Recensione. John Foot: La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978)

John Foot è uno storico inglese molto attento e partecipe alle vicende italiane e con questo “la Repubblica dei matti” lo dimostra ampiamente ancora una volta.

La Repubblica dei matti non è una storia della psichiatria italiana. Non è nemmeno una storia dei manicomi italiani e nemmeno una biografia di Basaglia. È una storia culturale dei decenni centrali e più fecondi della storia repubblicana, focalizzata sulle vicende della psichiatria. La centralità della figura di Basaglia è dovuta al suo ruolo svolto in quegli anni.
L’Italia è un paese capace di grandi innovazioni. In negativo, come nel caso del fascismo; ma anche in positivo, come nel caso della Resistenza (la più forte d’Europq dopo quella jugoslava), di un partito comunista capace di dar vita a “modelli” (emiliano, per esempio) studiati e ammirati perfino dagli USA, di realtà imprenditoriali di eccellenza e di prim’ordine (Olivetti, Ferrari), o di grande interesse (la moda). La chiusura dei manicomi può essere rivendicata a buon diritto come uno dei successi più belli e meritevoli della Repubblica. Il libro di Foot lo dimostra chiaramente con le descrizioni allucinanti dei manicomi e dei reparti.

Per altro, nel libro non c’è nessuna forma di sensazionalismo. La narrazione, sciolta, vivace, avvincente, è sempre equilibrata, sempre soppesata e meditata. Così come lo sono le valutazioni dei protagonisti e delle figure studiate e incontrate. Non c’è nessuna agiografia di Basaglia. Alla grande ammirazione per quello che definisce il più importante intellettuale della storia dell’Italia repubblicana, fa da bilanciamento il grande rispetto per altri protagonisti di quegli anni. Primo fra tutti, Giovanni Jervis, grande intellettuale e figura carismatica che collaborò con Basaglia a Gorizia e poi si distaccò da quella esperienza per seguire altri percorsi. E ancor di più, forse, Franca Ongaro, moglie di Basaglia. Se, come dice il proverbio, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, allora Basaglia ebbe la fortuna di avere per moglie una donna capace di stargli a fianco e, quando necessario, di guidarlo. Era lei non solo a dare forma alle vulcaniche idee del marito, ma anche a correggerle, indirizzarle, concretizzarle. Foot giustamente si rammarica la pressoché assoluta mancanza di studi sulla Ongaro.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, in un piccolo manicomio all’estrema periferia del paese nel 1961: un posto insignificante, l’ultimo luogo a cui pensare per dar vita ad una rivoluzione. Non fu così, e non fu così per l’intrecciarsi di molti fattori.
All’ostracismo e all’esclusione che spesso le università italiane riservano ai giovani più brillanti e promettenti – motivo per cui Basaglia accettò l’incarico a Gorizia – fecero da lievito l’effervescente clima culturale che si stava formando in quegli anni: la “Storia della Follia in età classica” di Foucault, “I dannati della terra” di Fanon e “Asylum” di Goffman furono pubblicati proprio nel 1961. E a riprova della chiusura del mondo accademico, questi testi furono pubblicati grazie all’iniziativa di editori consapevoli del ritardo culturale del Paese accumulato durante il ventennio fascista come Einaudi e Feltrinelli.
Clima culturale inebriante e coinvolgente dovuto al fondersi di due fattori: da un lato, il tracollo del positivismo e dell’organicismo che avevano finito i loro giorni nell’ignominia del razzismo biologico; dall’altro, l’enorme energia creatrice sprigionata dalla Resistenza che intende muoversi per un profondo rinnovamento del Paese e recuperare alla vita civile e alla società gli ultimi, gli esclusi. Basaglia ha vissuto e si immerge in questo clima, va a confrontarsi con esperienze in Scozia e a Londra, allaccia contatti con altre esperienze, si circonda di collaboratori curiosi, aperti e decisi. Sono questi stimoli che Basaglia rielabora creando la comunità terapeutica man mano che, dall’interno, smantella il manicomio.

Gorizia diventa il centro, il faro di una rivoluzione culturale che si irradia sul Paese e trabocca al di fuori. Ma è frutto, anche, di un clima innovatore non solo a livello europeo o mondiale, ma interno. L’esperimento di Gorizia trova appoggio nel Ministro della Sanità, il socialista Mariotti, altri intellettuali si mettono ad indagare la questione manicomiale: Angelo del Boca, grande giornalista e storico dà alle stampe un’opera che diventa una bomba: “manicomi come lager”. È questa l’immagine che l’opinione  pubblica democratica e progressista  fa propria e quella conservatrice contrasta.; la stessa televisione si interessa al fenomeno: Zavoli gira un documentario, fotografi di valore creano opere.
La breccia è aperta, si aprono percorsi nuovi. È questa la seconda parte del volume, dove Foot analizza alcune realtà locali. Qui, tra gli altri, a mio parere spiccano due elementi interessanti.
Il primo riguarda il fatto che il mondo politico “scopre” e si occupa attivamente del problema manicomiale. Amministrazione centrale e locale si pongono in sintonia con una parte della società civile e dell’opinione pubblica. Si intraprendono percorsi diversi, ma nel complesso le amministrazioni provinciali e locali sono attente e collaborano. Politici che non conoscevano la realtà dei manicomi, una volta scoperta ne restano sconvolti:
“Pensavo che gli istituti assistenziali fossero una necessità. Per i matti il manicomio, per i bambini abbandonati il brefotrofio, per gli anziani soli l’ospizio. Con Basaglia […] ho imparato a rifiutare queste soluzioni […] istituzioni [pensate per] accantonare i problemi sociali più scottanti” (p. 201).
Sono parole di Mario Tommasini, assessore provinciale a Parma, operaio. Qui, come altrove, l’Italia a due livelli – quello delle classi dirigenti distanti dalle classi popolari – scompare, si attivano forze dal basso. È quel che succede a Reggio Emilia, che chiama Jervis il quale crea i centri di salute mentale; è quel che succede a Perugia con Giacanelli, ad Arezzo, a Trieste, dove Basaglia avrà l’appoggio di un esponente democristiano.

Sono esperienze che conducono al secondo aspetto. E cioè ai percorsi diversi nella chiusura dei manicomi seguiti dalle singole realtà. Per chi, come me, studia la nascita dei manicomi, questo è un aspetto particolarmente interessante perché, se si guarda alla formazione delle strutture nate prima dell’unificazione, si incontrano condizioni e soluzioni diversificate a seconda delle zone, degli Stati e delle realtà locali (si vedano le considerazioni a p. 217). Nella loro dismissione e chiusura, questi retaggi – sebbene rovesciati – sembrano ripetersi. Se è vero che ovunque i “basagliani” incontrano e ricevono sostegno politico (spesso del PCI e dei partiti di sinistra, ma non solo, come testimonia il caso di Trieste), è altrettanto vero che il movimento dal basso emerso negli anni Sessanta ed esploso a partire dal ’68 ha esercitato una pressione notevole sul ceto politico, spingendolo ad accettare o a promuovere soluzioni che altrimenti, da solo, difficilmente avrebbe realizzato. A dimostrazione di questo sta il fatto che la “legge Basaglia”, come erroneamente viene chiamata la 180, è frutto di mediazioni tra operatori e politici con posizioni a volte molto distanti tra loro. Marco Pannella fu un “critico feroce” di quella legge e ne mise in rilievo l’ambiguità, la vaghezza, e i problemi che avrebbe lasciato irrisolti (vedi pp. 287-288). Pannella, ne conviene anche l’A., non aveva tutti i torti, anzi aveva molte ragioni. Sulle colonne del Corriere della Sera un grande psichiatra, direttore di manicomio, e intellettuale come Mario Tobino, pubblicava articoli pacati ma fermi contro le posizioni della psichiatria radicale e la chiusura del manicomi ragionando sulle difficoltà che gli stessi ricoverati avrebbero incontrato e che non sarebbero stati in grado di affrontare né, tanto meno, di risolvere (Foot, in realtà, dedica poco più di un cenno a Tobino). Ma quelle posizioni avevano il torto di non tenere conto della realtà, e cioè del fatto che in Parlamento la mediazione tra DC e PCI era inevitabile per qualunque progetto di legge (p. 288). E, in quel 1978, la mediazione rese possibile la “180”.

La Repubblica dei matti è un libro che si apprezza per la capacità di Foot di tenere assieme le molte sfaccettature e particolarità di queste decenni, ma soprattutto perché mantiene sempre, in tutto l’arco della narrazione un equilibrio prudente tra i vari aspetti, momenti e personalità. Si vedano, ad esempio le pagine in cui analizza e discute il concetto di “antipsichiatria”, un concetto di cui Foot rileva e mostra adeguatamente l’ambiguità: Basaglia e i basagliani non furono solo scelti come guida da molti operatori,culturali, del mestiere o attivisti che fossero, furono contrastati dall’opinione pubblica conservatrice, ma videro anche nascere posizioni alla loro “sinistra”, molto più estreme delle loro. Foot tratta questi aspetti con grande delicatezza, senza sbilanciarsi o lasciarsi andare a giudizi sommari o approssimativi (pp. 43 sgg). Oppure si vedano le pagine che ricostruiscono l’iter della legge 180 (pp. 285-294), dove si ritrova il medesimo equilibrio.

Il libro di Foot è un lavoro in cui il lettore avverte l’impegno e la fatica dell’Autore, costretto spesso ad utilizzare fonti di seconda mano per ricostruire passaggi e contesti. Ad esempio Foot segue percorso della dismissione del manicomio di Gorizia appoggiandosi a una pubblicazione interna del manicomio, “Il Picchio”, la rivista dei ricoverati. Scelta in parte obbligata perché, come spesso accade in Italia e soprattutto per enti istituzioni chiusi, parte della documentazione è andata dispersa.

Molto resta ancora da fare, da ricostruire; Foot lo ripete o lo lascia intendere spesso. Ma ci ha regalato una bussola affascinante, densa e bella davvero. Questo è un libro non dovrebbe mancare negli scaffali di chi voglia capire qualcosa di più, e da un’angolazione originale, sulla storia recente del nostro Paese.

Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

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