Recensione. Silvano Montaldo. Donne delinquenti.

Un libro ricchissimo che ripercorre la genesi e la storia della criminologia con particolare attenzione alle donne delinquenti.

Una precisazione va fatta subito a proposito del libro di Montaldo. Il titolo è riduttivo: c’è molto di più delle donne delinquenti in questo libro. Un’opera che offre una documentazione ricchissima su molti temi.

Ma veniamo al punto. Come mai a un certo punto della storia un fenomeno sociale diventa un problema? Perché con il XIX secolo medici, giuristi, uomini delle istituzioni, “psichiatri” (che per un trentennio almeno non si chiamavano ancora così), frenologi, “sociologi” (anche questa una professione nata nell’800), studiosi di statistica, benefattori/trici e altri ancora cominciarono a occuparsi sempre più – e con apprensione crescente – della delinquenza femminile?

“Psichiatria”, manicomi, medicalizzazione della delinquenza son prodotti della “duplice rivoluzione” che ha plasmato il mondo contemporaneo: Rivoluzione industriale e Rivoluzione francese, vale a dire l’ascesa, inarrestabile fino ad oggi, della borghesia. E con essa, dei suoi valori, delle sue conquiste e dai suoi pregiudizi.

Vi è una probabilità molto alta che, almeno in certe sfere della società, in coincidenza con l’evolversi degli effetti la Rivoluzione industriale e a partire dall’ascesa di Napoleone, la condizione delle donne conobbe un peggioramento sostanziale rispetto al secolo precedente. (Se non altro, nella misura in cui i romanzi fanno riferimento alla società, la protagonista delle “Relazioni pericolose” di Coderlos de Laclos è una donna che dispone di un patrimonio, che si sceglie gli amanti, che dispone come vuole della propria libertà).

Fare la guerra – il “motore” della politica napoleonica – significa poter disporre di soldati; per disporre di soldati occorrono famiglie; favorire la moltiplicazione della famiglia in funzione della prolificità vuol dire limitare la libertà dei singoli e delle donne in particolare. Fare la guerra significa produrre armi, vestiario, scorte, strade. Potere politico e potere economico si saldano progressivamente – in alcune congiunture, non in tutte ovviamente – a scapito delle donne.

Il loro spazio sociale si restringe con l’inoltrarsi del secolo fino alla reclusione tra le mura domestiche o poco oltre. A convergere in questa direzione sono gli stessi protagonisti indicati sopra (medici, amministratori ecc.) i quali finiscono con l’affermare e con la stabilire una condizione di inferiorità della donna rispetto all’uomo che passa attraverso la diversità tra i due sessi che ne accentuano debolezze fisiche e mentali (impressionabilità, eccitabilità, “isteria”) e “vocazioni”. La “naturale” vocazione alla procreazione diventava anche “naturale” inferiorità fisica, psicologica e mentale. Eppure le statistiche – sempre più raffinate e affidabili – dimostravano che la tendenza delle donne a delinquere era di molto inferiore a quella dell’uomo. Il punto era lo stabilire il perché.

Per un senso del pudore molto più marcato delle donne rispetto all’uomo? Perché naturalmente meno votate alla delinquenza? O semplicemente perché disponendo di minore libertà rispetto agli uomini avevano minori possibilità di delinquere?

La questione venne complicandosi con l’emergere della “questione sociale”, una definizione nebulosa che stava ad indicare questione del lavoro, del pauperismo, delle condizioni igieniche ecc. che riguardava il nascente proletariato e il sottoproletariato. Si complicava soprattutto in rapporto a come le donne disponevano del proprio corpo e della propria sessualità. Gli studi sulla prostituzione si moltiplicarono vorticosamente in tutti i paesi. Man mano che la Rivoluzione industriale svelava sempre più la povertà dei lavoratori e li prese a considerare “classi pericolose”, il confine tra prostituzione e reato si assottigliarono. La psichiatria entrò nel dibattito e lo influenzò profondamente: se la missione “vera”, “naturale” della donna era la maternità la prostituzione diventava un fenomeno destabilizzante dal punto di vista sociale. Forse ineliminabile e ritenuta da alcuni osservatori – naturalmente maschi – indispensabile allo sfogo sessuale maschile, i teorici della “degenerazione” (con la quale venivano spiegate molte patologie mentali) avvertivano però che donne sciagurate come le prostitute non potevano che generare figliolanze altrettanto degenerate e che, in una sorta di caduta rovinosa nel vizio, le donne una volta superata la barriera della prostituzione poi potevano diventare delinquenti molto più pericolose – e non di rado raffinate – degli uomini.

Non si trattò affatto di un coro di voci univoco. Alcuni medici intuirono esattamente il nesso stringente tra povertà e prostituzione, anche quando le donne lavoravano. Studi molto precisi sulla prostituzione a Parigi, per esempio, dimostrava che una buona parte delle prostitute erano ragazze inurbate da poco tempo che si prostituivano saltuariamente per pagare debiti e fronteggiare altre necessità temporanee; un altro studio relativo a New York segnalava che a prostituirsi erano prevalentemente le immigrate dall’Europa, soprattutto tedesche e irlandesi. Alcuni osservatori denunciarono lo sfruttamento e i salari irrisori che condannavano le donne a prostituirsi con la condanna sociale definitiva che le colpiva e discriminava in quanto bollate come prostitute.

Questi percorsi – istituzionali, sociali, politici, medici – procedono e si intrecciano per gradi. Uno degli snodi cruciali, ottimamente delineato e discusso dall’A., fu il passaggio dal medico-filosofo allo scienziato, con la conseguente affermazione dell’organicismo nelle sue varie sfaccettature. Individuare i segni fisici dei folli, dei folli criminali e delle donne delinquenti con metodi scientifici in modo da poter prevenire il crimine o, almeno, riconoscerlo immediatamente divenne un’ossessione per molti medici e psichiatri.

La padronanza delle fonti – primarie e secondarie – dell’A. sui molti aspetti della materia è ammirevole; Montaldo si muove con sicurezza riuscendo a tenere assieme i molti fili che si dipanano dalla “diaspora” delle materie che si dipanano dal problema centrale.

L’esito e la massima espressione della criminalizzazione della prostituzione avviene con l’opera di Cesare Lombroso, al quale Montaldo dedica gli ultimi quattro capitoli del libro. Lombroso ha avuto molti biografi e storici di vaglia si sono occupati della sua opera (Bulferetti, Villa, Frigessi, Giacanelli tra i più noti). Montaldo, tra l’altro direttore scientifico del Museo Cesare Lombroso, ha tutte le carte in regola per approfondirne la figura e l’opera, che arricchisce con documentazione archivistica non solo italiana.

Montaldo ne ricostruisce l’ascesa, l’affermazione e il declino intrecciando il tragitto dello studioso veronese con le vicende culturali e scientifiche del periodo. E fa bene a sottolineare più volte che molte delle sue idee non erano frutto di sue elaborazioni originali, ma circolavano già e da tempo. Non a caso la parabola del prestigio di Lombroso in ambito scientifico internazionale declinò piuttosto velocemente quando in un paio di congressi di antropologia tenutisi alla fine degli anni ’80 le sue tesi furono demolite sistematicamente. (Va detto, e l’A. spesso lo rileva, che accanto ad ammiratori Lombroso ebbe anche osservatori quanto meno dubbiosi della scientificità della sua opera).

“La donna delinquente”, pubblicato nel 1897 e scritto a quattro mani con Guglielmo Ferrero rispecchiò il tentativo dello scienziato veronese di “risorgere” (il capitolo 5 ha appunto questo titolo). Qui la correlazione tra prostituzione e delinquenza divenne simbiosi: la prostituzione era il modo delle donne per delinquere (agli uomini, sebbene compartecipi, non veniva imputata alcuna colpa). Tuttavia il volume non presentava novità concettuali. Venivano riprese e applicate alle donne le vecchie teorie del “delinquente nato” che, nella versione femminile diveniva “prostituta nata”, riproponendo alla fin fine le sue idee dell’atavismo come tara originaria.

Così come la psichiatria italiana si era formata in ritardo (in Italia le prime due riviste importanti apparvero vent’anni e trent’anni dopo che in Francia) a causa certamente di un ritardo dovuto anche alla unificazione tardiva del Paese, le idee lombrosiane trovavano terreno fertile in un paese ancora per molti aspetti arretrato, patriarcale, paternalistico e misogino. Si può dire che l’apice di questa involuzione si sia avuta col fascismo, ma molto resta ancora da fare per superare pregiudizi, soprattutto da parte degli uomini.

Un ottimo libro da leggere per capire questioni ancora aperte e di strettissima attualità.


Recensione. Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario

Le rivoluzioni dividono, spaccano, creano fazioni. Tra chi le auspica, le ammira e le condivide e chi le teme, le detesta e le avversa si crea un abisso che quasi mai si ricompone. Forse nessuna rivoluzione ha creato questa dinamica come avvenne nel 1917, con la rivoluzione russa. Anno mirabile o anno orribilis a seconda dei punti di vista e delle sensibilità.

È questa spaccatura che Carpi ci mostra in questo bel libro. L’autore ci inoltra in quell’anno unico e impressionante presentandoci e condensando con penna sensibile e sciolta un’enorme quantità di testimonianze.

Storico della letteratura, Carpi basa questa agevole ma preziosa ricostruzione su memorie, articoli di giornale, ricordi, pensieri di protagonisti o osservatori perlustrando l’intera gamma delle posizioni assunte di fronte agli eventi: dai simpatizzanti della Rivolzione a coloro che la rigettarono senza appello; dai bolscevichi ai reazionari. Ne è venuta fuori una narrazione vivida, che incuriosisce, invoglia il lettore ad approfondire e spesso diverte (le descrizioni dell’ipnotico potere della vodka sono splendide)

Le testimonianze in presa diretta sono intercalate da stringenti argomentazioni riassuntive. E finalmente, dopo decenni di opere che da un lato hanno presentato la rivoluzione russa come un colpo di stato, riuscito grazie ad una strana combinazione di audacia e fortuna da parte di Lenin e compagni; dall’altro come la brusca interruzione di un più o meno placido percorso verso l’occidentalizzazione del Paese (l’industria stava facendo progressi enormi, la borghesia si sarebbe irrobustita, il regime in crisi aveva già fatto le prime concessioni politiche, la servitù della gleba era stata abolita e la Russia sarebbe diventata un paese democratico di tipo europeo), Carpi dimostra in modo convincente che le cose non stavano affatto così.

La guerra approfondì e aggravò le contraddizioni del regime zarista (la modernizzazione squilibrata dell’Impero russo, il carattere arcaico del sistema di governo zarista, la mancata rivoluzione del 1905, che aveva approfondito le contraddizioni senza risolverne nessuna e la sconfitta militare nella guerra col Giappone nel 1904); pose il Paese su di un piano inclinato che fece accelerare gli eventi e li fece implodere, ma al momento dei fatti nessuno tranne i bolscevichi – e, per certi momenti, tranne Lenin – sapeva veramente cosa fare: non i Cadetti liberali, del tutto impreparati ad affrontare i problemi enormi di una guerra fallimentare e del gigantesco problema della terra; non lo erano i socialisti rivoluzionari, innamorati dei contadini, ma divisi al loro interno e indecisi sul da farsi; non lo erano i menscevichi, fedeli custodi della teoria marxista, ma proprio per questo decisi a non sfruttare immediatamente la crisi gravissima del regime zarista; non lo era la borghesia, capace di raggiungere le vette più alte nella letteratura e nelle arti, ma esilissima di numero, fragile e non di rado reazionaria in ambito della economia e nel rapporto tra le classi.

La debolezza della borghesia e le sue contraddizioni sono illustrate egregiamente da Carpi: tra il febbraio e l’ottobre il governo provvisorio dovrebbe prendere alcune decisioni fondamentali per rafforzarsi e indire le elezioni e la Costituente da una posizione di forza: uscire dalla guerra, riforma agraria e risistemare un minimo l’economia, sono necessità inderogabili (p. 97), ma gli Alleati sono disposti a concedere prestiti solo a patto che la Russia continui la guerra (p. 104) – continuare ad impegnarsi nel conflitto vuol dire radicalizzare ancora di più i soldati, già attratti dai partiti di sinistra e dai bolscevichi. Gli Alleati sono contrari ad una riforma agraria perché gran parte delle tenute sono ipotecate e la banche, che fallirebbero, sono in mano ai francesi e agli inglesi (p. 72). D’altra parte, nemmeno i cadetti sono seriamente intenzionati ad attuare una riforma agraria profonda e incisiva (p. 105). E quando finalmente la Costituente prende corpo, finisce per dissolversi in un mare di chiacchiere e discussioni: nemmeno si accorge che i bolscevichi hanno deciso di passare all’azione.

Ma le vicende dell’estate dimostrano il rischio concreto che il Paese si sfasci e l’inadeguatezza dei ceti abbienti e della borghesia tanto nella sua versione moderata dei cadetti, che nelle sue frange democratiche dei Soviet e dei socialisti rivoluzionari ad affrontare i problemi: si concretizza l’idea di un colpo di stato per rimettere le cose a posto (e i bolscevichi in galera o alla forca), e tra erati non sono pochi quelli che si dimostrano sensibili a quella sirena.

Anche i bolscevichi, in quel 1917 tempestoso, spesso ebbero le idee confuse, ma Lenin (che poteva contare su compagni di partito brillanti e capaci, primo fra tutti Trockij, che in quel 1917 svolse un ruolo fondamentale) aveva la capacità di incanalare la forza delle masse: arriva in Russia dall’esilio ben deciso a indebolire il governo provvisorio e radicalizzare lo scontro di classe e per questo trasforma Pietrogrado in una roccaforte bolscevica e fa del proletariato il “motore della rivoluzione” (p. 77); con le tesi di aprile fa inorridire i marxisti ortodossi per lo stravolgimento della teoria marxista: il potere va preso adesso, finché si può, senza che la borghesia faccia il suo percorso storico previsto da Marx; conosce la stanchezza per la guerra dei soldati, sa che la grandissima maggioranza di loro sono contadini affamati di terra e li asseconda: porta fuori la Russia dal conflitto, anche a costo di un prezzo altissimo – pace di Brest-Litovsk – e scippa l’influenza dei socialisti rivoluzionari sui contadini garantendo loro che i bolscevichi avrebbero appagato il loro desiderio di terra. Carpi lo definisce “uno dei capolavori politici di Lenin”, (p. 157), e ha ragione, perché solo saldando le aspettative degli operai e dei soldati a quelle dei contadini, i bolscevichi avrebbero avuto qualche possibilità di farcela: senza il sostegno dei contadini, Lenin e compagni avrebbero fatto la fine della Comune di Parigi – una brutta fine. E’ vero che in tempi successivi i contadini avrebbero avuto ben più di una ragione di pentirsi per aver sostenuto i bolscevichi (un Paese che nell’Ottocento era il granaio d’Europa, negli anni Settanta del ‘900 importava grano!), ma nel 1917 non potevano sapere cosa sarebbe successo in seguito, mentre invece sapevano benissimo cosa voleva dire vivere sotto lo zar…

In sostanza, fu su questa triade – pace, pane e terra – e sulla coerenza estrema nell’affrontarla che i bolscevichi non solo giunsero al potere, ma gettarono le basi per la loro sopravvivenza. I costi furono enormi: la rivoluzione fece ribollire il Paese e in quell’anno di caos e incertezza, fame e violenza furono cose quotidiane. Dopo la pace di Brest-Litovsk – che chiude la narrazione – la Russia sarebbe rimasta in preda a convulsioni per anni, ma la rivoluzione aveva vinto.

Insomma, per chi vuole farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno rivoluzionario, quel formidabile e inquietante 1917 in Russia, questo libro di Guido Carpi fa al caso suo.