Historia magistra vitae?

Qualche cenno sull’utilità della storia

La storia è maestra di vita?

Considerati i tempi che stiamo vivendo direi proprio di no. Sembrerebbe che le persone abbiano la spiccata tendenza a dimenticare il passato. In certi contesti ciò non è un male; anzi, al contrario può essere un modo per ricominciare daccapo, ad esempio dopo una guerra civile. Ma in linea generale dimenticarsi del passato non porta bene. Per sapere quale potrebbe essere il proprio futuro prossimo ci si può affidare all’oroscopo o ai cartomanti, ma sarebbe meglio a chiedere qualcosa agli storici. Non perché questi siano indovini o abbiano la verità in tasca, ma perché, per mestiere, sono in grado di indicare quali sono le forze e le debolezze di un Paese o di un continente; sanno indicare quali errori sono stati commessi in passato e cos’è che non ha funzionato o corrisposto alle aspettative.

Invece oggi gli storici sono costretti a confrontarsi oltre che con la naturale tendenza delle persone comuni a dimenticare il passato, anche con lo stranissimo fenomeno di una generazione (l’ultima) che vive completamente staccata dal passato: per un ventenne Andreotti, Reagan o Gorbaciov potrebbero avere la stessa età di Napoleone o Giulio Cesare. L’impressionante accelerazione della tecnologia avvenuta negli ultimi trent’anni ha prodotto cambiamenti epocali e definitivi ad un tempo. E se oggi godiamo della disponibilità di strumenti di conoscenza inimmaginabili fino a pochi decenni fa (basti pensare alle sterminate biblioteche digitali fruibili in rete), ci troviamo nel paradosso di aver a che fare con una generazione che, senza averne alcuna colpa – si ritrova completamente immersa in un presente permanente al cui cospetto il passato non ha nulla da insegnare e nulla da dire.

Biblioteca Nazionale – Parigi
(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Eppure gli storici sanno bene che le cose non stanno così. La storia è fatta anche di lunghissime e tenaci continuità, sulle quali a volte si innestano rotture, balzi e cambi repentini. Ma continuità e rotture non sono affatto in contraddizione tra loro, così come non lo sono le più sofisticate tecnologie con i più assurdi pregiudizi: i no vax diffondono le proprie assurdità tramite i social.

Così, per limitarmi ad un altro esempio, spesso si legge e si sente ripetere dagli opinionisti che l’Italia si sta scoprendo un Paese impaurito e incattivito dagli effetti negativi della globalizzazione e che reagisce chiudendosi in se stesso rifiutando in modo sempre più esplicito il confronto e l’apertura all’altro, migrante regolare o meno. Vengono spiegati in questo modo il successo di movimenti populisti di varia natura. Naturalmente queste considerazioni contengono dosi di verità, ma lo storico sa bene che da sempre i settentrionali hanno considerato i meridionali come una sorta di barbari africani dagli usi e dal linguaggio incomprensibili. Ma anche sezionando le varie zone in periodi di particolare tensione sociale (guerre, carestie, epidemie), è facile per lo storico registrare lo stesso rifiuto e lo stesso egoismo verso gente delle proprie zone ma che, con la propria presenza, si ritiene minacci salute e risorse.

Non sono gli unici aspetti, ovviamente. Il presente ci dice molto su un popolo che si sente molto più suddito piuttosto che composto di cittadini decisi a voler vedere tutelati i propri diritti; ci dice molto sulla tendenza a ricercare un “uomo forte” che in cambio di un potere più o meno illimitato ci tolga le castagne dal fuoco e risolva i nostri problemi; ci dice di come la tecnologia può integrarsi alla perfezione e irrobustire la democrazia e la partecipazione quanto, all’opposto possa essere un mezzo potentissimo per indebolirla.

Molto altro di sarebbe (e ci sarà) da dire tuttavia, anche se i segnali che stiamo andando verso tempi che volgono al brutto sembrano infittirsi piuttosto che diradarsi, non bisogna disperare. C’è bisogno degli storici e – come ha detto uno dei più grandi scomparso da poco – “c’è bisogno di storici critici. Il mondo non migliorerà certo da solo”.

(Non ho certo la presunzione di cambiare il mondo, ma semplicemente di indicare libri che mi aiutano a capirlo un po’ meglio).

Matteo Banzola