Recensione. Guido Crainz: Storia del miracolo italiano

Sono molti i libri di storia d’Italia; scelgo di iniziare a parlarne da questa Storia del miracolo italiano di Guido Crainz per molti motivi. Prima di tutto perché, a differenza di molti altri testi, questo (così come gli altri due che sono seguiti) si caratterizza fin da subito per una precisa presa di posizione sui temi che tratta. Crainz infatti non ha scritto un saggio di carattere generale, ma lo ha connesso a vicende e percorsi più lunghi della nostra storia. Lo si vede molto chiaramente seguendo l’A. nello spoglio e nell’argomentazione dei Verbali del Consiglio dei Ministri e delle fonti archivistiche delle prefetture. Scorrendo alcuni rapporti si ha l’impressione di leggere documenti che potrebbero risalire molto più indietro rispetto agli anni Cinquanta o Sessanta; ma anche l’atteggiamento vessatorio di molti industriali nei confronti degli operai e il clima claustrofobico e sessuofobo di un clericalismo retrivo che tenta di permeare la società, di soffocarne gli impulsi di modernità e ne lede consapevolmente i diritti civili, potrebbero essere letti in quest’ottica.

Crainz delinea un paese arretrato e tradizionale sul quale intervengono nel volgere brevissimo di pochi anni dinamiche del tutto nuove e dirompenti: “nel nostro paese più che altrove la soddisfazione dei bisogni primari e di antiche aspirazioni avviene contemporaneamente all’irrompere di nuovi consumi e culture, mentre si ridisegnano tumultuosamente geografie produttive, insediamenti e poli di attrazione; e si rimodellano, anche gerarchie sociali e famigliari, rapporti fra generazioni e (più cautamente) fra i sessi” (pp. VIII-IX).

Interi mondi spariscono: si chiudono il percorso storico del bracciantato e della mezzadria; le campagne si spopolano. Le politiche improntate al “socialismo municipale” di alcune zone della Pianura Padana riescono solo in parte ad arginare gli effetti di questi fenomeni epocali (pp. 93-114). Il binomio arretratezza/modernità non è l’unico dell’Italia di quegli anni: all’interno di questa cornice si ritrovano i classici Nord/Sud e città/campagna; ma anche, appunto genitori/figli. È in questi anni, infatti, che il mondo giovanile inizia a presentare i connotati di un mondo a sé stante e autonomo (diventando anche un’appetibile fonte per il mercato musicale, della moda ecc., pp. 74 e ssgg.).

Sono anni pieni di contraddizioni e ambiguità. Si prenda, ad esempio, la vicenda de “Il Giorno”, uno dei quotidiani più innovatori e interessanti del periodo, citato spesso dall’A. A fronte di una classe dirigente incredibilmente sorda alle istanze che emergono dalla società, il giornale si fa portavoce della richiesta di innovazioni che investano anche il terreno della politica, del costume e dello stesso giornalismo (sul giornalismo nell’Italia repubblicana vedi: Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano. Al quotidiano collaborano molte delle migliori teste pensanti dell’epoca (da Bocca a Angelo del Boca, per esempio); ma, essendo finanziato e sostenuto dall’Eni di Mattei, si trattava pur sempre di un quotidiano espressione diretta del potere.

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Il dato di fondo è dato dal divario tra un ceto politico attento soprattutto alla gestione del potere, del controllo e alla propria autoconservazione e i tumultuosi cambiamenti in atto. Seguire tutti i percorsi dei mutamenti di quegli anni sarebbe noioso, tanto più che non vi è e non può esserci una chiave di lettura valida per tutte le situazioni. Si crea uno scenario che “suggerisce l’intrecciarsi di forme molteplici e non omogeneo di rimescolamento, l’emergere di orizzonti culturali diversificati [nei quali] l’aspetto più evidente e immediato è il loro confliggere con i quadri mentali tradizionali” (p. 146). Tradizione che pare avere la meglio, dato che “in un breve giro di anni non fallirono solo le riforme: sembrò fallire la più generale ipotesi ad esse sottesa: sembrò fallire – o perlomeno perdere fascino e capacità egemonica come modello” (p. 203). Ed è un fallimento che genera due risposte contrastanti: conformismo e ripiegamento sull’esistente da una parte e dall’altra la sedimentazione via via più consistente di risentimenti, di insoddisfazione che dà vita ai primi focolai di di dissenso. Si tratta forse di una semplificazione eccessiva, ma che individua comunque fenomeni importanti perché mentre mettono in risalto l’incapacità dei partiti di sinistra di interpretare correttamente le dinamiche in corso (il PCI, tra l’altro, è travagliato dalla crisi del ’56, vero e proprio “annuncio di una guerra perduta”, secondo l’A., p. 49), consentono di comprendere meglio e più a fondo ciò che avverrà in seguito, col ’68 e dopo, anche molto dopo e che Crainz svilupperà nei volumi successivi.

Il fatto che le forze conservatrici mantengano saldamente nelle loro mani le leve del potere non significa affatto che il paese non si sia modernizzato. Al contrario: proprio il fatto che gli anni del “boom” si siano impressi nella memoria collettiva come un periodo memorabile testimonia la forza dell’impatto. Andarono però perse molte energie e si produssero molte distorsioni, soprattutto nell’ambito dell’economia, dove persistettero un misto di mentalità paternalista e spregiudicatezza affaristica.

Crainz tiene la storia economica di quel periodo sullo sfondo. Si affida piuttosto alla produzione cinematografica e letteraria per mostrare i mutamenti di quegli anni. Ma non ne fa un uso per arricchire il quadro o per mostrare “l’aria che tirava” a quel tempo. Le usa come fonti documentarie e come tali le tratta: le argomenta, le discute. Questa varietà delle fonti giova moltissimo alla lettura. La scrittura di Crainz è scorrevole, semplice e ricca allo stesso tempo e il libro si legge con piacere.

Conclusioni

Per i temi trattati, le fonti utilizzate (molta è la documentazione d’archivio) e per il modo con cui li argomenta, ritengo che questa Storia del miracolo economico sia un ottimo punto di partenza per chi voglia studiare la storia dell’Italia repubblicana. La crisi che la democrazia italiana sta attraversando ha sicuramente elementi che non rientrano nel contesto del libro di Crainz, ma alcuni ci sono. Il nostro Paese presenta elementi di lunga durata radicatissimi e molto forti e quelli individuati dall’A. meritano di essere studiati. Una lettura più che consigliata.

Buona lettura.

Recensione. Angelo Ventrone: La strategia della paura.

Un libro che porta una interpretazione molto interessante sulla strategia della tensione.

La tesi di questo libro di Angelo Ventrone è chiarissima: L’Italia repubblicana non ha corso il pericolo di subire ripetutamente un colpo di stato, come spesso si è pensato. In realtà la strategia della tensione era parte integrante di una più ampia e articolata strategia della paura.

C’è un dilemma nella nostra storia repubblicana: come mai tutti i tentativi di colpo di stato furono bloccati all’ultimo minuto? E chi e perché li bloccò? La risposta di Ventrone è interessante. Non si trattava di attuare un colpo di stato, ma di farlo credere possibile all’opinione pubblica. In altre parole, di fronte alla costante crescita della sinistra – e in particolar modo del Partito comunista – che spaventava larghi settori della società, l’obiettivo era quello di creare e ingigantire la paura della presa del potere da parte di una destra in gran parte ancora ancorata al fascismo e decisamente impresentabile. In questo modo veniva creata l’immagine di un paese accerchiato a sinistra da un Partito comunista che solo sulla carta si dichiarava democratico mentre in realtà era un cavallo di Troia dell’Unione Sovietica e a destra, da movimenti neo-fascisti. Perciò gli unici garanti della salvaguardia della democrazia erano i partiti moderati di governo.

Da ciò ne deriva che coloro che nell’estrema destra volevano veramente la presa del potere e instaurare una qualche forma di dittatura – sull’esempio greco o cileno – erano una minoranza esigua. E soprattutto, questa galassia di grupposcoli di estremisti furono in realtà ampiamente usati e manipolati da coloro che non intendevano assecondarli:

Per evitare […] che gli attentati, con il loro successo, finiscano per rafforzare le ali estreme dello schieramento politico, si opera in un duplice modo: si depotenzia il messaggio delle organizzazioni terroristiche creando confusione e incertezza sulla loro colpevolezza e sulla effettiva capacità d’azione (per esempio con l’alto numero di attentati falliti e con il parziale successo delle forze dell’ordine); e se ne bilancia la potenzialità enfatizzando la minaccia tanto dall’estrema destra quanto dall’estrema sinistra.
Questo è appunto lo schema […]: la realizzazione di attentati da attribuire alla sinistra, facendo però filtrare l’ipotesi che è stata la destra ha l’obiettivo di impedire che […] il successo ottenuto dall’attentato possa in realtà giovare al prestigio della sinistra rivoluzionaria. Denunciare le responsabilità della destra neo-fascista, i cui esponenti sono arrestati e processati già nei primi anni Settanta, ha lo scopo inverso: evitare che la destra possa approfittare degli attacchi terroristici per far precipitare la situazione e, nel caos che ne seguirebbe, andare al potere (pp. 182-83).

Viene così messa in atto una serie di azioni estremamente complesse che presuppongono una organizzazione estremamente sofisticata, che impone una ulteriore domanda: di chi fu la regia di tutto questo?

L’A. esclude che vi sia stata un’unica mente, un “grande burattinaio” che ha tenuto le fila degli avvenimenti. Con l’aprirsi della guerra fredda iniziò anche un gioco di scatole cinesi: in funzione anti-sovietica e anticomunista fu recuperato parte del personale che aveva militato nella Repubblica Sociale. Lo fecero i governi a guida democristiana (vedi, ad es. pp. 66-67), ma lo fecero anche gli USA nell’ambito della NATO; dal regime furono recuperati strutture e metodi di azione concreta (il “servizio informazioni” e la schedatura di decine di migliaia di militanti comunisti e socialisti e attivisti sindacali). Fu cercata e messa a punto la collaborazione di giornalisti (Montanelli e molti altri, alcuni giornalisti del periodico “Il Borghese” sono implicati in varie trame); com’è noto, la P2 di Licio Gelli ebbe molti addentellati.

A mettere a punto e ad alimentare la strategia della paura vi fu la sinergia di molti compartecipi. Attori capaci anche di modificare la strategia. A un certo punto fu evidente che la lunga serie di attentati non indeboliva il Partito comunista. Infatti i tentativi della destra estrema di provocare continuamente la sinistra per indurla a reagire per poi avere la giustificazione per schiacciarla, caddero nel vuoto (p. 153). Il Pci riuscì a mantenere sempre i nervi saldi e la sua ascesa proseguì fino al 1976 e questo portò a cercare di indebolirlo non più attaccandolo da destra, ma cercando di screditarlo e di metterlo sotto pressione infiltrando e manipolando il variegato (e al negli anni Settanta numeroso) mondo della sinistra extra-parlamentare, spingendo i gruppi più decisi ad azioni sempre più radicali.

Il nostro paese ha avuto un “deficit di democrazia”? Nel paese che ha dato i natali al fascismo il problema è stato posto e si pone. A leggere La strategia della paura di Angelo Ventrone il dubbio che la storia della prima repubblica sia quella di un paese a “libertà limitata” diventa molto forte. Ma il dato interessante che l’A. non manca di sottolineare è che il rifiuto di frange delle forze armate, delle forze dell’ordine e del mondo politico di riconoscersi nella democrazia nata dalla Resistenza ha radici molto più profonde della storia repubblicana.

Certo, lo stesso riproporsi, quasi immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, del Movimento Sociale ne è una prova eloquente, ma è lo stesso avvento delle masse nella vita politica del Paese ad essere avvertito come un problema. Ventrone mostra in modo convincente che già nel corso della Grande Guerra si manifestò da più parti l’idea di schiacciare il Partito Socialista, le forze che erano contrarie alla guerra e lo stesso Parlamento, descritto da Mussolini come un “bubbone pestifero” da estirpare.

Secondo quest’ottica la volontà popolare non ha alcun valore e così come una popolazione che non voleva la guerra fu costretta a combatterla, così, in ambito democratico, il fatto che una larga parte degli aventi diritto al voto scegliesse il Pci era ritenuto un pericolo mortale che doveva essere fermato ad ogni costo, anche attraverso le stragi.

In conclusione, la strategia della paura ha avuto successo? A mio parere la risposta non è univoca. Se da una parte il Pci non arrivò mai al potere, dall’altra l’intuizione di Togliatti in creare un forte partito ben radicato sul territorio si rilevò decisivo per la salvaguardia della democrazia: la tentazione da parte di molti di mettere il Pci fuori legge (ben documentate dall’A.) affiorarono di quando in quando, ma nessuno ebbe il coraggio di attuarla. Ma anche l’azione di esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine non inquinati da “deviazioni” e decisi a non far deragliare il Paese verso derive autoritarie è meritevole di ammirazione.

Resta da fare i conti, storicamente, con i traumi subiti da chi rimase vittima di quelle stragi (un costo enorme, senza dubbio). Intanto Ventrone ci regala un libro molto interessante su cui riflettere.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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