Recensione. Giovanna Caldara-Mauro Colombo: Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

Una famiglia come tante, una vita come tante: la scuola, il lavoro, le amiche, lo sport. Una vita comune, con la gioia di vivere, la curiosità, l’avventatezza dei vent’anni. I vent’anni di una ragazza sensibile e forte, coraggiosa e indipendente, quella di Ines Figini. Una indipendenza che la madre, con la consapevolezza unica dei genitori, le riconosce subito: “tanto tu torni sempre”, le dice una volta, riconoscendole la capacità di cavarsela da sé, con la propria intraprendenza, il proprio intuito.

Ma avere vent’anni a ridosso della seconda guerra mondiale significa essere nel fiore degli anni in un periodo terribile. La storia, la “Grande Storia”, gli eventi che stravolgono un’esistenza ti può travolgere da un momento all’altro. Ed è quello che accade a Ines. Il senso profondo e sentito della giustizia, dovuta anche all’educazione dolce ma severa e senza fronzoli dei genitori la fa “ribellare” in un momento cruciale.

Siamo negli anni dei grandi scioperi nelle fabbriche del Nord Italia, un evento unico nell’Europa occupata dai nazisti. Ines, che non si è mai occupata di politica, lavorando in una delle industrie più importanti di Como, protesta col Questore della città mentre con alcuni repubblichini sta ispezionando la fabbrica, per il fermo di alcuni operai dopo la scoperta di alcuni volantini di propaganda.

Una semplice rimostranza, detta d’istinto, e la sua vita svolta, precipita e piomba all’inferno. Assieme ad un gruppetto di colleghe e operai viene inviata a Mauthausen.

All’inferno

Le memorie dei sopravvissuti ai campi di sterminio sono molte. Ci hanno lasciato ricostruzioni precise e terribili dei campi di sterminio. Le si ritrovano tutte, precise e puntuali anche nella memoria di Ines. Ciò che le infonde la forza di resistere alla brutalità del personale dei campi, al vitto immangiabile, alla fatica immane del lavoro sono una fede limpida e mai bigotta, vissuta come un dono naturale, una inesauribile fiducia in sé stessa che la fa essere ottimista anche nelle situazioni e condizioni più dure e disperate e la promessa fatta alla madre di tornare. Quel “tanto tu torni sempre” che la madre le aveva detto tanti anni prima, le ritorna in mente spesso e il sopravvivere diventa una “fissazione, il pensiero che mi dà la forza di tollerare anche l’intollerabile” (p. 91).

Ines ha l’intuizione di trasformare in un’arma il progetto del nazismo di annientare la personalità degli internati: “loro mirano proprio ad annullare la nostra personalità [ma] trasformata in un robot, lavoro come in trance, incapace di qualsiasi reazione […]. Ma sono viva” (p. 91, i corsivi sono nel testo).

Questa strategia, insieme a certi aspetti dell’educazione rigida ricevuta da bambina come il mangiare anche cose che non le piacciono che le consentirà di abituarsi anche alle immangiabili brodaglie, le permette di sopravvivere anche i campi  di Auschwitz-Birkenau e Ravensbrück.

Una “strana” narrazione

Ciò che colpisce di queste memorie (o, almeno che ha colpito me) è la narrazione degli eventi. In qualche modo è come se l’autrice li riveda; non che li riviva, che li riveda. Le sue pagine, che pure descrivono scenari terribili, trasmettono la tragedia che l’ha colpita ma allo stesso tempo mantengono una leggerezza che non si trova in memorie di questo genere.

Forse la chiave per comprendere questa strana leggerezza risiede nella capacità che questa donna straordinaria ha avuto nell’accettare, convivere e perdonare quel che le è accaduto. Dopo la guerra la sua vita riprende da dove era stata interrotta: riprende il lavoro nella medesima fabbrica, riprende la passione per lo sport, riallaccia e allarga la sfera delle amicizie, coltiva molti interessi. E torna, torna anche ad Auschwitz. Vi torna spesso e matura in lei la convinzione di dover portare la sua testimonianza alle generazioni più giovani.

Lo fa con naturalezza, perdonando pur senza rinnegare il gesto che l’ha condannata a una esperienza spaventosa. Certo, una vicenda simile non può non lasciare segni profondi: non consegnerà mai alla madre le lettere che le aveva scritto mentre era ricoverata in un ospedale militare dopo aver contratto il tifo (le lettere sono ora pubblicate nella sezione “Ines scrive…”). Ma Ines Figini ha saputo trovare una propria strada per spingersi “oltre il lager” – come a ragione notano i curatori – e convivere  con una storia che, non di rado, ha finito per schiacciare tanti anche a molti anni di distanza. E non si è risparmiata per trasmetterla affinché non si ripeta.

Il libro

Una parola di merito va ai curatori, Giovanna Caldara e Mauro Colombo, per aver agevolato la lettura del testo – scritto comunque molto bene – con brevi introduzioni ad ogni capitolo, puntuali note a margine, appendici, testimonianze e una bibliografia essenziale ma precisa.

 


Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

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