Recensione. Paolo Nencini: La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia

Un titolo del genere non poteva non attirare la mia attenzione. La minaccia stupefacente, titolo bellissimo e accattivante quello scelto da Paolo Nencini per un libro unico nel suo genere – almeno in Italia, dove gli storici si sono occupati poco della storia delle droghe. Col sottotitolo – Storia politica della droga in Italia – invece, Nencini ha voluto dar prova di modestia. Questo libro è molto di più di una storia politica: l’uso delle droghe può essere una lente di ingrandimento per indagare la storia delle classi sociali, la storia sociale tout court, ma anche storia della medicina e dell’industria farmaceutica, dei movimenti giovanili, una storia comparata e anche una storia giuridica.

Quando?

In un film di grande successo, “Romanzo criminale” c’è una scena in cui la banda festeggia contando una marea di soldi, i proventi del traffico di eroina. Del resto, basta sfogliare le pagine dei quotidiani dalla fine degli anni Settanta fino ad almeno la metà del decennio successivo per farsi un’idea della diffusione delle sostanze stupefacenti nel nostro paese. Ma quand’è che in Italia la droga è diventata un problema sociale?

In Italia gli inizi sono molto diversi da quelli di altri paesi europei, Francia e Gran Bretagna soprattutto. In questi due paesi, dove la Rivoluzione industriale si è innescata prima che altrove, l’uso o l’abuso di sostanze psicotrope se non imponente è però già visibile dalla seconda metà dell’800. Indubbiamente si tratta di minoranze: artisti, soprattutto in Francia o, meglio, a Parigi; ma anche borghesi annoiati e curiosi di provare nuove sensazioni. In Gran Bretagna però, nelle bettole frequentate dagli operai da tempo il gin ha soppiantato la birra e le bevande alcoliche a gradazione più bassa. Le descrizioni della Manchester di Engels sono eloquenti: l’alcolismo è già non soltanto indice di alienazione del lavoro, ma problema sociale diffuso e non soltanto nella classe operaia (su alcuni di questi aspetti si veda Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Édouard Manet (1832-1883), Le buveur d’absinthe, 1867 – 1868

E in Italia? In Italia fenomeno del consumo di droghe non c’è o resta limitatissimo fin dopo la prima guerra mondiale. Al contrario di quanto accadeva in Inghilterra, dove il consumo di pillole di oppio era notevole anche nei ceti popolari e nella classe operaia, gli italiani si dimostravano immuni da questi vizi. Nemmeno le circoscritte élites intellettuali e artistiche hanno sperimentato i “paradisi artificiali” indotti dalle sostanze stupefacenti in misura paragonabile a quanto era possibile verificare in Francia e in Inghilterra.

Si tratta di una refrattarietà che può essere spiegata col provincialismo italiano non solo di tipo culturale. L’Italia rimase a lungo un paese agricolo, poco industrializzato e disseminato di piccole città spesso interdipendenti dalle campagne circostanti. La correlazione, tipica delle società industrializzate, tra poco tempo a disposizione e consumo di sostanze – alcoliche o psicotrope – capaci di garantire un effetto quasi immediato, in Italia poggia su basi troppo fragili: la percezione del tempo e l’uso del tempo sono diversi, restano ancorati al tempo delle campagne, a lavori faticosissimi ma più lenti e che escludono almeno in parte i meccanismi coercitivi dell’alienazione del lavoro di fabbrica che sottraggono tempo all’operaio esasperato da un lavoro faticoso, monotono, mal pagato e che gli ruba tempo (a Manchester i farmacisti passavano il sabato a confezionare pillole di oppio a 1 a tre grani ben sapendo che la sera le avrebbero vendute agli operai perché meno costose dell’alcol, vedi p. 33). Se questo è vero, allora non è tanto l’essere la tradizione vinicola italiana a dimostrarsi più tenace che altrove a mantenere il problema delle droghe sul versante dell’alcolismo, ma è il tempo lavorativo e sociale ad essere più adatto al consumo di vino che di oppiacei. Non a caso, la proposta di Mantegazza di importare foglie di coca dal Perù, rimasto colpito dalla resistenza fisica dei contadini peruviani dovuta alla masticazione delle foglie di quella pianta, per poi rivenderle a basso prezzo ai contadini come tonico e surrogato di un’alimentazione spesso insufficiente, non viene nemmeno presa in considerazione.

L’alcol è infatti la vera droga delle classi popolari italiane e non a caso comincia ad essere percepito come problema sociale dalle classi dirigenti italiane dall’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza all’innesco di una decisa industrializzazione in alcune zone del Paese. Sarà proprio l’alcol la “benzina” della fanteria mandata al macello in quell’immane moria che fu la prima guerra mondiale (su questo vedi anche: Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918)

L’innesto involontario

Dunque l’uso di morfina, eroina e cocaina in Italia si qualifica come un fenomeno urbano e, fino al ’68, riservato alle grandi città, ma pur sempre in modo limitatissimo: Enrico Morselli, uno degli psichiatri più illustri di fine Ottocento, riferiva che pur lavorando tra Genova e Torino “dove la vita moderna ferve in tutta la sua intensità […] il cocainismo e lo stesso morfinismo sono relativamente rari” (p. 105).

Il fatto curioso è che a “sdoganare” gli oppiacei verso il basso è proprio la prima guerra mondiale e lo fa del tutto involontariamente. Le proprietà sedative della morfina e della cocaina erano conosciute da tempo ed è per placare in breve tempo i dolori provocati dalle ferite che i medici, abbondando nei dosaggi, creano di fatto delle schiere di probabili tossicodipendenti (pp. 208 ssgg.).

Ma anche tenendo conto di questa situazione del tutto contingente l’uso di queste sostanze resta estremamente limitato ai frequentatori di café-chantant, al mondo più o meno promiscuo di gente dello spettacolo, di certi caffé, di pochi che hanno preso il vizio a Parigi. Le non molte statistiche stilate dai medici confermano la marginalità del fenomeno (capitolo VI, in particolare, pp. 197 e ssgg).

Nondimeno esiste. Antonio Gramsci, osservatore acutissimo del suo tempo, lo osserva e lo denuncia a Torino; viene segnalato a Firenze (che tradizionalmente ospita nutrite colonie di turisti stranieri, vedi: Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità) e a Roma. Un romanzetto da quattro soldi, “Cocaina”, del più che ambiguo Pittigrilli, pur non avendo alcun valore letterario coglie però una curiosità pruriginosa abbastanza diffusa nella borghesia cittadina, un voler guardare dal buco della serratura un mondo e un vizio semisconosciuto ma sensibile e ricettivo e che può o vorrebbe trasformarsi in consumatrice (p. 222).

L’esperienza di Fiume, guidata da D’Annunzio che è cocainomane, la estende ulteriormente e un’altra ondata si registra con l’emergere dello squadrismo: nelle squadracce fasciste la cocaina gira e, noto en passant, può avere avuto un peso tutto da valutare nel reclutamento di gente disposta a tutto pur di trovare i soldi per drogarsi.

Tuttavia l’uso di oppiacei continua a restare faccenda di pochi italiani. A lungo manca una legislazione in proposito (arriverà soltanto nel 1923) e l’importanza del ruolo e della posizione italiana a livello internazionale nel contrasto al traffico di droga non è dovuto al consumo interno ma alla posizione geografica del Paese che, stendendosi nel cuore del Mediterraneo, si trova al centro dei traffici. Hascish e cocaina girano nei porti italiani, ma non sbarcano; fanno tappa e finiscono altrove.

Ecco allora due primi fenomeni importanti. Il primo riguarda il consumo di droghe come metro di misura per seguire il processo di modernizzazione del Paese. Con una battuta Eric Hobsbawm disse una volta che l’Italia era passata dal Medio Evo direttamente alla modernità. Scherzava ma, pur non facendo centro, il bersaglio lo colpiva. L’Italia è rimasto un paese sostanzialmente agricolo fino a pochi decenni fa. Se si rapporta questa battuta al fenomeno della droga, si direbbe azzeccata. Ancora alla metà degli anni Cinquanta, un fine intellettuale come Oreste del Buono affermava che, per quanto riguarda la droga, “è il vizio in sé per sé che non viene preso in considerazione” (cit. a p. 296). Insomma, agli italiani della metà del secolo scorso il fenomeno della droga non interessa.

Il secondo aspetto interessa le reazioni di fronte a questo problema. Fin quando il consumo di sostanze stupefacenti riguarda cerchie ristrette, il fenomeno viene sostanzialmente tollerato; una volta che inizia a diffondersi, medici, osservatori sociali, istituzioni di beneficenza e simili iniziano ad occuparsene e a segnalarlo fino ad interessare l’opinione pubblica. A questo punto, dopo che il tema è divenuto di dominio pubblico, allora lo Stato interviene con una legislazione in proposito.

Sono tappe che l’A. illustra molto bene con dovizia di particolari e precisione. In Francia – dove tra l’altro tra i primi cocainomani si contano proprio alcuni medici – le riviste di medicina e di psichiatria pullulano di saggi e segnalazioni; in Italia la stessa identica dinamica la si osserva soprattutto per quanto riguarda l’alcol. Il fatto che una legge sul consumo di stupefacenti arrivi tardi connota ulteriormente la particolarità del nostro Paese.

Se la comparazione dell’Italia con gli altri stati serve all’A. per stagliare la particolarità del caso italiano, il libro è anche un lungo viaggio nella società e nella storia di altri paesi (in particolare i capitoli 1 e 3 ma non solo) e, allo stesso tempo una miniera di informazioni e di spunti per approfondire temi quali le case farmaceutiche o la pubblicità su riviste scientifiche e giornali ad ampia tiratura.

Una chiusura consapevole

Nencini chiude la sua ricerca alla fine degli anni Sessanta. Consapevoli del fatto che tempo storico e tempo cronologico non combaciano quasi mai, gli studiosi hanno difficoltà a trovare la “data giusta” per chiudere un’opera. La scelta di Nencini è però dettata da un senso profondo del tempo storico. L’A. sa che dai primi anni Sessanta del secolo scorso il Paese entra in una fase di cambiamento sempre più veloce e convulsa; il paese contadino, “lento”, tradizionalista anche nei vizi entra in dissoluzione. Si affacciano nuovi problemi e nuovi protagonisti: i giovani irrompono sulla scena con la musica, coi viaggi, con le mode, col ’68, diventano perfino un settore del mercato; le campagne iniziano a svuotarsi; le città operaie del Nord fagocitano mano d’opera. Eroina e cocaina diventano vizi diffusi, ma bisogna capire perché. Come mai un Paese che a lungo è rimasto indifferente all’uso generalizzato di droghe a un certo punto della sua storia le accoglie? Questa è la domanda sottaciuta dell’A. E a questo punto, di fronte a questo problema storiografico e sociologico enorme – credo – la consapevolezza dell’A. di doversi inoltrare su terreni quasi inesplorati e difficili, si ferma. Nencini non si accontenta di generalizzazioni – il “riflusso”, “i giovani”… – e banalizzazioni – “l’uso di droghe c’è sempre stato”…

A mio parere è una decisione meritoria, che testimonia una consapevolezza della storia e del ruolo di chi la studia rara nei non specialisti, e una serietà metodologica e scientifica che trapela in tutto il libro. Nencini ha frugato ovunque: letteratura scientifica, storica e fonti letterarie e archivistiche compongono un imponente apparato di note.

L’unico difetto di questo libro veramente bello e importante è la mancanza di un indice dei nomi. Per il resto siamo di fronte a un’opera che meriterebbe davvero un’ampissima diffusione.

Buona lettura.

[PS. Sono “debitore” a questo libro per avermi ispirato un saggio basato su fonti psichiatriche e manicomiali: Droghe di guerra. L’ambiguo uso degli oppiacei dalle trincee al primo dopoguerra, in Carlo De Maria (a cura di), Dalla fine della Guerra alla nascita del fascismo. Un punto di vista regionale sulla crisi del primo dopoguerra (Emilia-Romagna 1918-1920), pp. 267-277)].


Recensione. Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale

C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile? Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?

Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di Georges Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.

Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili.

L’argomento del libro è l’abito, non la moda, anche se i due aspetti sono ovviamente intrecciati. Ma l’abito, il vestito rimanda a di cosa è fatto, come è fatto, perché è fatto in un determinato modo. Vale a dire che l’A. collega l’abito all’ambiente, al commercio, alla vita quotidiana. Usa l’abito e la sua storia per gettare uno sguardo inedito sui grandi fenomeni della storia al fine di comprenderli meglio, approfondirli.

È quello che in un brevissimo articolo sul mio blog ho definito, volgarizzando e sintetizzando al massimo, “entrare di traverso nella storia”; cioè prendere un fenomeno secondario – o apparentemente secondario – e usarlo come un cuneo per inoltrarsi al centro delle questioni fondamentali. Si può osservare un edificio o una piazza dal di fronte o da un angolo: l’edificio è lo stesso, ma la prospettiva cambia.

Per questo direi che per parlare di questo libro e, a mio parere, per illustrare l’intento dell’autore, si possono prendere tre esempi essenziali. Il Rinascimento, la Rivoluzione Francese e la prima guerra mondiale. Si tratta di tre passaggi, di tre snodi fondamentali (negli ultimi due casi, addirittura di eventi periodizzanti).

Il nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile lo si registra nel fatto che gli abiti di quel periodo hanno una confezione geometrica. Quando pensiamo al rinascimento vengono vengono alla mente grandi artisti: fu un’epoca che cambiò la pittura, l’architettura, approfondì le scienze naturali. Viene subito alla mente Leonardo, ma di Leonardo minori il Rinascimento pullulava. Inizia anche l’epoca delle grandi scoperte geografiche e quindi della cartografia, e dell’esplorazione del cosmo. Secondo Walter Benjamin il Rinascimento è indagatore dell’universo. Non stupisce allora se la lettura degli eventi avvenisse in forma geometrica. Questo lo si constata anche nei vestiti riportati nelle opere d’arte. Ve ne sono alcuni, e Vigarello li illustra e li discute, composti da due triangoli, quello alla base, che arriva fino alla vita, e quello superiore, ma rovesciato; oppure il colletto disegnato a mo’ di trapezio.

Naturalmente abiti del genere erano scomodissimi. La donna sembra imbalsamata e irrigidita in vestiti che rendono difficile il muoversi. In altre immagini sembra posta su di un piedistallo. Allora ci si può domandare quale fosse il ruolo della donna. La donna, e con essa l’abito che indossa servono in realtà a rafforzare e indicare il prestigio e la forza economica dell’uomo. La donna ha, in queste immagini almeno, una posizione ancillare, di decoro rispetto a quella maschile.

Una chiusura dunque, che raggiunge il massimo nel clima plumbeo della controriforma, con colletti che diventano enormi ciambelle mentre tutto il resto del corpo è accuratamente coperto e imperscrutabile. Delle donne si vedono soltanto viso e mani. Anche i colori si incupiscono: sono colori pesanti, ferrigni, nero, verde scuro, marrone scuro.

E tuttavia, sia pure in un contesto dai contorni cupi, molte cose si muovono. Le grandi rotte commerciali sono tracciate, il gusto nel cibo e nel mangiare si alleggerisce: entrano nuovi condimenti e nuovi prodotti; i primi caffè sono luoghi di ritrovo maschili, ma vi si va per avere e leggere notizie e per assicurare i viaggi d’affari (la Lloyd ebbe la prima sede in un caffè, così come molti giornali – su questo si veda Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Anche gli abiti cambiano. Lo si vede facilmente in quelli maschili: diventano più confortevoli, più comodi e pratici. Cominciano a mutare anche i materiali: stoffe che provengono dall’India, dalla Cina o dalle Americhe.

Nel corso del Settecento questo processo prosegue e coinvolge anche l’abito femminile, che si assottiglia e diventa più pratico. Indica che la donna ha conquistato nuovi spazi sociali. Il processo sfocia con la Rivoluzione francese, che non solo “libera” alcune parti del corpo, ma ne lascia scoperte alcune. È il segno di conquiste sociali importanti anche se temporanee. (Si potrebbe anche osservare che la Rivoluzione francese “politicizza” l’abito: coloro che ne rigettano valori e conquiste indicano la propria avversità persistendo a mantenere gli abiti dell’Ancien Régime)

Temporanee perché la Restaurazione ha usato la mano pesante con le donne. Mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.

Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile in una certa misura si si democratizzano.

C’è di più: la società ormai si è stratificata in molte classi: la stessa borghesia non è, come noto, un blocco unico: si suddivide in almeno tre sotto-classi (grande, piccola, media); si manifesta anche una “aristocrazia del proletariato” dalle minime pretese. Si cercano svaghi e ritrovi. Si pensi ai poster pubblicitari di Lautrec: le gonne si accorciano per facilitare il ballo. (per qualche esempio si veda Art of poster Manifesti della Belle Époque)

Un ruolo non trascurabile in questo senso lo ha esercitato lo sport. Tennis e golf erano sport elitari, ma aperti alle donne. Per praticarli occorreva accorciare la parte inferiore e rendere più liberi torace e braccia.

Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte dai costi proibitivi.

Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.

Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile. Si arriva così fino alla rottura provocata dalla scandalosa minigonna, che scopre finalmente e valorizza le gambe.

Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… Le voci maschili, come è in una certa misura ovvio e prevedibile, sono in netta maggioranza e tra esse dominano le osservazioni impregnate di biasimo e sarcasmo che indicano un malcelato timore degli uomini nei confronti delle donne. Perciò le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo percorsi più ampi.

L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.

Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni. Buona lettura.


Art of poster Manifesti della Belle Époque

La prima guerra mondiale è stato un evento talmente traumatico e decisivo da diventare periodizzante nella storia. Gli storici hanno parlato – e molti parlano ancora – di un “lungo Ottocento”, nato con la Rivoluzione francese e finito, appunto, nel 1914.

Non stupisce dunque che la generazione già matura nell’immediato primo dopoguerra abbia guardato ai decenni di pace e di progresso precedenti allo scoppio delle ostilità come ad una Belle Époque; un’epoca effervescente, dinamica e stabile.

In realtà, come sempre, le cose sono più complesse. Tutte le menti destinate a sfornare opere che avrebbero demolito le certezze di quei decenni erano già all’opera: Darwin, Marx, Freud e Einstein avevano già maturato o stavano per rendere pubblici concetti e idee che avrebbero demolito e mandato in frantumi le certezze di quell’epoca. Ma questo avremo modo di discutere. In questo articolo voglio segnalare una splendida iniziativa del Minneapolis College of Art and Design (MCAD) che tramite Flickr rende disponibile un’accurata collezione dei più bei poster risalenti appunto alla Belle Époque.

Il Minneapolis College of Art and Design ci regala dunque la possibilità di ammirare capolavori di artisti del calibro di artisti come Jules Chéret, Alphonse Mucha e del geniale Henri de Toulouse-Lautrec.

Autori, occorre ricordarlo, che in quei decenni pieni di fermento non soltanto in ambito artistico creavano opere destinate alla pubblicità e che quindi testimoniano, oltre che al loro talento, anche il progresso tecnologico e, sia pure indirettamente, le trasformazioni di un’epoca che si accingeva a diventare società di massa.

Abbiamo dunque a disposizione un materiale che oltre ad essere esemplare dal punto di vista artistico ci consente di approfondire aspetti di decenni che mantengono ancora oggi intatto il loro fascino.

Non mi resta che lasciarvi il link alle opere e invitarvi a guardarle: meritano davvero. Art of poster 1880-1918.