Recensione. Sue Roe: Impressionisti. Biografia di un gruppo

Il titolo scelto da Sue Roebiografia di un gruppo – informa fin da subito il lettore del taglio metodologico adottato per questo libro. L’A. guarda e descrive gli impressionisti dall’interno – per così dire: non sono calati nel contesto generale dell’epoca, ma lo sfondo, il quadro generale (culturale, politico, sociale, artistico di Parigi e altri luoghi) si apre a partire dalla descrizione e dalla discussione dei protagonisti, del loro carattere e comportamento, dei loro pensieri e delle loro opere.

Una banda di pazzi
Henri Fantin-Latour, Un atelier aux Batignolles, en 1870, huile sur toile, H. 204,0 ; L. 273,5 cm., ©
Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais/Patrice Schmidt

Bazille, Caillebotte, Cezanne, Degas, Manet (anche se Manet non può essere definito un espressionista, vedi: Fred Licht, Manet), Monet, Pissarro, Renoir, Sisley (e più tardi due donne, Berthe Morisot e Mary Stevenson Cassatt) tutti giovani uomini diversissimi per estrazione sociale, backround culturale e anche per idee; “una banda di pazzi” – come li definì qualcuno (p. 103) – che cercava di rinnovare i canoni artistici del tempo. Compito tutt’altro che facile per artisti dalle molte idee ma con scarse risorse finanziarie e pochissimi appoggi. La passione che li animava – una passione profondissima, per certi aspetti divorante, che esigeva sacrifici di ogni genere – per lunghi anni li mantenne in attività, ma non era sufficiente a scardinare lo status quo. Il mondo dell’arte ruotava attorno al Salon, all’Insititut de France e alla sua diramazione, l’Academie des Beaux Artes. Per gli artisti partecipare all’esposizione annuale del Salon era di vitale importanza, perché soltanto da quell’ambiente sarebbero arrivate commissioni e solo quella vetrina consentiva la visibilità necessaria per ulteriori sviluppi. Queste istituzioni, però, avevano una concezione dell’arte rivolta al passato, ai grandi maestri: la missione dell’arte era quella di elevare lo spirito; per essere apprezzate le opere dovevano possedere “un’atmosfera moralmente adeguata”.

Le classi medie emergenti – industriali e commercianti – volevano un’arte facilmente comprensibile e che avesse qualcosa da insegnare. Volevano un’arte rassicurante: opere che avessero una conformazione formale, ben definite e accurate. Tutte cose in netto in netto contrasto con lo spirito e le concezioni artistiche di questi giovani.

Era inevitabile che le loro opere venissero rifiutate dal Salon o destassero scandalo e riprovazione quando venivano accettate. I loro paesaggi en plain air scardinavano gli schemi, le prospettive e le geometrie; ritraevano viottoli scoscesi e case scalcinate; svelavano il mondo nascosto e inconfessabile pubblicamente del dietro le quinte del teatro e la vita dei bordelli; mettevano lo spettatore a contatto con la clientela poco raccomandabile di locande e trattorie frequentate da sfaccendati, e anche quando riproducevano ritrovi meno sconvenienti finivano per rappresentare gli avventori in modo che disturbava coloro per i quali la società andava benissimo così com’era: sguardi assenti, sigarette dimenticate tra le dita, incomunicabilità in un mare di folla. Non erano questi i gusti che andavano per la maggiore tra i potenziali acquirenti. Anche quando si misero in proprio organizzando proprie esposizioni, furono bersagliati da reazioni scandalizzate, condanna e scherno generali.

Il sarcasmo dei periodici satirici lo si poteva mettere nel conto. Non altrettanto la ferocia delle critiche e gli insulti più o meno mascherati dei critici d’arte. Erano colpi difficili da accettare. Zola in molte occasioni li difese e li sostenne ma dovette a sua volta difendersi dagli attacchi di lettori indignati.

Camille Pissarro, La Route de Versailles, Louveciennes, en 1872, huile sur toile, H. 59,8 ; L. 73,5 cm. ,
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais /Patrice Schmidt

Per certi aspetti destare scandalo può essere un ottimo stratagemma per ottenere visibilità e successo; ma non era questo il calcolo di questi artisti: credevano fermamente in quello che facevano, desideravano sinceramente che la loro arte venisse capita e aspiravano al successo. Semplicemente però le loro opere o non venivano capite o risultavano destabilizzanti. Chi mai avrebbe appeso in salotto Ragazza al piano di Cézanne in un periodo in cui destreggiarsi alla tastiera era pressoché un obbligo sociale per le ragazze della buona società?

Paul Cézanne, Ragazza al piano, Hermitage, San Pietroburgo

Parigi come specchio del cambiamento

Claude Monet, La Rue Montorgueil, à Paris. Fête du 30 juin 1878, en 1878,
huile sur toile, H. 81,0 ; L. 50,0 cm. , Dation, 1982, © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais /Patrice Schmidt

Il mondo stava cambiando: la Rivoluzione industriale spargeva ovunque gli innumerevoli frutti del progresso. Potevano essere quei mostri di ferro e fumo che erano i treni, gli enormi boulevards che stavano nascendo o gli omnibus che rendevano ancor più frenetica e febbrile la vita della città. Napoleone III aveva incaricato il barone Hausmann di trasformare Parigi in una metropoli moderna. Gradualmente la città divenne un gigantesco cantiere: i vecchi quartieri del centro, con le strettissime, anguste stradine medievali e la case ammassate l’una all’altra furono demoliti e i poveri che le abitavano scacciati ai margini nelle banlieus (p. 159 ssgg.); come grandi arterie, i boulevards innervavano la città di aria, di luce, di ritrovi e passeggi, di traffico: quei viali parlavano di soldi, successo e mondanità. I ricchi, fossero di antico lignaggio o i parvenu arricchiti di recente, compravano spaziosi appartamenti nei nuovi quartieri residenziali. Il “restauro” stesso della città era un gigantesco, appetitoso affare per chi aveva capitali da investire. Victor Hugo reclamava per Parigi il ruolo di capitale d’Europa e man mano che le ristrutturazioni procedevano la città sprigionava un senso di opulenza, di forza e di potenza dell’Impero. Lo si respirava nei ritrovi alla moda, nei teatri, all’Operà, nelle Esposizioni Universali. La sera tardi i caffé, i locali e i caffè-concerto (amati particolarmente da Degas) brulicavano di gente. Ci si andava per divertirsi, incontrare e gente e farsi vedere.

La vecchia Parigi, destinata a sparire, batteva in ritirata perdendo pezzi poco per volta, sbiadiva lentamente. Artisti come Baudelaire, Manet, Zola e i loro amici impressionisti erano attratti da quel pezzo di mondo in procinto di cedere e morire. Monet avrebbe rimpianto la vecchia Parigi che scompariva. Ma sebbene quella trasformazione fosse abbastanza rapida, non si trattò di una sparizione subitanea. Quartieri popolari che ricordavano la Parigi pre quarantottesca resistevano tenacemente. Posti come La Grenouillére erano frequentati da tutti, benestanti compresi, ma il maggior numero degli avventori erano lavoratori a riposo, gente che viveva alla giornata e donne senza classe, “non esattamente prostitute” – come spiegava Renoir – ma giovani sartine, lavandaie, donne di servizio che arrotondavano magari posando come modelle e che non si facevano scrupoli nel cambiare letto con una certa frequenza: può sembrare paradossale, ma chi sa di non avere speranza di migliorare la propria condizione può scartare l’idea di ribellarsi e decidere di vivere col minor numero di preoccupazioni possibile. Ed era ciò che quella gente faceva (pp. 96 ssgg.).

Auguste Renoir, Bal du moulin de la Galette En 1876, Huile sur toile, H. 131,5 ; L. 176,5 cm., Legs Gustave Caillebotte, 1894, © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt

Tutto questo era anche il segno di un profondo rimescolamento sociale. “Il commercio non era più terreno dell’aristocrazia” (p. 298). I Grandi Magazzini democratizzavano i consumi e gli omnibus consentivano di raggiungerli in fretta e in poco tempo. Nella Parigi di quel quarto di secolo – dal 1860 al 1886, per stare alla scansione cronologica dell’A. – c’era molta gente il cui problema principale era spendere, soprattutto negli anni successivi alla catastrofica guerra franco-prussiana e alla breve, clamorosa e inquietante Comune di Parigi (indice che dietro alla facciata di benessere e ricchezza covava un profondo risentimento sociale), quando il divertimento e l’ostentazione divennero una sorta di reazione, un modo per buttarsi alle spalle un’onta e una realtà sgradevole.

“La vita è in gran parte questione di denaro”

Eppure, nonostante la ricchezza fosse non solo visibile, ma esibita, ad eccezione di Caillebotte, che apparteneva a una famiglia facoltosa, e di Manet, che oltre a non avere problemi di denaro era l’unico a possedere un certo fiuto per gli affari (consapevole del fatto che il flusso di commissioni e di committenti passava dal Salon, continuò ad esporre lì le sue opere e non espose mai nelle mostre organizzate dal gruppo), per tutti gli altri componenti del gruppo vivere della propria arte fu un’impresa, spesso un’impresa disperata. La loro vita fu contrassegnata da prestiti, anticipi, debiti e un continuo peregrinare da un alloggio a un altro in cerca di affitti a buon mercato. Mentre gli artisti che assecondavano i gusti del pubblico guadagnavano bene (e alcuni anche molto bene), le loro opere erano acquistate per poche centinaia di franchi.

Il tempo del grande mecenatismo dei secoli passati (sul quale, per il caso italiano, si veda Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca) non era finito (per un periodo Renoir fu introdotto nell’alta società proprio in questo modo), ma era cambiato profondamente: ora gli artisti dovevano destreggiarsi tra mediatori e patrons ognuno alla ricerca di profitti (p. 229) e questo complicava le cose. Ma il problema di fondo “era che la cerchia dei potenziali clienti era ridottissima e tutti […] bussavano alle stesse porte” (p. 303). In generale le famiglie di appartenenza li aiutavano, ma questo non bastava a far quadrare i conti. L’A. riporta innumerevoli testimonianze di questo arrabattarsi continuo, di questo vivere in una precarietà quasi perenne. Alcune sono strazianti: Monet fu costretto a seguire il calvario di sua moglie impossibilitato a curarla per mancanza di soldi; Cézanne nascose per un decennio a suo padre il fatto di aver messo su famiglia con una ragazza sgradita alla famiglia per non vedersi togliere il sussidio che questi gli inviava. Naturalmente ci furono alti e bassi; brevi periodi di relativa stabilità e perfino di spensieratezza non mancarono, ma in generale l’A. ci fa assistere ad uno sforzo continuo, intensissimo, per combinare il pranzo con la cena.

Gustave Caillebotte, Raboteurs de parquet, en 1875, huile sur toile, H. 102,0 ; L. 147,0 cm. , Don des héritiers Caillbotte par l’intermédiaire d’Auguste Renoir, © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais/Patrice Schmidt

L’unica possibilità per resistere – che poi fu quella adottata – era quella di organizzarsi e di sostenersi reciprocamente, ma quasi tutte le esposizioni organizzate dal gruppo si rivelarono disastrose dal punto di vista finanziario. La necessità si rivelò un collante formidabile. Si instaurarono così legami fortissimi. Caillebotte dimostrò infinite volte di essere molto più di un amico e collega: acquistò opere, anticipò somme, elargì prestiti (sapendo che non sarebbero stati restituiti), tamponando in più occasioni situazioni disperate: un vero signore. Bazille, uno spirito appassionato e generoso che avrebbe trovato una morte anonima durante la guerra franco-prussiana, aiutò in mille modi Monet. Quest’ultimo, a sua volta, aiutò i figli di Sisley dopo la morte dell’amico (p. 410).

Non mancarono nemmeno dissidi, dissapori, piccole gelosie, liti e brevi distanziamenti, comprensibili in un arco di venticinque anni e anche se alla fine il gruppo si sciolse, la lealtà reciproca fu senza dubbio un elemento che li contraddistinse. Pissarro insegnò i risultati dei propri studi al perenne tormentato e insoddisfatto Cézanne e non esitò un attimo a prendere a pugni in faccia uno spettatore che aveva insultato la Morisot (una donna sensibile, volubile e insicura innamorata di Manet e che finì per sposarne il fratello).

Fu un gruppo coeso, ristretto (le nuove ammissioni erano molto rare), cementato quasi esclusivamente dall’amore per l’arte. Altri fattori, come possono essere ad esempio le convinzioni politiche, giocarono un ruolo del tutto marginale: Manet era un repubblicano convinto, detestava Thiers quanto i comunardi – che facevano inorridire la Morisot – (fatto insolito, ma rivelatore, quando la Comune di Parigi lo elesse, lui, perennemente assetato di onoreficenze e riconoscimenti, si guardò bene dall’accettare); Monet aveva convinzioni conservatrici, al contrario di Pissarro che nutriva simpatie per il socialismo. Quando il gruppo si sciolse e ognuno proseguì per la propria strada, l’arte non sarebbe stata più quella di prima.

Edgar Degas, Le Bal, Vers 1879, huile sur bois, copie libre d’après Menzel, H. 46,0 ; L. 66,3 cm. , ©
Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais /Patrice Schmidt
Conclusioni

Questo libro ha molti meriti. Primo tra tutti quello di saper avvicinare alla storia dell’arte profani come il sottoscritto grazie ad una capacità narrativa stupefacente. L’idea di accostare le biografie dei protagonisti e di farle dialogare grazie a collegamenti che aprono scenari, contestualizzazioni, notizie e citazioni ha permesso all’A. di spaziare dagli studi o dai giardini di casa a quartieri, città ed altri paesi con descrizioni precisissime, minuziose ed avvincenti. Sue Roe ci regala un libro ricchissimo di spunti e di curiosità e una lettura scorrevolissima e piacevole. Impressionisti. Biografia di un gruppo è un ottimo punto di partenza per quanti intendano approfondire la storia dell’arte. Buona lettura.

(Cliccando sulle immagini si apre il link al museo di appartenenza dell’opera).


Recensione. Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)

La nascita e il percorso travagliato ma entusiasmante del socialismo italiano in quasi un secolo di storia

Quando i grandi studiosi giungono a fine carriera avvertono la necessità di fare i conti con una vita di lavoro. Renato Zangheri, oltre che grande storico è stato, com’è noto, Sindaco di Bologna e militante nel Pci e poi Pds. Anziché scrivere un libro di memorie Zangheri ha scritto una Storia del socialismo italiano che è anche una risposta al suo bisogno di studioso-militante di tirare le somme col suo pensiero e con la sua storia personale. A quegli ideali egli ha dedicato la sua vita di studioso e di politico e questa tensione di impegno la si avverte in tutta l’opera.

Questa Storia del socialismo italiano è – a mio parere ovviamente – il miglior libro sull’argomento. In primo luogo, in questo primo volume, Zangheri dà alla parola socialismo l’accezione più ampia possibile: non solo socialisti, anarchici e comunisti, ma anche repubblicani, radicali, liberali. I filoni di pensiero che si snodano dalla Rivoluzione francese fino alla creazione di un partito socialista beh definito, compiuto e delineato sono molteplici. Zangheri non ne trascura nessuno. Li segnala, li discute e li intreccia con protagonisti, avvenimenti e altri percorsi. Ne nasce una storia illuminata dall’alto e allo stesso tempo dal basso. Dall’alto: intellettuali, gruppi ristretti, pensieri “importati” da altri paesi. Non può essere diversamente data la frantumazione geo-politica del Paese e la quasi generale arretratezza delle sue economie: “salvo eccezioni, la cultura politica del Risorgimento non conobbe che indirettamente i grandi pensatori socialisti, né ebbe una formazione propria, “autogenetica”” (p. 54).

Ma storia illuminata dal basso, soprattutto. Spesso la storiografia si è occupata dei gruppi dirigenti, dei capi, dei pensatori principali. Zangheri tiene conto anche di questi, ma apre il suo sguardo ai militanti, simpatizzanti, compagni di viaggio temporanei. Guarda e ragiona su chi -spesso illustri sconosciuti – a quel movimento ha dato vita con l’azione: sono muratori, imbianchini, calderari, piccoli artigiani, calzolai, pittori, contadini, braccianti; donne e uomini, popolani, gente umile.

Certo, la storiografia ha scavato molto in questo senso, ma Zangheri è consapevole che molte zone del nostro Paese hanno prodotto uomini rimasti sconosciuti che meriterebbero una biografia. In questa impostazione sta uno dei grandi punti di forza del libro. Se tutta la storia non è mai lineare, quella del socialismo italiano è storia di scale interrotte, di percorsi accennati e talvolta abbandonati, di tentativi falliti, di contrasti anche violentissimi, di faticose ricomposizioni, di ripensamenti.

Zangheri è maestro nel mostrarci questi intrecci: Mazzini e Garibaldi, Mazzini e Bakunin, poi Costa con gli anarchici e il suo distacco: sensibilità diverse, dibattiti, contrasti, tattiche divergenti, che scendono tra i militanti, tra i gruppi. Li troviamo a ragionare nelle osterie come sotto l’ombra di un grande albero, a discutere ed azzuffarsi (anche con delitti). Ma è una sociabilità, uno stare assieme, un progettare insieme, che nasce e che si irrobustisce anche in altri modi: conferenze di singoli, orazioni funebri, stampa. A poco a poco anche il linguaggio si perfeziona e si modella. (Sulla stampa ho indicato molto materiale. Vedi ad esempio: Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960, Andrea Costa in vari progetti on line)

Percorsi in salita solo in parte, è vero – e nelle conclusioni dirò il motivo – ma non di meno un procedere faticoso. Sullo sfondo ci sono le trasformazioni economiche e sociali. Si affacciano con il 1848, ma sono i decenni che si aprono dai primi anni Settanta ad essere decisivi. In gran parte delle campagne del centro-nord del Paese le condizioni di lavoro, di salario e di vita di braccianti e mezzadri peggiorano; i patti agrari si inaspriscono (su questo, vedi anche Adriano Prosperi Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento); poco più oltre i primi passi verso una più decisa industrializzazione producono i primi contraccolpi.

C’è lo Stato e ci sono i governi. Zangheri non nasconde, e anzi riconosce i non pochi meriti della Destra storica, ma ne mostra anche l’estrema durezza verso le classi popolari e i tentativi di blandire i lavoratori con una propaganda tendente a smorzarne la combattività. La polizia è occhiuta ed efficiente, la magistratura arcigna e spesso insensibile. La Sinistra, nonostante le promesse iniziali, non si distacca poi molto da questa impostazione: “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (p. 89).

Si pone allora uno dei temi centrali del libro: la “nazionalizzazione delle masse”; fenomeno che avviene attraverso percorsi del tutto particolari. Di fronte a governi che mirano ad escluderle o a tenerle ai margini, le masse, soprattutto quelle contadine, si “nazionalizzano” attraverso le lotte e i processi che subiscono. La contrapposizione frontale tra socialismo e Stato è una contrapposizione inevitabile. Solo più tardi, con il lento ampliarsi degli elettori ci sarà lo spazio per confronti e ingressi più mediati.

Distanza dello Stato e dei governi dalle classi popolari, ma distanti sono anche repubblicani, anarchici e socialisti dai bisogni reali: lo testimoniano i fallimenti insurrezionali di Pisacane, Mazzini e poi più avanti di Bakunin e dei moti del Matese. Saranno necessari tempo, delusioni e ripensamenti per colmare – almeno in certe zone, non ovunque – quella distanza. Con franchezza – e rivendicando quanto fatto – Costa lo riconoscerà apertamente.

Se oltre ai mestieri guardiamo all’età dei protagonisti, gran parte di essi sono giovani uomini di venti, trent’anni. Ragazzi, ma già uomini, allevati e cresciuti in contesti in cui si diventava adulti precocemente, sotto il peso di lavori faticosi. E forse sarebbe bene fare ricerche approfondite sulle ricadute circa le loro possibilità di sostentamento e delle loro famiglie provocate dall’uso massiccio del carcere preventivo di mesi e mesi di detenzione ancor prima di avere un processo, in tempi in cui le fasce popolari erano sprovviste di qualunque tutela. Il diventare adulti molto presto può spiegare la tempra, ma non l’ardore, la passione, gli slanci, la generosità.

C’è la Comune di Parigi, che è il battesimo del fuoco (e insanguinato) di un proletariato che si presenta sulla scena non più alleato, ma contro la borghesia che sta plasmando un’epoca. Gli avvenimenti parigini sono come un fascio di luce che indica la strada. Quasi di colpo la strategia di Mazzini appare vecchia e inadeguata. Scuote coscienze: Garibaldi simpatizza per la Comune ed è un’adesione di grande peso.

La strada è ancora incerta, in gran parte da fare, ma è segnata. La Comune offre la sensazione a questi giovani di essere dentro al grande corso della storia, di essere dalla parte giusta. Poco prima c’era stata la nascita dell’Internazionale, che avrà con gli italiani un rapporto burrascoso, ma quel clima di poter incidere sugli avvenimenti grandi della storia quei giovani l’avvertono, lo fanno proprio. Una chiave di lettura del libro può anche essere questa dimensione internazionale: la Francia, la Gran Bretagna, la Svizzera, la Germania…

Sui rapporti tra l’Internazionale e gli italiani Zangheri scrive pagine molto belle e illuminanti. Anche in questo caso il percorso è tortuoso. In Italia c’è Bakunin la cui personalità dirompente e ammaliante affascina quasi tutti i più giovani. Ma al di là dell’ascendente del russo l’attecchire delle idee bakuniniste è anche la storia di contesti economici e locali, di sensibilità. Zangheri la dipana in tutte le sue sfaccettature.

Ci sono il sapere scientifico – che pochi di questi giovani padroneggiano – e il progresso elementi indispensabili per comprendere certe mentalità, anche quelle dei rivoluzionari. Aderire alla scienza e al progresso è anche un rifiutare tradizioni – che può essere la religione come i metodi delle Società di Mutuo Soccorso – e limiti geografici. La penna di Zangheri è sensibilissima nell’illuminare lo svolgersi dei fatti dal basso con questa tensione costante. Le pagine restituiscono il vibrare di questi giovani seri, impegnati, ma anche leggeri e disposti a rischiare.

Il libro si arresta ai ripensamenti di Costa dopo gli ultimi tentativi insurrezionali caduti miseramente (Bologna 1874, Matese 1877) e con la sua “Lettera agli amici di Romagna” con la quale imbocca una strada diversa.

Questa Storia del socialismo italiano è anche molto altro. È anche un libro magistrale dal punto di vista metodologico. Zangheri padroneggia una quantità impressionante di fonti e di studi. Si può dire che nelle note a margine si trovi indicata tutta la bibliografia disponibile fino al momento dell’uscita del libro.

Questa Storia del socialismo italiano dovrebbe essere letta e studiata a fondo. Certo, quei giovani sentivano di avere il vento in poppa e anche se la realtà delle cose era molto più complicata di quanto avevano inizialmente immaginato, il vento in poppa l’avevano davvero: il socialismo stava imparando a parlare e aveva molto da dire.

Da questo punto di vista un paragone coll’oggi è improponibile. Il vento non tira in quella direzione. Ma è bene leggerlo oltre che perché bellissimo, anche per capire che c’è moltissimo da fare e che non sarà affatto semplice.

Se a fine carriera si arriva a scrivere un libro come questo allora si può star certi di aver lasciato qualcosa di buono.

Buona lettura.