Le vetrine della felicità. Le esposizioni universali dal 1851 al 1940

Recensione. Anna Pellegrino (a cura di): Viaggi fantasmagorici. L’odeporica delle esposizioni universali (1851 – 1940)

Un immenso spettacolo quello che mettono in scena le esposizioni universali; uno spettacolo capace di calamitare visitatori prima a milioni e poi a decine e decine di milioni di visitatori. Uno spettacolo talmente abbagliante da riuscire a mettere in ombra perfino una città del calibro di Londra – come notava un corrucciato Charles Dickens, infastidito dall’ombra ingombrante della Great Exibitions del 1851. Ombra che per Parigi, a partire dall’esposizione del 1855 diventa luce, luce abbagliante che invade la città, si fonde con essa e la fa risplendere ancor più intensamente: tutta Parigi – una Parigi che sta cambiando pelle mentre sono in corso le trasformazioni del barone Hausmann – diventa una sorta di estensione delle grandi esposizioni (non a caso fortemente volute da Napoleone III): i ceti sociali si mescolano e la città, in attesa di diventare uno dei baricentri del mondo come auspica l’imperatore, diventa il teatro di un’immensa festa collettiva, coi suoi risvolti positivi, negativi e, soprattutto, spettacolari.

Immagine d'epoca della Great Exibition di Londra del 1851
Great Exibition 1851, Victoria & Albert Museum, Londra

Milioni di visitatori significa far riferimento ad una società che si va stratificando; una società nella quale le classi sociali si stanno frastagliando: il ruolo fondamentale che iniziano a giocare la stampa e con essa l’opinione pubblica (il cui peso fece pendere la bilancia a favore di Joseph Paxton e del suo Crystal Palace nell’edizione londinese del 1851) e la fotografia indirizzano l’attenzione non soltanto verso il pubblico al quale vengono destinate guide, immagini, cartoline ecc., ma anche verso le professioni: accanto alle pubblicazioni di pregio e alle guide ufficiali trovano spazio – e per certi aspetti si impongono, anche se momentaneamente, vista la durata a termine degli eventi – editori medio piccoli che ideano guide informali, tarate su una fascia di pubblico dalle disponibilità modeste e con non molto tempo a disposizione per visitare padiglioni o assistere a eventi. Al visitatore viene indicato dove alloggiare, dove mangiare, quali mezzi pubblici prendere e dove, dove si trovano uffici e banche ecc.: il suo tempo viene ottimizzato, le sue spese dispensate da inutili sprechi.

Vue officielle a vol d’oiseau de l’exposition universelle de 1867 – Fonte: Wikipedia

Le stesse indicazioni vengono offerte all’interno delle esposizioni: cosa c’è di importante, formativo o particolarmente spettacolare da vedere e ammirare. Con questi concetti Siamo lungo i binari che scandiscono il secolo: se il numero dei visitatori che si amplia a dismisura indica la progressiva nazionalizzazione delle masse (un percorso talvolta attentamente e paternalisticamente guidato dai ceti superiori, come nel caso degli operai, dei bambini e delle donne) l’ottimizzazione del tempo e del denaro segnalano i concetti cardine dell’epoca: velocità e utilità. La velocità è quella dei treni e dei tram, delle automobili e del volo; l’utilità è quella di macchinari e prodotti che consentono di risparmiare tempo e denaro: distanza, tempo e costi diventano cose che possono dilatarsi o restringersi a mo’ di fisarmonica: dalle scale mobili e ascensori all’inquietante “Automat” – un marchingegno che consente al cliente di ordinare pasti direttamente al cuoco e poi ritirarli togliendo di mezzo la figura del cameriere – le esposizioni si proiettano verso il futuro; un futuro che l’uomo è e sarà sempre più capace di modellare, modificare e dominare. Sono viaggi fantasmagorici – appunto – quelli che le esposizioni mettono in scena che in parte si avvereranno e in parte si bruceranno: le armi micidiali che falceranno via un’epoca nel corso della Grande Guerra sono già lì – nell’esposizione milanese del Sempione del 1906, ad esempio – come un cavallo di Troia.

L’esposizione parigina del 1889. Dessinateur Imprimerie A. Maulde et Cie,. Fonte: Museo Carnavalet. Wikipedia.

Le esposizioni universali sono un faro la cui luce si irradia dall’Occidente al resto del mondo: la civilisation, una missione civilizzatrice dell’uomo bianco verso le razze inferiori è palese, non solo nei padiglioni provenienti dalle colonie: le venature razziste – spesso evidenti e talvolta messe in risalto – verso i popoli conquistati sono un chiaro messaggio di superiorità rivolto ai visitatori; l’esotismo può anche esprimere un’insofferenza verso il caos della vita e della città moderne e una voglia di evasione, ma il messaggio di fondo è di una rassicurante superiorità di storia, di cultura, e di forza militare.

Tutto questo può essere ritrovato in tutte le esposizioni prese in esame dagli autori del libro eppure, confrontando le esposizioni americane di Philadelphia del 1876, di Chicago del 1893 e di New York del 1939-40 si avverte qualche nota diversa. Non solo perché gli Stati Uniti della metà degli anni Settanta sono già incamminati sulla strada che presto li porterà alla pari delle potenze europee e un ventennio più tardi già primeggiano per certi aspetti (su questo si veda Donald Sassoon, Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo 1860-1914) e nemmeno perché le esposizioni americane vengono caricate di significati politici estranei alla cultura europea come quello della frontiera (sull’Europa nel XIX secolo si veda, Richard J. Evans, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914 e, per altri aspetti, Cesare de Seta, Arti della modernità), ma perché il my way americano, che si sta forgiando e che le esposizioni espongono sempre più, in questi decenni non combacia con lo stile di vita europeo. Non collimano nemmeno le forme e le strutture delle città del futuro come vengono immaginate: gli USA possono permettersi di impiantare nuove città dalla conformazione più variata, il vecchio continente deve fare i conti con il lascito della storia anche nelle sue città.

World’s Columbian Exibition 1893. Fonte: Chicago Architecture Center

Di queste e di altre diversità del contesto americano poco si avvede un visitatore italiano che nel corso della sua visita all’Expo di Chicago del 1893 mostra un marcato provincialismo, attento com’è all’etichetta, a presenziare a pranzi, cene e spettacoli e a farsi ritrarre con personalità importanti piuttosto che a ciò che l’esposizione e la città hanno da offrire (si veda il saggio di Simone Fagioli). Del resto, il ruolo svolto dall’Italia nelle esposizioni è a lungo di secondo piano. Quest’aspetto emerge chiaramente nelle due esposizioni milanesi del 1871 e 1874; esposizioni nazionali o locali – e che quindi hanno un impatto minore – nelle quali si ha più l’impressione di una verifica del livello e della forza raggiunti dall’industria nostrana più che di una sua esibizione. Certo, il confronto con l’esposizione del Sempione del 1906 (questa volta universale) è impressionante ed è testimonianza del molto terreno recuperato. Non solo l’esposizione in sé lo testimonia, ma anche la città: Milano è presentata come la capitale industriale del paese; una città moderna, dinamica, indaffarata, elettrizzante, capace di offrire ogni genere di servizio e di svago, in grado di non temere confronti con le altre capitali europee.

Esposizione Milano 1906, Il Parco Aerostatico. Fonte: Wikipedia
Conclusioni

I nove saggi che compongono Viaggi fantasmagorici. L’odeporica delle esposizioni universali (1851 – 1940) a cura di Anna Pellegrino sebbene siano incentrati sul rapporto città/esposizioni, restituiscono un insieme estremamente interessante per lo studio del “lungo Ottocento” sotto molteplici aspetti e una lettura estremamente piacevole – col valore aggiunto che offrono al lettore una bibliografia esaustiva sull’argomento.

Autori: Ilaria M. P. Barzaghi, Raffaella Biscioni, Simone Fagioli, Lorenzo Fagnani, Luciano Maffi, Luca Massidda, Anna Pellegrino, Manuel Viera de Miguel.

Sulle esposizioni universali si veda anche: Diacronie. Studi di storia contemporanea N° 18; Ricerche Storiche. Rivista quadrimestrale di Storia, XLV N. 1-2 (gennaio-agosto 2015); Memoria e Ricerca, N° 17, 2004.

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