; il Giornale delle Donne, sempre di Torino, che uscì dal 1875 al 1929; La Donna, pubblicato a Padova e disponibile per il 1869; Amica: rivista mensile illustrata per la donna e per la casa disponibile dal 1929 al 1940.

Per quanto riguarda gli opuscoli, ci vengono offerti: Luisa Tosko, La causa della donna, 1878; I socialisti e l’emancipazione della donna, Alessandria 1892; Per una legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli, Milano 1902; Anna Maria Mozzoni, Alle fanciulle, Milano, 1891.

Adolfo Tommasi, D’ottobre verso sera (1885-1888 circa; olio su tavola, 50 x 100 cm; Viareggio, Società di Belle Arti)

PS: l’opera di Adolfo Tommasi è ripresa da un bell’articolo su lavoro femminile tra Ottocento e Novecento apparso su Finestre sull’Arte nel quale si possono ammirare altre opere.

lo storico della domenica
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