Recensione. Paul Corner: Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura

“A Roma Mussolini poteva dire quello che voleva, ma nel loro territorio erano il federale e i suoi fedeli a comandare” (p. 158). In tempi in cui l’immagine del fascismo e di Mussolini riemergono come punti di riferimento per una società ordinata ed efficiente, questa affermazione di Corner che dipinge un duce semi-impotente di fronte ai suoi gregari può risultare sorprendente.

In realtà, ovviamente, non dovrebbe meravigliare: “monolitico”, “granitico” e “inquadrato” il fascismo non lo fu mai. Sulla base di una documentazione d’archivio straordinariamente ampia, Corner dimostra ampiamente che il fascismo, anche dopo essere passato da movimento a partito e avere ridimensionato lo squadrismo più intransigente e violento nella Milizia, rimase sempre un fenomeno disomogeneo, disaggregato, frastagliato in una miriade di localismi: “la forza dei fascismi locali e le pretese dei loro leader furono una costante fonte di preoccupazione per Mussolini per tutti gli anni Venti” (p. 49). Vera e propria “spina dorsale” del movimento prima e del partito poi ben oltre la crisi Matteotti il fascismo nelle province mostra ampiamente il fallimento del regime nel risolvere i problemi che si era incaricato di risolvere: campalinismo, corruzione, clientelismo… Non uno di questi problemi fu risolto dal regime. Caso mai si aggravarono. Fatta eccezione per poche, limitate zone come quelle dominate da“ras” particolarmente capaci nel crearsi una rete clientelare (Farinacci), nel trovare alleanza con le forze storiche e produttive del luogo e di far arrivare copiosi finanziamenti pubblici (i Ciano a Livorno, Balbo a Ferrara), la turbolenza delle province rimase palese o sotto-traccia, ma non fu vinto mai completamente.

Mussolini non poteva disfarsi della componente intransigente del partito. I settori moderati della società erano grati a Mussolini per averli liberati dall’incubo del socialismo, ma dall’altra parte non erano affatto disposti a stare a guardare nel caso in cui venisse dato campo libero a gente che pensava che il mondo si dividesse “in bastonatori e bastonati, punto e basta” (p. 71). Semplicemente, se il fascismo non aveva la forza per imporre una “soluzione giacobina”, ne aveva abbastanza però da poter intimidire costantemente le élites moderate (pp. 58-59); infatti, almeno fino al 1925, il fascismo intransigente rappresentò “lo zoccolo duro del partito” (p. 67).

Corner fa benissimo a ricordare più volte nella trattazione che la violenza era una componente vitale del fascismo e lo fu sempre, non solo nei primi anni (pp. 71, 78). Per molti squadristi della prima ora il fascismo era azione, e la violenza era un modo per appianare le cose. Se non che la violenza aveva bisogno di bersagli e questa necessità rendeva evidente la debolezza dell’estremismo: una volta annientati socialisti, repubblicani e alcuni gruppi cattolici, con chi prendersela? Attaccare la borghesia poteva anche essere allettante, ma sicuramente ne avrebbe compromesso l’adesione al regime. Stava qui la miopia di “ras” come Farinacci.

Farinacci e Balbo costituiscono due esempi lampanti di come il fascismo fu sfruttato per accumulare enormi ricchezze. La lotta tra le varie fazioni, che dilaniavano la vita politica locale fino alla paralisi di ogni attività politica (come nel casi, più volte documentati dall’Autore di Savona e Piacenza, ma anche altrove) sebbene mascherate da lotte inerenti la “purezza” e la sincerità della “fede” fascista dei contendenti erano in realtà lotte per l’acquisizione del potere a livello locale. Per chi non aveva molti scrupoli le possibilità di far quattrini erano molte e la corruzione era diffusa ad ogni livello. Corner dedica un intero capitolo a questo fenomeno e ne svela non soltanto l’ampiezza e la ramificazione, ma anche le modalità.

Era infatti la stessa conformazione piramidale e verticistica del regime e del partito a favorire lo sviluppo della corruzione. Per salire uno o più gradini era necessario annientare gli avversari e per far questo la calunnia e l’infangare la reputazione dei nemici era moneta corrente: tra le varie accuse, quella di corruzione, di nepotismo, di clientelismo, di scarsa “fede” fascista o di “incomprensione del fascismo” e di una condotta morale discutibile erano tra le più frequenti. Screditare l’avversario significava da un lato attirargli le antipatie della popolazione locale e dall’altro sperare in un intervento da Roma che lo togliesse di mezzo (p. 148). In generale si trattava di accuse che quasi sempre contenevano dosi molto massicce di verità dal momento che nel movimento dei primi anni era presente un alto tasso di criminali e sfaccendati di varia natura di una caratura culturale nulla o del tutto insoddisfacente: il partito fascista era diretto in buona parte da persone ignoranti che avevano trovato nel partito una discreta se non buona collocazione:
“la mancanza di personale esperto a livello locale fu un problema che afflisse il regime per tutta la sua esistenza. Nella teoria il fascismo si era dato il compito di rivoluzionare la composizione della classe dirigente [e dar vita a un] “uomo nuovo” fascista. La credibilità del fascismo dipendeva da quanto fosse in grado di mobilitare forze nuove e di distinguersi dalla disprezzata e ormai invecchiata classe politica [liberale]. Senza la mobilitazione di un esercito di sostenitori […] la rivoluzione fascista era destinata a perdere il suo slancio” (p. 97).

Un secondo fattore era dato dal fatto che i fascisti consideravano del tutto naturale il diritto di fare come volevano. Ritenevano di aver fatto e vinto una rivoluzione e perciò il “chi vince prende tutto” costituiva un atteggiamento naturale per molti di loro non solo riguardo agli avversari sconfitti (spesso la casa del fascio sostituiva una casa del popolo) ma anche nelle faccende locali e negli scontri tra fazioni.

Erano problemi gravi per il regime, che finiva per essere screditato e che allontanava le simpatie degli uomini più capaci e onesti. E tuttavia, anche dopo i repulisti avvenuti con la creazione della Milizia nella quale si cercò di incasellare – e quindi poter meglio controllare – le teste calde in un primo tempo, e con lo sfoltimento del partito nella seconda metà degli anni Venti in un secondo, il problema di accontentare in qualche modo le pretese degli scontenti rimase. Affrontarlo significò – di solito dopo brevi periodi di pacificazione tra le fazioni – gettare il problema dalla porta per poi farlo rientrare dalla finestra: dopo poco le dispute si riaccendevano inevitabilmente.

Era inevitabile che le cose andassero in questo modo perché nonostante tutta la retorica sull’importanza dei “giovani” e della gioventù come sinonimo di “fede”, audacia, forza e altri attributi virili, il regime non preparò mai seriamente una futura classe dirigente (p. 101), o quando tentò di farlo la disaffezione verso il partito e il regime era talmente diffusa da essere oramai irrecuperabile (pp. 238-243).

Inoltre, a livello locale i fascisti potevano sentirsi i padroni assoluti, ma non lo erano. C’erano altri attori con i quali fare i conti: c’era lo Stato con la sua imponente burocrazia; c’era la Chiesa, la cui influenza e forza non potevano essere ignorate; c’erano le èlites che detenevano il potere economico e c’era la Monarchia che, con colpevole ritardo, si mosse soltanto quando la situazione si fece disperata. Tutta la retorica del regime non riesce a mascherare il fatto che il fascismo non raggiunse mai il livello di compenetrazione tra Stato e partito come in Germania (dove il secondo finì per essere più forte del primo, vedi pp. 135-39 ).

Certo, in periferia spesso i prefetti non avevano mosso un dito contro gli squadristi quando distruggevano le sedi degli avversari o quando li malmenavano e li umiliavano e ci fu un periodo in cui lo squadrismo fu più forte dello Stato. Ma fu un periodo breve che durò al massimo fino al 1925 quando una serie di leggi riequilibrarono la situazione. Da quel momento in poi essere rappresentanti dello Stato non era la stessa cosa che essere rappresentante del fascio – anche se a Roma si cercò di risolvere il problema delle competenze trasformando “i fascisti più leali” in prefetti (p. 91); in più, la figura del podestà, essendo una carica non rinumerata, veniva ricoperta da esponenti delle élites economiche locali che non avevano bisogno di lavorare. Il dover fare i conti con questi coattori poteva mandare in escandescenze qualche federale, ma nella sostanza il coltello dalla parte del manico l’aveva il prefetto (p. 83, 138). Farinacci aveva tentato, durante il breve periodo in cui fu a capo del partito, di “fascistizzare” lo Stato, ma il suo tentativo di far prevalere il partito fu bloccato da Mussolini stesso (pp. 68-76). Questo non significa che i federali non disponessero di poteri reali e ampi margini di manovra: semplicemente, il loro campo di azione era più limitato rispetto a quanto avrebbero voluto. (Laddove, invece, la collaborazione tra federale, podestà e prefetto funzionava, come a Torino per un breve periodo nei primi anni Trenta, il regime riscuoteva “un senso di gratitudine” da parte della popolazione, p. 205).

D’altra parte il Concordato fu un innegabile successo diplomatico e propagandistico di Mussolini, che si ritrovò elevato a “uomo della Provvidenza”, era però evidente che, mantenendo una certa autonomia e proprie organizzazioni, la Chiesa limitava lo spazio di intervento del regime e del partito.

Per quanto riguarda le élites locali, se in meridione si verificarono numerosi fenomeni di trasformismo (pp. 122-23), nella Valle Padana gli agrari seppero ricompensare coloro che si schierarono dalla loro parte non soltanto quando si trattò di malmenare socialisti e incendiare leghe contadine, ma anche dopo: A Ferrara Balbo, che oculatamente si schierò dalla parte degli agrari, diventò ricco in soli tre anni. Diverso, in parte, la situazione nel triangolo industriale: un uomo-chiave del regime come Beneduce poté permettersi il lusso di iscriversi al partito solo nel 1941 su esplicita richiesta di Mussolini; Agnelli lo fece nei primi anni Trenta.

Il dato che emerge da questi fenomeni è che mantenere in vita questi dualismi significava dover accentuare l’equilibrismo del regime e del partito, del centro verso la periferia. Il “beghismo” rimase a lungo un male endemico in gran parte delle federazioni e delle province del Paese (p. 107). Il potere locale faceva gola a molti e si era disposti a scagliarsi gli uni contro gli altri per accaparrarselo, tanto più che la suddivisione dei poteri tra i vari componenti – prefetto, federale, Milizia ecc. – rimase piuttosto incerta e fluida fino al 1927. Ma anche negli anni successivi, la struttura stessa del regime a cui abbiamo accennato sopra faceva sentire i suoi effetti: il “cambio della guardia”, la sostituzione di un segretario o un cambiamento ministeriale potevano giocare a favore o a sfavore dei singoli: coloro che erano stati espulsi potevano sperare – e brigare – per essere riammessi al Partito.

Nel frattempo il parastato – una stupefacente miriade di enti – e il partito, che ora inglobava altri organismi precedente autonomi, crescevano a dismisura. Erano entrambi fonte di stabilità e di consenso al regime in quanto offrivano lavoro, ma allo stesso tempo dilatavano la burocrazia rendendo opaca, monotona e poco allettante la vita politica.

Abbiamo usato finalmente la parola decisiva: “consenso”. Il sottotitolo del libro è infatti “opinione popolare sotto la dittatura”. Cosa pensavano gli italiani del regime? Come cambiò, se cambiò, il loro parere nel corso del ventennio.

Per scandagliare i sentimenti popolari di affezione o disaffezione al regime Corner si affida a alla consultazione di molti diari e, soprattutto, ad una copiosissima documentazione interna, vale a dire relazioni prefettizie, carte di polizia, resoconti di spie. Corner è studioso troppo esperto e preparato per temere i tranelli che questo genere di documentazione comporta ed ha la lodevole onestà intellettuale di mostrare al lettore il proprio metodo di studio.

La competenza acquisita in decenni di studi (e di frequentazione di archivi) gli consente di muoversi con agilità e sicurezza nel mare magnum di carte che ha studiato. La lente di ingrandimento usata per indagare la società italiana è il partito – del suo sviluppo, funzionamento (o mal funzionamento o non funzionamento). Corner ne studia le dinamiche interne e le sue relazioni interne e in relazione al centro. In questo modo può muoversi sia in orizzontale (per così dire a “raggiera” nelle relazioni e nei rapporti con altri enti in provincia), sia in verticale.

Il regime aveva affidato al partito, il compito di “organizzare, educare e irregimentare la popolazione predicando il verbo fascista per creare le necessarie fondamenta al consenso […] un “ruolo […] centrale nella costruzione dello stato totalitario” (pp. 87-88). Ebbene, la sensazione che se ne ricava – supportata da robuste prove documentarie – è che alle “tare ereditarie” ricevute dall’Italia liberale che abbiamo indicato, il partito fallì la realizzazione del compito che gli era stato affidato: la trasformazione dell’italiano nel nuovo uomo fascista non si concretizzò affatto.

Troppe e troppo stridenti le contraddizioni tra la propaganda e la realtà, tra quanto veniva richiesto (e cioè imposto) e quanto chi si trovava in posizioni di comando faceva mostra spudoratamente quotidianamente: assenteismo, inefficienze, corruzione, posti di comando ricoperti da persone del tutto inadatte (perfino da un “barbiere ubriacone”), favoritismi a donne di dubbia reputazione e compiacenti, lusso sfrenato e ingiustificato, prebende immeritate; per chi era disoccupato o sottopagato (gli anni Trenta furono durissimi in molte zone del paese) era dura constatare la carità pelosa di un pacco di pasta o un vaso di marmellata ricevute da nobildonne ingioiellate…

Dalla documentazione riportata e discussa con argomenti convincenti, emerge letteralmente di tutto; un quadro impressionante – e desolante – di una società che adotta stratagemmi anche sofisticati per mantenere minimi spazi di libertà, se non fisici, almeno di pensiero: iscriversi al partito e al sindacato per avere un lavoro o non essere licenziati, ma partecipare il meno possibile alle loro attività; andare alle manifestazioni “oceaniche” sì, dal momento che era obbligatorio e si poteva ricorrere in sanzioni anche gravi, ma restare in silenzio durante il discorso del capo – o perfino del duce, come fecero gli operai della Fiat –; donare “l’oro alla patria” con la fede nuziale, sì, ma falsa o “impoverita”.

Ciò non significa che il regime, soprattutto in alcuni momenti, non abbia goduto di forme di approvazione o di consenso: “il partito agì in ambiti come il “welfare, le politiche giovanili, il tempo libero, tutte novità importanti […] e con risultati rilevanti sotto ogni profilo” (p. 312 – sul “welfare” però, soprattutto in relazione alla politica vanno tenute presenti le osservazioni di Ipsen: Carl Ipsen, Demografia totalitaria); la creazione dell’impero generò un momentaneo e malinteso orgoglio nazionalistico (p. 221). Tuttavia, argomenta Corner a ragione, bisogna intendersi sul significato della parola “consenso” (si veda p. 208 dove discute la definizione avanzata da Renzo De Felice). In uno stato dittatoriale non essendo i cittadini liberi di esprimersi l’adeguarsi della popolazione alle regole imposte tende diventare conformismo, il che non è affatto sinonimo di consenso. Occorre dunque valutare con attenzione gli atteggiamenti. E nel vagliare le fonti che registrano gli atteggiamenti della popolazione Corner è maestro. Egli è riuscito a creare un quadro estremamente sfaccettato che dimostra il progressivo scollamento via via crescente di strati sempre più larghi della popolazione dal regime che entra in crisi profonda già prima, molto prima della seconda guerra mondiale. Da questo punto di vista non può non balzare all’occhio la stridente contraddizione tra un partito elefantiaco in grado di visionare l’intera società italiana e di penetrare a fondo nella vita privata della popolazione e il distacco sempre più massiccio della gente dal regime. Il fallimento del partito nel compito di creare una nazione di veri fascisti era già evidente nel ’ 39 e in questo sta il fallimento storico del fascismo.

Corner ha scritto un libro veramente eccellente, che unisce al rigore metodologico una prosa scorrevole e di grande chiarezza (grazie anche all’accurata traduzione di Fabio Degli Eposti). Ve lo raccomando.

Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

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