Epidemie, malattie e altre sfortune.

Tempo fa ho buttato giù qualche riga titolando l’articolo Entrare “di traverso” nella storia in cui accennavo ad alcune fonti che a mio giudizio sono particolarmente utili per la comprensione della storia. Qui riprendo e amplio un poco il discorso saccheggiando le biblioteche digitali. Le fonti, che non cito come si farebbe in un saggio su rivista (del resto queste note non lo sono, sono una specie di brogliaccio) provengono da Google libriInternet ArchiveMDZ e, per il Colera a Bologna, dallo splendido portale realizzato dalla biblioteca Archiginnasio1855 Cholera morbus. Società e salute pubblica nella Bologna pontificia

Avvertenza

Va da sé che da sole non bastano: occorre inquadrarle nel contesto economico, produttivo, politico locale e collegarlo al quadro nazionale; restano esclusi qui monografie già pubblicate e materiale d’archivio. Ma, ci tengo a ribadirlo, un blog non è una rivista specializzata. Ciò che si può fare con un blog è incuriosire, suggerire dei percorsi, indicare delle fonti. E ciò di cui disponiamo oggi è comunque sufficiente a rendere l’idea di mondi oggi scomparsi e di dinamiche che hanno attraversato la storia.

Con i limiti appena indicati (e altri che emergeranno nel corso del racconto), la storia delle epidemie offre molti spunti e indicazioni. Prendiamo, ad esempio quella di colera asiatico che colpì più volte il nostro paese.

Abitare in città

Siamo nell’anno di (dis)grazia 1854, anno funesto perché il “morbo asiatico” infuria in molte zone e città della penisola. I medici, affermati o sconosciuti che siano, scrivono molto sull’epidemia e in molti casi le loro relazioni sono infarcite di informazioni preziose.

Possiamo iniziare il nostro viaggio partendo dalla considerazione più ovvia, sostenuta dalla maggioranza dei medici, e cioè che le epidemie colpiscono molto più violentemente i poveri di chi vive in condizioni agiate: “in generale i poveri più che i ricchi sono dal cholera mietuti”, sintetizza la Regia Commissione Medica Piemontese, con un parere che trova un consenso unanime tra i medici dell’intera penisola. Gli scritti dei medici ci permettono dunque di avvicinarci alle abitudini e condizioni di vita delle classi popolari.

L’alimentazione

Il nesso tra povertà e epidemia è ben illustrato da caso genovese. L’anno precedente l’epidemia è stato un anno strano: particolarmente e insolitamente freddo al punto che a luglio l’estate non si era ancora presentata; battuta da venti freddissimi in un inverno protrattosi molto più a lungo rispetto al normale. Poi, da luglio inoltrato, la città ha dovuto fare i conti con un caldo torrenziale. Gli anziani faticano a ricordare annate così strane e inclementi. La durezza di quell’annata eccezionale provocò una grave carenza di cereali, vino e prodotti dell’ulivo e a farne spese, prima e più di tutti, è la popolazione che si trova “stipata nei quartieri più poveri, più sudici e mal collocati della città”. Le autorità corrono ai ripari abbassando il prezzo del pane e allargando i cordoni della borsa della beneficenza, ma questi provvedimenti si dimostrano insufficienti.

A Genova il popolo minuto si ciba in larga misura di pesce. In quell’anno il mare è stato generoso; la pesca degli scampirri è stata abbondante: i genovesi mettono sott’olio la carne di tonno giovane (gli scampirri, appunto) e ne fanno provvista per i mesi invernali. La disponibilità di tonno a buon mercato si prolunga fino alla primavera e oltre. Senonché la scarsa disponibilità di olio costringe la popolazione a sostituirlo con olio di sesamo e un altro condimento che i genovesi chiamano colsat; condimenti di scarsa qualità che provocano una “corruzione putrida” nel pesce. Il rischio di ritrovarsi con merce invenduta, “indusse necessariamente i venditori a ribassare straordinariamente il prezzo del tonno, che a qualche soldo per lib[b]ra smerciavasi con grande affluenza”. I genovesi, insomma, si ingozzano di “tonno guasto”.

Nutrirsi di cibo “guasto” non è affatto salutare. E’ vero che una lunga tradizione medica distingue tra gli stomaci dei ricchi e quelli dei poveri: più delicato quello dei primi e più robusto e lavoratore quello dei secondi. Il che significa che i poveri possono nutrirsi di alimenti che ai ricchi risulterebbero non solo indigesti ma molto difficili da digerire. Ma oltre al fatto che questa teoria sta perdendo terreno tra i medici, una cosa sono i cibi pesanti, un’altra la carne andata a male: “l’abuso […] de’ crostacei e de’ pesci di cattiva qualità” può “contribuire non poco alla produzione di siffatto morbo”, avvertono i medici da Venezia.  Insomma, mangiare carne guasta infiacchisce il fisico e lo predispone a contrarre la malattia.

A Napoli “quasi tutti sono soliti, chi uno chi due volte la settimana, mangiar minestre verdi, sia di cicorie, sia ancora di cavoli cappucci, che ben condiscono con grassi e con salami”. In quell’anno però le erbe usate normalmente per condire si presentano “arsicce”, dure e poco invitanti. La gente preferisce di gran lunga la frutta: mandorle, pesche, pere, fichi, meloni e poponi, tutti disponibili in gran quantità e a bassissimo costo. Ma la frutta, sebbene consigliata da alcuni medici durante il corso della malattia, è generalmente guardata con sospetto. Fermenta e per questo si ritiene che favorisca disturbi gastrici e perciò il suo consumo è altamente sconsigliabile nel corso di un’epidemia di colera. A Bologna viene vietato anche il consumo di latte in quanto “scioglie il ventre”.

Anche a Roma, in occasione dell’epidemia del 1867, sono i quartieri popolari quelli più colpiti: Monti, Trastevere e Borgo. Qui, curiosamente – stando almeno all’opinione di un osservatore – sono i locandieri e gli osti ad essere additati di fornire piatti dalla salubrità discutibile gli avventori. A suo dire, “si può dimostrare che gli abitanti dei tre detti Rioni impotenti per buona parte a procacciarsi un vitto scelto nelle proprie case sono costretti di andarlo a consumare nelle taverne”. Un’affermazione quanto meno insolita, anche se è vero che il numero delle osterie e delle taverne è alto.

A Volterra la connessione tra alimentazione insufficiente e/o scadente appare molto meno evidente. I “tre quarti” della popolazione guadagna “discretamente nelle manifatture degl’alabastri”, cosa che le consente di “cibarsi bene”, ed infatti “il primo pensiero della mattina è quello di portarsi alla piazza a scegliere i migliori bocconi”, la cui natura però ci resta ignota. Eppure anche qui, come vedremo tra poco, i colpiti furono molti.

Tuguri, camerette, caverne

A metà secolo, tra due epidemie di colera, Bologna è colpita da un’epidemia di vaiolo. Non tutta la città in verità è interessata allo stesso modo: “al levante ed al settentrione della città […] non vi [sono] che pochi e rarissimi casi”. Al contrario, nelle “contrade S. Felice e Lamme e [le] vie intermedie a queste” sono più colpite. “S. Felice e Lamme [Lame]” sono i quartieri popolari. Qui “molte donne, quasi tutte madri di numerosa e tenera figliuolanza”, vanno “a certi magazzini detti di abbigliamento, a talune sartorie militari per prendere a cucire camicie, mutande, calzoni, cappotti ed altre tali cose, nelle quali sartorie vi si trovavano d’ordinario alcuni militari, i più malconci di vestito, per essere provveduti di quanto loro occorreva ed in quei magazzini eranvi, oltre gli indumenti nuovi già lavorati, grandi depositi di spoglie lorde, guaste e dismesse”.

Frugare tra quegli stracci infetti significa diffondere il morbo. Sarte, cucitrici, filatrici, casalinghe e straccivendole alla ricerca di qualcosa diffondono involontariamente la malattia. “Ad agevolare la propagazione e diffusione”, osserva un medico “vi ebbe gran parte la trascuranza nei più di ogni precauzione sanitaria […].  Convivevano assieme sani e malati dentro camere anguste, oscure, non ventilate, e certuni di questi avevano perfino il letto comune con essi […]. A quelle camere medesime dove stavano vaiuolosi avevano adito liberamente le persone tutte che abitavano la casa od altre fors’anche delle contrade, essendo propria di quella classe di gente una speciale vicendevole famigliarità e comunanza di vivere.

Quando sul finire del 1854 fa la sua comparsa il Colera, la malattia si presenta “in una parte della città dove regna maggior sucidume e grande miseria; ove non è infrequente l’incontrare nello stesso ambiente l’uomo col giumento o cavallo vivere insieme; ove le case e le strade mancano di chiaviche e degli scoli opportuni onde di continuo s’innalzano putride emanazioni”. Si tratta della via Pratello, in pieno centro. Stranamente la malattia risparmia quasi completamente quella zona. Infuria comunque in altre ed anche in questo caso il maggior numero di vittime si verifica tra le classi popolari: braccianti, canapini, lavandai, cucitrici e professioni che richiedono il contatto col pubblico.

Anche a Napoli le “lavandaje”  e le loro famiglie han sofferto il colera”. E anche qui i medici suppongono perché si “trovavano di  essere a contatto di oggetti imbevuti di materiali colerici”. Le osservazioni dei medici di Bologna e Napoli si possono confrontare con quelle di un collega di Milano il quale, notando una netta maggioranza di casi maschili rispetto a quelli femminili, la attribuisce al fatto che, diversamente alle donne di campagna, le milanesi escono poco di casa. Siamo allora di fronte ad una forma di socialità popolare diversa, già influenzata dalla maggior riservatezza della borghesia. Senza dubbio lo è rispetto alla pullulante e vivacissima socialità napoletana.

La situazione di Napoli è per certi aspetti spaventosa: nel quartiere Chiaja vi sono le Grotte degli Spagari, definite in una pubblicazione “vere tane destinate per numerose famiglie”; nel Quartiere Porto “sopra quelle arene e que’ frammenti di rottami misti a depositi lasciati dalle acque e dalle impurità, […] vennero costruite alcune case senza simmetria, senza ordine, senza lume, senza sole; piccoli e stretti viottoli, altri chiusi ed impervi, altri serpeggianti in labirinti; e qui un arco e là un angolo; e per tutto, luridezza e malproprietà. Case elevatissime” prosegue l’impietosa descrizione, “con scale strette nere affumicate, che mettono per ogni pianerottolo in una o più stanzette, che si aprono in que’ viottoli o in una piccola corte come in un pozzo. Condotti di acque immonde con poco declivio verso il mare, quasi ristagnanti sopra un terreno bibulo […]. E miserabili di ogni maniera si adunano in que’ tugurii, e non sempre una sola famiglia, ma spesso diverse persone e grandi e piccole si raggruppano la notte in mezzo a ’miasmi che esalano da ogni maniera d’impurità”. Non a caso qui il colera fa una vera strage.

Lo stesso vale per Genova: le case abitate dalla “plebe”, riferisce un medico nel 1835, “sono situate in viottoli ristrettissimi, mancano di cortili, di aria e di luce; le stanze sono basse, ristrette e immonde; le persone entrovi stivate” . Identica situazione a Volterra, dove nelle vicinanze del Collegio di S Michele si trovano  “case tanto malsane e sudicie da non mai figurarsele, ed i loro abitanti dei più miserabili della popolazione […], certi tuguri umidi e sudici da non saper farsi idea del come si possa vivervi a lungo”. Anche a Brescia il morbo fu più violento nei quartieri popolari: “si fissò nelle parrocchie di S. Giovanni e di S. Faustino, facendo segno de’ suoi danni la poveraglia in esse stanziata. Gli attacchi si andavano moltiplicando in guisa che intorno alla metà del mese contavansene più di trenta al giorno”. Agghiaccianti le scene riportate a Palermo:

Furono i soliti chiassi e viuzze strette furono gli antigienici catodi e le case sottostanti al livello delle strade che diedero il maggior contingente di morti Era cosa desolante davvero per chi entrava in quei tuguri ove manca l’aria la luce e l’olfatto è ferito da una nauseante esalazione di umidità e di muffa il vedere poveri infermi giacere a terra o su luridissimi pagliericci spesso senza lenzuola e senza coperte tenersi coricati a fianco dei teneri pargoletti e di giovanette adolescenti che spesso poi erano attaccati dal morbo. In un meschino catodio del Chiasso Sciacchittano una sera giacevano sullo stesso letto un bambino a 22 mesi già morto la madre affetta da colèra tifico ed una fanciullina con sintomi di colèra a primo periodo simile scene non erano rare ad osservarsi.

Il problema degli alloggi riguarda tutte le grandi città. A preoccupare la Commissione d’igiene di Torino sono le “soffitte” nelle quali la “povera gente vi gela nell’inverno e vi soffoca nella ‘state”. Sarebbe anche il caso “che si provvedessero alcuni locali sufficientemente riscaldati per l’inverno nei quali vi fossero tavolati con poca paglia sopra di essi affine di ricoverarvi quegli infelici specialmente fanciulli che si rinvengono giacevoli per le vie sul nudo suolo con grave scandalo dei forestieri specialmente e con evidente pericolo per la salute di questi meschini”.

Quando le malattie contagiose arrivano in città, le “soffitte” di Torino o i ballatoi di Milano si trasformano immediatamente in focolai d’infezione che diffondono velocemente la malattia di caseggiato in caseggiato.

Alcune piste

Cosa troviamo in questi tuguri e camerette assai poco accoglienti? Il fatto che siano affumicate ci dice che nei mesi invernali sono riscaldate alla meglio; che vi è una grave insufficienza di “letti e coverture” cioè coperte; che molti – soprattutto se orfani o giovanetti o donzelle – dovendo essere rivestiti in quanto il loro vestiario, sporco e infetto, viene bruciato, non dispongono nemmeno di un cambio di biancheria. Ci mostra una promiscuità di fronte alla quale non pochi medici e i borghesi si ritraggono inorriditi e che, a sua volta, suscita interrogativi.

Quante famiglie condividono quelle camere molto meno che modeste? Chi sono “tutte le persone che abitano la casa? Cucitrici certo, ma gli altri? Quanto costano gli affitti? A chi appartengono allora quelle abitazioni precarie? Se non si dispone neppure di un ricambio di vestiario è difficile immaginare una casa di proprietà. E, allora, qual è la politica edilizia nelle città? Uno spunto ci viene da un medico bresciano.

A Brescia la scabbia non è un problema grave; è presente ma non diffusa. Non di meno il medico ne parla: “ho potuto convincermi”, scrive,

che il mezzo più ovvio di comunicazione della scabbia trovasi radicato nelle locande in cui il povero e l’accattone vengono ricoverati la notte”. Se le autorità non si decidono a chiudere i Ricoveri di Mendicità “non si perverrà mai, per quanto severa sia la vigilanza dell’Autorità politica, ad eliminare da siffatti ricetti i fomiti della diffusione scabbiosa, non solo fra la poveraglia stazionata nella città, ma anche nelle genti di campagna; imperocché servono le locande del mendico cittadino a dar ricovero ben di frequente al terrazzano, allorquando le sue faccende lo obbligano a qui trattenersi la notte.

Ma chiudere quegli “asili” non è decisione che si prende a cuor leggero. Costano poco – da 3 a 12 centesimi a notte – e “il buon prezzo è tale incentivo, che fa trascurare i più essenziali riguardi anche da quelli che non devono comprendersi nella categoria dei poveri, e invita talvolta anche l’agiato campagnuolo, cui preme l’avarizia, a dar la preferenza a questi alberghi liberi d’ogni soggezione”. A Milano, durante l’epidemia di colera del 1867, le forze dell’ordine “fecero visite domiciliari” presso alcuni affittaletti “esigendo, ove occorreva, diminuzione nel numero dei letti, imbiancatura delle pareti, maggior pulizia nella biancheria”; ma anche la Commissione di Sanità della capitale lombarda deve riconoscere che questi “notturni convegni di gente avveniticcia, sono sempre fonte di disordini e di diffusioni di contagi, specialmente in alcuni dei quartieri più popolati della città”.

La sostanziale impossibilità di chiudere quei ricoveri a basso costo rimanda senza dubbio ai rapporti tra città e campagna, legami ben saldi soprattutto per le piccole realtà di provincia nelle zone agricole, ma anche ad una notevole mobilità interna alle città,  a quella “comunanza di vivere” dei ceti più bassi notati a Bologna, ma che riguarda il popolo napoletano come quello di un’infinità di altri luoghi: “tutti, come qui si costuma, in qualunque malattia, amici, vicini, parenti, di qualunque età e sesso, visitavansi, conversavano non solo con chi serviva i vajuolosi, ma con questi medesimi”, osserva il medico del piccolo comune pugliese di Castellaro.

Il dato interessante non risiede tanto nella registrazione puntuale delle abitudini e dei comportamenti, ma nelle domande che sollecitano. Se si collega l’immensa povertà di questa umanità alla sua stessa esistenza, allora si finisce per inoltrarsi nella ricerca di traffici illegali, del contrabbando e dei suoi legami col banditismo (non solo meridionale), e cioè in una sfaccettata illegalità che mantiene in una certa misura il mondo legale e gli consente di funzionare anche in tempi di crisi profonda (e temuta). La proverbiale arte di arrangiarsi degli italiani non può essere considerata una spiegazione sufficiente. Dietro a qualunque professione, più o meno lecita che sia, ci sono interessi che occorre indagare.

Prime conclusioni

Moltissimo è rimasto fuori da questo articolo. La condizione di lazzaretti e ospedali, le molte paure suscitate dalla malattia, la diffidenza popolare verso la medicina ufficiale e i medici e, per contrasto, il dilagare di praticoni, cerretani e consimili che riscuotono ampi consensi tra la gente comune e provocano invettive tra la corporazione medica.

Un’altra pista da seguire attentamente è il linguaggio usato dagli osservatori. Medici o altri che siano, appartengono tutti ai ceti dominanti (anche nel caso dei medici condotti, che non se la passavano affatto bene). Termini come plebepoveragliamiserabili, meschini ecc. sono griglie interpretative grossolane. Se non aiutano a mettere a fuoco il mondo delle professioni e delle sue dinamiche, dicono molto però sulla distanza tra le classi sociali. Non è difficile riscontrare la congiunzione tra la preoccupazione per le condizioni igienico-sanitarie dei ceti popolari e l’auspicio di misure repressive. Ad esempio, la Commissione di Sanità di Torino ritiene che provvedendo con alcuni locali adeguatamente riscaldati e confortevoli, “si potrebbe dar ordine alle pattuglie giranti la notte di raccogliere questi infelici ed ivi condurli tanto più che sovente solto questa apparente miseria celasi la malizia ed è noto che alcuni fra di essi fanno la spia ai ladri notturni”.

Osservare quando e come questo linguaggio paternalistico ma sprezzante che traspira ripugnanza e paura comincia a cambiare, può rivelarsi una buona spia per mettersi sulle tracce di cambiamenti più profondi e decisivi. Siamo di fronte ad uno dei fenomeni tipici di lunga durata della nostra storia. Per questo ho assemblato articoli scritti a decenni di distanza, ma anche su questo dovremo tornare.

 Alla prossima puntata.


Recensione. Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio

Una storia del manicomio di Bologna che va molto al di là del caso locale. Un libro veramente bello e prezioso.

Come già accennato in altre recensioni e articoli, la storia dei manicomi italiani si sta rinnovando e aumenta il numero di monografie a nostra disposizione.

Con Memorie di trasformazione di Cinzia Migani, si aggiunge un nuovo segmento alla conoscenza delle istituzioni manicomiali. Nello specifico, il libro di Migani ripercorre la tormentata storia del manicomio di Bologna.

Storia travagliata e di lunga durata come si evince dal primo, agile capitolo; Un lungo percorso che affonda le proprie radici negli albori della storia moderna e conosce un continuo susseguirsi di ostacoli. La dismissione del Sant’Orsola, ospedale inadatto al ricovero dei folli, richiese molto tempo e conobbe molti tentennamenti: per Bologna disporre di un manicomio è stata una faccenda lunga e complicata.

In linea con quanto si era già verificato per altre strutture manicomiali, anche a Bologna la soluzione fu trovata riadattando  ad uso di manicomio un ex Convento, quello di di Sant’Isaia.  (Su questo aspetto si veda, ad esempio, il mio saggio in Storia e Futuro n. 52, aprile 2020: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864))

Immediatamente, anche quando i folli erano ricoverati al Sant’Orsola, si stagliano due fattori che hanno contraddistinto la storia della psichiatria italiana e dei manicomi: il primo riguarda la graduale enucleazione dei “mentecatti” dalla più ampia nebulosa della marginalità e la medicalizzazione cui questi soggetti vengono progressivamente sottoposti. “La psichiatria”, nota giustamente l’A. “sin dalle prime fasi del suo sviluppo nel XIX secolo, si configur[ò] come una disciplina le cui funzioni sanitarie erano strettamente congiunte, e spesso subordinate, a quelle amministrative o di governo di situazioni marginali originanti, anche nella loro fisionomia patologica, nel pauperismo” (p. 64). Di qui, la pluralità di soggetti che si occupavano in un modo o nell’altro dei mentecatti (p. 63).

Il secondo riguarda la continua sfibrante battaglia tra medici o organismi amministrativi per la realizzazione di un’istituzione che non fosse “un’offesa alla civiltà” (p. 28). I medici dovettero combattere strenuamente e spesso patteggiare soluzioni estemporanee con amministrazioni che, a loro volta, trovandosi in gravi condizioni finanziarie, non si decidevano a trovare una soluzione definitiva al problema della follia che, soprattutto a partire dai primi decenni dell’Ottocento, andava estendendosi continuamente. Nemmeno tra gli organismi amministrativi – Deputazione Provinciale e Consiglio provinciale – vi era unanimità di pareri sulle attribuzioni che avrebbe dovuto avere il manicomio: la prima guardava con apprensione i costi e il lievitare delle spese e quindi si atteneva a una stretta razionalizzazione delle risorse; il secondo intendeva riqualificare l’Istituto con l’aumento del personale e altri provvedimenti tesi a modernizzarlo anche con una collaborazione integrata con l’Università cittadina, che lo rendesse centro di ricerca scientifica (pp. 75 ss.).

il Direttore Francesco Roncati

In questo senso il direttore Roncati diede prova di tenacia indefessa e di una certa abilità nel mettere al passo il suo istituto con i precetti della “tecnica manicomiale” dell’epoca. L’A. fa emergere chiaramente la concezione repressiva che Roncati affidava alla psichiatria. L’isolamento completo, assoluto dei ricoverati, tanto all’esterno – verso i cittadini – tanto all’interno del manicomio – tra i due sessi e fra le varie forme di follia – è un chiodo fisso, pervicacemente perseguito dal Direttore. Anche agli infermieri, reclutati più in rapporto alla loro prestanza fisica che a conoscenze di medicina, era espressamente vietato rivelare all’esterno quanto accadeva dentro il manicomio (p. 58).  Attorno a questa impostazione – che svela la sostanziale sfiducia di Roncati verso la capacità di curare del manicomio – fanno da corollario l’uso continuato di mezzi di contenzione e di camere isolamento. Mentre, soprattutto negli ultimi decenni del secolo, in altri manicomi si vanno sperimentando approcci diversi e più aperti al controllo dei ricoverati, Roncati, che mantenne la direzione del manicomio dal 1871 fino al 1905, rimase ancorato a una concezione repressiva della psichiatria.

Del resto, il continuo afflusso di ricoverati pregiudicava sul nascere qualsiasi tentativo di approccio terapeutico. In un manicomio concepito per ospitare 400 alienati, alla fine degli anni Settanta ve ne erano 650 e a fronte di questa situazione congestionata la Deputazione Provinciale non disponeva delle risorse finanziarie per ampliare l’istituto. Lo stesso Roncati doveva ammettere sconsolato che il manicomio si stava trasformando in “un gran dormentorio” – altri parleranno di “reclusorio” (p. 47 e  81).

Con l’eccezione del caso imolese (sul quale ho pubblicato una monografia) in quasi tutti gli altri casi finora indagati dalla storiografia i medici lamentarono di avere le mani legate nella direzione dei manicomi, dipendenti come erano dalla Congregazione di Carità comunale, dalla Deputazione Provinciale, dal Consiglio Provinciale e, dopo le riforme crispine, dalla Giunta Provinciale Amministrativa (su questo si veda anche Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Dovendo sostenere le spese, le amministrazioni comunali e provinciali non avevano alcuna intenzione di farsi accantonare. Ne derivava un dualismo che attribuiva agli organismi amministrativi del Comune e della Provincia la direzione finanziaria mentre ai direttori veniva riservata la direzione interna dell’Istituto.

Nonostante le lamentele, gli alienisti godevano comunque di un potere non indifferente: assumevano o licenziavano personale a loro piacimento, decidevano la scansione interna della vita degli istituti (lavoro dei ricoverati, orari di riposo, refezioni, diete, orario di lavoro di medici, infermieri e personale avventizio, premi, punizioni ecc.). Roncati – e l’A. lo dimostra a più riprese, fece un uso dispotico del potere di cui disponeva all’interno del manicomio garantito da un Regolamento approvato nel 1888, stemperato da marcate venature di provvedimenti paternalistici nei confronti di un personale medico e di servizio insufficiente nel numero e mal pagato (capitolo 3).

Stretto tra una costruzione architettonica riadattata ma non pensata e strutturata come istituto apposito (sulla scia, ad esempio, del vicinissimo manicomio imolese), il pragmatismo della Deputazione provinciale che spegneva sul nascere l’ambizione di dotare Bologna di un manicomio moderno e improntato anche alla cura oltre che alla custodia degli alienati, e la rigida visione custodialistica della psichiatria del suo direttore, il manicomio bolognese ebbe un ruolo marginale anche nel dibattito scientifico interno alla psichiatria sebbene fossero decenni di grande attività e fermento scientifico. L’attenzione di Roncati si rivolse piuttosto al funzionamento della macchina manicomiale all’interno della quale il malato non era considerato soggetto con esigenze proprio ma – “puro corpo” al quale garantire poco più delle minime condizioni di vita – l’igiene, i pasti, un letto.

L’A., sempre cauta e ponderata nelle valutazioni, non esclude un filo conduttore che spieghi la relativa importanza del manicomio bolognese nelle vicende della psichiatria italiana del tempo. Il sovraffollamento delle strutture era un problema comune a tutti i manicomi dell’epoca, ma quello diretto da Roncati aveva l’ulteriore problema che non poteva essere ampliato se non con costi molti elevati (che la Provincia non intendeva accollarsi, tanto che venne stipulata una convenzione col manicomio di Imola per inviarvi un certo numero di alienati) e si trovava all’interno della città. La “tecnica manicomiale” del tempo, invece, prevedeva la costruzione dei manicomi a ridosso delle città, ma fuori, in modo tale che venisse garantita la pace all’interno della struttura essendosi interrotto il “richiamo” della vita cittadina sui ricoverati, eventualità ritenuta dannosa per la cura.

Organizzare la vita dei degenti in spazi ristretti in una situazione di sovraffollamento e al tempo stesso isolare il più possibile l’istituto dalla città sono due elementi che ossessionarono la direzione di Roncati. Si spiega così l’importanza che il direttore attribuiva all’isolamento dell’istituto e all’ordine che doveva regnare sovrano e assoluto  al suo interno. Perché se – in questo in sintonia con la prima generazione di alienisti – il direttore pensava che il manicomio fosse già di per sé, in quanto struttura, un valido strumento di cura, dovendo la mente del folle essere riportata sui binari della normalità, non doveva essere distratta: come altri alienisti, Roncati riteneva che la follia fosse “contagiosa”, nel senso che i malati fossero ricettivi e suscettibili di assumere stati d’animo e atteggiamenti di altri. Per evitare che si dispiegasse un processo di emulazione tra i ricoverati occorreva suddividere le “forme” della follia in compartimenti stagni non comunicanti tra loro. Per queste e altre ragioni l’ordine, che contraddistingue l’istituzione manicomiale, ha la funzione – secondo Roncati – di bilanciare in un primo tempo e di imporsi successivamente, sulla mente deragliata del folle.

Il successo di un’istituzione fallimentare

Le osservazioni di Migani sullo sguardo sono acute e pregnanti. Per sguardo si intende un ventaglio ampio di posizioni. Per i cittadini il problema della follia aveva a che fare col pudore e lo scandalo offerti dalla vista indecorosa del folle: i cittadini potevano essere disturbati dalla vista di comportamenti anormali. Per i “mentecatti” invece l’osservare frammenti di vita cittadina poteva compromettere il loro equilibrio psichico sempre precario, mentre per il Direttore, i medici e il personale infermieristico la possibilità di sorvolare visivamente sull’intera struttura e su tutti i ricoverati era un elemento fondamentale per trarre osservazioni sul comportamento, intervenire in caso di necessità e mantenere l’ordine all’interno del manicomio. Dunque la follia e chi ne è colpito viene occultata, resa invisibile, in qualche modo eliminata dalla società.

In fin dei conti sta qui uno dei fattori che hanno contribuito al “successo” del manicomio, alla sua durata nonostante il palese fallimento sul versante della cura. Le tre storie raccontate e discusse nella terza e ultima parte del volume di un imprenditore, di un “sovversivo” e di un bambino sono esempi di persone ritenute “inadatte” a vivere in società, che devono essere “annullate”, rese invisibili ancor prima che curate.

Un altro elemento che ha contribuito fortemente a ritenere il manicomio un punto di riferimento per la società è l’ascesa della psichiatria come specializzazione medica che si incarica di neutralizzare attraverso il manicomio ansie collettive che scaturiscono dai mutamenti economico-sociali in corso. Da questo punto di vista il manicomio è collegato direttamente all’affermarsi della produzione capitalistica – soprattutto nelle campagne nel caso bolognese – e si (pro)pone come “contenitore” di quei soggetti che non ne reggono il ritmo o che ne subiscono l’affermazione: i pellagrosi, che da soli costituiscono la netta maggioranza dei ricoverati ne sono l’esempio lampante.

Perciò, nonostante restino ferme le peculiarità che fanno scattare l’internamento basate sulla pericolosità del soggetto per sé stesso o per altri e sulla condotta ritenuta scandalosa, il ventaglio delle figure sociali e degli atteggiamenti che aprono le porte del manicomio si ampliò velocemente, soprattutto a partire dall’ultimo quarto dell’Ottocento, perché a mutare fu la percezione dei connotati fondamentali alla base dell’ingresso: la categoria dei soggetti pericolosi per la società si ampliò enormemente: in manicomio entrarono alcolisti, epilettici, discoli, frenastenici, imbecilli pellagrosi, prostitute… (pp. 237 ss).

Ma se finire internati in manicomio era relativamente facile (e più si scende la scala sociale, più questa possibilità diventa concreta), uscire era estremamente difficile. Il fallimento del manicomio come luogo di cura emerge chiaramente nella seconda parte del libro che tratta delle “prime soluzioni al sovraffollamento dei manicomi”. Soluzioni che a fine Ottocento, inizio Novecento vennero individuate essenzialmente nel dislocare alcune categorie di malati – alcolisti, cronicizzati e dementi epilettici, frenastenici ecc.. – in istituti e ricoveri a loro dedicati.

Ma le cause economiche e sociali dell’aumento vertiginoso dei ricoveri che si stava verificando dall’ultimo trentennio del secolo (in un Congresso qualcuno riferendosi ai manicomi li definì “carnai”), sebbene non mancassero voci critiche all’interno dello stesso mondo psichiatrico, continuavano ad essere tenute in un angolo e a non essere affrontate a livello politico (su questo si veda anche Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento; sulla diffusione della pellagra in Romagna, Chiara Arrighetti (a cura di), La salute nella Romagna dell’Ottocento. Il caso della pellagra, (Quaderni della Società di Studi Romagnoli, n. 38), 2019). Per non intaccare gli squilibri economici e sociali tra le classi i ceti dirigenti continuarono a delegare ai manicomi il compito di contenere e nascondere coloro che non erano in grado di vivere dignitosamente e cedevano tanto fisicamente che a livello psichico alle pressioni cui erano sottoposti e ad una vita di stenti.

Conclusioni

Abbiamo fatto cenno alla suddivisione interna del libro in tre parti. A prima vista possono apparire disomogenee, in realtà non è così. Con Memorie di trasformazione Cinzia Migani porta a termine un lavoro di ricerca iniziato decenni addietro sotto la guida di Ferruccio Giacanelli. Psichiatra, direttore del manicomio bolognese, studioso appassionato e penetrante della storia della propria disciplina, Giacanelli era uomo di profonda umanità e sensibilità. Con questo libro l’A. salda un conto aperto. E lo fa con una ricerca ricchissima per la quantità di materiale consultato e debitamente vagliato, e con grande sensibilità ed empatia con le vittime di quei veri e propri inferni che furono i manicomi.

Buona lettura.


 

Recensione. Marzio Barbagli: Comprare piacere.

Comprare Piacere di Marzio Barbagli è molto di più di una storia comparata della prostituzione dal Medioevo ad oggi. Un libro illuminante e sorprendente.

Si fa presto a dire “puttana”. Anzi, no, ci vuole un po’ di tempo, se pensiamo che “solo in Spagna, alla fine del Medioevo, vi erano quasi 300 espressioni per designare una meretrice” (p. 21). Anche in italiano, a ben guardare, i sinonimi o gli eufemismi di questo insulto non sono pochi. Senza dire che bisognerebbe distinguere tra femminile e maschile: “mignotta” e “checca”, per esempio. Ma anche in ambito maschile i sinonimi, sebbene meno numerosi della variante femminile, sono molti.

Già questa semplice e immediata costatazione sarebbe sufficiente per capire che il mondo della prostituzione è estremamente variegato e che quindi la sua storia è una storia articolata e complessa. Ed in effetti, il ricchissimo affresco che ci regala Marzio Barbagli, sociologo che non ha certo bisogno di presentazioni, Professore emerito all’Università di Bologna, lo conferma.

Intanto, per esempio, cos’è che permette di stabilire con certezza che una donna è una prostituta e l’altra no? Il numero degli uomini a cui si è concessa? Il fatto che li cerchi e li adeschi? O è il denaro ricevuto la prova decisiva? (pp. 165 ss.)

Città, taverne, “stufe” e ordine pubblico

La prostituzione è un fenomeno tipicamente cittadino (pp. 72-73). Cantieri, mercati, commerci, chiese, porti… popolazione significa clienti e in città la clientela si moltiplica facilmente in quanto protetta dall’anonimato e dalla mobilità di coloro che entrano ed escono per i più vari motivi. Non a caso molte delle prostitute su cui si hanno notizie certe non erano originarie della città in cui lavoravano ma erano straniere: a Valencia soltanto il 7% delle prostitute censite era nativa di quella città (p. 26).

Fu esattamente questo il fenomeno che videro e che preoccupò gli amministratori, i predicatori, e gli osservatori medievali. Il meretricio si diffondeva e si radicava man mano che le città ingrandivano. Città piccole, minuscole se confrontate a quelle odierne, ma i 100.000 abitanti di Parigi erano una cifra enorme per l’epoca. Da Londra a Palermo, da Parigi a Colonia, da Venezia a Firenze, le femine de pecato si moltiplicavano in modo preoccupante. I predicatori parlavano di “invasione” da parte delle meretrici con un codazzo di gentaglia dedita al gioco, alle risse e alla microcriminalità. Del resto, in linea generale, dal Medioevo fino ad ora, la prostituzione è un fenomeno strettamente collegato al variegato e mal tollerato mondo della marginalità. La figura del lenone, dell’intermediario e della mezzana ne sono una delle conferme più evidenti. Il termine “magnaccia” non fa venire certo alla mente uno stinco di santo.

Prostituzione/ordine pubblico diventa quindi, dal Medioevo in poi, un binomio costante, un’accoppiata di lunga durata che attraversa i secoli.  Le ramificazioni dell’ordine pubblico, si sa, erano molteplici. Le taverne, con la loro clientela disparata – abituale, ma anche di passaggio o temporanea – fittissime nelle città maggiori, erano un ottimo punto di appoggio per le prostitute, sicure di trovarvi clientela in abbondanza.

Sempre nelle città un altro luogo in cui si poteva star certi di incontrare sesso mercenario erano i bagni pubblici, chiamati generalmente “stufe”. Erano luoghi in cui igiene, salute e svago si incrociavano in un groviglio difficilmente distinguibile. Moltiplicatisi dal Duecento fino almeno al Cinquecento, i “bagni pubblici” diventarono sempre più sinonimo di sesso venale (pp. 23 ss.); ma anche mercati, chiese, porti.

Abbondanza di clientela significa anche un ventaglio di “gusti” e preferenze tra i clienti stessi. Da questo punto di vista il lenone e la mezzana ricoprivano un ruolo strategico fondamentale: alcuni erano veri e propri imprenditori avendo sotto controllo un certo numero di prostitute; altri facevano prostituire la moglie o la figlia o la sorella; altri ancora avevano legami affettivi con la loro protetta. In molti casi il mestiere di mezzana o lenone era un secondo o un terzo lavoro, svolto soprattutto da persone che col lavoro “legittimo” e ufficiale erano in contatto con molte persone.

Le città furono una sorta di alimentatore della prostituzione anche con il progressivo incremento del numero delle università. Studenti in giovane età, che spesso disponevano di cifre modeste ma abbastanza sicure per un certo periodo di tempo, erano una clientela allettante per taverne, bisbocce e prostitute – che lavorassero in bordelli o in proprio (pp. 151-57). L’A riporta gustosi frammenti di lettere rigurgitanti indignazione e rampogne dei genitori lontani che rimproveravano ai loro pupilli di buttar via soldi correndo dietro alle sottane. Anche gli eserciti avevano al loro seguito un numero imponente di “donne pubbliche” (pp. 115-124).

Dunque, per i secoli precedenti la Rivoluzione industriale, città, università e soldati sono i tre elementi cardine che alimentarono il mestiere e attorno ai quali il mondo della prostituzione gravitava.

Repressione e “male minore”

Il sogno di debellare la prostituzione – accarezzato da alcuni soggetti particolarmente pii – si rivelò una illusione. I tentativi fatti in questo senso fallirono miseramente. Si cercò allora di arginare il fenomeno in vari modi: espellendo le prostitute dalle città; tollerandone la presenza in zone limitate e comunque lontano dai quartieri centrali e dalle “donne oneste”; rinchiudendole nei postriboli: sono regole e leggi che si differenziano da città a città che che mutano nell’arco del tempo con una grande varietà di pene per coloro che non le rispettavano: dall’espulsione alla fustigazione, alla tosatura dei capelli alle multe.

La soluzione più efficace per tenere le prostitute sotto controllo fu comunque quella di istituire bordelli municipali. Come riconosceva il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia, “le meretrici sono assolutamente necessarie in questa terra” di commerci, attraversata e popolata da una “moltitudine di genti” che vi passava e soggiornava. La creazione di un bordello pubblico era considerata una soluzione ottimale.

Il dato sorprendente è che l’istituzione dei bordelli pubblici derivò da motivazioni demografiche e non “dalla credenza che gli uomini avessero bisogni sessuali più forti delle donne perché […] a lungo si è pensato esattamente l’opposto” (p. 45). Dunque la prostituzione era necessaria. Autorità e religiosi concordavano nel ritenere essa preservasse o arginasse mali peggiori quali, ad esempio, “la trasmissione di passioni e pratiche perverse dalla popolazione femminile infetta a quella sana”, il pericolo che gli uomini insidiassero e violentassero donne oneste e, infine, era molto più raccomandabile optare per la prostituzione legale che il diffondersi del “maledetto vicio contro natura” (pp. 45-46).

Contro natura: il “vizio nefando”

Per “vizio contro natura” gli osservatori medievali e dell’età moderna intendevano la sodomia omosessuale. Naturalmente deprecavano e condannavano anche la variante eterosessuale, ma a preoccuparli maggiormente era la diffusione del vizio tra maschi. Pratica che deve essere stata piuttosto frequente dal momento che negli stati tedeschi storpiavano il nome di Firenze trasformandolo in “infilzare” proprio per indicare una tendenza sessuale particolarmente diffusa nella città toscana. Del resto, un intellettuale come Machiavelli, sposato e frequentatore di bordelli, ebbe anche amanti maschi e incontri omosessuali. Ma anche la Berlino degli anni Venti e Trenta del Novecento era considerata un paradiso di emozioni forti e un fiorente punto di incontro per omosessuali in cerca di avventure (su questo vedi anche Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938))

L’A dedica un paio di capitoli al mercato del sesso omosessuale.  La differenza principale rispetto al meretricio femminile sembra consistere principalmente nella durata inferiore della “carriera” dei maschi, anche se iniziava prima di quella delle donne: la pederastia indicava proprio il rapporto sessuale tra un adulto e un adolescente. In secondo luogo, generalmente i maschi non avevano bisogno di mezzani né, ancor meno, di protettori. Infine il mercato del sesso omosessuale, essendo ovunque condannato, non conobbe mai alcuna forma di regolamentazione. Forse l’aspetto più interessante risiede nel fatto che assieme al progressivo affermarsi della “morale borghese” la posizione di chi cercava e praticava sesso omosessuale divenne progressivamente più fragile. Dovendo adattarsi a una morale pubblica più ristretta e bigotta gli omosessuali diventarono facilmente ricattabili (anche con conseguenze tragiche).

L’istituzionalizzazione della prostituzione

Dunque, se il tentativo di debellare la prostituzione fallì, quello di sottoporla interamente al controllo delle autorità cittadine e governative riscontrò un successo modesto. Le autorità politiche trovarono nella tassazione delle prostitute e dei bordelli una fonte di introiti non trascurabile, ma la prostituzione non autorizzata continuò a prosperare.

Tuttavia, almeno a partire dai decenni centrali del Quattrocento, la prostituzione “istituzionalizzata” raggiunse una certa stabilità. Lo si deduce dalla consultazione delle opere di architettura. Almeno per il caso italiano, queste prevedevano che il bordello si trovasse nelle vicinanze del centro della città proprio perché si trattava di un servizio pubblico (a Bologna era addirittura vicinissima alla centralissima Piazza Maggiore) e non di rado venne a trovarsi nei pressi di istituti religiosi (con sommo rammarico e vibrate proteste degli ecclesiastici). Altri Paesi e città europei invece optarono per spostare il postribolo lontano dal centro per proteggere i residenti da un andirivieni indecoroso (ad abitare nelle adiacenze del centro erano i ceti più ricchi).

Doppia morale

Oltre che a dipendere da fattori demografici, migratori, economici, dallo sviluppo di università e città e dalla presenza di un clero non ancora del tutto uniformato a regole precise, la vitalità della prostituzione derivava anche dalla convivenza di molteplici mentalità. “È un errore pensare che in Europa vi fosse allora un unico sistema di morale sessuale, monolitico, articolato e coerente, quello cristiano” (p. 165).

Come si vede, fare la “puttana” era un mestiere degradato (contraddistinto anche da abbigliamenti particolari o da ornamenti e distintivi che le distinguevano a colpo d’occhio dalle donne oneste), ma non lo era essere cliente. Agli uomini sposati e agli ecclesiastici l’accesso ai bordelli era ufficialmente interdetto, ma quasi ovunque il loro accesso era tollerato e le pene, quando venivano applicate, erano in genere poca cosa.

In secondo luogo, i teologi ritenevano che fossero le donne ad alimentare il mercato del sesso istigando l’uomo a cedere alle loro lusinghe e alla lussuria anche perché – fino al Settecento inoltrato – la donna era considerata “insaziabile” nei suoi appetiti sessuali.

Profondissima conoscitrice dell’animo umano, la Chiesa cattolica dimostrò maggiore duttilità e una grande capacità di adattamento nel fronteggiare il problema della prostituzione in confronto alla consorella protestante, molto più rigida e severa (p. 238 ss). Considerandolo come male minore, alla fin fine riconobbe l’impossibilità di eliminarla, ma questo non significò affatto diminuire gli sforzi per contrastarla. La costruzione di decine di conventi, di Opere Pie, di istituzioni dedite al recupero etico e sociale che la Chiesa edificò e diresse stanno a significare non solo un impegno concreto, immediato, ma anche e soprattutto l’impiantare nei centri nevralgici degli stati una presenza che superava di gran lunga il contrasto diretto alla prostituzione: la costruzione degli edifici creava lavoro; lavoro veniva poi procurato a coloro che vi entravano; le doti che venivano messe a disposizione creava una lunga scia di aspiranti a riceverle. Gli aspetti sono molti e Barbagli ci segnala giustamente che questa storia ebbe in Italia un’incidenza e una durata molto maggiori rispetto ad altri stati europei, mentre i suoi effetti si intersecarono con la “criminalizzazione” della prostituta di basso rango verificatasi con l’avvento e il consolidarsi del positivismo nella seconda metà dell’Ottocento (su questo si veda Silvano Montaldo. Donne delinquenti.). Dunque, al binomio prostituzione/ordine pubblico se ne affiancò un secondo, peccato/redenzione.

Tornando alle cortigiane e alla loro vita non si fatica a ritrovare una curiosa contraddizione. Diventare cortigiana non era affatto semplice. La semplice bellezza, per quanto indispensabile, non era elemento sufficiente. Alla bellezza e al fascino innato, la cortigiana doveva unire doti non comuni: saper di arte, di musica, di poesia; conoscere a perfezione l’arte della conversazione, saper mettere a proprio agio il cliente, indovinarne a colpo sicuro i gusti e le aspettative; saper tessere relazioni negli ambienti importanti non soltanto amorose. Ed è curioso constatare come per le donne che possedevano questi requisiti la prostituzione si trasformasse in un ascensore sociale che consentiva loro perfino di potersi scegliere gli amanti e rifiutare pretendenti non graditi (p. 306). Nei periodi d’oro delle cortigiane (Cinquecento, Sette-Ottocento), molte di loro accumularono fortune enormi, alcune colossali. Ma era e restava una condizione precaria: la bellezza poteva svanire in breve tempo, la concorrenza era agguerrita, gli amanti rivolgersi ad altre, rischiavano di ammalarsi. Per queste ragioni anche le cortigiane ambivano ad accasarsi prima  o poi.

Ci troviamo dunque di fronte ad un largo ventaglio di posizioni assai diverse all’interno della professione: le prostitute occasionali o part-time, le immigrate recenti in cerca di occupazione o quella che lavoravano nel bordello regolare facevano una vita stentata, poco al di sopra della semplice sopravvivenza. Le più apprezzate e intraprendenti tra potevano arrischiarsi a mettersi in proprio, mentre poche potevano unire cultura e savoir faire per schiudere le porte dell’alta società ed arrampicarsi in cima alla piramide sociale.

Prostituzione e progresso

Si tratta di un insieme di fenomeni che dal Cinquecento all’Ottocento si perpetua e si dilata. I vettori che mantenevano vitale il mondo della prostituzione continuavano ad essere gli stessi: crescita – spesso esponenziale – delle città; eserciti – che dopo la Rivoluzione francese divennero regolari e quindi molto più numerosi – e aumento della popolazione studentesca. Semplicemente, gli effetti della Rivoluzione industriale li moltiplicarono, li articolarono e li ingigantirono. Il moltiplicarsi delle professioni, con il conseguente arricchimento dei ceti borghesi dilatò la richiesta di prostitute (p. 335). In Gran Bretagna furono le città che trainarono lo sviluppo industriale – e massimamente quelle portuali – a far esplodere la domanda di prostitute. In Francia, lo sviluppo edilizio di Parigi che rinnovò la città e la ingigantì, fece la fortuna di molte cortigiane.

L’ascesa della borghesia a classe dominante determinò anche il culmine della prostituzione in quanto professione. Già nel Settecento furono molti i viaggiatori e gli osservatori che notarono l’effervescenza del fenomeno. Da Liverpool a Venezia, Roma e altrove, l’A riporta numerose annotazioni di visitatori sbalorditi nel vedere meretrici dappertutto. (Su questo aspetto si veda anche Attilio Brilli. Quando viaggiare era un’arte).

Ma fu il secolo successivo quello che conobbe la massima diffusione. Non a caso Flaubert definì l’Ottocento “il secolo delle puttane” e la prostituzione finì per interessare scienziati e medici in misura molto più considerevole rispetto al passato. Alle loro indagini si devono gli studi più approfonditi sull’argomento così che possiamo disporre di una mappatura esauriente, ampiamente e accuratamente utilizzata da Barbagli. Anche gli artisti, com’è noto, benché fondamentalmente misogini, furono assidui frequentatori delle prostitute e profondi conoscitori del loro mondo (Toulouse-Lautrec, per citarne uno, visse con prostitute per un lungo periodo).

Sul mercato librario apparvero perfino delle guide apposite con tanto di indirizzo, tariffe e specialità delle prostitute per coloro che non intendevano rivolgersi ai mezzani, anche se era facile ricevere notizie in proposito da camerieri, facchini, personale d’albergo, trattorie…

La differenza tra le cortigiane cinquecentesche e le grandi orizzontali ottocentesche stava nel fatto che ora ad essere ricercate non erano più poetesse e scrittrici, ma ballerine e donne di spettacolo. Donne di questi ambienti potevano raggiungere la notorietà diventando muse di artisti e scrittori, ma anche grazie ai nuovi media, come i poster pubblicitari o, ancor più, la fotografia: il progresso aveva inciso anche sul mondo del piacere.

Le due rivoluzioni – quella industriale e quella francese – incisero profondamente anche sulla “geografia” della prostituzione. Nell’Europa medievale e moderna lungo le rotte dei pellegrinaggi le prostitute erano sicure di poter trovare clientela con facilità. Anche i Concili attiravano un gran numero di prostitute. L’Ottocento indebolì la presa della religione sulla popolazione e queste esperienze non ebbero più la centralità di un tempo. La ebbero però quelle che testimoniavano la dimostrazione della forza inarrestabile del progresso: le Esposizioni (universali, internazionali, nazionali, regionali), con la loro capacità di attirare un numero immenso di visitatori costituirono un punto di riferimento costante per le prostitute.

Il declino della professione

Col Novecento invece il fenomeno della prostituzione cominciò a diminuire. Col tempo si affermarono  nuovi costumi sessuali. Se i soldati continuavano ad essere clienti affezionati delle prostitute, che però non seguivano più gli eserciti ma si facevano trovare in loco, sempre più spesso le donne non arrivavano più vergini al matrimonio. Rispetto all’epoca vittoriana i giovani erano più liberi, avevano maggiori possibilità di incontrarsi e di ritagliarsi momenti di intimità. Anche il progressivo accesso delle ragazze alle scuole superiori e alle università ha contribuito a ridimensionare la richiesta di sesso a pagamento. Dunque, nel corso del Novecento, la prostituzione non è scomparsa, si è ridimensionata e modificata ad un tempo.

Conclusioni

Nonostante abbia scritto moltissimo (forse troppo), ho tralasciato molti aspetti di questo libro ricchissimo, divertente, spesso illuminante e fornito di un formidabile apparato di note e bibliografia. Con Comprare piacere Marzio Barbagli ci regala un libro prezioso, che apre anche molti percorsi di ricerca.

PS: per chi volesse approfondire alcuni aspetti, segnalo che l’ultimo numero del Giornale di Storia è dedicato alla prostituzione.