Recensione. Cesare de Seta: Arti della modernità

Titolo azzeccato quello scelto da Cesare de Seta per un viaggio nel “lungo Ottocento” studiato con l’occhio dello storico dell’arte. Il secolo che si apre con la “duplice rivoluzione” (industriale e francese) e la conseguente ascesa della borghesia è, appunto, una gigantesca fucina della “modernità”, un secolo inebriato del progresso (su questo si veda: Donald Sassoon, Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo 1860-1914), un fenomeno che ha molte facce: dalle colate di ferro e acciaio alla esplorazione di civiltà e paesi lontani, dalle conquiste coloniali all’emergere di nuovi ceti sociali; dalla disponibilità sempre più ampia di manufatti alla vita turbinosa delle grandi città…

Guerre, industria e ferrovie reclamano la formazione di figure specifiche: l’espansione dell’industria crea “la vera figura dell’ingegnere”, un professionista che sia in grado di utilizzare i nuovi ritrovati dell’innovazione tecnologica – ghisa, vetro, ferro e poi acciaio e più avanti cemento armato. Architettura e ingegneria divorziano ognuna seguendo percorsi tracciati da nuove necessità. Si separano anche modelli: la Rivoluzione francese stravolge e cambia anche l’istruzione rinnovando istituti e corsi. Il suo modello si diffonde sul continente con le conquiste napoleoniche; ma l’Inghilterra mantiene le proprie tradizioni – con una presenza del privato anche nella gestione dell’istruzione molto più marcata rispetto alla Francia. Sono diversità che affondano le proprie radici nella storia e nel ruolo che i due paesi vengono a svolgere (in generale si veda il capitolo VI).

Civil engineering; various bridges in Britain and Europe. En Wellcome, V0024339ER
Robert, Hubert, La Grande Galerie du Louvre, entre 1794 et 1796, France, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1948 36 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010063967 – https://collections.louvre.fr/CGU

Il mondo si rimpicciolisce e si allarga allo stesso tempo: ferrovie, telegrafo e navi “allacciano” paesi e continenti, le persone si spostano con più facilità e con più frequenza. Quella degli artisti era già da tempo una comunità seminomade; anche guardando epoche precedenti è impressionante la frequenza e l’ampiezza dei viaggi quando i trasporti erano scomodi, insicuri e viaggiare era spesso pericoloso (sul tema del viaggio vedi: Antoni Maçzak, Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna; per altri aspetti, Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi., per l’arte: Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). In pieno Ottocento “fu l’apertura dell’istmo di Suez a trasformare l’attrazione per l’Oriente in una vera moda” che “affascina tutti, modernisti come Delacroix e tradizionalisti come Gérôme” (pp. 176-79).

Jean-Léon Gérôme, Prayer in the Mosque, 1871. Fonte: Metropolitan Museum of Art, New York

Le turbolenze dovute alla Rivoluzione francese e poi alle guerre napoleoniche segnano la fine della parabola storica del Gran Tour (sul quale si veda dello stesso De Seta, L’Italia nello specchio del Grand Tour e Attilio Brilli, Quando viaggiare era un’arte.) che si ridimensiona in un più modesto, ma comunque vivace Voyage en Italie, dove Roma continua a primeggiare ma anche altre città, Venezia, Firenze, Napoli, mantengono intatto il loro fascino nell’attrarre artisti da tutta Europa (su questo si veda: Attilio Brilli, Il grande racconto delle città italiane). Anche il clima italiano, la sua luce e i suoi colori giocano un ruolo importante, basti pensare al modo in cui Turner dipinge Venezia (De Seta propone molte opere) e all’importanza che clima e luce assumo nell’opera di Ruskin; i pittori tedeschi dell’età della Restaurazione trovano i loro “tropici” a Napoli nel meridione d’Italia (p. 286).

Va da sé che instabilità politica e guerre non sono un terreno congeniale per il rifacimento o la sistemazione di piazze, viali e ristrutturazioni: l’architettura ha bisogno di stabilità e finanziamenti. Per questa ragione gran parte dei faraonici progetti che Napoleone aveva in serbo per Parigi restarono sulla carta, ma con l’avanzare del secolo il riassetto urbano si afferma in molte città ed è il segno, come nel caso di Milano, della sicurezza e della prosperità raggiunta dalla borghesia. Le città hanno bisogno di nuovi spazi, parchi, viali; di nuove strutture, ospedali, manicomi, ricoveri; la borghesia di propri spazi di sociabilità, caffè, ristoranti, passeggiate e per gli affari; i governi di edifici di rappresentanza, ministeri, biblioteche, teatri (pp. 91 e ssgg.).

D’altra parte con la Restaurazione siamo di fronte ad una operazione di “ripristino” su larga scala; le teste coronate ritornate sui troni sono assetate di legittimità: mai come in questo secolo le piazze sono riempite di sculture e monumenti che riflettono il tentativo di nazionalizzare le masse. In questo senso la storia assume un significato particolare, sia perché molti artisti si sono formati intellettualmente prima che la duplice rivoluzione si sia messa in moto, sia perché il passato (di epoche, di stili) mantiene un proprio fascino, sia perché governi e regnanti proseguono una tradizione di mecenatismo fondamentale per molti artisti che in cambio li “legittimano” con le proprie opere. Da questo punto di vista negli anni Trenta in Francia si verifica una frattura importante tra l’epopea napoleonica e il colonialismo da un lato e coloro che volgono lo sguardo alla modernità (p. 176). Anche se per alcuni artisti l’affermarsi inesorabile della modernità è vissuto in modo traumatico perché ciò implica la fine del vecchio mondo nel quale si erano formati (p. 56) o perché rifiutano i valori della nuova società borghese-industriale (i Preraffaeliti o, per certi aspetti, i Nazareni) o ancora perché si sentono rifiutati da essa come un Gauguin, non si tratta di dividere il mondo dell’arte in gruppi o fazioni: si può essere innovatori o rivoluzionari in ambito artistico e moderati o conservatori su altri versanti e viceversa: Manet e Pissarro si frequentavano e si stimavano ma il primo inorridì di fronte alla Comune di Parigi mentre il secondo era convintamente anarchico (su questo si veda Sue Roe, Impressionisti. Biografia di un gruppo; su Manet, Fred Licht, Manet). Amato e rispettato dagli impressionisti, Manet aspirò sempre all’approvazione del pubblico che i Salon gli restituirono in modo intermittente. Senza dire che lo stesso Marx aveva gusti tutt’altro che rivoluzionari mentre non di rado le preferenze della destra andavano ad artisti innovatori (su tutto questo, pp. 201 e ssgg.). Inoltre c’è una sorta di “grande dialogo” tra artisti; una fitta trama di influenze reciproche, rivisitazioni, ispirazioni, percorsi che si intrecciano o si biforcano per poi magari reincontrarsi. È uno degli aspetti più affascinanti del libro: De Seta si muove con stupefacente disinvoltura in queste polifonie che si contaminano a vicenda.

Adesioni e reazioni alla modernità

La modernità è un fenomeno essenzialmente cittadino: “larga parte della pittura dell’Ottocento francese [ma non solo] è una pittura urbana ed è intimamente impastata con la città industriale: le stazioni, i boulevard, i grandi magazzini, i passages”; e anche quando alcuni fuggono dalla città (Cézanne, Monet, van Gogh…) “tutti sono pittori della civiltà urbana” (p. 326).

Auguste Renoir, Bal du moulin de la Galette, En 1876, Huile sur toile, H. 131,5 ; L. 176,5 cm., Legs Gustave Caillebotte, 1894 © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
Hilaire-Germain-Edgar Degas, Interior, Philadelphia Museum of Art

La vita culturale delle accademie, dei teatri, delle riviste; quella mondana dei caffè, dei balli e dei ritrovi; quella dello svago dei grandi magazzini e delle passeggiate; le innovazioni architettoniche e, naturalmente, artistiche, hanno il loro centro pulsante e propulsore nelle città. Le città italiane calamitano artisti per la loro storia, per i tesori che conservano, per le mirabilia in abbondanza; Londra è capitale di un Impero, ma è Parigi il grande vulcano del secolo. Quelle che oggi possiamo considerare scosse di assestamento del terrificante terremoto dell’89 (i moti del 1820-21, del 1830, il ’48) all’epoca furono invece interpretate come “annunci” di nuove ondate rivoluzionarie. È del tutto ovvio che l’arte ne sia stata influenzata: gli stessi Salon, un prodotto dell’Ancien Régime, si democratizzano consentendo la partecipazione a chiunque voglia esporre (anche se la giuria, insindacabile, è ancorata all’Accademia e questo determina bocciature con discussioni e polemiche).

Claude Monet, La Gare Saint-Lazare en 1877, huile sur toile, H. 75,0 ; L. 105,0 cm. ,Legs Gustave Caillebotte, 1894,©Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais/ Patrice Schmidt

Le città sono anche il luogo naturale della borghesia in ascesa. Esiste anche una potente borghesia agraria, naturalmente, ma il mondo dell’arte anche se si rinnova in molti modi, ha nel mecenatismo di uomini d’affari, industriali e banchieri un sostegno la cui importanza si accresce nel tempo. Sono loro, i nuovi ricchi, che affiancano l’aristocrazia di antico lignaggio e spesso la superano in ricchezza, a soppiantare il mecenatismo che un tempo era stato della Chiesa e poi dello Stato (anche se, naturalmente, aristocratici col gusto per l’arte e gli stati continuano a fare la loro parte). Fare sfoggio di collezioni d’arte, ville e giardini magari costruiti anche con nuovi materiali come il vetro per le serre è un modo per segnalare il proprio status sociale, ma ciò significa anche promuovere i ritrovati e le conquiste tecnologiche che la rivoluzione industriale sforna a getto continuo – un’operazione di cui si fanno carico le Esposizioni universali e, non a caso, la Great Exibition di Londra del 1851 è ospitata in un immenso palazzo di ferro e vetro.

Un artista come Manet, che sebbene collabori col veriegato gruppo degli impressionisti ha e mantiene una formazione borghese, espone opere che scandalizzano l’opinione pubblica. La satira feroce di Daumier non avrebbe avuto spazio per esprimersi senza l’affermarsi della borghesia, così come minore impatto avrebbe avuto il realismo di denuncia di un Courbet o quello più sfumato di un Millet che guarda alle campagne. Ma i decenni centrali dell’Ottocento sono pesanti per il proletariato industriale o agricolo che sia. Se alcuni artisti come Philip James de Loutherbourg restano affascinati dalla forza portentosa della Rivoluzione industriale (p. 44), dietro a quell’evento che sta plasmando il mondo si celano fatiche immani e sfruttamento che poco per volta emergeranno in vario modo, engagée o semplicemente ritratta ma comunque ineludibile: a un artista innovatore come Menzel, sensibile a molti temi, non sfugge la potenza della Rivoluzione industriale e le fatiche che impone.

Proprio la consapevolezza che la rivoluzione industriale sia un processo irreversibile e inarrestabile spinge gruppi di artisti a rivisitare epoche passate come il medioevo: le opere dei Preraffaeliti sono una reazione, un rigetto della modernità e della Rivoluzione industriale (p. 258). Se la rivoluzione industriale aveva provocato drammi esistenziali e sociali “silenziosamente” (per così dire), in ambito artistico l’altra Rivoluzione, quella francese, ne aveva provocati molti e in modo clamoroso: incendi di chiese e saccheggi, distruzioni e menomazioni si erano verificati su larga scala al punto che i responsabili saranno paragonati ai vandali, così come vandali Victor Hugo definì gli incompetenti restauratori di molti edifici che con la loro imperizia li avevano snaturati.

Ford Madox Brown, L’ultimo sguardo all’Inghilterra. Fonte: Birmingham Museum and Art Gallery

Naturalmente non tutto si risolve nelle città. Artisti come Caillebotte si dividono tra città e campagna; altri, che almeno agli inizi non possono permettersi gli affitti di Parigi, si piazzano nei dintorni facendo la spola tra città e sobborghi; altri ancora cercano nelle campagne pace e ispirazione: e infatti con gli impressionisti si assiste al rinnovamento della pittura en plen air. Ma è nelle città che avviene la trasformazione del mondo artistico: l’artista ha bisogno di pubblico e lungo il secolo il pubblico gioca un ruolo sempre più determinante per i guadagni i successi e la fama di un artista: la società inizia il suo divenire in società di massa, massa che se guardata a volo d’uccello può sembrare indistinta, ma in quella massa sono sempre di più coloro che sanno leggere, alcune categorie di operai sono diventate “aristocrazie operaie” con una maggiore disponibilità di denaro e di tempo: è quella sorta di mondo di mezzo, che si muove sul crinale che – non sempre – separa piccola borghesia e proletariato, ritratto in modo impareggiabile da Toulouse-Lautrec. Appaiono e intervengono i mercanti d’arte che si interpongono come intermediari tra gli artisti e la loro produzione e il pubblico: il mercato dell’arte si arricchisce di nuovi soggetti attivi, si fa più articolato e sfaccettato, con successi e frustrazioni.

La posizione di Parigi nella dinamica di questi processi è centrale perché sebbene anche altrove si verifichino processi simili, ciò avviene in una misura molto minore rispetto alla capitale francese: in Italia a Milano, Torino e Napoli si formano circuiti di questo genere ma restano molto più limitati. Parigi pulsa e ammalia, soprattutto i giovani provenienti da realtà di provincia o periferiche come van Gogh, ma in altre realtà, per esempio in quel mosaico di stati e staterelli che è all’epoca la Germania, i decenni della Restaurazione corrispondono in un affacciarsi di valori tradizionali, in un rinchiudersi nell’intimità famigliare in abitazioni che sono espressione di un benessere solido e severo, con un mobilio rimpicciolito, più sobrio e modesto anche nella scelta dei materiali: è lo stile Biedemeier, fortuna dei molti ebanisti di Vienna (pp. 278 ssgg.), destinato a lunga vita.

Conclusioni

De Seta chiude Arti della modernità con un capitolo dedicato alla fotografia. È quasi un’intrusione, ma un’intrusione dovuta, obbligata dal percorso di tutto il libro: lo sviluppo incessante della tecnologia lungo tutto il secolo chiama anche gli artisti a confrontarsi e misurarsi con gli stravolgimenti che impone: colori, spessori, volumi cambiano non soltanto in relazione al gusto e alle mode, ma anche per il confronto col mondo scientifico in costante evoluzione.

La penna di De Seta in Arti della modernità è fluida, leggera e agile. Il lettore resta affascinato dalla capacità dell’autore di muoversi nei più disparati contesti e, allo stesso tempo, di tenere saldo il filo conduttore. Inoltre, si ha la possibilità di approfondire i temi dei dieci capitoli del libro con un’ampia bibliografia.

Buona lettura.

lo storico della domenica
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: