Recensione. Nicholas Terpstra: Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento

Saggio storico, giallo o romanzo storico? Leggendo Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento di Nicholas Terpstra, questa domanda si affaccia alla mente del lettore. Terpstra è docente di Storia all’Università di Toronto, quindi l’interrogativo non dovrebbe porsi, ma Ragazze perdute è un libro congegnato in modo molto particolare.

La ricerca prende spunto da un avvenimento piuttosto insolito: nella Casa della Pietà, una delle tante Opere Pie esistenti al tempo, fondata nel 1554 per proteggere le giovani dai pericoli della strada e, in primis, dalla possibilità che cadessero nella rete della prostituzione, nei primi 14 anni di vita dell’Istituto su 656 ragazze (e ragazzine, spesso poco più che bambine) soltanto 202 ne uscirono vive. Come mai una mortalità così alta?

La storia, si sa, è piena di misteri e per cercare di risolvere questa strana moria di donzelle l’A. spreme la non molta documentazione disponibile. Terpstra avanza il sospetto che, almeno per quel che riguarda quella più compromettente, sia stata fatta sparire. Perciò le sue fonti sono essenzialmente testamentarie e contabili. Che si siano verificati “tentativi di insabbiamento” (p. 231) o una probabile dispersione, allo storico poco deve importare: la storia si fa sui documenti, quando ci sono; quando mancano ci si può affidare ad altre fonti.

Infatti, per risolvere l’enigma l’A. segue molte piste. Il mistero sembra trovare soluzione grazie al ritrovamento di un Ricettario che si rivela essere una vera e propria miniera di conoscenze mediche del tempo. Il fatto che “nove delle cinquantaquattro sostanze presenti nel Ricettario” (p. 110) fossero erbe utilizzate nelle pratiche abortive induce l’A. a ritenere che, lontano dall’essere un istituto di beneficenza, la Casa della Pietà fosse in realtà un bordello clandestino e che la causa delle morti repentine delle giovani sia da attribuirsi, appunto, alla pericolosa pratica dell’aborto. L’ipotesi è curiosa ma improbabile: saremmo di fronte a uno o più inseminatore/i scatenato/i che mette/ono incinta centinaia di ragazze contemporaneamente, che poi tutte abortiscano per poi morire nel giro di poche settimane. È vero che non poche ragazze della Casa della Pietà uscivano dall’Istituto per trovare lavoro come domestiche e che gli “incidenti” di natura sessuale tra padroni o famigliari e donne prese a servizio erano frequenti, o che non poche domestiche “arrotondavano” i magri guadagni prostituendosi (sulla prostituzione in generale vedi Marzio Barbagli Comprare piacere), ma dal momento che l’A. ritratta quasi immediatamente l’ipotesi del bordello illegale, deve essersi convinto di aver esagerato nelle supposizioni (pp. 127-43).

Le argomentazioni sull’aborto conducono l’A. a inoltrarsi nel contesto del Radicalismo religioso del Rinascimento e a tracciare un discutibile rapporto tra gli strali di Savonarola contro l’aborto e il coinvolgimento delle ragazze della Casa della Pietà “nella distribuzione di rimedi abortivi”, affermazione non suffragata da prove convincenti.

L’A. non abbandona la pista della sessualità. Come ulteriore possibilità per capire lo strano fenomeno, sospetta che a uccidere le ragazze fosse la sifilide. La deduzione deriva ancora una volta dal Ricettario nel quale sei prescrizioni trattano di “apostemi, ulcere, scabbia e scrofole”, sintomi che la medicina dell’epoca associava appunto al terribile “male”. Ma anche per quanto riguarda questa ipotesi Terpstra deve riconoscere che “non rimane alcun manoscritto del tempo che si riferisca a questa malattia […] mettendola in relazione con le ragazze della Pietà” (p. 187).

Il libro si chiude con la storia di indubbio interesse e, in questo caso, ben documentata, di una donzella vittima della ragion di Stato: Giulia – la ragazza in questione – viene scelta per testare la virilità del Duca di Mantova che deve prendere in moglie la figlia del Granduca. Il fatto che venga effettuata questa “prova”, significa che sulla virilità del nobile mantovano si nutrivano parecchi dubbi. In ogni caso il Duca assolve alla sua missione: ingravida la donzella che viene liquidata con una dote cospicua (3000 scudi) che le garantiscono un matrimonio soddisfacente.

Tuttavia, il curioso caso dal quale l’A. è partito – la moria di tante ragazze della Casa della Pietà in brevissimo tempo – resta irrisolto. L’A. non trova prove convincenti e decisive: “alla fine dobbiamo ammettere di non sapere veramente quello che fu” (p. 231).

Un libro consigliato?

Terminata la lettura sorgono due interrogativi. Il primo è che l’A. si sia imbattuto in un avvenimento intrigante ma troppo poco documentato e che abbia rimpolpato e stiracchiato il testo. Gli storici non sono detective, indubbiamente, e tra i loro compiti vi è anche quello di sollevare problemi. Ma questa operazione si sarebbe potuta fare con un libro più breve.

Il secondo, riguarda gli argomenti inseriti nelle trattazione per dare corposità al libro: aborto, malattie, medicina, sessualità, radicalismo religioso, sono temi complessi, sfaccettati e studiati da tempo. Perché non supporre invece la possibilità che a provocare la morte pressoché improvvisa di tante ragazze non sia stata una epidemia di tifo o di quella che più tardi i medici avrebbero chiamato “febbre nosocomiale”? Dopo tutto è lo stesso Autore a rilevare il susseguirsi di annate critiche, contrassegnate da carestie e alle carestie spesso seguivano epidemie di vario genere.

Insomma, per quanto riguarda la procedura metodologica adottata da Terpstra, la risposta non può essere positiva. Una ricerca storica non può basarsi solamente su indizi e supposizioni. Mi sembra alquanto discutibile sostenere che “buona parte della sfida e dell’entusiasmo della ricerca storica sta […] nello spingersi oltre i limiti” (p. 25). Questa è una licenza concessa ai romanzieri, non agli storici.

Se invece escludiamo le fumose elucubrazioni che dovrebbero spiegare il caso, il libro di Terpstra è un libro che mi sento di consigliare per almeno due ragioni.

Dalla ricerca emerge l’altra faccia del Rinascimento: le ragazze che finiscono nella Casa della Pietà, gli artigiani che le prendono in casa o a bottega, i quartieri popolari hanno poco da spartire con i fasti del Rinascimento, con lo scintillio delle arti, con la colta e frivola vita di corte, con le cortigiane e lo sfarzo dei palazzi. Terpstra ci mostra una realtà quotidiana dura, rapporti sociali ruvidi e senza sentimentalismi, in alcuni casi codificata anche dalle leggi: le multe comminate allo stupro di una donna variavano a seconda della posizione sociale della vittima: altissime nel caso di nobildonne, leggere nel caso di popolane, non previste nel caso delle prostitute. Siamo di fronte ad una popolazione che deve vivere sprovvista di una qualunque forma di protezione sociale e questo comporta la presenza di leggi non scritte e scaltrezze che l’A. indaga a fondo e spesso con acume. Anche nella stessa Casa della Pietà si lavora, e si lavora sodo. Anzi, l’A. parla a ragione di “Carità come strategia industriale” (pp. 90 ss.gg) e non è del tutto improbabile che un certo numero di decessi fosse proprio da imputare allo sfruttamento in ambito lavorativo.

La fatica del vivere che indurisce l’anima e che porta molte ragazze, come argomenta con efficacia la cortigiana Veronica Franco, a cadere nel mondo avvilente della prostituzione per necessità mentre potrebbero vivere onestamente se fossero messe in condizioni di farlo o se vi fosse un luogo che fungesse da riparo (quello che sarà, appunto, la Casa della Pietà, p. 44.).

Non sono solo questi gli aspetti interessanti raccontati da Terpstra: i meccanismi che sono alla base delle strategie matrimoniali con un continuo comporsi e disfarsi di nuclei famigliari o dell’espandersi o deperire di ospedali, Opere Pie o Istituti di Carità; la descrizione dei vari mercati delle merci come, su tutt’altro versante della medicina del tempo.

Tutto questo – ed è il secondo motivo per cui consiglio la lettura di Ragazze perdute – è raccontato con una penna arguta, vivace, capace di restituire una Firenze popolare e popolana forse in penombra, ma vivida, affaccendata, formicolante, esuberante e, almeno per quanto riguarda la sessualità, non di rado eccessiva. Merito anche della traduttrice, davvero brava nel restituire al lettore la verve narrativa dell’A. e il clima di un’epoca e della città. Inoltre Terpstra mette a disposizione del lettore una buona bibliografia e un ricco apparato di note.

Buona lettura.


Recensione. Renzo Villa: Geel, la città dei matti

Un grande libro che racconta il caso unico in Europa di una cittadina i cui abitanti convivono con i “matti”.

“Ma che strano posto è mai questo?” Sono molti i visitatori che si pongono questa domanda quando visitano Geel, un piccolo paese in cui i “matti” vivono con gli abitanti, lavorano nei campi e (quasi tutti) vanno in chiesa, sono liberi di girare liberamente, i bambini giocano tranquillamente per strada incuranti di loro, vanno all’osteria a farsi una birra e una fumata e nessuno ne ha timore. E i visitatori sono davvero tanti: dai primi anni Sessanta dell’Ottocento ai primi anni del Novecento Geel è visitata da 403 europei, 54 nordamericani, 31 sudamericani e 18 asiatici (pp. 224-25).

Ad accrescere l’originalità vissuta a Geel concorre il fatto che il piccolo paese è situato in una zona piuttosto isolata, la Campine, nel cuore delle Fiandre, ritenuto da alcuni come un “luogo esotico […] un mondo lontano” nel quale forse, così suppone un osservatore, proprio a causa del relativo isolamento, il trascorrere del tempo ha finito per dar vita a una “varietà” antropologica negli abitanti, riscontrabile nella corporatura bassa e tozza, nelle cosce grosse, nel naso schiacciato e nella fronte sfuggente (p. 107).

I “folli” arrivano a Geel da tutto il Belgio, dall’Olanda, più avanti, a metà Ottocento, anche da Francia, Gran Bretagna e Svezia e vengono accolti dalle famiglie dietro compenso. L’aspetto economico è importante: gran parte della sua economia si basa proprio sull’accoglienza di folli: 60.000 livres a inizio Ottocento, 180.000 franchi a metà secolo (pp. 102-103). In un contesto povero e arretrato non sono cifre trascurabili, ma gli introiti non sono sufficienti a spiegare una storia secolare.

Geel è un’anomalia, un caso unico in Europa. Lo è nella storia della follia, anche (e forse soprattutto) dopo la nascita della psichiatria come branca della medicina e della nascita dei manicomi moderni. Lo è anche, in senso lato, storicamente: la consuetudine di ospitare i folli si perpetua nel tempo e resiste nonostante i numerosi, e talvolta profondi, rivolgimenti politici e militari che coinvolgono e stravolgono il piccolo villaggio.

L’originalità e l’importanza del libro di Renzo Villa risiede nello spiegare storicamente questo fatto: come mai la pratica che contraddistingue Geel nasce, si concretizza e perdura proprio qui?

Alle origini: una leggenda

Spiegare questo fenomeno è tutt’altro che semplice. Fare miscrostoria ha senso soltanto nella misura in cui questa aiuta a comprendere la “grande storia”. Perciò scrivere una microstoria è operazione quanto mai complessa e difficile. Delle molte difficoltà l’A. è perfettamente consapevole ma ha tutte le carte in regola per superarle.

Andare a ritroso nei secoli per individuare i fattori che sono all’origine delle vicende di Geel per poi risalire spiegando e mostrando il divenire storico, i molteplici percorsi che da quelle origini si dipanano, richiede una serie di competenze non comuni: la padronanza di numerose lingue; la consultazione di una quantità di fonti ampia e qualitativamente diverse, la capacità di interpretarle e di fonderle in una narrazione chiara e accattivante per offrire al lettore la possibilità di orientarsi senza sforzo.

Villa riesce egregiamente ad assolvere a questo compito. La peculiarità di Geel ha origine in una leggenda: la principessa Dimpna si sottrae con la fuga e poi col martirio al desiderio incestuoso del re d’Irlanda, suo padre snaturato. Le reliquie dell’eroina finiscono a Geel che diventa luogo di processione e consolida il culto dell’eroina. Di questa storia fioriscono versioni e composizioni differenti che l’A. rintraccia e ricompone con acribia, anche grazie alle sue competenze in ambito letterario e artistico.

Geel: una spina nel fianco della psichiatria

Al di là del mito fondativo, si resta colpiti dalle sottili distinzioni delle varie forme di follia individuate dai dotti già in età moderna che contrastano col robusto senso pratico dei contadini che ospitano e convivono con i folli e il fatto che sia proprio questa distanza dal sapere “scientifico” e ufficiale a divenire, col tempo, una spina nel fianco per gli alienisti.

L’Ottocento è stato definito giustamente “il secolo d’oro dell’alienismo”. La fondazione dei manicomi moderni e la conseguente nascita e formazione della psichiatria sono un prodotto della “duplice rivoluzione” industriale e politica (rivoluzione francese) che porta al potere la borghesia. Da questo punto di vista, Geel diventa un caso imbarazzante per la psichiatria. Com’è possibile che una minuscola comunità di contadini zotici e ignoranti ottengano risultati molto migliori nella cura dei folli rispetto agli scienziati? “Noi non possiamo credere che tutto ciò che costituisce il substrato della nostra scienza moderna sia assolutamente falso”, afferma significativamente uno di loro (p. 163).

Mentre in tutta Europa i manicomi diventano sempre più sovraffollati; i malati quando non peggiorano, cronicizzano e la psichiatria non riesce quasi mai a guarire, a Geel non solo i folli innocui, ma anche i maniaci furiosi e le forme più gravi di malinconia migliorano e spesso guariscono. A stupire gli osservatori è soprattutto il ruolo centrale delle donne della comunità di Geel, capaci di fondere gentilezza e autorevolezza nella convivenza coi folli e di guadagnarne affetto e rispetto (si veda la nota a p. 122, ma gli esempi sono molti).

Ma è tutto l’insieme delle relazioni sociali, affettive, lavorative che si instaura in ambito famigliare e collettivo a determinare quel salto qualitativo che manca completamente alla psichiatria asilare (p. 176). Il “sequestro” del folle in manicomio è fallimentare. Pinel e Esquirol avevano intuito la necessità di una “cura morale” basata sul confronto tra medico e paziente, ma questa è saltata in breve tempo a causa del sovraffollamento delle strutture, per la mancanza di personale medico e infermieristico sia in termini numerici che qualitativi. In manicomio il folle non solo non guarisce quasi mai, ma peggiora la propria condizione. Un esempio illuminante è quello del risposo: in manicomio le notti sono insopportabili: le ansie, le paure, le ossessioni dei ricoverati aumentano, nelle camerate si fondono con quelli degli altri ricoverati; il sonno spesso svanisce e al mattino il paziente è già stanco, sfibrato, privo di energie per affrontare una giornata che invece viene imposta nelle scansioni temporali e nelle mansioni decise dai medici.

A Geel accade l’opposto: i matti dispongono spesso di una camera propria, con un letto vero, possono riposare quanto vogliono, nessuno li obbliga ad alzarsi. In breve, viene data loro una dimensione privata, intima, della quale possono disporre e che imparano a gestire.

Il fallimento del manicomio è insito nella sua qualificazione di luogo di “cura e di custodia” allo stesso tempo. Quando il curare risulta inutile, allora l’aspetto custodialistico prevale e si impone. Gli alienisti non hanno cure efficaci e perciò i manicomi diventano molto presto dei giganteschi cronicari, degli enormi contenitori di tutti coloro che non reggono i ritmi o restano travolti di una società che per alcuni aspetti è in profonda e rapida trasformazione.

Nella cittadina belga oltre a una libertà limitata ma comunque infinitamente più ampia rispetto a quella dei manicomi il folle preserva la sua identità personale, presta e talvolta affina le sue capacità lavorative, sviluppa una sfera affettiva con i famigliari, i vicini, all’osteria. I limiti che conosce sono quelli imposti dalla sua malattia, che può spesso superare o con la quale può convivere senza traumi eccessivi (pp. 121, 148-49, 176). Di più: gli alienati si affezionano agli animali da cortile o che allevano, diventano compagni di giochi e custodi dei bambini di casa ai quali i genitori li affidano senza preoccupazioni (p. 137). Sono molti gli esempi riportati dall’A. e diluiti lungo la narrazione.

Ciò non significa che non si verifichino problemi. I molti regolamenti adottati e almeno un caso di cronaca nera lo testimoniano. Ma se confrontati con la situazione riscontrabile nei manicomi, la situazione a Geel è molto più rosea: pochi i tentativi di fuga, rarissimi quelli di violenza da parte degli alienati, quasi inesistenti i suicidi. Inoltre, come rileva giustamente l’autore, “accettare di collocare un parente malato” a Geel “non è scelta facile […] significa riconoscerne l’irrecuperabile follia”; significa compiere “una scelta poco meno disdicevole o vergognosa dell’invio in manicomio” (p. 128). (Tuttavia, stando almeno a quanto ho potuto constatare nel caso di Imola, le preoccupazioni derivanti dalla tara della follia, da “una sorta di colpa” che ricadeva sulla famiglia nell’avere un parente folle – come nota giustamente l’A. -, era una preoccupazione sentita molto più dalle famiglie borghesi rispetto ai ceti popolari).

Ma a dispetto dei limiti, alcuni dei quali risolti avanti nel tempo come la creazione di un’infermeria, Geel “funziona”. Ed è proprio questo il problema per alienisti. Certo, non mancano reazioni ammirate e perfino entusiastiche, ma in generale la corporazione psichiatrica in Europa e non solo, si sente minacciata, lesa nella propria professionalità, da quella piccola comunità sperduta. Le lunghe discussioni tra gli psichiatri sul “caso di Geel” mostrano una diffidenza risentita.

Gli alienisti italiani di fronte a Geel

Da questo punto di vista l’esempio della psichiatria italiana è eloquente. In ambito psichiatrico l’Italia non possiede una tradizione robusta come quella francese o inglese: la prima rivista di psichiatria disponibile su tutto il territorio nazionale vede la luce nel 1864, oltre vent’anni dopo quella francese; la Francia ha già una legislazione sui manicomi nel 1838, in Italia arriverà nel 1904.

La psichiatria italiana sta dunque muovendo i primi passi dopo l’unificazione del Paese e potrebbe trarre molte ispirazioni da Gheel, tanto più che l’Italia è ancora un paese profondamente agricolo e molti manicomi vengono costruiti dopo l’unificazione. Tuttavia le reazioni positive all’esperienza della cittadina belga sono poche. Agli ammirati resoconti di un giovane Serafino Biffi fanno riscontro le diffidenze di un Verga e uno snobismo perfino vantato di un Castiglioni.

I successi ottenuti dagli abitanti di Geel sono innegabili; ma una serie di giustificazioni viene apportata per impedirne l’emulazione: l’urbanizzazione che è ovunque in aumento rende impossibile impiantare dal nulla una costellazione di villaggi come a Geel nelle vicinanze di grandi città (senza contare che i medici migliori non accetterebbero mai di trasferirsi in zone eccessivamente sperdute); l’ostilità e l’avversione ai folli della popolazione, anche di quella di campagna è invincibile; Geel si basa su una tradizione che non è possibile inventare di sana pianta. Non mancano tentativi di mediazione: avvicinare il modello di Geel al manicomio chiuso e ispirarsi alla cittadina belga per concedere una oculata (e ben sorvegliata) libertà agli alienati.

Anche in Italia ben presto si affacceranno i problemi del sovraffollamento, della cronicizzazione dei malati e dell’inefficienza terapeutica dei manicomi. Le colonie agricole ispirate in qualche modo a Geel creerebbero la possibilità di sfoltire le strutture liberandole di folli tranquilli (e qualche tentativo in questo senso verrà fatto – sul problema del sovraffollamento dei manicomi, per Imola vedi il mio: Il Manicomio modello. Storia dell’ospedale psichiatrico di Imola (1804-1904), La Mandragora Editore, Imola, 2015; per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio; per Pesaro, Paolo Giovannini: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Ma non si può nemmeno parlare di una sorta di appuntamento mancato. Un buon numero dei manicomi italiani è stato ricavato da edifici che antecedentemente avevano tutt’altra funzione (spesso erano conventi, mi permetto di rimandare al mio: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864)) e già questo dice qualcosa su come vengano considerati folli: la salute e la cura poveri che soffrono di disturbi mentali vengono dopo le ragioni di bilancio e di spesa. Se tarda ad arrivare il riconoscimento di cittadinanza per le classi popolari (ammesse in minima parte al diritto di voto e prive di altri diritti), gli alienati sono trattati come oggetti.

Il fantasma di Geel

Il caso di questa strana cittadina diventa internazionale anche in virtù di questa sorta di innalzamento del folle a persona. Di Geel si discute in Inghilterra, in Scozia, in Prussia, in Olanda, in Francia naturalmente e anche negli Stati Uniti. Alcuni la ammirano, altri ne accolgono alcuni aspetti e ne traggono parziale ispirazione, molti la osteggiano.

Geel in qualche modo si “impone”. Viene imitata nel Belgio francofono, in Francia e vi è una “città dei matti” autoctona perfino in Giappone. Ma viene imitata molto più per la convenienza di sfoltire i manicomi tradizionali più che per il significato profondo della storia della piccola cittadina delle Fiandre: “un modello di assistenza psichiatrica differenziata e anche un esempio dell’etica dell’accettazione del diverso, del disturbato mentale e intellettuale” (p. 297). Con quest’ultima affermazione siamo già nel Novecento inoltrato, quando anche il microcosmo di Geel ha conosciuto grandi e inevitabili trasformazioni: il progresso ha investito anche quella zona, il lavoro e il mondo del lavoro sono mutati radicalmente e con loro anche le forme del disagio del vivere e del disagio sociale.

Conclusioni

Con Geel, la città dei matti Villa ci regala un libro coltissimo e raffinato. L’A. “frequenta” Geel da quasi mezzo secolo e questo tornare sull’argomento, questo bisogno di capire testimonia il senso profondo dell’essere storico, che non è soltanto il piacere della conoscenza ma un impegno culturale e civile. Perché compito dello storico non è soltanto quello di comprendere e di spiegare ciò che ha capito, ma anche quello di sollevare domande. Il lettore interrogherà spesso il testo, si sentirà spinto a farlo.

Per questo – penso – Villa mostra una grande cautela anche nel dosaggio delle parole e delle espressioni. Raramente parla di “malattie mentali”, in riferimento ai “matti di Geel” argomenta giustamente sul disagio sociale e del vivere. In tempi in cui il campo della storia è attraversato da semplificazioni e banalizzazioni di ogni genere, Villa dimostra che si deve continuare a scrivere di storia con rigore metodologico. Il saper poi raccontare e argomentare la storia di questo piccola cittadina con uno stile narrativo personalissimo che “inchioda” il lettore alle pagine, è un ulteriore merito dell’Autore.

Buona lettura.

PS: per un ulteriore punto di vista, Giornale di Storia, Francesco Saverio Bersani: Geel e Santa Dinfna, una secolare tradizione di assistenza psichiatrica


Recensione. Paul Corner: Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura

“A Roma Mussolini poteva dire quello che voleva, ma nel loro territorio erano il federale e i suoi fedeli a comandare” (p. 158). In tempi in cui l’immagine del fascismo e di Mussolini riemergono come punti di riferimento per una società ordinata ed efficiente, questa affermazione di Corner che dipinge un duce semi-impotente di fronte ai suoi gregari può risultare sorprendente.

In realtà, ovviamente, non dovrebbe meravigliare: “monolitico”, “granitico” e “inquadrato” il fascismo non lo fu mai. Sulla base di una documentazione d’archivio straordinariamente ampia, Corner dimostra ampiamente che il fascismo, anche dopo essere passato da movimento a partito e avere ridimensionato lo squadrismo più intransigente e violento nella Milizia, rimase sempre un fenomeno disomogeneo, disaggregato, frastagliato in una miriade di localismi: “la forza dei fascismi locali e le pretese dei loro leader furono una costante fonte di preoccupazione per Mussolini per tutti gli anni Venti” (p. 49). Vera e propria “spina dorsale” del movimento prima e del partito poi ben oltre la crisi Matteotti il fascismo nelle province mostra ampiamente il fallimento del regime nel risolvere i problemi che si era incaricato di risolvere: campalinismo, corruzione, clientelismo… Non uno di questi problemi fu risolto dal regime. Caso mai si aggravarono. Fatta eccezione per poche, limitate zone come quelle dominate da“ras” particolarmente capaci nel crearsi una rete clientelare (Farinacci), nel trovare alleanza con le forze storiche e produttive del luogo e di far arrivare copiosi finanziamenti pubblici (i Ciano a Livorno, Balbo a Ferrara), la turbolenza delle province rimase palese o sotto-traccia, ma non fu vinta mai completamente.

Mussolini non poteva disfarsi della componente intransigente del partito. I settori moderati della società erano grati a Mussolini per averli liberati dall’incubo del socialismo, ma dall’altra parte non erano affatto disposti a stare a guardare nel caso in cui venisse dato campo libero a gente che pensava che il mondo si dividesse “in bastonatori e bastonati, punto e basta” (p. 71). Semplicemente, se il fascismo non aveva la forza per imporre una “soluzione giacobina”, ne aveva abbastanza però da poter intimidire costantemente le élites moderate (pp. 58-59); infatti, almeno fino al 1925, il fascismo intransigente rappresentò “lo zoccolo duro del partito” (p. 67).

Corner fa benissimo a ricordare più volte nella trattazione che la violenza era una componente vitale del fascismo e lo fu sempre, non solo nei primi anni (pp. 71, 78). Per molti squadristi della prima ora il fascismo era azione, e la violenza era un modo per appianare le cose. Se non che la violenza aveva bisogno di bersagli e questa necessità rendeva evidente la debolezza dell’estremismo: una volta annientati socialisti, repubblicani e alcuni gruppi cattolici, con chi prendersela? Attaccare la borghesia poteva anche essere allettante, ma sicuramente ne avrebbe compromesso l’adesione al regime. Stava qui la miopia di “ras” come Farinacci.

Farinacci e Balbo costituiscono due esempi lampanti di come il fascismo fu sfruttato per accumulare enormi ricchezze. La lotta tra le varie fazioni, che dilaniavano la vita politica locale fino alla paralisi di ogni attività politica (come nel casi, più volte documentati dall’Autore, di Savona e Piacenza, ma anche altrove), sebbene mascherate da lotte inerenti la “purezza” e la sincerità della “fede” fascista dei contendenti erano in realtà lotte per l’acquisizione del potere a livello locale. Per chi non aveva molti scrupoli le possibilità di far quattrini erano molte e la corruzione era diffusa ad ogni livello. Corner dedica un intero capitolo a questo fenomeno e ne svela non soltanto l’ampiezza e la ramificazione, ma anche le modalità.

Era infatti la stessa conformazione piramidale e verticistica del regime e del partito a favorire lo sviluppo della corruzione. Per salire uno o più gradini era necessario annientare gli avversari e per far questo la calunnia e l’infangare la reputazione dei nemici era moneta corrente: tra le varie accuse, quella di corruzione, di nepotismo, di clientelismo, di scarsa “fede” fascista o di “incomprensione del fascismo” e di una condotta morale discutibile erano tra le più frequenti. Screditare l’avversario significava da un lato attirargli le antipatie della popolazione locale e dall’altro sperare in un intervento da Roma che lo togliesse di mezzo (p. 148). In generale si trattava di accuse che quasi sempre contenevano dosi molto massicce di verità dal momento che nel movimento dei primi anni era presente un alto tasso di criminali e sfaccendati di varia natura di una caratura culturale nulla o del tutto insoddisfacente: il partito fascista era diretto in buona parte da persone ignoranti che avevano trovato nel partito una discreta se non buona collocazione:
“la mancanza di personale esperto a livello locale fu un problema che afflisse il regime per tutta la sua esistenza. Nella teoria il fascismo si era dato il compito di rivoluzionare la composizione della classe dirigente [e dar vita a un] “uomo nuovo” fascista. La credibilità del fascismo dipendeva da quanto fosse in grado di mobilitare forze nuove e di distinguersi dalla disprezzata e ormai invecchiata classe politica [liberale]. Senza la mobilitazione di un esercito di sostenitori […] la rivoluzione fascista era destinata a perdere il suo slancio” (p. 97).

Un secondo fattore era dato dal fatto che i fascisti consideravano del tutto naturale il diritto di fare come volevano. Ritenevano di aver fatto e vinto una rivoluzione e perciò il “chi vince prende tutto” costituiva un atteggiamento naturale per molti di loro non solo riguardo agli avversari sconfitti (spesso la casa del fascio sostituiva una casa del popolo) ma anche nelle faccende locali e negli scontri tra fazioni.

Erano problemi gravi per il regime, che finiva per essere screditato e che allontanava le simpatie degli uomini più capaci e onesti. E tuttavia, anche dopo i repulisti avvenuti con la creazione della Milizia nella quale si cercò di incasellare – e quindi poter meglio controllare – le teste calde in un primo tempo, e con lo sfoltimento del partito nella seconda metà degli anni Venti in un secondo, il problema di accontentare in qualche modo le pretese degli scontenti rimase. Affrontarlo significò – di solito dopo brevi periodi di pacificazione tra le fazioni – gettare il problema dalla porta per poi farlo rientrare dalla finestra: dopo poco le dispute si riaccendevano inevitabilmente.

Era inevitabile che le cose andassero in questo modo perché nonostante tutta la retorica sull’importanza dei “giovani” e della gioventù come sinonimo di “fede”, audacia, forza e altri attributi virili, il regime non preparò mai seriamente una futura classe dirigente (p. 101), o quando tentò di farlo la disaffezione verso il partito e il regime era talmente diffusa da essere oramai irrecuperabile (pp. 238-243).

Inoltre, a livello locale i fascisti potevano sentirsi i padroni assoluti, ma non lo erano. C’erano altri attori con i quali fare i conti: c’era lo Stato con la sua imponente burocrazia; c’era la Chiesa, la cui influenza e forza non potevano essere ignorate; c’erano le èlites che detenevano il potere economico e c’era la Monarchia che, con colpevole ritardo, si mosse soltanto quando la situazione si fece disperata. Tutta la retorica del regime non riesce a mascherare il fatto che il fascismo non raggiunse mai il livello di compenetrazione tra Stato e partito come in Germania (dove il secondo finì per essere più forte del primo, vedi pp. 135-39 ).

Certo, in periferia spesso i prefetti non avevano mosso un dito contro gli squadristi quando distruggevano le sedi degli avversari o quando li malmenavano e li umiliavano e ci fu un periodo in cui lo squadrismo fu più forte dello Stato. Ma fu un periodo breve che durò al massimo fino al 1925 quando una serie di leggi riequilibrarono la situazione. Da quel momento in poi essere rappresentanti dello Stato non era la stessa cosa che essere rappresentante del fascio – anche se a Roma si cercò di risolvere il problema delle competenze trasformando “i fascisti più leali” in prefetti (p. 91); in più, la figura del podestà, essendo una carica non rinumerata, veniva ricoperta da esponenti delle élites economiche locali che non avevano bisogno di lavorare. Il dover fare i conti con questi coattori poteva mandare in escandescenze qualche federale, ma nella sostanza il coltello dalla parte del manico era nelle mani del prefetto (p. 83, 138). Farinacci aveva tentato, durante il breve periodo in cui fu a capo del partito, di “fascistizzare” lo Stato, ma il suo tentativo di far prevalere il partito fu bloccato da Mussolini stesso (pp. 68-76). Questo non significa che i federali non disponessero di poteri reali e ampi margini di manovra: semplicemente, il loro campo di azione era più limitato rispetto a quanto avrebbero voluto. (Laddove, invece, la collaborazione tra federale, podestà e prefetto funzionava, come a Torino per un breve periodo nei primi anni Trenta, il regime riscuoteva “un senso di gratitudine” da parte della popolazione, p. 205).

D’altra parte il Concordato fu un innegabile successo diplomatico e propagandistico di Mussolini, che si ritrovò elevato a “uomo della Provvidenza” anche se era però evidente che, mantenendo una certa autonomia e proprie organizzazioni, la Chiesa limitava lo spazio di intervento del regime e del partito.

Per quanto riguarda le élites locali, se in meridione si verificarono numerosi fenomeni di trasformismo (pp. 122-23), nella Valle Padana gli agrari seppero ricompensare coloro che si schierarono dalla loro parte non soltanto quando si trattò di malmenare socialisti e incendiare leghe contadine, ma anche dopo: A Ferrara Balbo, che oculatamente si schierò dalla parte degli agrari, diventò ricco in soli tre anni. Diversa, in parte, la situazione nel triangolo industriale: un uomo-chiave del regime come Beneduce poté permettersi il lusso di iscriversi al partito solo nel 1941 su esplicita richiesta di Mussolini; Agnelli lo fece nei primi anni Trenta.

Il dato che emerge da questi fenomeni è che mantenere in vita questi dualismi significava dover accentuare l’equilibrismo del regime e del partito, del centro verso la periferia. Il “beghismo” rimase a lungo un male endemico in gran parte delle federazioni e delle province del Paese (p. 107). Il potere locale faceva gola a molti e si era disposti a scagliarsi gli uni contro gli altri per accaparrarselo, tanto più che la suddivisione dei poteri tra i vari componenti – prefetto, federale, Milizia ecc. – rimase piuttosto incerta e fluida fino al 1927. Ma anche negli anni successivi, la struttura stessa del regime a cui abbiamo accennato sopra faceva sentire i suoi effetti: il “cambio della guardia”, la sostituzione di un segretario o un cambiamento ministeriale potevano giocare a favore o a sfavore dei singoli: coloro che erano stati espulsi potevano sperare – e brigare – per essere riammessi al Partito.

Nel frattempo il parastato – una stupefacente miriade di enti – e il partito, che ora inglobava altri organismi precedente autonomi, crescevano a dismisura. Erano entrambi fonte di stabilità e di consenso al regime in quanto offrivano lavoro, ma allo stesso tempo dilatavano la burocrazia rendendo opaca, monotona e poco allettante la vita politica.

Abbiamo usato finalmente la parola decisiva: “consenso”. Il sottotitolo del libro è infatti “opinione popolare sotto la dittatura”. Cosa pensavano gli italiani del regime? Come cambiò, se cambiò, il loro parere nel corso del ventennio.

Per scandagliare i sentimenti popolari di affezione o disaffezione al regime Corner si affida a alla consultazione di molti diari e, soprattutto, ad una copiosissima documentazione interna, vale a dire relazioni prefettizie, carte di polizia, resoconti di spie. Corner è studioso troppo esperto e preparato per temere i tranelli che questo genere di documentazione comporta ed ha la lodevole onestà intellettuale di mostrare al lettore il proprio metodo di studio.

La competenza acquisita in decenni di studi (e di frequentazione di archivi) gli consente di muoversi con agilità e sicurezza nel mare magnum di carte che ha studiato. La lente di ingrandimento usata per indagare la società italiana è il partito – del suo sviluppo, funzionamento (o mal funzionamento o non funzionamento). Corner ne studia le dinamiche interne e le sue relazioni interne e in relazione al centro. In questo modo può muoversi sia in orizzontale (per così dire a “raggiera” nelle relazioni e nei rapporti con altri enti in provincia), sia in verticale.

Il regime aveva affidato al partito, il compito di “organizzare, educare e irregimentare la popolazione predicando il verbo fascista per creare le necessarie fondamenta al consenso […] un “ruolo […] centrale nella costruzione dello stato totalitario” (pp. 87-88). Ebbene, la sensazione che se ne ricava – supportata da robuste prove documentarie – è che alle “tare ereditarie” ricevute dall’Italia liberale che abbiamo indicato, il partito fallì la realizzazione del compito che gli era stato affidato: la trasformazione dell’italiano nel nuovo uomo fascista non si concretizzò affatto.

Troppe e troppo stridenti le contraddizioni tra la propaganda e la realtà, tra quanto veniva richiesto (e cioè imposto) e quanto chi si trovava in posizioni di comando faceva mostra spudoratamente quotidianamente: assenteismo, inefficienze, corruzione, posti di comando ricoperti da persone del tutto inadatte (perfino da un “barbiere ubriacone”), favoritismi a donne di dubbia reputazione e compiacenti, lusso sfrenato e ingiustificato, prebende immeritate; per chi era disoccupato o sottopagato (gli anni Trenta furono durissimi in molte zone del paese) era dura constatare la carità pelosa di un pacco di pasta o un vaso di marmellata ricevute da nobildonne ingioiellate…

Dalla documentazione riportata e discussa con argomenti convincenti, emerge letteralmente di tutto; un quadro impressionante – e desolante – di una società che adotta stratagemmi anche sofisticati per mantenere minimi spazi di libertà, se non fisici, almeno di pensiero: iscriversi al partito e al sindacato per avere un lavoro o non essere licenziati, ma partecipare il meno possibile alle loro attività; andare alle manifestazioni “oceaniche” sì, dal momento che era obbligatorio e si poteva ricorrere in sanzioni anche gravi, ma restare in silenzio durante il discorso del capo – o perfino del duce, come fecero gli operai della Fiat –; donare “l’oro alla patria” con la fede nuziale, sì, ma falsa o “impoverita”.

Ciò non significa che il regime, soprattutto in alcuni momenti, non abbia goduto di forme di approvazione o di consenso: “il partito agì in ambiti come il “welfare, le politiche giovanili, il tempo libero, tutte novità importanti […] e con risultati rilevanti sotto ogni profilo” (p. 312 – sul “welfare” però, soprattutto in relazione alla politica vanno tenute presenti le osservazioni di Ipsen: Carl Ipsen, Demografia totalitaria); la creazione dell’impero generò un momentaneo e malinteso orgoglio nazionalistico (p. 221). Tuttavia, argomenta Corner a ragione, bisogna intendersi sul significato della parola “consenso” (si veda p. 208 dove discute la definizione avanzata da Renzo De Felice). In uno stato dittatoriale non essendo i cittadini liberi di esprimersi l’adeguarsi della popolazione alle regole imposte tende diventare conformismo, il che non è affatto sinonimo di consenso. Occorre dunque valutare con attenzione gli atteggiamenti. E nel vagliare le fonti che registrano gli atteggiamenti della popolazione Corner è maestro. Egli è riuscito a creare un quadro estremamente sfaccettato che dimostra il progressivo scollamento via via crescente di strati sempre più larghi della popolazione dal regime che entra in crisi profonda già prima, molto prima della seconda guerra mondiale. Da questo punto di vista non può non balzare all’occhio la stridente contraddizione tra un partito elefantiaco in grado di visionare l’intera società italiana e di penetrare a fondo nella vita privata della popolazione e il distacco sempre più massiccio della gente dal regime. Il fallimento del partito nel compito di creare una nazione di veri fascisti era già evidente nel ’ 39 e in questo sta il fallimento storico del fascismo.

Corner ha scritto un libro veramente eccellente, che unisce al rigore metodologico una prosa scorrevole e di grande chiarezza (grazie anche all’accurata traduzione di Fabio Degli Eposti). Ve lo raccomando.