Recensione. Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale

C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile?  Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?

Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di Georges Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.

Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili.

L’argomento del libro è l’abito, non la moda, anche se i due aspetti sono ovviamente intrecciati. Ma l’abito, il vestito rimanda a di cosa è fatto, come è fatto, perché è fatto in un determinato modo. Vale a dire che l’A. collega l’abito all’ambiente, al commercio, alla vita quotidiana. Usa l’abito e la sua storia per gettare uno sguardo inedito sui grandi fenomeni della storia al fine di comprenderli meglio, approfondirli.

È quello che in un brevissimo articolo sul mio blog ho definito, volgarizzando e sintetizzando al massimo, “entrare di traverso nella storia”; cioè prendere un fenomeno secondario – o apparentemente secondario – e usarlo come un cuneo per inoltrarsi al centro delle questioni fondamentali. Si può osservare un edificio o una piazza dal di fronte o da un angolo: l’edificio è lo stesso, ma la prospettiva cambia.

Per questo direi che per parlare di questo libro e, a mio parere, per illustrare l’intento dell’autore, si possono prendere tre esempi essenziali. Il Rinascimento, la Rivoluzione Francese e la prima guerra mondiale. Si tratta di tre passaggi, di tre snodi fondamentali (negli ultimi due casi, addirittura di eventi periodizzanti).

Il nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile lo si registra nel fatto che gli abiti di quel periodo hanno una confezione geometrica. Quando pensiamo al rinascimento vengono vengono alla mente grandi artisti: fu un’epoca che cambiò la pittura, l’architettura, approfondì le scienze naturali. Viene subito alla mente Leonardo, ma di Leonardo minori il Rinascimento pullulava. Inizia anche l’epoca delle grandi scoperte geografiche e quindi della cartografia, e dell’esplorazione del cosmo. Secondo Walter Benjamin il Rinascimento è indagatore dell’universo. Non stupisce allora se la lettura degli eventi avvenisse in forma geometrica. Questo lo si constata anche nei vestiti riportati nelle opere d’arte. Ve ne sono alcuni, e Vigarello li illustra e li discute, composti da due triangoli, quello alla base, che arriva fino alla vita, e quello superiore, ma rovesciato; oppure il colletto disegnato a mo’ di trapezio.

Naturalmente abiti del genere erano scomodissimi. La donna sembra imbalsamata e irrigidita in vestiti che rendono difficile il muoversi.  In altre immagini sembra posta su di un piedistallo. Allora ci si può domandare quale fosse il ruolo della donna. La donna, e con essa l’abito che indossa servono in realtà a rafforzare e indicare il prestigio e la forza economica dell’uomo. La donna ha, in queste immagini almeno, una posizione ancillare, di decoro rispetto a quella maschile.

Una chiusura dunque, che raggiunge il massimo nel clima plumbeo della controriforma, con colletti che diventano enormi ciambelle mentre tutto il resto del corpo è accuratamente coperto e imperscrutabile. Delle donne si vedono soltanto viso e mani. Anche i colori si incupiscono: sono colori pesanti, ferrigni, nero, verde scuro, marrone scuro.

E tuttavia, sia pure in un contesto dai contorni cupi, molte cose si muovono. Le grandi rotte commerciali sono tracciate, il gusto nel cibo e nel mangiare si alleggerisce: entrano nuovi condimenti e nuovi prodotti; i primi caffè sono luoghi di ritrovo maschili, ma vi si va per avere e leggere notizie e per assicurare i viaggi d’affari (la Lloyd ebbe la prima sede in un caffè, così come molti giornali – su questo si veda Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Anche gli abiti cambiano. Lo si vede facilmente in quelli maschili: diventano più confortevoli, più comodi e pratici. Cominciano a mutare anche i materiali: stoffe che provengono dall’India, dalla Cina o dalle Americhe.

Nel corso del Settecento questo processo prosegue e coinvolge anche l’abito femminile, che si assottiglia e diventa più pratico. Indica che la donna ha conquistato nuovi spazi sociali. Il processo sfocia con la Rivoluzione francese, che non solo “libera” alcune parti del corpo, ma ne lascia scoperte alcune. È il segno di conquiste sociali importanti anche se temporanee. (Si potrebbe anche osservare che la Rivoluzione francese “politicizza” l’abito: coloro che ne rigettano valori e conquiste indicano la propria avversità persistendo a mantenere gli abiti dell’Ancien Régime)

Temporanee perché la Restaurazione ha usato la mano pesante con le donne. Mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.

Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile in una certa misura si si democratizzano.

C’è di più: la società ormai si è stratificata in molte classi: la stessa borghesia non è, come noto, un blocco unico: si suddivide in almeno tre sotto-classi (grande, piccola, media); si manifesta anche una “aristocrazia del proletariato” dalle minime pretese. Si cercano svaghi e ritrovi. Si pensi ai poster pubblicitari di Lautrec: le gonne si accorciano per facilitare il ballo. (per qualche esempio si veda Art of poster Manifesti della Belle Époque)

Un ruolo non trascurabile in questo senso lo ha esercitato lo sport. Tennis e golf erano sport elitari, ma aperti alle donne. Per praticarli occorreva accorciare la parte inferiore e rendere più liberi torace e braccia.

Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte dai costi proibitivi.

Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.

Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile. Si arriva così fino alla rottura provocata dalla scandalosa minigonna, che scopre finalmente e valorizza le gambe.

Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… Le voci maschili, come è in una certa misura ovvio e prevedibile, sono in netta maggioranza e tra esse dominano le osservazioni impregnate di biasimo e sarcasmo che indicano un malcelato timore degli uomini nei confronti delle donne. Perciò le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo percorsi più ampi.

L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.

Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni. Buona lettura.

Art of poster Manifesti della Belle Époque

La prima guerra mondiale è stato un evento talmente traumatico e decisivo da diventare periodizzante nella storia. Gli storici hanno parlato – e molti parlano ancora – di un “lungo Ottocento”, nato con la Rivoluzione francese e finito, appunto, nel 1914.

Non stupisce dunque che la generazione già matura nell’immediato primo dopoguerra abbia guardato ai decenni di pace e di progresso precedenti allo scoppio delle ostilità come ad una  Belle Époque; un’epoca effervescente, dinamica e stabile.

In realtà, come sempre, le cose sono più complesse. Tutte le menti destinate a sfornare opere che avrebbero demolito le certezze di quei decenni erano già all’opera: Darwin, Marx, Freud e Einstein avevano già maturato o stavano per rendere pubblici concetti e idee che avrebbero demolito e mandato in frantumi le certezze di quell’epoca. Ma questo avremo modo di discutere. In questo articolo voglio segnalare una splendida iniziativa del Minneapolis College of Art and Design (MCAD) che tramite Flickr rende disponibile un’accurata collezione dei più bei poster risalenti appunto alla Belle Époque.

Il Minneapolis College of Art and Design ci regala dunque la possibilità di ammirare capolavori di artisti del calibro di artisti come Jules ChéretAlphonse Mucha e del geniale Henri de Toulouse-Lautrec.

Autori, occorre ricordarlo, che in quei decenni pieni di fermento non soltanto in ambito artistico creavano opere destinate alla pubblicità e che quindi testimoniano, oltre che al loro talento, anche il progresso tecnologico e, sia pure indirettamente, le trasformazioni di un’epoca che si accingeva a diventare società di massa.

Abbiamo dunque a disposizione un materiale che oltre ad essere esemplare dal punto di vista artistico ci consente di approfondire aspetti di decenni che mantengono ancora oggi intatto il loro fascino.

Non mi resta che lasciarvi il link alle opere e invitarvi a guardarle: meritano davvero. Art of poster 1880-1918.