Recensione. Antonio Gibelli: L’officina della guerra.

“Morire quando si è ancora giovani e si hanno ancora delle speranze è follia, ed io non sono folle”. Così si esprime un disertore durante la prima guerra mondiale invertendo il rapporto tra ragione e follia stabilita dallo Stato, dalla disciplina militare e dalla medicina (p. 132).

Sul fatto che la prima guerra mondiale segni contemporaneamente la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, non vi sono dubbi. Da qualche tempo gli storici hanno dilatato la periodizzazione delle loro indagini spostando l’attenzione agli anni precedenti o a quelli successivi (sul dopoguerra vedi Robert Gerwarth La rabbia dei vinti e, in una prospettiva diversa, Philipp Blom, La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)), ma questo non modifica il carattere epocale dell’evento.

L’officina della guerra di Gibelli non è una storia generale della Grande Guerra. Al primo conflitto mondiale lo studioso ligure ha dedicato molti altri studi (qui ho recensito La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). Come chiarisce il sottotitolo, in questo libro lo storico ligure studia le trasformazioni del mondo mentale provocate dalla prima guerra mondiale.

Guerra di massa, guerra tecnologica

“Guerra di masse (di uomini) e insieme di macchine e materiali” (p. 183), guerra moderna, guerra tecnologica – la prima guerra mondiale si attaglia a molte definizioni e l’A. molti ne usa (o le riprende dalla trattatistica del tempo). Tre sono i fattori centrali che connotano la Grande Guerra e che Gibelli scandaglia e discute per approfondire il tema del libro.

Nessun conflitto precedente aveva mobilitato un numero così elevato di soldati. La prima guerra mondiale come immane carnaio è un’immagine ricorrente; ma a mutare rispetto al passato non è soltanto l’aspetto quantitativo, è anche l’aspetto qualitativo del soldato. Se per il singolo soldato purché dotato di intelligenza, intraprendenza coraggio, le guerre napoleoniche erano state un’ottima occasione per fare carriera, ora ai soldati vengono richiesti requisiti opposti: disciplina, obbedienza cieca, rassegnazione, sopportazione. Per un conflitto di questo genere e con queste caratteristiche, il soldato ottimale corrisponde ad un uomo “rozzo, ignorante, passivo”, “manipolabile” (p. 91) a seconda delle necessità: che debba sopportare pazientemente nella schifosa vita di trincera o che debba andare all’assalto, che debba dar prova di una resistenza e di una forza fisica notevoli per lavori pesanti o capacità di sopportare la noia di mansioni ripetitive e anonime, serve un soggetto “inebetito, automatizzato [e] assuefatto al pericolo” (p. 95).

In altri termini la guerra richiede uomini pienamente inseriti nella civiltà industriale e non a caso il punto di riferimento e il parallelo sono il modello fordista: al soldato-massa corrisponde nella vita civile l’operaio-massa. Di questo materiale (sub)umano l’Italia è ben fornita o almeno così ritengono medici, psichiatri e antropologi. Da molto tempo la medicina positivista individua all’interno dei manicomi una moltitudine di internati che presentano tare ereditarie, dall’intelligenza limitata, ritardate o colpite da malattie che ne limitano o compromettono le capacità (alcolisti, epilettici ecc). Rinchiudere nei manicomi questa umanità incompleta dal punto di vista psichico era stata fino a quel momento un’operazione volta a proteggere la parte “sana” della popolazione. Ora la Grande Guerra, con la richiesta inesauribile di uomini, rovescia questo assunto e sdogana l’utilizzo di soggetti “mentalmente poveri” la cui presenza negli eserciti diventa considerevole (p. 90).

Tutti gli eserciti in lotta, non solo quello italiano, indeboliscono dunque la propria “qualità biologica” salvo poi sorprendersi – per il caso italiano soprattutto dopo Caporetto (su Caporetto, vedi la mia recensione a: Luca Gorgolini, Fabio Montella, Alberto Preti (a cura di), Superare Caporetto. L’esercito e gli italiani nella svolta del 1917, Unicopli, Milano, 2017.) – di quella che un alienista definisce “melma sociale”. La prima guerra mondiale fa scoprire alle classi dirigenti la “folla”, “masse anonime, folle brute i cui movimenti sono altamente imprevedibili” e temuti (pp. 144-146.). Sono uomini utili alla guerra tecnologica ma inadatti alla vita militare. Questo “putridume” sociale una volta riportato a galla per sostenere lo sforzo bellico non sparirà, rimarrà e verrà utilizzato (per così dire) negli anni torbidi e violenti del dopoguerra.

Gassed by John Singer Sargent, IWM London, Copyright: © IWM. Original Source: http://www.iwm.org.uk/collections/item/object/23722
Un nuovo protagonista: lo Stato

Una guerra di quelle dimensioni e durata richiede un intervento dello Stato in molti ambiti. La prima guerra mondiale modifica in modo permanente il rapporto tra Stato e sudditi (è difficile parlare di soldati-cittadini a pieno titolo). Prima di allora, per ampi settori della società lo Stato aveva esercitato una presenza e una pressione a volte pesante e invadente, ma discontinua, intermittente. Ora invece non solo dirige l’economia di guerra, ma modifica, intervenendo direttamente, la vita privata e militare dei soldati decidendo in modo insindacabile della vita e della morte dei combattenti.

Con la pervasività dello Stato e con la sua capacità di controllo il soldato deve fare i conti. Da un lato i fanti-contadini e i soldati di estrazione popolare avvertono lo stato come un nemico; dall’altro lo Stato diventa “un nuovo soggetto di intermediazione sociale, una fonte di legittimazione, di acculturazione e persino di sussistenza” (p. 96). Per sfruttare i possibili vantaggi di questa intermediazione i soldati devono padroneggiare in qualche modo la scrittura: dati anagrafici e informazioni sono necessarie, ad esempio, per richiedere licenze, permessi o sussidi; i soldati al fronte scrivono a casa per richiedere documenti e attestati. Anche in questo caso si tratta di un fenomeno che aveva avuto il suo esordio con le armate napoleoniche, ma “l’uso massiccio della scrittura è incentivato” dalla Grande Guerra (pp. 96-98).

Quando trattano di questi argomenti le lettere mostrano un linguaggio burocratizzato, semplificato, che tenta di mettersi in linea con un patriottismo che si sa essere ben accetto, ma che resta di facciata; anzi, sostanzialmente sconosciuto e comunque non condiviso.

Le fonti: lettere, diari e medicina

A lungo trascurate dalla storiografia e anche da grandi storici a causa della ripetitività degli argomenti e dall’intervento della censura, nelle mani di Gibelli lettere e diari diventano invece una fonte fondamentale. Come per tutte le fonti, anche le lettere dei soldati parlano solo se opportunamente interrogate. In questo Gibelli possiede una grande sensibilità che gli consente di far emergere tutta la drammatica novità/modernità del conflitto. La Grande Guerra è per i soldati una grande, profonda lacerazione che li distacca brutalmente dal mondo anteguerra. Ritrovandosi al centro dell’incontro/scontro tra la “grande storia” e la loro storia personale dalla penna dei soldati fuoriescono nuove percezioni, distorsioni: il tempo non è più soltanto cronologico e biologico, ma conosce e subisce sfasature; la guerra produce in chi la combatte “insieme una difficoltà di ricordare e una difficoltà di dimenticare” (pp. 46-47).

Per molti dimenticare la guerra è un meccanismo di difesa; per altri dimenticare è impossibile: in entrambi i casi la guerra si è conficcata nella mente, l’ha modificata; è una ferita che non rimargina, un evento che non trova il proprio posto nel vissuto: molto spesso il decorso delle nevrosi di guerra è assai lungo. Anche per questo i soldati cercano di occultare la realtà della guerra a famigliari e ai propri cari; ma anche volendo raccontare, come farlo quando non si possiedono le parole? L’insufficienza della padronanza del linguaggio indica il passaggio tra i due momenti – il prima, connotato dalla presenza fisica degli interlocutori e quindi del parlato e il vivere un’esperienza che richiede il mezzo della modernità, la scrittura, che non si possiede a sufficienza.

Soprattutto, come raccontare l’indicibile? Come rendere una catastrofe di quelle dimensioni? Come raccontare una carneficina senza fine, armi micidiali e spesso anonime o invisibili? Molti di questi uomini non riescono a spiegare cosa significhi concretamente trovarsi nel mezzo di una “organizzazione industriale della morte” (p. 75) o quando vi si provano devono ricorrere ad esempi – “mi sembrava di essere al cinema”. La dimensione e la brutalità della guerra sono tali da far sì che alcuni soldati – impazziti – ritengano di essere protagonisti e di assistere ad una gigantesca, mostruosa e interminabile messinscena, che “la guerra non sia che finzione” (pp. 74-75, nota 108).

“In trappola”

Come sottrarsi a uno Stato divenuto onnipresente, onnisciente, diffidente, che si immedesima e si fonde in una guerra divenuta un tritacarne insaziabile? Le vie di fuga sono due: la diserzione e la follia, altre non ce ne sono.

La renitenza alla leva non era un fatto nuovo o innescato dal conflitto: i contadini la praticavano da tempo, ma in questa guerra la diserzione diventa difficile. Innanzitutto è la natura stessa di questa guerra a rendere la diserzione improbabile: è guerra di trincea, statica, di ranghi serrati. Secondo, lo Stato ha molte più possibilità di raggiungere il disertore e punirlo spietatamente – senza dire dei condizionamenti che provengono dall’esterno, dalle famiglie per esempio, che proverebbero vergogna nell’avere un disertore.

Dunque, disertare è un atto da “folli” (e, a loro volta, i matti sono potenziali disertori). Medici e psichiatri, abituati a considerare la mobilità contadina ottocentesca con sospetto se non come indice di qualche disturbo mentale o di qualche tara, ne sono convinti, e non mancano soldati che non sanno rendere conto (e non sanno spiegarsi) diserzioni temporanee (molti vengono ritrovati in stato confusionale).

La follia è una forma – lancinante e disperata – di fuga. Follia vera, accertata: mutismo e sordità o entrambi indotti dallo scoppio di granate e altro, shell-shock, deliri, stati confusionali… i medici scoprono un ventaglio inedito di traumi e nevrosi di guerra. Traumi che essi affrontano nella duplice veste di medici e custodi. In quanto medici, talvolta avvertono di essersi imbattuti in forme di sofferenza mentale inedite, la cui natura è nel conflitto; ma come accennato, più spesso le interpretano come patologie pregresse: sono i soldati ad essere inadatti alla guerra perché “tarati” in qualche modo in precedenza, non la guerra a produrre nuove forme di alienazione mentale.

Otto Dix, Die Skatdpieler, 1920, Neue Nationalgalerie Staatliche Museen zu Berlin

Come custodi, perché si imbattono in simulatori, autolesionisti e soldati che fingono di essere impazziti. Il dato curioso è che in questi casi molto spesso ci si imbatte in uno scambio involontario: i medici imparano da simulatori (che adottano stratagemmi che derivano dalla loro cultura orale) tanto quanto questi ultimi imparano dai primi. (Per la vicenda di un soldato finito in manicomio, si veda ad esempio Claudio Staiti (a cura di), Vincenzo d’Aquila: io, pacifista in trincea).

Ernst Ludwig Kirchner (German, 1880–1938), Self-Portrait as a Soldier, Allen Memorial Art Museum (l’A. si autorappresenta mutilato pur non essendolo).

Ciò significa che la medicina si trovò di fronte a fenomeni che non era in grado di afferrare e comprendere. Tuttavia le nevrosi di guerra non erano del tutto inedite. Molto di quanto sarebbe accaduto – certo, su scala infinitamente più ampia – nella Grande Guerra lo si era visto nel conflitto russo-giapponese del 1904. Una guerra sorprendente per l’esito (il mondo eurocentrico del “concerto europeo” fu sconcertato dalla vittoria nipponica), ma anche per le dinamiche e gli effetti sulla psiche dei soldati (si veda il prologo). Ad immaginare cosa sarebbe successo vi erano riusciti alcuni scrittori, così come altri avrebbero narrato in modo mirabile quell’immane macello o ne avrebbero colto alcuni aspetti essenziali. Non così in coloro che scatenarono e diressero quell’immane “catastrofe del soggetto” che fu la prima guerra mondiale.

Conclusioni

Questo libro, apparso per la prima volta trent’anni fa e ora disponibile in una terza edizione ampliata, ha aperto un filone di studi che è ancora lontano dall’essere esaurito (per un caso di studio vedi Fabio Milazzo, Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)) e resta a tutt’oggi un libro fondamentale per chi voglia studiare una “storia mentale della gente comune” (p. 208).

Come sempre ho detto molto meno di quanto il libro contiene (il che è un ulteriore invito alla lettura). Tra l’altro, un buon numero di riviste utilizzate dall’A. sono ora disponibili on line: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti).

Buona lettura.


Recensione. Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Un ottimo libro su come gli italiani vissero la prima guerra mondiale. Una lettura facile e preziosa.

Il valore di cesura epocale della Grande Guerra è un dato di fatto ormai comunemente accettato: Hobsbawm ha fatto iniziare il suo “Secolo breve” col 1914; in un libro discutibile e discusso Arno Mayer ha fatto finire l’Ancien régime alla stessa data e, più recentemente, Richard J. Evans ha chiuso la sua grande sintesi sull’Ottocento con l’inizio della prima guerra mondiale (vedi, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914).

Che la Grande Guerra segni la fine del mondo aristocratico come ha sostenuto Mayer, o del mondo formatosi attorno all’ascesa della borghesia, come ritengono Hobsbawm e Evans, poco importa. Ciò che conta è il fatto che la Grande Guerra chiude un’epoca e ne apre un’altra.

La apre all’insegna della novità più sconvolgente: la capacità di produrre morte in modo seriale, anonima e su scala inimmaginabile fino a quel momento. Il progresso tecnologico che si innesta nella produzione bellica introduce per la prima volta la possibilità di produrre armi e munizioni a getto continuo e, conseguentemente, la possibilità di uccidere indefinitamente. Ma in realtà, in quella guerra, per la grande massa di fanti-contadini abituati alla vita dei piccoli paesi, tutto appare sovradimensionato, impressionante: il numero dei proiettili e delle armi, la quantità di derrate alimentari o della posta e… quello dei cadaveri: “i soldati parlano spesso della massa dei morti come se fosse merce accatastata e imballata” (p. 143). La guerra produce anche una morte qualitativamente diversa che inverte il percorso fatto fino allora fin almeno dalla fine del Settecento. Da due secoli si tendeva a rendere la morte più asettica, depurata, meno invadente (si pensi alla costruzione dei cimiteri al di fuori dei paesi); ora, in trincea, i soldati sono costretti a guardare continuamente i cadaveri immobili nella “terra di nessuno”, le loro carni entrare in putrefazione, marcire mutando lentamente in materiale organico e a sentirne il fetore (p. 337).

Il mito risorgimentale dell’eroismo del soldato cade miseramente e questi viene introdotto in un “tritacarne” che lo rende anonimo, lo trasforma in semplice carne da macello, lo spersonalizza inserendolo in un contesto in cui egli diventa e si sente come infinitesima parte, del tutto ininfluente, di un meccanismo infinitamente più grande di lui, avvertito come incontrastabile e inarrestabile.

Si tratta di un processo del tutto nuovo che ha ricadute su molti versanti. La “quantità” impressionante, continua, infinita di morte produce assuefazione: la morte (non soltanto quella provocata dalle armi, ma anche dalle malattie) diventa una costante, una presenza quotidiana che dà vita a reazioni molteplici: dal rifiuto della guerra e alla sua denuncia, a forme di “spaesamento” e smarrimento della propria personalità, all’esaltazione della morte e della violenza. A medici e psichiatri si presenta una psicopatologia inedita: lo “shell shock”, lo “shock da combattimento” (un tema sul quale Gibelli ha scritto un libro importante).

L’esaltazione della morte e della violenza rivestono una particolare importanza nel caso italiano. Gibelli illustra come la Grande Guerra sia stata l’incubatrice del fascismo. Un aspetto interessante di questo fenomeno, analizzato con finezza dall’A. è lo scadimento del linguaggio. In alcuni giornali il linguaggio diventa volgare, violento, diretto a screditare l’avversario non nella sfera delle idee ma con argomentazioni che escono dalla politica e che spesso riguardano perfino i connotati fisici dell’avversario. Anche in questo caso si tratta di un processo di incubazione: il disprezzo volgare dell’avversario e la violenza verbale diventano premessa per la futura violenza fisica delle squadre fasciste (vedi ad es. pp. 326 e ssgg.)

Il passaggio dalla violenza verbale a quella futura dei manganelli è solo uno degli aspetti della maturazione del fascismo. In realtà, e l’A., lo dimostra ampiamente, la guerra sviluppa una serie di “torsioni” che sboccano inevitabilmente nel prossimo regime.

In primo luogo la netta maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e la decisione di entrare nel conflitto viene presa da un manipolo di personalità nel completo disprezzo di una volontà popolare di segno opposto sebbene perfettamente conosciuta. Siamo quindi di fronte ad una evidente forzatura al limite del “colpo di stato” per affermare la volontà di un’infima minoranza sulla stragrande maggioranza della popolazione. La spaccatura tra interventisti e neutralisti diventa così una frattura che attraversa tutto il conflitto e prosegue ben oltre. Il nemico non è soltanto quello esterno degli eserciti nemici, ma ne esiste anche uno interno: sono i pacifisti e le forze politiche neutraliste (socialisti e, in una certa misura, cattolici), accusati di sabotare lo sforzo bellico.

Il prevalere delle idee nazionaliste a favore della guerra fu dovuto alla messa a punto di una propaganda ossessiva e capillare – che fu indirizzata a tutti, perfino ai bambini – ma anche alle posizioni oggettivamente deboli delle forze pacifiste. Le posizioni neutraliste del socialismo internazionale si dissolsero: tranne quello italiano tutti i partiti socialisti dei paesi coinvolti nel conflitto votarono i crediti di guerra ai loro governi. L’interventismo democratico, che vedeva nella guerra l’occasione per fare piazza pulita della società esistente, vide le proprie idee clamorosamente smentite dai fatti. E lo stesso partito socialista finì paralizzato dalla propria posizione espressa nell’ambigua formula “nè aderire nè sabotare”.

Gli scenari aperti dalla Grande Guerra pongono sotto pressione la classe dirigente liberale che si rivela incapace di governarli. Uno dei più importanti e decisivi è il fatto che la guerra fa irrompere definitivamente le masse nella vita politica e civile del Paese. Oltre al bisogno incessante di soldati, il protrarsi e le dimensioni del conflitto richiedono interventi dello Stato in molti ambiti. Dall’organizzazione e direzione di alcuni settori dell’economia e della produzione (la Mobilitazione Industriale arriverà a controllare quasi 2000 stabilimenti per un totale di 571.000 occupati, più del 70% concentrati a Milano, Torino e Genova, p. 179), al proliferare della burocrazia, alla messa a punto di una propaganda diversificata, efficace e martellante.

Un ruolo centrale viene ricoperto dalle donne: esse entrano negli uffici e nelle fabbriche, nelle organizzazione di volontariato e negli ospedali. Per molte di loro la guerra apre un periodo di emancipazione e di relativa libertà dai molti vincoli e limiti nei quali erano costrette in precedenza. Sulle donne di campagna grava il peso del lavoro dei campi in sostituzione degli uomini, ma la direzione degli affari di famiglia le rende più autonome e sicure di sé. Non è un caso se alcune delle proteste più importanti contro il caro-viveri vedano in primo piano le donne.

Se le donne si pongono come soggetto che i governi non possono sottovalutare, l’incapacità delle classi dirigenti di comprendere le situazioni nuove prodotte dalla guerra sono visibili perfino nel fastidio che la parte della classe politica favorevole alla guerra dimostra verso le manifestazioni interventiste nella primavera del 1915. Abituata a governare dall’alto il Paese, la classe dirigente liberale non sa maneggiare e controllare la piazza e ne diffida.

Il ridursi della distanza tra “paese legale” e “paese reale”, tra governanti e governati e la scarsa conoscenza dei primi nei confronti dei secondi provoca un atteggiamento vessatorio delle élites nei confronti della popolazione. Se lo scatenarsi del conflitto ha colto di sorpresa i governi dei paesi coinvolti nel 1914, l’Italia ha avuto un anno a disposizione per valutare lo scenario che la guerra stava delineando. Al momento dell’entrata in guerra era già evidente che si trattava di un conflitto diverso e ben più micidiale di quelli precedenti.

Eppure quella distanza viene continuamente ribadita. Lo si vede nella implacabile disciplina di guerra; nell’abissale differenza di trattamento tra graduati e soldati semplici; nella odiata e temutissima pratica delle “decimazioni” (il sorteggio casuale di condanne a morte in caso di ammutinamenti e rivolte dei soldati, vedi p. 123); nella devastante e sempre più insensata strategia militare, imposta dall’inflessibile Cadorna, degli assalti che costano migliaia e migliaia di vittime e feriti per pochi palmi di terra. E ancora, lo si riconosce nella generale incomprensione dei medici sulle ragioni che portano non pochi soldati a procurarsi lesioni e ferite e in quella degli psichiatri di fronte ai traumi di guerra. Lo si constata nella durissima legislazione di guerra vigente nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica (mentre alcune grandi industrie crescono enormemente sia in termini di addetti che di profitti). Lampante poi, in questo senso è l’atteggiamento dei governi nei confronti dei prigionieri di guerra: mentre le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi con gli Imperi centrali per far avere rifornimenti ai prigionieri, “il governo italiano, convinto a lungo di non poter contare sulla fedeltà dei combattenti” proibì e ostacolò “in ogni modo la pratica degli aiuti organizzati” (pp. 130-131 e 265-66).

L’entrata delle masse nella vita del Paese ebbe anche altri effetti. Parafrasando il titolo di un libro importante sulla Francia, Gibelli titola un capitolo: “da contadini a italiani”. Per moltissimi soldati la guerra significò uscire dagli angusti limiti del paese in cui erano nati e avevano vissuto e lavorato fino a quel momento: conobbero città, usi e costumi nuovi; mentalità diversissime entrarono in contatto e si confrontarono (p. 162). La guerra fu anche, per moltissimi fanti-contadini, una grande scuola nel vero senso del termine: moltissimi impararono a leggere e scrivere. Da questo punto di vista “si trattava insomma del primo, grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e di formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica. Quel che non aveva potuto o voluto fare la scuola veniva tentato ora in quella scuola sui generis che era l’esperienza di trincea” (p. 134)

Tuttavia, il passaggio da contadini a italiani o, in altri termini, da sudditi a cittadini, avvenne in modo distorto. Tra i ceti dominanti era diffusa l’idea che al popolo italiano fosse necessario passare attraverso una sorta di cerchio del fuoco per maturare e acquisire la piena cittadinanza. In altri termini, quel passaggio avvenne all’insegna della coercizione imposta dall’alto: “le classi dirigenti non solo gettarono milioni di uomini al massacro, ma contemporaneamente offrirono e imposero alle classi popolari le parole per dare un nome e un senso a ciò che ai loro occhi non ne aveva” (p. 151). Se espressioni di patriottismo, ancorché incerte (e spesso non del tutto sincere) si affacciano nella corrispondenza, segno di una certa efficacia della propaganda, tuttavia “quel che […] non emerge mai nelle testimonianze dei soldati è un’identificazione (e men che meno una fiducia) nello stato e nelle istituzioni” (p. 158).

Dunque il processo di nazionalizzazione delle masse avvenuto durante la Grande Guerra si presenta monco, incompiuto. Lo testimonia la vicenda tragica di Caporetto, in un certo senso punto di arrivo della storia dall’unificazione in poi e ripartenza di quella successiva (tra Caporetto e l’8 settembre 1943 si sono non poche analogie (pp. 260 e ssgg). Se è vero che dalla coercizione pura e semplice si passò ad una più sofisticata strategia di persuasione e di attenzione alla vita dei soldati, non di meno le responsabilità militari degli alti gradi dell’esercito furono occultati. Gli interventisti considerarono Caporetto come prova evidente della propaganda “disfattista” dei neutralisti – e a testimonianza di un’altra “torsione” la prosecuzione della guerra fino alla vittoria veniva giustificato proprio col fatto che la guerra aveva richiesto immensi sacrifici e innumerevoli vittime che dovevano essere onorati a tutti i costi. Ma Caporetto evocava lo spettro di masse armate le quali, anziché subire docilmente un “salutare processo di disciplinamento [e di] omologazione […] passando così dall’esclusione all’inclusione subalterna nella nazione”, si dimostrava pronta a dirigersi verso obiettivi diversi da quelli indicati. In breve: con Caporetto “si presentava insomma il problema del controllo sociale in una società rimescolata” dalla guerra e i cui vecchi equilibri venivano profondamente intaccati. La reazione delle classi dominanti fu quella di ricorrere agli schemi interpretativi della criminologia di stampo positivistico, ai temi dell’inferiorità biologica della plebe, evidenziando così la particolare arretratezza della società italiana (pp. 274-75). (Su Caporetto vedi anche Caporetto sul web).

Contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, Gibelli ritiene che Caporetto non compattò affatto la società italiana che si riscuote di fronte allo spettro dell’invasione: questa interpretazione rischia di essere “più un mito che una verità accertata […]. L’idea della guerra come cosa propria […] non era mai diventata una convinzione davvero diffusa né tra le truppe né nel paese” (pp. 303-304). Al contrario, Caporetto rafforzò la contrapposizione tra interventisti e neutralisti convincendo i primi della necessità di imbavagliare “Parlamento e oppositori, liquidando le libertà e ristabilendo in maniera ferrea le gerarchie sociali” (p. 308). Da Caporetto si sprigionano pulsioni forcaiole e reazionarie che si espandono e coinvolgono i ceti medi, cresciuti numericamente anche grazie alla guerra, ma declassati dall’inflazione, dall’avvenire incerto e quindi attraversati da profonda irrequietezza. Questi ceti trovarono qualche rassicurazione proprio dall’intensa mobilitazione patriottica. In breve: il fascismo era alle porte.

La disfatta di Caporetto fu oggetto di una inchiesta che però occultò la responsabilità delle gerarchie miliari (Badoglio ne uscì indenne nonostante avesse gravi responsabilità) e venne chiusa in fretta in quanto aveva accresciuto la spaccatura tra neutralisti e interventisti. Il vento di destra che iniziò a spirare nel Paese e l’avvento del fascismo misero a tacere il fatto che migliaia di uomini erano stati portati al massacro contro la loro volontà provocando così non solo una ulteriore sconfitta dei neutralisti, ma una nuova distorsione nel dar forma alla memoria dell’evento. Molto opportunamente l’A. rimarca che “i combattenti non si sentivano affatto eroi […]. ll mito della guerra eroica è una costruzione culturale elaborata soprattutto a posteriori dai volontari per nobilitare la morte di massa” (p. 208).

Con La Grande Guerra degli italiani Gibelli ha scritto una storia di come gli italiani vissero e si comportarono durante il conflitto. Un angolo visuale del genere implica rispondere ai vari interrogativi insiti nella domanda più generale avvalendosi di una documentazione che consenta di studiare l’animo degli italiani di fronte e all’interno del conflitto. Per questa ragione alla letteratura e alla documentazione archivistica, Gibelli affianca epistolari, diari, testimonianze – esaminandoli con le dovute cautele e grande finezza. Ciò di consente da un lato di illustrare le molte sfumature dei pensieri e delle posizioni via via assunti dai combattenti, dai loro famigliari, amici e dai protagonisti; dall’altro di illuminare dal basso le loro vicende.

Ne emerge un libro di grande finezza, scritto con una penna leggera e sensibile che pone in risalto il lascito di un evento che continua ancora oggi ad agire: dopo la Grande Guerra nessun conflitto di medie dimensioni avrebbe fatto contare le vittime in migliaia, ma a decine, centinaia di migliaia, se non a milioni. Senza possibilità di uccidere in serie, cioè senza la Grande Guerra, i campi di sterminio non sono immaginabili. Così come un percorso probabilmente diverso avrebbe preso la rivoluzione russa: la militarizzazione della società in URSS – certamente accresciuta e alimentata da una feroce guerra civile – aveva le sue radici nella prima guerra mondiale. E purtroppo anche la nostra assuefazione alla visione della morte e di violenza di ogni genere proviene da quel terribile evento.

Pubblicato più di vent’anni fa, La Grande Guerra degli italiani di Antonio Gibelli è ancora un libro importante e davvero bello.

Buona lettura.