Recensione. Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia

Franco Angeli riporta in libreria in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti sulla “spagnola” in Italia.

Molto opportunamente l’editore Franco Angeli ripubblica, in una nuova edizione aggiornata l’ottimo libro di Eugenia Tognotti: La “spagnola” in Italia. Naturalmente un editore fa il proprio mestiere (che è quello di vendere) ed è naturale che in tempi di pandemia ai lettori venga la curiosità di fare confronti. E il confronto con la “spagnola” è scontato.

Questo aspetto del marketing però non sminuisce affatto l’importanza di questo libro. A ragione Adriano Prosperi ha sostenuto che nei momenti di forte tensione i popoli fanno emergere la loro natura profonda. La pandemia di “spagnola” fu un evento sconcertante, che si fuse con quello altrettanto drammatico della Grande Guerra (su come fu vissuta dagli italiani la prima guerra mondiale vedi Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Anzi, per certi aspetti lo fu ancora di più non soltanto perché la “spagnola” fece più morti del conflitto, ma anche perché si trattò di una malattia completamente nuova che, inevitabilmente, generò sconcerto, incertezza, panico, resuscitando antiche paure.

Che si trattasse di una malattia fino ad allora sconosciuta emerge chiaramente dalla miriade di osservazioni più disparate e quasi sempre discordanti che i medici diedero della malattia:

alcuni ci dissero che era una cosa da ridere […] altri che si trattava di influenza estiva; altri ancora misero in ballo i pappataci, poi la cosiddetta “febbre dei tre giorni”; e finalmente si disse: è influenza spagnola […]. Cosa sia poi questa influenza spagnola ancora non si sa (p. 51 e n. 121).

Le difficoltà nel comprendere la natura dell’epidemia furono dovute anche al fatto che il conflitto mondiale compromise la possibilità di coordinare la ricerca scientifica sul piano internazionale, ed è una componente di cui si deve tenere conto. (Infatti il nome dato alla malattia, “spagnola” si dovette al fatto che la Spagna, paese neutrale, fu l’unico paese a lasciar filtrare informazioni sulla gravità dell’epidemia).

Se medicina e scienza non avevano risposte attendibili sulla eziologia della malattia (sulla quale si vedano anche le osservazioni di Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola), uno stato e una condizione di inquietudine non potevano non diffondersi tra la popolazione. Tanto più che la censura di guerra, che mutilava inesorabilmente tutte le notizie che si supponeva deprimessero il morale della popolazione, contribuiva a creare confusione e sospetti: “il credito attribuito alle informazioni ufficiali”, osserva giustamente l’A. “doveva essere bassissimo” tra la popolazione (p. 123).

La stampa venne a trovarsi in una situazione oggettivamente difficile. Le direttive governative e militari imponevano di “minimizzare e tranquillizzare” lettori e cittadini (p. 120) e questo comportava omissioni sulla reale mortalità della malattia, descrizioni edulcorate della situazione generale e paragoni non veritieri con altri paesi. Ma la popolazione doveva districarsi tra le limitazioni della vita sociale – dapprima inviti e poi divieti di frequentare locali pubblici, tram, treni, di far visita a malati, di prender parte a funzioni religiose mentre la partecipazione ai soli famigliari dei deceduti ecc. -, avvertiva l’odore delle disinfestazioni un po’ ovunque e, in ogni caso, apprendeva informazioni ben diverse da conoscenti e vicinato. Dall’altra parte, sebbene l’analfabetismo non fosse stato ancora sconfitto in molte regioni, erano moltissimi i soldati che al fronte avevano imparato a leggere e a loro era indirizzata tutta una pubblicistica tesa a mantenere alto il morale delle truppe. In breve, conciliare gli ordini di ridimensionare l’ampiezza e la gravità della pandemia e l’incentivo a tenere vivo il morale delle truppe divenne un esercizio sempre più difficile.

La censura non era una novità nella storia del nostro Paese. Governi e poteri forti riuscivano ad addomesticare con una certa facilità le maggiori testate, mentre i prefetti esercitavano una sorveglianza occhiuta e piuttosto arcigna sulle testate locali e, naturalmente, in particolar modo sulla stampa di opposizione (su questi aspetti, in un quadro generale, si veda Mauro Forno Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Ma nel caso della “spagnola” si trattava di una forma di falsificazione che poteva scuotere coscienze. In un articolo apparso sul Resto del Carlino fu riconosciuto che i dati ufficiali sull’epidemia erano inferiori alla realtà (p. 120 e n. 31).

Fu soprattutto con la devastante seconda ondata che divenne impossibile occultare lo stato reale delle cose. Come accennato all’inizio col riferimento a un’affermazione di Prosperi, questo fatto portò alla luce alcuni problemi antichi del Paese: oltre all’insufficienza di posti letto negli ospedali e alla inadeguatezza di molti di questi, si palesò anche una grave insufficienza nella disponibilità di medici e di medicine (pp. 65 e ssgg.). Molti medici condotti lamentarono l’ampiezza spropositata delle loro condotte mediche e l’impossibilità materiale di servire adeguatamente la popolazione. Certo, la classe medica era stata quasi tutta rastrellata e inviata al fronte, ma quelli lamentati erano mali antichi, così come lo erano le incombenze eccessive che ricadevano sui Comuni (in proposito vedi, Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

Lo stesso discorso vale per i “rimedi”, sia quelli adottati in autonomia dalla popolazione come il consumo di bevande alcoliche, sia quelli adottati dai medici, come il salasso, i bagni caldi, i purganti e gli “impacchi senapati”, rimedi antichi, se non antichissimi, adottati più che per la loro reale (in)efficacia, per rassicurare una popolazione che, conoscendoli da tempo, si sentiva in qualche modo confortata (vedi, ad esempio, p. 87). Speculare era la reazione della popolazione: poste di fronte alla impossibilità di capire, poco fiduciose delle contrastanti spiegazioni mediche, le masse si aggrappavano a interpretazioni consolidate come l’alterazione dell’aria (p. 131).

E ancora, l’apparizione sul mercato di “rimedi” confezionati alla meglio da ciarlatani e imbonitori, rimandava alle difficoltà sofferte dalla medicina ufficiale per imporsi e manifestava una sua superiorità non completamente affermata e definitiva. Del resto (e Tognotti giustamente lo sottolinea), a leggere le raccomandazioni e le precauzioni dei medici e dei Municipi si delineava una descrizione delle cose che combaciava con una realtà che era presente solo in minima parte del Paese ed era goduta da una parte assolutamente minoritaria della popolazione: la cura e l’igiene personale, la possibilità di mettersi a letto e riposare alle prime avvisaglie della malattia, una dieta variegata erano precetti che in pochissimi potevano permettersi di seguire (ad esempio, p. 86). Ecco allora che la tensione indotta dal dilagare della malattia finiva per mostrare il volto vero del Paese e i problemi irrisolti che ricadevano sulle spalle della popolazione più povera. La quale abitava in quartieri avvertiti come pericolosi focolai di infezione e doveva destreggiarsi col lievitare proibitivi dei prezzi di medicinali (spesso pubblicizzati sulla stampa come miracolosi) la cui efficacia era quanto meno dubbia e che andavano a sommarsi alle enorme difficoltà di procurarsi generi di prima necessità (ad esempio, p. 127 e ssgg.).

L’incontro tra queste deficienze radicate nella storia del Paese e la impossibilità di comprendere esattamente cosa stesse accadendo creava cortocircuiti nella reazione e nei comportamenti: “tutti i medici poi sono concordi – pare impossibile tra tanta disparità di pareri – nel convenire che il medicamento più utile nel tenere lontano l’influenza è quello di non avere paura” scriveva, non senza ironia, Il Resto del Carlino. Atteggiamento che poi si sarebbe tradotta in sfiducia nella medicina e nella scienza in generale (vedi p. 133).

Nel leggere queste reazioni e quelle relative alla “morte civile” di paesi e attività produttive temporaneamente sospesi o agli effetti della “desacralizzazione della morte” su famigliari e conoscenti che assistono impotenti al continuo mietere di vittime, alla mente del lettore non possono non affacciarsi considerazioni sulla epidemia che stiamo attraversando.

Ma Tognotti è studiosa troppo accorta per cadere nell’errore di applicare al passato sensibilità e convinzioni del presente. Siamo di fronte a un libro che mostra una padronanza sicura dei ferri del mestiere – l’A. utilizza le non molte fonti archivistiche disponibili, stampa e statistica – fondendoli in una narrazione avvincente, di piacevole lettura e di forte empatia con le vittime di quella strage silenziosa.

Se, come ha giustamente notato Roberto Bianchi in un articolo disponibile su Amici di Passato e Presente gli storici hanno spesso trascurato questa terribile epidemia (vedi Alcuni articoli sulla “spagnola”), Tognotti ne illumina gli aspetti più importanti con un libro che merita di essere letto e approfondito.

Buona lettura.


Recensione: Mario Infelise. I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna

Mario Infelise è uno storico serio, scrupoloso e capace di accattivarsi il lettore con uno stile piano, colto ma non dotto e condendo la narrazione con fatti curiosi e divertenti.
Il suo I padroni dei libri è incentrato sullo scontro tra la Repubblica di Venezia e l’Inquisizione romana sul controllo dei libri (e quindi delle opinioni che dalla lettura si formano): più che uno scontro, Infelise ci mostra una lunga partita a scacchi (a volte alla luce del sole, più spesso occulta) tra di due poteri.

Infelise dedica molte pagine alla figura di Paolo Sarpi, l’ideologo principale della Repubblica di Venezia e uno dei primi a comprendere – non solo in Italia, ma in Europa – quelle che devono essere le responsabilità dello Stato e quelle che spettano alla Chiesa: a suo parere spetta allo Stato occuparsi dell’informazione e a controllarla; le opinioni dei sudditi sono linfa vitale per la stabilità dello Stato, perciò è fondamentale averne il controllo.

Ecco quindi l’animarsi della partita a scacchi tra i due poteri. Sarpi sostiene queste posizioni proprio nella prospettiva di contrastare il potere di controllo delle idee e delle opinioni da parte della Chiesa. Perciò ci sono libri sgraditi all’inquisizione ma che la Repubblica protegge e lascia pubblicare per convenienza (e anche per scendere a patti con la potente corporazione dei librai), e viceversa – libri di provenienza clericale bloccati dalla Repubblica. Nel mezzo, il primo incerto formarsi, i primi nuclei, di quella che si sarebbe chiamata più tardi “opinione pubblica”, con la consapevolezza – per niente rassicurante – che “le parole […] tirano seco eserciti armati”.

Verrebbe quasi da dire che questi primi nuclei in formazione di opinione pubblica si trovano al centro e ad essere oggetto di una partita che in quel periodo sembra essere più grande di loro. La chiesa fiuta immediatamente il pericolo destabilizzante dei libri scritti in volgare e quindi comprensibili non solo a fasce di popolazione molto più ampie rispetto a quelle capaci di leggere il latino. Non si tratta solo di fasce più ampie: a quell’epoca coloro che erano in grado di leggere il latino ricoprivano incarichi di potere o si trovavano in prossimità di esso: la letteratura in volgare è pericolosa perché raggiunge persone che non solo ne sono escluse, ma possono essere anche ostili ad esso.

Forse ho semplificato troppo perché in realtà i protagonisti sono tre. Tra lo Stato veneziano (il più potente degli stati italiani dell’epoca) e Roma c’è l’industria libraria. E questa per un certo periodo gioca un ruolo tutt’altro che secondario: fino al corpo di provvedimenti del 1559, che ne limitano fortemente gli spazi di manovra e la indeboliscono, gli stampatori-editori veneziani sono in grado di promuovere una letteratura di qualità e i profitti derivanti da una letteratura di qualità alimentano la produzione di altre opere di valore: fin quando questo circolo virtuoso funziona, autorità di stato ed ecclesiastici devono tenerne conto.

Non riassumo il testo, ci sono altre vicende che potrei riportare: dallo “scrittore maledetto” del tempo Pallavicino a Galileo. Le tralascio non perché non siano importanti, ma perché è bene lasciarvi un po’ di curiosità. Lo sfondo è dato dalla Controriforma, con la quale la Chiesa si appresta a fronteggiare l’eresia protestante e librai capaci di muoversi con naturalezza sui mercati di mezza Europa: troviamo librai-stampatori-avventurieri che nascondono libri tra altre merci, li fanno entrare o uscire dalla Laguna da altre vie e con altri mezzi – a volte affidandosi a bande di delinquenti –; vediamo stratagemmi per scivolare tra le maglie della censura (ecclesiastica ma anche di Stato) con frontespizi falsificati; troviamo spie ai confini della repubblica e personale stipendiato per dare informazioni sui testi. Vediamo il declino della stampa provocato dalla peste e la conseguente mobilità di coloro che confezionano i libri.
Ma soprattutto Infelise ci fa scoprire le infinite sottigliezze del potere per contrastare, indirizzare, promuovere o bloccare i libri: quando è opportuno reclamizzare un’opera e quando è meglio osteggiarla apertamente; quando conviene fare in modo che si “estingua” (anche bloccando i libri che la denigrano e, se necessario, portando alla rovina il libraio-stampatore) e quando è opportuno lasciar correre; quando è bene “mutilare” un libro e quando no.

A me I padroni dei libri interessa soprattutto per i molti percorsi che apre. In primo luogo, anche se i fatti che ci racconta Infelise sono vecchi di quattro-cinque secoli, ci sono alcuni aspetti che ci “parlano” del presente: in quel periodo si manifesta una prima forma di globalizzazione – almeno per quello che riguarda la stampa -: Venezia ha la più importante industria libraria del tempo; l’invenzione della stampa di Gutenberg ha ampliato enormemente i mercati (il risultato, quindi, di una decisiva e sconvolgente innovazione tecnologica); ci sono fiere internazionali importanti.

Come sempre gli storici studiano il passato per cercare risposte al presente. Va da sè che gli interrogativi che I padroni dei libri solleva riguardino l’oggi. La stampa e i modi di veicolare le notizie stanno cambiando radicalmente e velocità incredibile. Potenzialmente internet potrebbe essere un’arma potentissima per il formarsi di un’opinione pubblica informata, attenta e combattiva.

Senonché Infelise spiega bene la genesi di uno dei frutti avvelenati delle molte forme di censura e di controllo delle coscienze che hanno operato a lungo nella nostra storia. Vale a dire, “quello che è forse uno dei caratteri identitari di lunga durata degli italiani”: l’attitudine al conformismo, un macigno che blocca l’erompere di una società civile progressista e progredita.

I padroni dei libri è un’opera frutto di lungo lavoro precedente e di profonde meditazioni. Lo si capisce immediatamente dalla complessità del testo e dalla capacità sovrana dell’A. di guidare il lettore anche poco smaliziato come me (parla di un’epoca che conosco poco) con mano sicura tra il fitto bosco delle moltissime fonti utilizzate, degli avvenimenti, dei ragionamenti e delle sue conclusioni, sempre meditate e profonde. Il tutto svolto con uno stile piano, calmo, che garantisce una facile e piacevole lettura.

Lo raccomando (così come raccomando di collegare questo libro a quello di Darnton I censori all’opera e Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

Buona lettura


Saggi per approfondire il tema della censura

Qualche tempo fa ho recensito il bellissimo libro di Robert Darnton Recensione: Robert Darnton I censori all’opera, ma il tema della censura è molto vasto e può essere affrontato da molti punti di vista.

Ora, grazie alla disponibilità on line dei Mélanges de l’École française de Rome abbiamo la possibilità di approfondire il tema con la pubblicazione di un intero volume della rivista che comprende una decina di saggi sulla censura in Europa dall’età moderna a quella contemporanea: Mélanges de l’École française de Rome. Italie et Méditerranée, tome 121, n°2. 2009. Littérature et censure au XIXe siècle. Sources.

Un altro saggio interessante lo troviamo nel n° 343 (2006) degli Annales Historiques de la Révolution Française. Veronica Granata approfondisce il tema Marché du livre, censure et littérature clandestine dans la France de l’époque napoléonienne : les années 1810-1814.

Mi sarebbe piaciuto aggiungere contributi in altre lingue da riviste open-access, ma finora non mi è stato possibile. Un motivo in più per continuare a cercare.

Intanto buona lettura (per chi avesse difficoltà a leggere il francese, io mi aiuto col traduttore Deepl).