Recensione. Richard J Evans: Il terzo reich al potere. 1933-1939

Il secondo libro della triologia di Evans sul nazismo. Un libro magistrale e illuminante.

Il Terzo Reich al potere. 1933-1939

Nell’interrogarsi sulle origini della seconda guerra mondiale, Eric Hobsbawm nel suo “Secolo breve” con una battuta afferma che si potrebbe rispondere in due parole: Adolf Hitler. Subito dopo precisa che, naturalmente, le cose sono un po’ più complesse, ma la battuta mantiene il suo valore di fondo. Anche Richard J. Evans in questo libro magistrale dimostra abbondantemente che la guerra fu fin dall’inizio l’obiettivo fondamentale di Hitler e del nazismo.

Evans è autore di una triologia di grande successo di pubblico e di critica. Iniziare a parlarne dal secondo volume può essere discutibile, ma la scansione dei tre volumi li rende, benché connessi, indipendenti uno dall’altro. Semplicemente mi è capitato tra le mani prima il secondo volume, incentrato sul “Terzo reich al potere. 1933-1939” del primo volume.

Evans ha scelto una suddivisione tematica del libro: le sette parti che lo compongono prendono in esame repressione e polizia; propaganda e cultura; religione e educazione; economia e società; vita quotidiana e antisemitismo e politica razziale e, infine, politica estera.

Questo taglio tematico fa sì che alcuni argomenti si ripresentino più volte all’interno del testo ma le grandi capacità di scrittore di Evans mantiene costante e vivissimo l’interesse del lettore.

Discutere di ogni singolo aspetto comporterebbe scrivere parecchie pagine. Perciò, anche per lasciare al lettore il gusto della lettura, mi limito a indicare alcuni temi che mi sono parsi centrali e importanti nel libro.

Continuità e innovazioni

Il primo dato su cui è bene soffermarsi è dato dal fatto che le componenti dell’ideologia nazista non erano nuove e si trovavano tutte, più o meno, nella società tedesca molto prima del 1933. La novità portata dal nazismo consistette nell’integrarle in un insieme coerente. Altrettanto importante è il richiamo dell’attenzione di Evans sulle somiglianze spesso eclatanti tra alcune delle politiche del Terzo Reich e quelle perseguite altrove in Europa e non solo negli anni Trenta. Evans sottolinea il rapido ed esteso cambiamento operato dal regime nazista, ma sottolinea anche la continuità con il passato. L’argomento centrale è che mentre lo Stato è stato portato sotto il totale controllo nel giro di pochi mesi, per molti versi la società è cambiata molto poco in questi anni, almeno per l’ampia massa della popolazione abbastanza fortunata da non rientrare nelle odiate categorie del governo. Amministrazione, burocrazia e per certi aspetti la vita delle università (che conobbero comunque un consistente calo di iscrizioni almeno in alcune facoltà), seppur “nazificate” almeno negli organismi direzionali e epurate dal personale di origini ebraica, e talvolta in contrasto con gli enti del partito, mantennero sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

La stessa “notte dei lunghi coltelli” che ridimensiona drasticamente il potere delle camicie brune è una brutale operazione di “normalizzazione” del regime il quale, cancellando nel sangue la possibilità di una seconda, radicale ondata rivoluzionaria, apre la strada a patteggiamenti di Hitler col mondo industriale, affaristico e con l’esercito. L’A. presenta questo evento come una strategia volta a distruggere qualunque forma di opposizione, sia interna che esterna. Evans vi vede una interconnessione delle persecuzioni del regime contro tutti i suoi nemici, che dovrebbero essere affrontate nel loro insieme. Questa strategia si inserisce anche nella più ampia tesi dell’autore, che sottolinea il terrore nazista laddove alcuni storici l’hanno minimizzato: il regime intimidì i tedeschi per ottenere l’acquiescenza; “la minaccia di essere arrestati, accusati e imprigionati […] incombeva su ogni cittadino del Terzo Reich, perfino […] sui membri del Partito nazista stesso” (p. 111). Il terrore è uno dei tratti distintivi del terzo reich. La stessa Gestapo era in realtà un organismo molto piccolo: a renderla tenutissima dai cittadini era la convinzione diffusa tra la gente che, all’opposto, la polizia segreta fosse ramificata capillarmente e disponesse di spie e informatori in ogni luogo.

Ambiguità

Questa forma di “catalogazione” dei nemici del nazismo apre considerazioni in diversi aspetti. In primo luogo “nemici” non erano soltanto coloro che vi si opponevano per ragioni politiche, ma anche per motivi razziali: il razzismo biologico dei nazisti formava uno spartiacque tra cittadini beneficiari di tutele, assistenza e benefici e coloro che ne erano esclusi: la chiusura di attività (industriali, commerciali ecc.), la confisca di beni e liquidità, l’esclusione da posti di lavoro degli ebrei, se da un lato spalancava la porta degli inferi di una vita di stenti, privazioni e rischio a coloro che non volevano o non potevano emigrare, dall’altro favoriva l’inclusione di quanti potevano dimostrare di avere le carte in regola dal punto di vista razziale. Cattedre nelle scuole e nelle università, eliminazione della concorrenza nelle attività commerciali, rilevamenti nell’industria e in ambito bancario e finanziario o in altri ambiti lavorativi legava i beneficiari al regime trasformandoli in sostenitori fedeli e sottomessi.

Si tratta di un fenomeno che inevitabilmente generava molte ambiguità tra la popolazione: non tutti i beneficiari si sentivano antisemiti in senso stretto; molti continuarono a rifornirsi nei negozi ebrei finché questi sopravvivevano, più per convenienza che per solidarietà, anche se questa in molti casi non venne a mancare. Ma questo significava anche chiudere gli occhi su quanto avveniva nei campi di lavoro, o sulla aberrante politica del regime nei confronti di quanti, afflitti da tare genetiche, malformazioni e altro, venivano percepiti e presentati come un peso economico inutile per la comunità, privati di ogni sostegno, spesso sterilizzati e poi eliminati e, comunque, sulla brutalità generalizzata dei nazisti. Il razzismo biologico costituisce un salto qualitativo rispetto a quelli culturale o religioso. Con le leggi di Norimberga il regime entrava nell’intimità, negli affetti, nei sentimenti della popolazione arrogandosi il diritto di annientarli e prepara il terreno alle atrocità di qualche anno più tardi. (In questi anni non si pensa ancora di eliminare gli ebrei ma di espellerli).

La creazione di un “welfare” ad hoc per quanti avevano sangue sufficientemente ariano aveva anche altre implicazioni. Il taglio di risorse destinate a marginali, vagabondi, oppositori e razzialmente inferiori aveva, per il regime, il duplice vantaggio del risparmio da un lato e di una zavorra considerata inutile e dannosa dall’altro. E si connetteva a quello che era il vero motore dell’economia tedesca di quegli anni: il riarmo.

Evans respinge l’idea che un “miracolo economico” sia avvenuto sotto l’egida nazista, sostenendo che i guadagni economici in questo periodo furono, nel migliore dei casi, parziali e frutto di politiche avviate da precedenti amministrazioni, in particolare da Franz von Papen (pp. 313 ss.gg.). Tutti i settori legati in qualche modo al riarmo conobbero incrementi spettacolari: l’industria pesante e l’innovazione, la chimica e la medicina godettero di finanziamenti corposi e garantiti (su un aspetto della medicina durante il terzo reich, in un libro molto discusso e discutibile, vedi: Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista). Ma il riarmo fu finanziato con un disavanzo sempre lievitante che, nell’ottica dei nazisti, sarebbe stato poi riallineato dall’espansione territoriale e quindi economica del reich. Inoltre, se il riarmo trascinò la ripresa economica, non si deve affatto pensare che si sia trattato di un fenomeno accuratamente preparato e organizzato. Evans chiarisce molto bene che rivalità personali, lotte intestine, sostituzioni e la volubilità di Hitler crearono confusione e sperperi.

Hitler aveva ben in mente le privazioni e la denutrizione patite dalla popolazione durante la prima guerra mondiale. Cercò di evitarla, ma l’autosufficienza alimentare fu raggiunta solo parzialmente ed anche per questo motivo l’economia era intimamente connessa alla conquista di uno spazio vitale in Europa orientale che avrebbe garantito l’autosufficienza alimentare alla Germania.

Per certi aspetti, dunque, il terzo reich corrispose a una modernizzazione (comunque già in corso) del Paese; modernizzazione che strideva con le fumose e del tutto infondate teorie che vedevano i tedeschi eredi di antiche tradizioni, soprattutto nelle campagne. Non soltanto il lavoro nelle fabbriche venne militarizzato, anche la società lo fu. Evans tuttavia non vede affatto nel nazismo una forma di religione politica. Certamente desiderava un’adesione attiva al regime, ai suoi organi, alle manifestazioni e alla sua politica. In questo senso la sua visione non è distante da quella di Kershaw in All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, ma è condivisibile la sua convinzione nel considerare il nazismo come religione politica troppo generica e poco illuminante, tanto più che le due chiese – protestante e cattolica – riuscirono a mantenere sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

Consenso al regime?

D’altra parte, la consapevolezza di governare un paese in cui i lavoratori dell’industria superavano quantitativamente i contadini e nel quale i partiti di sinistra, benché annientati e ridotti al silenzio, erano stati fortissimi e ben organizzati, generò nel regime il tentativo di accaparrarsene i favori. Anche in questo ambito Evans è maestro nel mostrare contraddizioni e ambiguità. La sempre più accelerata politica di riarmo aumentava i ritmi di lavoro; la politica edilizia popolare del regime fu nettamente inferiore a quella degli anni di Weimar e la corruzione dilagante negli organi del regime, che raggiungeva vette spettacolari in alcuni alti papaveri, indignava una classe operaia che si vedeva restringere o annullare tutta una serie di servizi sociali. Ma è anche vero che attraverso le organizzazioni di partito godette di benefici (concerti, abbonamenti a teatro, viaggi, escursioni…) e, in una certa misura, di una maggiore stabilità.

Anche la politica estera era strettamente legata a quella interna. I successi di Hitler nella sua politica espansionistica raggiunti senza colpo ferire a danno dell’Austria e della Cecoslovacchia – ottenuti anche grazie alla fallimentare politica di Francia e Gran Bretagna e a quella cinica di Stalin – garantirono a Hitler grande ammirazione anche tra molti che avevano mantenuto un certo riserbo. La questione naturalmente pone il problema del consenso al regime. Domanda scontata ma fuorviante sia perché, come è ovvio, è complicato misurarlo all’interno di una dittatura in cui è bene fingere per tutelarsi; sia perché “di tutte le componenti che determinano la modernità della dittatura nazista, la sua incessante richiesta di legittimazione popolare fu una delle più singolari” attraverso plebisiciti i cui risultati erano naturalmente falsati  (p. 116).

Più che di consenso, fu la stanchezza accumulata negli anni precedenti dovuta alle turbolenze sociali e politiche e gli effetti devastanti della grande depressione da un lato (sugli anni Trenta si può vedere Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)) e la spietata durezza del regime dall’altro dimostratosi capace di annientare le forze di sinistra e di opposizione a garantire la remissività della maggioranza della popolazione e l’assenza di un’opposizione di qualche rilievo. “Nei primi anni Trenta”, chiarisce l’A., “la disoccupazione di massa aveva minato la coesione la coesione e il morale della classe operaia” e quindi indebolito anche i partiti che la rappresentava (p. 423).

A ogni grande evento del regime – la “notte dei lunghi coltelli”, le “leggi di Norimberga”, la “notte dei cristalli” – corrisposero ondate di violenza terrificante. Violenza e intimidazione – chiarisce giustamente Evans in contrapposizione ad altre interpretazioni secondo cui la società tedesca durante il nazismo fu una società dedita all'”autosorveglianza” – erano parte integrante “dei meccanismi di funzionamento del terzo reich” (p. 109).

L’importanza di un libro

Infine, come riesce l’A. a mantenere incollato il lettore alle quasi 600 pagine di testo? Evans dimostra di padroneggiare una letteratura sconfinata mescolando analisi, fonti e narrazione: articoli di giornale, testimonianze, diari, rapporti della Gestapo o di militanti social-democratici intercalano e connettono la narrazione che scorre fluida e avvincente.

Il pericolo di un approccio così personalizzante, che si presterebbe all’accusa di sentimentalizzare il soggetto, è sventato dall’A.  mantenendosi attento a non perdere mai di vista le questioni più ampie e mettendo fortemente in relazione la sua discussione sugli individui con un’analisi della società più in generale. La sua partecipazione empatica e emotiva con le vittime, che pure traspare, non gli fa smarrire l’obiettività dell’analisi e la facilità nel narrare. Non è la semplice applicazione di tecnica narrativa. le testimonianze e gli esempi ripresi da diari e rapporti esemplificano stati d’animo, modi di pensare, atmosfere più generali, che oltrepassano l’esperienza del singolo. Certo, è possibile il rischio di una generalizzazione eccessiva, ma l’A. ne è pienamente consapevole e avverte il lettore. Evans usa questi incisi per aprire considerazioni più ampie e argomentare la sua analisi coniugando egregiamente partecipazione emotiva – sua e di chi legge – con rigore del metodo storiografico.

Il terzo reich al potere è un libro splendido che meriterebbe un posto in ogni libreria.

Buona lettura.

Recensione: Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)

Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni.

La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti.

La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti.

La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.

Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.

Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale.

In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).

I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187).

La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.

Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin.

Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).

Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26).

Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri.

Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.

Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo).

Vienna 1930: Karl-marx-hof

Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.

Londra anni ’20: i flappers

Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan).

Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934.

Grande Depressione in USA

A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale (sulla Repubblica di Weimar vedi Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti.

Magnitogorsk

Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)

La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.