Recensione. Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia

Un ottimo libro sulla Repubblica di Weimar che unisce alla ricchezza delle fonti, chiarezza espositiva e fermezza nelle valutazioni.

Guerra e rivoluzione: binomio terribile e liberatorio, oscuro e abbagliante, utopistico e tragico appunto. La Repubblica di Weimar, molto di più di un tumultuoso e tormentato periodo di passaggio tra la Grande Guerra e il Terzo Reich, fu l’espressione di molteplici contraddizioni.

Eric Weitz ci guida con mano sicura nella storia di questa repubblica nata sotto una cattiva stella: il riassetto dell’economia nel dopoguerra, anni di iper-inflazione e, pochi anni più tardi, gli effetti devastanti della Grande Depressione del 1929. “Tre capovolgimenti del mondo” come li definisce Weitz.

Fare i conti con il dopoguerra fu un compito estremamente difficile. Basterebbe citare i 2 milioni di morti e i 4,2 milioni di invalidi quale lascito per rendersene conto. Eppure ciò che la Repubblica di Weimar riuscì a mettere in campo fu qualcosa di straordinario: democrazia parlamentare, voto alle donne, riduzione dell’orario di lavoro nelle fabbriche, un maggior intervento dello Stato nell’economia, libertà di stampa, welfare diffuso (sussidi di disoccupazione agli operai – ma non ai contadini e ad altri lavoratori, che ne restarono esclusi – pp. 123-24). Furono – e restano – misure straordinarie.

Senonché la Repubblica dovette fare i conti con altri lasciti della Grande Guerra, veleni estremamente corrosivi. Molti tra le centinaia di migliaia di reduci tornarono a casa sconvolti nel fisico e nella mente dalle tragedie della guerra. Una buona parte di loro non riuscì più a tornare ad una vita normale e divenne un potenziale destabilizzante per la Repubblica. Un altro lascito della guerra fu l’immissione nel dibattito e nel confronto politico di un tasso di violenza verbale e fisica enorme e fino ad allora sconosciuto. L’odio divenne un elemento onnipresente nella vita politica di quegli anni: odio verso l’avversario politico, gli stranieri e gli ebrei, verso le potenze che avevano vinto al guerra e che avevano imposto riparazioni umilianti, devastanti e ingiuste (così furono percepite, in modo trasversale, da tutte le forze politiche). “L’assassinio politico praticato da gruppi di estrema destra […] diventò quotidianità tra il 1919 e il 1923” (p. 94).

Non può sorprendere che la Repubblica, anche nei momenti in cui godette di maggior consenso, non fu “mai completamente legittimata” (p. 45). Non lo fu alla sua sinistra dal partito comunista che, pur non essendo in grado di compierla – come dimostrano i ripetuti tentativi falliti miseramente – cercava di scatenare una rivoluzione sulla scia di quella russa. Non lo fu, soprattutto, alla sua destra – una destra composita, che sommariamente si può suddividere in due parti:  una comprendente la destra vecchio stampo della antica nobiltà terriera prussiana, alcuni settori del mondo degli affari, militari, alti funzionari pubblici, magistrati (che usarono la mano leggera con i gruppi eversivi di destra ma molto pesante nei confronti della sinistra), docenti universitari e prelati di entrambe le chiese; l’altra, quella dei gruppuscoli della destra estrema e paramilitare dei frei korps, rozza e violenta e che poi confluirono nel nazionalsocialismo.

La prima destra era ben installata nella Repubblica fin dalla sua nascita. La socialdemocrazia, sebbene potente e ben organizzata, non ebbe mai la maggioranza necessaria per dar vita a governi stabili. Giunse così a patti, incorporandoli, con gruppi potenti che erano avversi alla Repubblica e lavorarono incessantemente per indebolirla e affossarla. Se si può sostenere che fino al 1920 in Europa nel temere forze capaci di rovesciare governi liberali le classi dirigenti guardassero con apprensione a sinistra e non a destra, nella Repubblica di Weimar “era la destra a rappresentare la vera minaccia all’esistenza stessa della Repubblica” (p. 105).

La Repubblica nacque con questo tarlo. L’atteggiamento di Hindenburg e Ludendorff che crearono la leggenda della “pugnalata alle spalle” rovesciando la colpa della sconfitta sul parlamento, sui partiti democratici e sui del tutto inventati traditori interni (partiti di sinistra, ebrei, pacifisti ecc.) fu solo il primo segnale della presenza attiva di forze ostili che vedevano nella Repubblica di Weimar un ostacolo o qualcosa di illegittimo. Dopo la rivoluzione russa e la sopravvivenza politica dei bolscevichi, per la sinistra radicale il miraggio di una rivoluzione proletaria era una calamita potente e da questo punto di vista la Repubblica era qualcosa che si frapponeva sul percorso della rivoluzione.

Diametralmente opposte, naturalmente, le convinzioni della destra. Questa considerò il robusto impianto democratico della Repubblica come se non l’incarnazione di una forma appena più edulcorata di socialismo, quanto meno il suo preambolo e comunque un miscuglio di forze liberali e progressiste disposte a lasciar umiliare il paese sul piano internazionale e ad abbattere steccati sociali e di genere al suo interno.

Le donne ad esempio, che durante la guerra avevano sostituito gli uomini nelle fabbriche, conobbero forme di indipendenza economica mai sperimentate in precedenza. Indipendenza che, col voto e col riconoscimento di altri diritti legati alla maternità divenne emancipazione (anche se l’aborto rimase illegale). Si parlò spesso di “donna nuova”: indipendente, sportiva, libera di scegliere chi amare, come e quanto. Se ne parlò con ammirazione come fece Zweig (pp. 361-62), con stupore paternalistico nel caso di Hessel (p. 64), con toni velatamente intimoriti in quello di Eggebrecht. Certo, per le operaie la vita restava dura. Weitz ci descrive il duro lavoro e le abitazioni scomode delle operaie. Non a caso la propaganda di sinistra le raffigurava oppresse dai datori di lavoro e bisognose di un compagno forte che le proteggesse. Ma per le donne che potevano permetterselo gli anni di Weimar furono un periodo splendido: liberate da quella sorta di imbalsamazione che era l’abbigliamento ottocentesco, ora vestivano abiti leggeri e alla moda, che esaltavano e lasciavano vedere parti del corpo. I grandi magazzini e la stampa femminile dettavano le leggi da seguire, Berlino brulicava di locali in cui poter ballare musiche americane e fare conoscenze. La contraccezione si diffuse e una vita sessuale soddisfacente divenne un diritto rivendicato – anche in forme paternalistiche da parte di maschi che pure si ritenevano progressisti.

Il welfare a favore delle classi lavoratrici furono un altro terreno di scontro. Far quadrare i conti dello Stato era un’impresa disperata e forze di centro e di destra vedevano nei sussidi alla disoccupazione e altre coperture uno sperpero di denaro. L’estensione del welfare poteva considerarsi un ampliamento di quanto già iniziato tempo addietro da Bismarck, ma le élites ne accettarono l’impianto soltanto perché timorose di una rivoluzione e quindi come strumento per togliere acqua al mulino dei comunisti. In ogni caso considerarono sussidi e protezione sociale non come diritti riconosciuti ma come espedienti temporanei che avrebbero dovuto essere se non cancellati, quanto meno ridimensionati. In un contesto completamente trasformato dalla guerra, la formazione culturale formazione di molti esponenti del governo considerava ancora il libero gioco della domanda e dell’offerta una regola dalla quale era bene non deragliare e una politica deflattiva, di contenimento dei costi e delle spese, il miglior modo per tenere la barra dritta e risistemare le finanze. Buona parte delle protezioni sociali furono tagliate e i costi del risanamento furono fatte ricadere sulle classi popolari.

Eppure, nonostante le enormi difficoltà, la Repubblica sprigionò energie straordinarie. La fioritura delle arti, e delle scienze ha qualcosa di incredibile e difficilmente spiegabile. Sulla scena erano presenti cervelli di prim’ordine: Einstein per la fisica, Mendelsohn, Taut, Gropius in architettura, Brecht nel teatro, Weill nella musica, Moholy-Nagy e Sander per la fotografia, Anna Höch  nel fotomontaggio sono solo alcuni dei grandi nomi che trovarono nella Germania di Weimar il loro momento creativo migliore e irripetibile. Così pure di movimenti come il Bauhaus e il dadaismo

Forse ciò che rese unico quel periodo è il fatto che l’arte si fuse con la politica e con la vita delle persone comuni. Nel secondo capitolo Weitz prende a prestito lo sguardo di osservatori intelligenti del calibro di Joseph Roth e altri per farci da guida nella Berlino dell’epoca. Ne viene fuori un quadro affascinante e divertente. In giro per quartieri, locali, ritrovi per artisti troviamo “tante” Berlino: dal quartiere ebraico innervato di viuzze strette sulle quali svetta imponente la Sinagoga – simbolo di integrazione per molti ebrei – ai lugubri quartieri operai, a quelli innovativi progettati da Mendelsohn e altri che a volte si innestano nella natura circostante mentre altre, per singoli edifici, si contrappongono alle costruzioni che li attorniano: edifici leggeri, sinuosi, la cui imponenza si dissolve nelle curve; edifici funzionali, “organici” – come si diceva all’epoca. Vale per i grandi magazzini, le cui immense vetrate consentono di vedere all’interno clienti e merci, come per i cinema. Nel caso di Mendelsohn, come in quello di Taut l’architettura si fondeva in un messaggio dalle valenze sociali: gli appartamenti per i lavoratori erano pratici, ampiamente illuminati di luce naturale e funzionali; sono pensati per agevolare e sveltire le faccende di casa e facilitare il riposo nei momenti liberi. La Berlino di quegli anni era una città inebriante, elettrizzante, capace di accontentare tutti i gusti: dalle esigenze culturali a chi andava a caccia di svaghi e emozioni forti. Per contrasto era anche una città che destava repulsione e veniva guardata con sospetto, soprattutto da chi abitava in campagna.

Sociali erano le intenzioni di Sander, che intendeva fotografare la società tedesca attraverso una forma di realismo dei volti ripresi: una sorta di Comédie humaine andata purtroppo in gran parte distrutta. Lo erano anche, almeno in alcune occasioni, i fotomontaggi bizzarri di Anna Höch, che smontavano certezze acquisite e provocano il lettore con quesiti inquietanti (p. 338).

Cinema, musica, teatro e radio modificarono la vita delle persone. Se alcuni capolavori come Metropolis non raggiunsero la grande massa, il cinema divenne un passatempo per milioni di tedeschi; Brecht sconvolse le regole del teatro facendo interagire attori e spettatori, il jazz e altri generi di importazione americana spazzarono via il modo di ballare dei tempi andati: i corpi si sfioravano, si toccavano, ci si lasciava andare a ritmi vertiginosi.

La società di Weimar – cosa di cui, nei suoi momenti migliori, la Repubblica tenne conto – era diventata una società di massa. Gli intellettuali si interrogarono su questo fenomeno. Alcuni, come Brecth e molti altri artisti di sinistra lo considerarono un evento positivo e promettente; altri lo osservarono con molto scetticismo e giunsero a conclusioni più negative che positive: tutt’al più le masse si sarebbero trasformate in consumatori ma avrebbero mantenuto la propria subalternità; era sufficiente osservare attentamente ciò che succedeva nei paraggi dei grandi magazzini, o  nei cinema, oppure nei parchi che attorniavano Berlino brulicanti di gente nei giorni di festa.

Tutto questo era destabilizzante per larghi settori della società. Nella “donna nuova” le chiese protestante e cattolica vedevano minate alla base la famiglia, il loro pilastro della società. Non era concepibile che la donna rifiutasse la sottomissione all’uomo e sconvolgesse gli equilibri della società disponendo di sé stessa come voleva – tanto più dopo la guerra che aveva portato sotto terra milioni di maschi e quindi stava conoscendo un deficit demografico. (L’atteggiamento e la sicurezza in sé stesse acquisita da tante donne destabilizzava perfino, in una certa misura, settori delle forze di sinistra dato che per loro il posto in fabbrica spettava all’uomo).

Anche altri settori della società erano sconcertati da quanto stava accadendo. Nei primi anni Venti di iper-inflazione e poi più tardi con la Grande Depressione, per la classe media era umiliante perdere il proprio status sociale e vedersi allo stesso livello – se non più in basso – di manovali, falegnami e operai (p. 159). Impiegati, piccoli commercianti e altre categorie nutrirono invidia per una classe operaia che consideravano inferiore ma che vedevano rafforzata e maggiormente tutelata. Era tutta gente desiderosa di stabilità, ordine e tranquillità e che avrebbe guardato con favore chi prometteva di darglieli.

Per larga parte della destra la fioritura di arti innovative era ciarpame, “arte degenerata” come la qualificò Hitler. Cos’altro dire di un movimento come quello dadaista che dileggiava tutto e tutti e rifiutava qualunque impegno serio? Chi non riusciva a comprendere che quelle reazioni riflettevano angosce profonde maturate nelle trincee o nell’imperante clima di incertezza restava privo della chiave per comprenderne il significato e finiva col rifiutarlo a prescindere (su questo, per un contesto più ampio, vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)). Inoltre, buna parte di questi innovatori erano di sinistra e, non pochi tra loro, ebrei. (Ciò però non toglie il fatto che la propaganda di destra – soprattutto della destra estrema – si impossessò di buona parte della tecnologia all’avanguardia sfruttandola egregiamente a proprio favore: l’organizzazione dei nazionalsocialisti si perfezionò e divenne molto più efficiente rispetto a quella degli altri partiti).

Schocken bei Nacht III. Foto: Michael Jungblut

Nei nove capitoli che compongono il libro, Eric Weitz ci mostra egregiamente la tensione continua tra queste forze, tra l’utopia e la tragedia. Le forze di sinistra persero lo scontro perché la Repubblica fu incessantemente logorata dal lavorio indefesso e implacabile delle due destre – quella rispettabile ben annidata in posti di responsabilità e fondamentali per il funzionamento dello Stato e della società e quella di strada, rozza e violenta delle squadracce. Quando la Grande Depressione del 1929 bussò alle porte, la Repubblica era ormai moribonda: da quel momento, fino all’avvento al poter di Hitler il Parlamento fu praticamente paralizzato e il governo diresse il paese per decreto in base all’articolo 48. La crisi mondiale del 1929, provocando 1/3 di disoccupati sull’intera forza lavoro diede il colpo di grazia, ma il grosso del lavoro era già stato fatto.

La forza del pensiero conservatore può essere illustrata dal percorso tormentato di un grande intellettuale come Thomas Mann. Mann era già famoso prima della nascita della Repubblica, non era quindi un suo prodotto ma è indicativo il fatto che se più tardi riconobbe il valore della democrazia, negli anni di Weimar lo troviamo su posizioni conservatrici con la sua adesione alla legge della protezione della gioventù dagli scritti turpi e immondi (p. 122), nel difendere la kultur in contrapposizione alla civilisation, nel mantenere uno stile di vita e di abitudini genuinamente borghesi come una corazza per non confondersi e non essere confuso con la massa anonima della gente comune e sottolineare la sua appartenenza di classe.

La Repubblica di Weimar ha una folta letteratura anche in italiano. Ho scelto di cominciare a parlarne da questo libro di Weitz per due ragioni fondamentali: la prima è la chiarezza dell’esposizione. Weitz ha una scrittura scorrevole e accattivante. La seconda riguarda la presa di posizione dell’Autore. Weitz non ha paura di schierarsi. Ha parole piuttosto dure nei confronti del partito comunista e ne indica puntualmente gli errori, ma le sue posizioni democratiche emergono senza mezzi termini. “Weimar non crollò: fu assassinata. Distrutta deliberatamente dalla destra tedesca antidemocratica, antisocialista, antisemita che, alla fine, saltò sul carrozzone del nazionalsocialismo” (p. 426).

Hitler non fu affatto il prodotto inevitabile di quel percorso. Weitz documenta i rapporti tra “destra rispettabile” e destra violenta fin da subito, con la prima larga di finanziamenti e atteggiamenti compiacenti. Quando giudicò che la Repubblica era diventata troppo debole per reagire spinse avanti Hitler e i suoi scherani nella convinzione di poterli controllare in un secondo momento. Ma le cose non andarono così e Hitler divenne il padrone della Germania.

Il libro di Weitz merita davvero di essere letto e la vicenda di Weimar di essere studiata ancora e approfondita. La sua fine dimostra cosa può accadere “quando un sistema democratico non è in grado di soddisfare […] richieste basilari, persino i democratici più convinti possono volgergli le spalle e auspicare posizioni più autoritarie” (p. 428).

Direi che visti i tempi in cui stiamo vivendo sarebbe bene tenerlo a mente. (Einaudi ha recentemente ripubblicato in una nuova edizione leggermente più lunga della prima, da me usata).


Recensione: Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)

Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni.

La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti.

La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti.

La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.

Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.

Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale.

In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).

I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187).

La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.

Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin.

Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).

Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26).

Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri.

Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.

Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo).

Vienna 1930: Karl-marx-hof

Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.

Londra anni ’20: i flappers

Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan).

Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934.

Grande Depressione in USA

A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale (sulla Repubblica di Weimar vedi Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti.

Magnitogorsk

Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)

La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.