Recensione. Marina Garbellotti: Per carità

Nell’ultimo venticinquennio del secolo scorso era opinione condivisa che, almeno per quanto riguardava l’Europa occidentale, il secolare problema della povertà (almeno nelle sue frange più estreme) fosse stato definitivamente sconfitto. I primi vent’anni del XXI secolo stanno dimostrando che le cose non stanno così: il divario tra ricchi e poveri si sta ampliando enormemente e il numero di coloro che non ce la fanno sta aumentando.

Il dato sorprendente è che gran parte delle idee suggerite per contrastare il problema in realtà sono versioni aggiornate di proposte vecchie di secoli. Fare il punto sui “poveri e politiche assistenziali” – come recita il sottotitolo di “Carità”, scritto da Marina Garbellotti – è non solo doveroso, ma utile per comprendere i vari temi che compongono l’intera questione della povertà.

Sul tema del libro esiste una bibliografia sterminata e se si può sostenere che la povertà è sempre esistita, fa bene l’A. a scegliere come punto di partenza della sua analisi la rottura decisiva che si verifica tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento che muta l’approccio e la percezione del problema della povertà (il titolo completo del libro è Marina Garbellotti, Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna). Si inizia a parlare in quel periodo di poveri meritevoli di essere assistiti e di poveri che non meritano assistenza. Tra i poveri vi sono persone sane, in forze, in salute, che potrebbero lavorare e invece scelgono di non farlo. La letteratura esaminata dall’A. ci restituisce immagini di marginali che si fingono vittime di tutta una serie di malattie e infermità invalidanti per poter questuare indisturbati, evitare essere soggetti a tassazioni, al reclutamento negli eserciti e ad altri obblighi sociali e che pertanto, pur vivendo in povertà, conducono una vita spensierata sulle spalle della collettività la quale, concedendo loro questue e altre forme di sostegno, di fatto li mantiene. Il dato di fondo, che diventa disturbante, destabilizzante, è che questa gente rifiuta il lavoro, il rifiuto del lavoro spalanca le porte all’ozio e l’ozio – come da allora si ritiene – è il padre dei vizi. Dunque, rifiutarsi di lavorare è accaparrarsi da vivere in altri modi (col gioco o prostituendosi, per esempio) è una scelta da condannare, in qualche modo criminosa. (Sulla prostituzione si veda Marzio Barbagli, Comprare piacere).

Adriaen Brouwer, Poveri bevono alla locanda, c. 1625 – c. 1630, Rijskmuseum

Non a caso la trattatistica sul problema del pauperismo si infittisce “a cavaliere tra XV e XVI secolo” in decenni di crisi durante i quali il fenomeno del pauperismo divenne una “piaga sociale” (p. 20): crescita demografica non compensata da un aumento di terra coltivabile, epidemie, guerre e carestie innescarono cambiamenti profondi: dalle campagne, torme di contadini cercarono una qualche forma di occupazione o assistenza e sostegno nelle città, ma queste non erano in grado di fronteggiare emergenze più o meno prolungate che investivano un numero elevato di persone. La reazione delle città a queste pressioni fu l’elaborazione di forme assistenziali il cui scopo era quello di rimuovere la mendicità: “l’accettazione o l’avversione al lavoro divenne il principale segno di riconoscimento dei veri poveri” (p. 23). Chi lavorava accettava le regole economiche, etiche e sociali della società, coloro che si rifiutavano di lavorare pur essendone in grado rifiutava anche quelle regole e pertanto non solo non era degno di essere assistito, ma meritevole di essere espulso dalle comunità.

“Bocche inutili”

Soprattutto nel corso o dopo una calamità – ad esempio una epidemia, una carestia o un terremoto – le maestranze delle città ritenevano conveniente espellere mendicanti, vagabondi, “birboni” che provenivano da fuori per tutelare invece i poveri meritevoli che contribuivano in qualche modo allo sviluppo della città: il “prima” i propri cittadini non è uno slogan di oggi (p. 45). Tuttavia gli stati e le città dell’età moderna avevano notevoli difficoltà nel controllo capillare del territorio: birri, osti e altro personale, disponevano di informazioni sufficienti per avere il polso della situazione, ma le continue intimazioni (corredate da pene di varia entità e gravità) ai forestieri di abbandonare le città nell’arco di pochi giorni comprovano quanto fosse difficile censire compiutamente il via e vai di persone che entravano e uscivano dalle città. Nonostante i rischi – che c0munque c’erano – non era difficile restare in città o tornarvi. D’altra parte la mobilità era considerata dannosa se non pericolosa.

Dunque, l’idea che le autorità cercano di instillare era una stanzialità laboriosa. Gli indigenti sani in grado di lavorare ma che non lo facevano erano considerati i più pericolosi: questuando sottraevano l’elemosina ai “veri poverelli”, perciò questa gente doveva venire costretta a lavorare. Restauri a ponti e palazzi, sistemazioni di canali, manutenzione delle strade ecc. erano tutti lavori che i poveri avrebbero potuto e potevano svolgere. Forza fisica e resistenza alla fatica erano le qualità indispensabili, non occorrevano molte abilità per venire impiegati come braccianti. Questo fenomeno ha due aspetti sui quali conviene soffermarsi. La costruzione di edifici poteva durare anni se non decenni. La convinzione secondo che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (questa citazione è ripresa da Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca), per certi aspetti ancora in auge, in realtà è fallace. Se è vero che in questo modo una moltitudine di maestranze trovava impiego nei cantieri, si deve considerare il fatto che questo genere di lavori non generavano né altro lavoro, né ricchezza fruttifera. In altre parole non modificano gli assetti delle proprietà, mantenevano inalterati i rapporti di potere e non producevano travasi di ricchezza dalle classi dominanti a quelle popolari.

Che vi fosse un’attenzione particolare nel conservare le gerarchie sociali è comprovato dalla reclusione di questi soggetti in ospedali o alberghi per i poveri, brefotrofi, orfanotrofi e istituti per alcuni aspetti non molto dissimili dalle Workhouses inglesi (pp. 105-107). Il lavoro coatto diventava così una forma di controllo su masse potenzialmente pericolose e in più aggiungeva un messaggio morale all’intera popolazione: chi lavora ottiene cibo, assistenza, sussidi, medicinali ecc., chi lavora incontra e usufruisce della carità.

Ha ragione però Garbellotti nel ritenere che per il caso italiano non si possa parlare di grande internamento sulla scia degli studi di Foucault (pp. 109-110). Se è indubbio che questi istituti ospitavano soggetti di ogni genere – vecchi, invalidi, inabili, malati, scemi, pazzi, uomini, donne, ragazzini o bambini – essi costituivano una sorta di monito per coloro che si rifiutavano di lavorare o punti di riferimento temporanei per coloro che non riuscivano a gestire situazioni famigliari particolarmente difficili.

Tamburini Giovanni Maria (Bologna 1575-1660 ca.), Scena di mendicanti che chiedono la questua, Fondazione Cassa di Risparmio Bologna

Tuttavia tra i cittadini e i forestieri esisteva tutta una serie di persone che costituivano altre tipologie. Nelle città risiedevano stranieri presenti da molto tempo. Potevano avere o essere in affitto in una casa o in una bottega: non erano cittadini a pieno titolo, ma nemmeno stranieri. Questa gente era meritevole di sostegno? Contribuire al bene della comunità lavorando e versando le imposte divenne un requisito fondamentale per usufruire degli aiuti (pp. 52-53).

Quanti sono i poveri?

Dividere i meritevoli dagli immeritevoli significava censirli. Cosa tutt’altro che semplice. C’erano forme di povertà temporanee (infortuni, malattie, calamità) e coloro che non erano in grado di risollevarsi (vecchi, invalidi, cronici, vedove anziane ecc.). Tuttavia le città tentarono di farlo munendo i mendicanti autorizzati a chiedere l’elemosina di un distintivo che consentisse di riconoscerli. Era un modo per stabilire “quanti meritavano di restare nella comunità e quanti, al contrario non erano degni di occuparvi alcuna posizione” e di essere scacciati (pp. 55-57). Ma stabilire con certezza chi fossero i veri poveri era tutt’altro che semplice: “povero, miserabile, miserabilissimo, indigente” e altre connotazioni venivano usate indifferentemente e il loro significato cambia da luogo a luogo da epoca a epoca, senza dire che restano comunque categorie piuttosto incerte. Il fatto è che il concetto stesso di povertà “è relativo e non assoluto quindi i parametri per definirla variano in ogni società”; d’altra parte, in epoca moderna la netta maggioranza della popolazione può essere considerata povera (pp. 66). Indicativamente dal 4 all’8% della popolazione aveva bisogno di aiuti in modo continuativo; un 20% erano poveri congiunturali, momentanei, per la durata di una qualche crisi ma che, una volta superata, sarebbero stati in grado di provvedere a sé stessi; l’ultimo gruppo – il più ampio, dal 50 al 70% – era costituito da lavoratori che in tempi normali era in grado di sostenersi anche se in precario equilibrio tra povertà e indigenza e che viveva sul limite della soglia di povertà.

Tirare avanti

Tolte le spese per il vitto a questa gente non restava molto: portava quel poco che possedeva al banco dei pegni o al Monte di Pietà per piccoli prestiti che consentisse loro di tirare avanti qualche giorno. Del resto la loro alimentazione, basata soprattutto sul pane, su vino annacquato, su ortaggi e poco altro (sull’alimentazione si veda Massimo Montanari, La fame e l’abbondanza) benché povera, portava via molte risorse: il pane costava molto: circa la metà della paga di un salariato (p. 75). Se si tiene a mente la precarietà di molti mestieri – i lunghi mesi invernali nella campagne, ad esempio, ma anche nell’edilizia – allora non è difficile comprendere perché spesso intere fasce della popolazione adottasse stratagemmi di sopravvivenza non privi di rischi per la salute (su questo si veda: Madeleine Ferrières Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo). In breve: “la maggior parte degli individui, dunque, viveva ai limiti della soglia di sussistenza e la loro condizione economica era tutt’altro che stabile. Essi oscillavano dalla sottoccupazione alla disoccupazione e un semplice accidente, un imprevisto, la perdita temporanea del lavoro, poteva ridurli in breve tempo in miseria”. Persone apparentemente non indigenti e lavoratrici in realtà erano povere e non disponevano né di risorse né di risparmi sufficienti che consentissero loro di superare inconvenienti anche temporanei (p. 77).

“Tre mendicanti” – Giacomo Ceruti detto ‘il Pitocchetto’ – 1737, olio su tela, “Museo Thyssen-Bornemisza”, Madrid

L’A. aggiunge giustamente che alla mentalità dell’età moderna era estraneo il concetto di previdenza sociale: la popolazione restava “scoperta”, priva di tutele e ciò diventava un problema gravoso soprattutto per anziani e invalidi; ma ritiene anche che “l’accantonamento del denaro non era una pratica diffusa” (p. 77), un’affermazione forse troppo perentoria: se si tiene conto del susseguirsi di epidemie e carestie e dei loro strascichi talvolta lunghi (sulla peste, vedi William Naphy e Andrew Spicer La peste in Europa e Klaus Bergdolt La grande pandemia della precarietà e periodicità di gran parte del mondo del lavoro, del lievitare dei prezzi ma non dei salari nei periodi di crisi e, in molti casi, di salari troppo bassi, allora la tendenza a non risparmiare non corrisponderebbe ad una mentalità diffusa, ma ad una drammatica necessità. Del resto, ciò è dimostrato indirettamente dalla stessa A. nel riportare un dato significativo. Comparando realtà diversissime quali Parigi e Prato, Garbellotti rileva che “l’andamento della curva dei prezzi del grano coincide con quello degli abbandoni dei bambini” (p. 98).

Fronteggiare la povertà: brefotrofi, Opere Pie, Ospedali
Andrea Biffi, Ospedale Maggiore di Milano, 1704, Rijksmuseum

Nei decenni di crisi a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, di fronte all’aumento consistente del pauperismo la rete assistenziale medievale cominciò a dimostrarsi insufficiente, si imponeva una riorganizzazione complessiva dettata dal fatto che gli enti assistenziali erano gli unici ad occuparsi dei poveri e questi stavano aumentando.

In linea generale due furono le soluzioni intraprese: la concentrazione dei molti piccoli enti esistenti in un unico ospedale maggiore oppure la riorganizzazione della rete assistenziale con soppressione di alcuni enti, accorpamenti tra alcuni di essi, modifica agli statuti e agli indirizzi d’uso di altri. Sulla carta entrambe le soluzione apparivano vantaggiose, “di fatto” esse non sortirono “gli effetti desiderati”. Sebbene si aprisse una sorta di “specializzazione” dei vari enti – brefotrofi, conservatori femminili, orfanotrofi, ospedali ecc. – da un lato “la tradizionale ospitalità medievale, caratterizzata dalla commistione della pratica caritativa e di quella terapeutica restò un tratto dominante degli ospedali” (p. 83); dall’altro il problema della mendicità rimase “una spina nel fianco” delle autorità (p. 114).

Carità e potere

Le amministrazioni laiche e le élites alla guida delle città cercarono di mettere le mani in qualche modo sugli enti ospedalieri e caritativi. Raramente lo fecero scontrandosi col potere religioso che storicamente li amministrava e li dirigeva; molto più spesso cercò e ottenne la collaborazione degli ecclesiastici. Sebbene gli ospedali soprattutto ma anche altri enti avessero costi di gestione notevoli e le cariche alla loro direzione non fosse retribuita, non di meno entrare a far parte degli amministratori faceva gola a molti. In primo luogo perché “il patrimonio del povero”, come si diceva all’epoca, era cospicuo: nel corso del tempo donazioni, lasciti testamentari, legati ecc. accrebbero considerevolmente la ricchezza di questi enti che disponevano di beni mobili, immobili e di terre. Entrare nel novero degli amministratori significava assicurarsi una posizione vantaggiosa dal punto di vista economico: gli archivi sono pieni di “scandali”, favoritismi e malversazioni. In secondo luogo, raggiungere quella posizione voleva dire infittire la propria trama di relazioni politiche, economiche e sociali: giustamente l’A. pone in evidenza il fatto che spessissimo i nomi di coloro che amministravano gli enti delle beneficenza erano gli stessi che ricoprivano altri incarichi rilevanti: non di rado gli ospedali furono al centro di oligarchie ristrette e potenti. Infine, cariche amministrative di questo genere garantivano una posizione sociale di primo piano e la possibilità di esercitare forme di potere molto concrete anche se in forme indefinite e avvolte da discrezione: tra chi elargisce la beneficenza e chi la riceve si crea un legame asimmetrico, una sudditanza che “paga” in termini di dipendenza e rispetto, obbedienza e fedeltà. Ospedali ed enti assistenziali garantivano e irrobustivano la stabilità sociale e lo status quo delle gerarchie del potere economico e sociale.

La morale della carità

Per quest’insieme di ragione concretissime i compiti di questi enti non si esauriva nell’assistenza ospedaliera o medica in generale ma investiva la sfera morale e l’educazione. Un’attenzione particolare fu rivolta ai bambini, con differenze significative tra maschi e femmine.

Maestro della tela Jean, Piccolo mendicante con focaccia ripiena, Wikipedia

Gli esposti, che fossero maschi o femmine – o meglio, quelli che riuscivano a sopravvivere perché il tasso di mortalità nei brefotrofi e negli orfanotrofi era spaventoso (p. 101) – lavoravano fin da piccoli, ma mentre nel caso dei maschi la tutela dell’Istituto terminava col raggiungimento del quattordicesimo anno di età, nel caso delle femmine se non si sposavano o non entravano in convento o non andavano a servizio, proseguiva sine die. Mentre l’onore delle pulzelle doveva essere tutelato, nei confronti dei maschi molti internamenti in istituti erano dovuti a motivazioni di ordine pubblico.

Per le ragazze tutelare l’onore e procurarsi una dote era assolutamente fondamentale non essere rifiutate dalla società o per non finire ai margini (su questo si veda anche Nicholas Terpstra, Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento): l’infinito numero delle Opere Pie dotali e dei conservatori ne é la prova più eloquente (pp. 122-124). La povertà però non era il requisito fondamentale, più importante erano la salute, l’onestà e la modestia delle giovani che chiedevano o concorrevano per la dote. Considerata più fragile e indifesa dell’uomo, la donna doveva essere protetta dai maschi della famiglia (una convinzione dura a morire, vedi Silvano Montaldo Donne delinquenti.. Dopo aver imparato un mestiere in un istituto le ragazze che diventavano mogli costituivano anche un investimento sia per la nuova famiglia sia per l’istituto stesso: “non a caso i conservatori sono stati definiti fabbriche di spose e di serve” (p. 133).

Vermeer, Johannes Pays Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, La merlettaia, MI 1448 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010064918 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Per Carità. Poveri e politiche assistenziali nell’età moderna dimostra che il problema non era la povertà in sé, erano i poveri: questi dovevano essere arginati, confinati, “sbanditi”, posti sotto controllo e accettare le regole che garantivano la stabilità e la convivenza sociale. È questo che dovremmo tenere a mente osservando il dibattito odierno sulla povertà.

Consiglio vivamente di leggere Per Carità di Marina Garbellotti per tre motivi. Innanzitutto è una ottima sintesi: il libro offre un quadro d’insieme ben articolato; in secondo luogo l’A. ha una prosa chiarissima, il libro si legge con facilità e con gusto e i concetti vengono esposti con grande limpidezza. Infine il libro è corredato da un robusto apparato di note a mergine e da una ottima bibliografia per chi voglia approfondire l’argomento.

Buona lettura.

Recensione. Nicholas Terpstra: Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento

Saggio storico, giallo o romanzo storico? Leggendo Ragazze perdute. Sesso e morte nella Firenze del Rinascimento di Nicholas Terpstra, questa domanda si affaccia alla mente del lettore. Terpstra è docente di Storia all’Università di Toronto, quindi l’interrogativo non dovrebbe porsi, ma Ragazze perdute è un libro congegnato in modo molto particolare.

La ricerca prende spunto da un avvenimento piuttosto insolito: nella Casa della Pietà, una delle tante Opere Pie esistenti al tempo, fondata nel 1554 per proteggere le giovani dai pericoli della strada e, in primis, dalla possibilità che cadessero nella rete della prostituzione, nei primi 14 anni di vita dell’Istituto su 656 ragazze (e ragazzine, spesso poco più che bambine) soltanto 202 ne uscirono vive. Come mai una mortalità così alta?

La storia, si sa, è piena di misteri e per cercare di risolvere questa strana moria di donzelle l’A. spreme la non molta documentazione disponibile. Terpstra avanza il sospetto che, almeno per quel che riguarda quella più compromettente, sia stata fatta sparire. Perciò le sue fonti sono essenzialmente testamentarie e contabili. Che si siano verificati “tentativi di insabbiamento” (p. 231) o una probabile dispersione, allo storico poco deve importare: la storia si fa sui documenti, quando ci sono; quando mancano ci si può affidare ad altre fonti.

Infatti, per risolvere l’enigma l’A. segue molte piste. Il mistero sembra trovare soluzione grazie al ritrovamento di un Ricettario che si rivela essere una vera e propria miniera di conoscenze mediche del tempo. Il fatto che “nove delle cinquantaquattro sostanze presenti nel Ricettario” (p. 110) fossero erbe utilizzate nelle pratiche abortive induce l’A. a ritenere che, lontano dall’essere un istituto di beneficenza, la Casa della Pietà fosse in realtà un bordello clandestino e che la causa delle morti repentine delle giovani sia da attribuirsi, appunto, alla pericolosa pratica dell’aborto. L’ipotesi è curiosa ma improbabile: saremmo di fronte a uno o più inseminatore/i scatenato/i che mette/ono incinta centinaia di ragazze contemporaneamente, che poi tutte abortiscano per poi morire nel giro di poche settimane. È vero che non poche ragazze della Casa della Pietà uscivano dall’Istituto per trovare lavoro come domestiche e che gli “incidenti” di natura sessuale tra padroni o famigliari e donne prese a servizio erano frequenti, o che non poche domestiche “arrotondavano” i magri guadagni prostituendosi (sulla prostituzione in generale vedi Marzio Barbagli Comprare piacere), ma dal momento che l’A. ritratta quasi immediatamente l’ipotesi del bordello illegale, deve essersi convinto di aver esagerato nelle supposizioni (pp. 127-43).

Le argomentazioni sull’aborto conducono l’A. a inoltrarsi nel contesto del Radicalismo religioso del Rinascimento e a tracciare un discutibile rapporto tra gli strali di Savonarola contro l’aborto e il coinvolgimento delle ragazze della Casa della Pietà “nella distribuzione di rimedi abortivi”, affermazione non suffragata da prove convincenti.

L’A. non abbandona la pista della sessualità. Come ulteriore possibilità per capire lo strano fenomeno, sospetta che a uccidere le ragazze fosse la sifilide. La deduzione deriva ancora una volta dal Ricettario nel quale sei prescrizioni trattano di “apostemi, ulcere, scabbia e scrofole”, sintomi che la medicina dell’epoca associava appunto al terribile “male”. Ma anche per quanto riguarda questa ipotesi Terpstra deve riconoscere che “non rimane alcun manoscritto del tempo che si riferisca a questa malattia […] mettendola in relazione con le ragazze della Pietà” (p. 187).

Il libro si chiude con la storia di indubbio interesse e, in questo caso, ben documentata, di una donzella vittima della ragion di Stato: Giulia – la ragazza in questione – viene scelta per testare la virilità del Duca di Mantova che deve prendere in moglie la figlia del Granduca. Il fatto che venga effettuata questa “prova”, significa che sulla virilità del nobile mantovano si nutrivano parecchi dubbi. In ogni caso il Duca assolve alla sua missione: ingravida la donzella che viene liquidata con una dote cospicua (3000 scudi) che le garantiscono un matrimonio soddisfacente.

Tuttavia, il curioso caso dal quale l’A. è partito – la moria di tante ragazze della Casa della Pietà in brevissimo tempo – resta irrisolto. L’A. non trova prove convincenti e decisive: “alla fine dobbiamo ammettere di non sapere veramente quello che fu” (p. 231).

Un libro consigliato?

Terminata la lettura sorgono due interrogativi. Il primo è che l’A. si sia imbattuto in un avvenimento intrigante ma troppo poco documentato e che abbia rimpolpato e stiracchiato il testo. Gli storici non sono detective, indubbiamente, e tra i loro compiti vi è anche quello di sollevare problemi. Ma questa operazione si sarebbe potuta fare con un libro più breve.

Il secondo, riguarda gli argomenti inseriti nelle trattazione per dare corposità al libro: aborto, malattie, medicina, sessualità, radicalismo religioso, sono temi complessi, sfaccettati e studiati da tempo. Perché non supporre invece la possibilità che a provocare la morte pressoché improvvisa di tante ragazze non sia stata una epidemia di tifo o di quella che più tardi i medici avrebbero chiamato “febbre nosocomiale”? Dopo tutto è lo stesso Autore a rilevare il susseguirsi di annate critiche, contrassegnate da carestie e alle carestie spesso seguivano epidemie di vario genere.

Insomma, per quanto riguarda la procedura metodologica adottata da Terpstra, la risposta non può essere positiva. Una ricerca storica non può basarsi solamente su indizi e supposizioni. Mi sembra alquanto discutibile sostenere che “buona parte della sfida e dell’entusiasmo della ricerca storica sta […] nello spingersi oltre i limiti” (p. 25). Questa è una licenza concessa ai romanzieri, non agli storici.

Se invece escludiamo le fumose elucubrazioni che dovrebbero spiegare il caso, il libro di Terpstra è un libro che mi sento di consigliare per almeno due ragioni.

Dalla ricerca emerge l’altra faccia del Rinascimento: le ragazze che finiscono nella Casa della Pietà, gli artigiani che le prendono in casa o a bottega, i quartieri popolari hanno poco da spartire con i fasti del Rinascimento, con lo scintillio delle arti, con la colta e frivola vita di corte, con le cortigiane e lo sfarzo dei palazzi. Terpstra ci mostra una realtà quotidiana dura, rapporti sociali ruvidi e senza sentimentalismi, in alcuni casi codificata anche dalle leggi: le multe comminate allo stupro di una donna variavano a seconda della posizione sociale della vittima: altissime nel caso di nobildonne, leggere nel caso di popolane, non previste nel caso delle prostitute. Siamo di fronte ad una popolazione che deve vivere sprovvista di una qualunque forma di protezione sociale e questo comporta la presenza di leggi non scritte e scaltrezze che l’A. indaga a fondo e spesso con acume. Anche nella stessa Casa della Pietà si lavora, e si lavora sodo. Anzi, l’A. parla a ragione di “Carità come strategia industriale” (pp. 90 ss.gg) e non è del tutto improbabile che un certo numero di decessi fosse proprio da imputare allo sfruttamento in ambito lavorativo.

La fatica del vivere che indurisce l’anima e che porta molte ragazze, come argomenta con efficacia la cortigiana Veronica Franco, a cadere nel mondo avvilente della prostituzione per necessità mentre potrebbero vivere onestamente se fossero messe in condizioni di farlo o se vi fosse un luogo che fungesse da riparo (quello che sarà, appunto, la Casa della Pietà, p. 44.).

Non sono solo questi gli aspetti interessanti raccontati da Terpstra: i meccanismi che sono alla base delle strategie matrimoniali con un continuo comporsi e disfarsi di nuclei famigliari o dell’espandersi o deperire di ospedali, Opere Pie o Istituti di Carità; la descrizione dei vari mercati delle merci come, su tutt’altro versante della medicina del tempo.

Tutto questo – ed è il secondo motivo per cui consiglio la lettura di Ragazze perdute – è raccontato con una penna arguta, vivace, capace di restituire una Firenze popolare e popolana forse in penombra, ma vivida, affaccendata, formicolante, esuberante e, almeno per quanto riguarda la sessualità, non di rado eccessiva. Merito anche della traduttrice, davvero brava nel restituire al lettore la verve narrativa dell’A. e il clima di un’epoca e della città. Inoltre Terpstra mette a disposizione del lettore una buona bibliografia e un ricco apparato di note.

Buona lettura.

Recensione. Renzo Villa: Geel, la città dei matti

Un grande libro che racconta il caso unico in Europa di una cittadina i cui abitanti convivono con i “matti”.

“Ma che strano posto è mai questo?” Sono molti i visitatori che si pongono questa domanda quando visitano Geel, un piccolo paese in cui i “matti” vivono con gli abitanti, lavorano nei campi e (quasi tutti) vanno in chiesa, sono liberi di girare liberamente, i bambini giocano tranquillamente per strada incuranti di loro, vanno all’osteria a farsi una birra e una fumata e nessuno ne ha timore. E i visitatori sono davvero tanti: dai primi anni Sessanta dell’Ottocento ai primi anni del Novecento Geel è visitata da 403 europei, 54 nordamericani, 31 sudamericani e 18 asiatici (pp. 224-25).

Ad accrescere l’originalità vissuta a Geel concorre il fatto che il piccolo paese è situato in una zona piuttosto isolata, la Campine, nel cuore delle Fiandre, ritenuto da alcuni come un “luogo esotico […] un mondo lontano” nel quale forse, così suppone un osservatore, proprio a causa del relativo isolamento, il trascorrere del tempo ha finito per dar vita a una “varietà” antropologica negli abitanti, riscontrabile nella corporatura bassa e tozza, nelle cosce grosse, nel naso schiacciato e nella fronte sfuggente (p. 107).

I “folli” arrivano a Geel da tutto il Belgio, dall’Olanda, più avanti, a metà Ottocento, anche da Francia, Gran Bretagna e Svezia e vengono accolti dalle famiglie dietro compenso. L’aspetto economico è importante: gran parte della sua economia si basa proprio sull’accoglienza di folli: 60.000 livres a inizio Ottocento, 180.000 franchi a metà secolo (pp. 102-103). In un contesto povero e arretrato non sono cifre trascurabili, ma gli introiti non sono sufficienti a spiegare una storia secolare.

Geel è un’anomalia, un caso unico in Europa. Lo è nella storia della follia, anche (e forse soprattutto) dopo la nascita della psichiatria come branca della medicina e della nascita dei manicomi moderni. Lo è anche, in senso lato, storicamente: la consuetudine di ospitare i folli si perpetua nel tempo e resiste nonostante i numerosi, e talvolta profondi, rivolgimenti politici e militari che coinvolgono e stravolgono il piccolo villaggio.

L’originalità e l’importanza del libro di Renzo Villa risiede nello spiegare storicamente questo fatto: come mai la pratica che contraddistingue Geel nasce, si concretizza e perdura proprio qui?

Alle origini: una leggenda

Spiegare questo fenomeno è tutt’altro che semplice. Fare miscrostoria ha senso soltanto nella misura in cui questa aiuta a comprendere la “grande storia”. Perciò scrivere una microstoria è operazione quanto mai complessa e difficile. Delle molte difficoltà l’A. è perfettamente consapevole ma ha tutte le carte in regola per superarle.

Andare a ritroso nei secoli per individuare i fattori che sono all’origine delle vicende di Geel per poi risalire spiegando e mostrando il divenire storico, i molteplici percorsi che da quelle origini si dipanano, richiede una serie di competenze non comuni: la padronanza di numerose lingue; la consultazione di una quantità di fonti ampia e qualitativamente diverse, la capacità di interpretarle e di fonderle in una narrazione chiara e accattivante per offrire al lettore la possibilità di orientarsi senza sforzo.

Villa riesce egregiamente ad assolvere a questo compito. La peculiarità di Geel ha origine in una leggenda: la principessa Dimpna si sottrae con la fuga e poi col martirio al desiderio incestuoso del re d’Irlanda, suo padre snaturato. Le reliquie dell’eroina finiscono a Geel che diventa luogo di processione e consolida il culto dell’eroina. Di questa storia fioriscono versioni e composizioni differenti che l’A. rintraccia e ricompone con acribia, anche grazie alle sue competenze in ambito letterario e artistico.

Geel: una spina nel fianco della psichiatria

Al di là del mito fondativo, si resta colpiti dalle sottili distinzioni delle varie forme di follia individuate dai dotti già in età moderna che contrastano col robusto senso pratico dei contadini che ospitano e convivono con i folli e il fatto che sia proprio questa distanza dal sapere “scientifico” e ufficiale a divenire, col tempo, una spina nel fianco per gli alienisti.

L’Ottocento è stato definito giustamente “il secolo d’oro dell’alienismo”. La fondazione dei manicomi moderni e la conseguente nascita e formazione della psichiatria sono un prodotto della “duplice rivoluzione” industriale e politica (rivoluzione francese) che porta al potere la borghesia. Da questo punto di vista, Geel diventa un caso imbarazzante per la psichiatria. Com’è possibile che una minuscola comunità di contadini zotici e ignoranti ottengano risultati molto migliori nella cura dei folli rispetto agli scienziati? “Noi non possiamo credere che tutto ciò che costituisce il substrato della nostra scienza moderna sia assolutamente falso”, afferma significativamente uno di loro (p. 163).

Mentre in tutta Europa i manicomi diventano sempre più sovraffollati; i malati quando non peggiorano, cronicizzano e la psichiatria non riesce quasi mai a guarire, a Geel non solo i folli innocui, ma anche i maniaci furiosi e le forme più gravi di malinconia migliorano e spesso guariscono. A stupire gli osservatori è soprattutto il ruolo centrale delle donne della comunità di Geel, capaci di fondere gentilezza e autorevolezza nella convivenza coi folli e di guadagnarne affetto e rispetto (si veda la nota a p. 122, ma gli esempi sono molti).

Ma è tutto l’insieme delle relazioni sociali, affettive, lavorative che si instaura in ambito famigliare e collettivo a determinare quel salto qualitativo che manca completamente alla psichiatria asilare (p. 176). Il “sequestro” del folle in manicomio è fallimentare. Pinel e Esquirol avevano intuito la necessità di una “cura morale” basata sul confronto tra medico e paziente, ma questa è saltata in breve tempo a causa del sovraffollamento delle strutture, per la mancanza di personale medico e infermieristico sia in termini numerici che qualitativi. In manicomio il folle non solo non guarisce quasi mai, ma peggiora la propria condizione. Un esempio illuminante è quello del risposo: in manicomio le notti sono insopportabili: le ansie, le paure, le ossessioni dei ricoverati aumentano, nelle camerate si fondono con quelli degli altri ricoverati; il sonno spesso svanisce e al mattino il paziente è già stanco, sfibrato, privo di energie per affrontare una giornata che invece viene imposta nelle scansioni temporali e nelle mansioni decise dai medici.

A Geel accade l’opposto: i matti dispongono spesso di una camera propria, con un letto vero, possono riposare quanto vogliono, nessuno li obbliga ad alzarsi. In breve, viene data loro una dimensione privata, intima, della quale possono disporre e che imparano a gestire.

Il fallimento del manicomio è insito nella sua qualificazione di luogo di “cura e di custodia” allo stesso tempo. Quando il curare risulta inutile, allora l’aspetto custodialistico prevale e si impone. Gli alienisti non hanno cure efficaci e perciò i manicomi diventano molto presto dei giganteschi cronicari, degli enormi contenitori di tutti coloro che non reggono i ritmi o restano travolti di una società che per alcuni aspetti è in profonda e rapida trasformazione.

Nella cittadina belga oltre a una libertà limitata ma comunque infinitamente più ampia rispetto a quella dei manicomi il folle preserva la sua identità personale, presta e talvolta affina le sue capacità lavorative, sviluppa una sfera affettiva con i famigliari, i vicini, all’osteria. I limiti che conosce sono quelli imposti dalla sua malattia, che può spesso superare o con la quale può convivere senza traumi eccessivi (pp. 121, 148-49, 176). Di più: gli alienati si affezionano agli animali da cortile o che allevano, diventano compagni di giochi e custodi dei bambini di casa ai quali i genitori li affidano senza preoccupazioni (p. 137). Sono molti gli esempi riportati dall’A. e diluiti lungo la narrazione.

Ciò non significa che non si verifichino problemi. I molti regolamenti adottati e almeno un caso di cronaca nera lo testimoniano. Ma se confrontati con la situazione riscontrabile nei manicomi, la situazione a Geel è molto più rosea: pochi i tentativi di fuga, rarissimi quelli di violenza da parte degli alienati, quasi inesistenti i suicidi. Inoltre, come rileva giustamente l’autore, “accettare di collocare un parente malato” a Geel “non è scelta facile […] significa riconoscerne l’irrecuperabile follia”; significa compiere “una scelta poco meno disdicevole o vergognosa dell’invio in manicomio” (p. 128). (Tuttavia, stando almeno a quanto ho potuto constatare nel caso di Imola, le preoccupazioni derivanti dalla tara della follia, da “una sorta di colpa” che ricadeva sulla famiglia nell’avere un parente folle – come nota giustamente l’A. -, era una preoccupazione sentita molto più dalle famiglie borghesi rispetto ai ceti popolari).

Ma a dispetto dei limiti, alcuni dei quali risolti avanti nel tempo come la creazione di un’infermeria, Geel “funziona”. Ed è proprio questo il problema per alienisti. Certo, non mancano reazioni ammirate e perfino entusiastiche, ma in generale la corporazione psichiatrica in Europa e non solo, si sente minacciata, lesa nella propria professionalità, da quella piccola comunità sperduta. Le lunghe discussioni tra gli psichiatri sul “caso di Geel” mostrano una diffidenza risentita.

Gli alienisti italiani di fronte a Geel

Da questo punto di vista l’esempio della psichiatria italiana è eloquente. In ambito psichiatrico l’Italia non possiede una tradizione robusta come quella francese o inglese: la prima rivista di psichiatria disponibile su tutto il territorio nazionale vede la luce nel 1864, oltre vent’anni dopo quella francese; la Francia ha già una legislazione sui manicomi nel 1838, in Italia arriverà nel 1904.

La psichiatria italiana sta dunque muovendo i primi passi dopo l’unificazione del Paese e potrebbe trarre molte ispirazioni da Gheel, tanto più che l’Italia è ancora un paese profondamente agricolo e molti manicomi vengono costruiti dopo l’unificazione. Tuttavia le reazioni positive all’esperienza della cittadina belga sono poche. Agli ammirati resoconti di un giovane Serafino Biffi fanno riscontro le diffidenze di un Verga e uno snobismo perfino vantato di un Castiglioni.

I successi ottenuti dagli abitanti di Geel sono innegabili; ma una serie di giustificazioni viene apportata per impedirne l’emulazione: l’urbanizzazione che è ovunque in aumento rende impossibile impiantare dal nulla una costellazione di villaggi come a Geel nelle vicinanze di grandi città (senza contare che i medici migliori non accetterebbero mai di trasferirsi in zone eccessivamente sperdute); l’ostilità e l’avversione ai folli della popolazione, anche di quella di campagna è invincibile; Geel si basa su una tradizione che non è possibile inventare di sana pianta. Non mancano tentativi di mediazione: avvicinare il modello di Geel al manicomio chiuso e ispirarsi alla cittadina belga per concedere una oculata (e ben sorvegliata) libertà agli alienati.

Anche in Italia ben presto si affacceranno i problemi del sovraffollamento, della cronicizzazione dei malati e dell’inefficienza terapeutica dei manicomi. Le colonie agricole ispirate in qualche modo a Geel creerebbero la possibilità di sfoltire le strutture liberandole di folli tranquilli (e qualche tentativo in questo senso verrà fatto – sul problema del sovraffollamento dei manicomi, per Imola vedi il mio: Il Manicomio modello. Storia dell’ospedale psichiatrico di Imola (1804-1904), La Mandragora Editore, Imola, 2015; per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio; per Pesaro, Paolo Giovannini: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Ma non si può nemmeno parlare di una sorta di appuntamento mancato. Un buon numero dei manicomi italiani è stato ricavato da edifici che antecedentemente avevano tutt’altra funzione (spesso erano conventi, mi permetto di rimandare al mio: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864)) e già questo dice qualcosa su come vengano considerati folli: la salute e la cura poveri che soffrono di disturbi mentali vengono dopo le ragioni di bilancio e di spesa. Se tarda ad arrivare il riconoscimento di cittadinanza per le classi popolari (ammesse in minima parte al diritto di voto e prive di altri diritti), gli alienati sono trattati come oggetti.

Il fantasma di Geel

Il caso di questa strana cittadina diventa internazionale anche in virtù di questa sorta di innalzamento del folle a persona. Di Geel si discute in Inghilterra, in Scozia, in Prussia, in Olanda, in Francia naturalmente e anche negli Stati Uniti. Alcuni la ammirano, altri ne accolgono alcuni aspetti e ne traggono parziale ispirazione, molti la osteggiano.

Geel in qualche modo si “impone”. Viene imitata nel Belgio francofono, in Francia e vi è una “città dei matti” autoctona perfino in Giappone. Ma viene imitata molto più per la convenienza di sfoltire i manicomi tradizionali più che per il significato profondo della storia della piccola cittadina delle Fiandre: “un modello di assistenza psichiatrica differenziata e anche un esempio dell’etica dell’accettazione del diverso, del disturbato mentale e intellettuale” (p. 297). Con quest’ultima affermazione siamo già nel Novecento inoltrato, quando anche il microcosmo di Geel ha conosciuto grandi e inevitabili trasformazioni: il progresso ha investito anche quella zona, il lavoro e il mondo del lavoro sono mutati radicalmente e con loro anche le forme del disagio del vivere e del disagio sociale.

Conclusioni

Con Geel, la città dei matti Villa ci regala un libro coltissimo e raffinato. L’A. “frequenta” Geel da quasi mezzo secolo e questo tornare sull’argomento, questo bisogno di capire testimonia il senso profondo dell’essere storico, che non è soltanto il piacere della conoscenza ma un impegno culturale e civile. Perché compito dello storico non è soltanto quello di comprendere e di spiegare ciò che ha capito, ma anche quello di sollevare domande. Il lettore interrogherà spesso il testo, si sentirà spinto a farlo.

Per questo – penso – Villa mostra una grande cautela anche nel dosaggio delle parole e delle espressioni. Raramente parla di “malattie mentali”, in riferimento ai “matti di Geel” argomenta giustamente sul disagio sociale e del vivere. In tempi in cui il campo della storia è attraversato da semplificazioni e banalizzazioni di ogni genere, Villa dimostra che si deve continuare a scrivere di storia con rigore metodologico. Il saper poi raccontare e argomentare la storia di questo piccola cittadina con uno stile narrativo personalissimo che “inchioda” il lettore alle pagine, è un ulteriore merito dell’Autore.

Buona lettura.

PS: per un ulteriore punto di vista, Giornale di Storia, Francesco Saverio Bersani: Geel e Santa Dinfna, una secolare tradizione di assistenza psichiatrica

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