Recensione. Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca

L’arte come lente di ingrandimento

Quando si inizia a studiare un argomento, partire dai classici è sempre raccomandabile. Mecenati e pittori di Francis Haskell è giustamente riconosciuto come uno dei libri più importanti e permane, a sessant’anni dalla pubblicazione, un punto di riferimento.

Tuttavia le domande che si pongono i lettori cambiano nel tempo. Coloro che lessero il libro sessant’anni fa, quando questo libro fu pubblicato per la prima volta, sicuramente cercavano risposte diverse da quelle del lettore di oggi. Sono stato attirato dal sottotitolo: “l’arte e la società”; una correlazione che si è rivelata ricchissima di piste da approfondire per me, che non sono uno storico dell’arte. Seguire tutti gli spunti disseminati lungo le oltre 600 pagine del libro mi è quasi impossibile. Mi limito a segnalare quelli che hanno attirato la mia attenzione.

Nepotismo e arte di governo

La Roma barocca era la città più ricca d’Italia ed era allo stesso tempo la città più cosmopolita d’Europa. Attirava visitatori da ogni parte d’Europa e tra questi ed era altrettanto naturale che calamitasse anche gli artisti. Nella Roma di quel tempo il denaro circolava a fiumi: le famiglie aristocratiche si circondavano di artisti per mostrare il proprio prestigio, la propria ricchezza e il proprio potere. Per gli artisti Roma era la città ideale per vedersi riconosciuto il proprio talento. Saper giocare bene le proprie carte era la strada per raggiungere fama e ricchezza: gli artisti più affermati o alla moda guadagnavano somme notevoli anche per singole opere; Bernini accumulò ricchezze da favola anche se è vero che egli era un caso a parte. Protetto di Urbano VIII, per un lungo periodo divenne arbitro insindacabile della vita artistica romana: senza il suo sostegno o almeno il suo benestare era impossibile a chiunque fare carriera a Roma (pp. 73-74).

Roma

La presenza del Papa a Roma costituiva un vantaggio decisivo per gli artisti. Entrare a far parte della sua corte o diventare favorito di qualche personaggio influente assicurava la possibilità di lavorare con continuità. Il nepotismo era una pratica diffusa e aveva radici profonde nella Roma del Seicento. Dati i continui intrighi e battaglie per il potere era naturale che i pontefici scegliessero i propri consiglieri tra i parenti più stretti (p. 65). Ogni volta che veniva eletto un nuovo papa, il neo rappresentante dell’altissimo in terra chiamava a Roma un codazzo di famigliari, parenti, amici, dipendenti, faccendieri e cortigiani, tutti bramosi di cariche e prebende, beneficenze e guadagni facili, impieghi comodi e poco impegnativi. Naturalmente, in quell’occasione, i favoriti del papa che era finito all’altro mondo iniziavano a tremare: a ogni nuova elezione corrispondeva anche la sostituzione del personale, perciò i favoriti di un tempo cadevano in disgrazia e si vedevano chiudere i cordoni della borsa. Perfino un uomo di fama internazionale come il Bernini dovette scontare un periodo di eclissi dopo la morte di Urbano VIII e l’elezione di Innocenzo X (pp. 235-237). Soltanto coloro che avevano accumulato grandi ricchezze e non si erano fatti prendere la mano da spese folli, esibizionismo sfrenato ed erano stati accorti accantonando ricchezze a sufficienza, potevano guardare all’avvenire con una certa serenità.

A Roma questa situazione era amplificata dal fatto che il papa era contemporaneamente guida spirituale del mondo cattolico il cui centro era appunto Roma, monarca assoluto di uno degli stati più ricchi d’Italia ed esponente di una famiglia ricca e potente. Ora, queste tre condizioni che normalmente tendevano ad intrecciarsi e a fondersi, divennero un groviglio inestricabile nella figura di Urbano VIII, capo dell’avida e formidabile famiglia Barberini.

“L’immenso sviluppo dato da Urbano VIII all’architettura e alla decorazione sacra mirava almeno in parte a soffocare i dubbi e le eresie che serpeggiavano in Italia, ed è proprio tale forza di persuasione che costituisce l’altra caratteristica dell’arte barocca” (p. 69). La basilica di San Pietro ne è l’esempio più caratteristico e lampante, ma anche gli ordini religiosi mirarono allo stesso obiettivo.

Ottavio Mario Leoni: Ritratto del Bernini

Gesuiti, Oratoriani e Teatini impiegarono lo stile barocco ai fini della propaganda. Gli inizi non erano stati facili. I lavori che commissionarono conobbero spesso interruzioni (anche prolungate) a causa della mancanza dei fondi necessari. Tuttavia, man mano che i fondi venivano raccolti (per intervento di un alto prelato o col concorso delle famiglie più ricche) e le opere completate, l’aspetto propagandistisco si stagliava con sempre maggior nitidezza. Ai Gesuiti, per esempio, interessava veicolare il messaggio secondo il quale la Compagnia di Gesù aveva soprattutto una funzione missionaria: i Gesuiti erano molto più preoccupati della vittoria del cattolicesimo nel mondo dei vivi che del destino delle anime in quello dei morti (p. 141). Perciò gli affreschi dovevano essere letti dai visitatori “come fossero sermoni” e in questo senso la pittura aveva una funzione fondamentale perché la potenza visiva restava fissata nelle immagini mentre invece “verba volant” (p. 118). Considerandosi missionari, lo scopo che i Gesuiti attribuivano all’arte “era quello di lumeggiare il lavorio della grazia divina (naturalmente per mediazione della Compagnia del Gesù) nell’anima umana. Era questo a dare ai soffitti delle loro chiese quel vigore logico che mancava in tante altre opere analoghe” (p. 156). In ogni caso, “verso il 1700 le chiese madri di queste istituzioni erano le più ricche di Roma” (p. 111).

Lo scopo dei pontefici era duplice. Il primo, ovviamente non dichiarato, riguardava il fatto che “ogni nuovo papa si preoccupava soprattutto di eclissare il suo predecessore” (p. 295). Il secondo, come notavano gli stessi osservatori dell’epoca nel caso di Alessandro VII, quello di “abbellir la città”: strade, piazze, fontane, palazzi. Tutto questo aveva fatto la fortuna degli artisti più rinomati e dato occupazione a una pletora di artisti minori per non dire del più vasto e variegato mondo dell’artigianato. Ma le spese erano enormi e sebbene “la stupefacente fioritura del barocco romano” provi il fatto che “nonostante le tremende emorragie, le risorse finanziarie del papa erano ancora abbondanti” (p. 242), è indubbio che la crisi che colpi gli Stati Pontifici alla metà del Seicento fu molto profonda: carestie e epidemie si aggiunsero alle spese ingenti del mecenatismo.

Attirando visitatori da ogni dove, Roma incamerava “tributi” e denaro. Inoltre, era convinzione che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (p. 65). Ma al di fuori del mecenatismo questa logica produsse distorsioni durevoli nella storia italiana. A metà Ottocento, un medico francese, scriveva: “se arrivate in una città, per piccola che sia, se vedete un edificio che vi colpisce per la sua architettura [e] per la sua bella posizione […] che suggerisce al tempo stesso l’idea di ordine, di agiatezza e di felicità, visitatelo, se siete medici: è un ospedale, un ospizio per gli organi, uno di quei sontuosi monumenti designati con il nome di Albergo dei poveri; poiché anche la miseria ha i suoi palazzi in questo Paese”.

Piazza di Spagna

Ora, così come lo splendore di Roma crebbe a scapito delle miserande campagne circostanti, il mondo artistico fiorì a scapito dei contadini. Ne abbiamo prove eloquenti nelle opere dei Bamboccianti, artisti così chiamati per scherno che nelle loro opere ritraevano uomini al lavoro: il fornaio, l’acquaiolo, il venditore di tabacco, il fabbro, il brigante. Ma quando questi artisti rivolsero il loro sguardo alle campagne e ai contadini le immagini che li ritraggono sono distorcenti: robusti, aggraziati, le ragazze avvenenti, questi contadini risultano molto lontani dalla realtà (pp. 217-23). C’è dunque il tentativo di nascondere gli aspetti più duri della realtà, di mascherare una crisi profonda proponendo invece l’immagine di una Roma florida e potente.

Al di fuori dello Stato e della Chiesa

Chiesa e potere politico non erano le uniche fonti di mecenatismo in Italia. Esistevano ed erano attive figure originali di mecenati privati più o meno ricchi che alimentavano il lavoro degli artisti. Una delle figure più interessanti, studiata in modo approfondito dall’A. è quella di Cassiano dal Pozzo. Non ricchissimo, amico di Galileo, fervente appassionato di archeologia, dal Pozzo aveva i tratti più dello studioso che del mecenate. Tuttavia gli fu riconosciuto “il merito di essere i più grande protettore privato delle arti di Roma” (p. 184): artisti come il Poussin gli dovevano molto per la propria carriera.

Il mecenatismo di uomini come Cassiano dal Pozzo non era l’unica possibilità per gli artisti per svincolarsi dalle committenze del mondo politico o ecclesiastico. Vi erano mercanti (che sfruttavano soprattutto gli artisti più giovani e a buon mercato, p. 196 ssgg.) e le mostre d’arte. A fine secolo a Roma se ne tenevano quattro e devono essere segnalate soprattutto perché esse resero l’arte più commerciale e contribuirono a rendere la pittura una questione pubblica, con opere dal prezzo abbordabile. Di conseguenza, le mostre risultavano essere una buona vetrina per gli artisti desiderosi di ottenere committenze.

Intermezzi

Le condizioni del mecenatismo artistico in Italia mutarono radicalmente nella seconda metà del Seicento. Con la morte di Urbano XVIII nepotismo e mecenatismo si ridimensionarono in modo notevole. L’assottigliarsi delle commissioni e di incarichi ufficiali rischiava di gettare nella disoccupazione parecchi artisti, molti dei quali decisero di spostarsi altrove: “molti pittori si resero conto che ormai le possibilità migliori erano all’estero” (pp. 259 e 268). E gli stranieri non si fecero certo sfuggire l’occasione per approfittare dell’indebolimento di Roma. Francesi e inglesi lo fecero sia allettando gli artisti ad abbandonare l’Italia per trasferirsi a lavorare per loro, oppure saccheggiando a man bassa opere d’arte per poi trasferirle nei propri paesi: il conte di Monterey da Napoli mandò in Spagna “quaranta navi cariche di bottino” (p. 271).

Il declino della Roma dei papi rivitalizzò le città di provincia che diventarono ben presto accanite concorrenti. Roma non calamitava più gli artisti come un tempo; ora i collezionisti (soprattutto inglesi e tedeschi) si rivolgevano a Bologna, Napoli, Venezia.

A questo fenomeno diede un contributo notevole la guerra, che tornò ad interessare i territori italiani: tra una campagna e l’altra i comandanti militari coglievano l’occasione per farsi ritrarre o per inviare opere nei loro paesi d’origine (pp. 312-313). Le guerre giocarono un ruolo fondamentale per l’evoluzione del mecenatismo in Italia. La Guerra dei Trent’anni che squassò l’Europa finì col ridisegnare gli equilibri europei a favore dei paesi del nord e a svantaggio del Mediterraneo. Naturalmente occorse tempo affinché questi nuovi equilibri si assestassero divenendo definitivi. Haskell ci guida in questi percorsi seguendo spostamenti e ingaggi di artisti in paesi di area tedesca, in Inghilterra arrivando fino alla Polonia e alla Russia utilizzando questi percorsi e le collezioni d’arte e costruzioni dei loro committenti come testimonianza dell’inversione di tendenza: non è più Roma o l’Italia a calamitare gli artisti, ma sono i nuovi centri del potere europei ad attirarli.

Venezia
Canaletto: Entrata nel Canal Grande vicino a Punta della Dogana e Santa Maria della Salute

Il caso di Venezia appare molto diverso da quello romano. Qui Haskell, prendendo in esame il Settecento, mostra almeno due facce della città. La prima riguarda le famiglie patrizie che tenevano saldamente nelle proprie mani il potere politico. Ricchissime (si stimava che la famiglia Foscarini potesse contare su una rendita annua di 32.000 zecchini quado per vivere ne bastava una quindicina all’anno, p. 401), ma consapevoli di essersi inoltrate in un periodo di crisi e trasformazioni profonde, esse rivolsero la propria attenzione alla perpetuazione artistica delle glorie del passato: “la finzione che Venezia fosse ancora una grande potenza era sostenuta con ogni mezzo a disposizione dello Stato, e non poteva naturalmente non riflettersi sulla pittura del tempo” (p. 379).

Tuttavia, lo Stato era esausto per le lunghe guerre sostenute. Le famiglie di più antico lignaggio avevano bisogno del concorso di quelle più ricche del ceto mercantile: molte di queste, nobilitate nel corso del Seicento, entrarono a far parte dell’aristocrazia e “facevano sempre più sentire la loro presenza grazie allo splendore delle loro iniziative artistiche” (pp. 383-84): gli Zenobio, i Widmann, i Labia, i Lazzarini si facevano costruire splendide dimore in provincia anche se, piuttosto stranamente, in generale non erano particolarmente propense ad acquistare opere d’arte (p. 402).

L’artefice massimo a cui molte famiglie veneziane demandarono il compito di tramandare le vestigia del passato fu il Tiepolo, autentico ammiratore e sostenitore dell’Ancien régime. I nobili lo impiegarono soprattutto per esaltare le proprie famiglie. Naturalmente egli non fu il solo. Alcune famiglie ospitavano e mantenevano artisti i quali si dedicavano soprattutto a dipingere soffitti

Questa Venezia ripiegata su sé stessa e intenta a rispecchiarsi nelle glorie del passato non era visibile a colpo d’occhio. I moltissimi stranieri che facevano tappa a Venezia vi arrivavano attratti dal clima di spumeggiante liberalità, dalle cortigiane e dalla disponibilità di piaceri per il quale la laguna era famosa. Per questo genere di persone il fascino di Venezia restava immutato (p. 423-24). Ed era gente che faceva incetta di opere d’arte. Non solo, francesi, inglesi e tedeschi riuscirono a convincere parecchi artisti a seguirli, ma nonostante ciò la città continuava ad essere assai benevola nei confronti degli stranieri, sempre benvoluti. Si trattava di una sostituzione impari: non molto oltre la metà del secolo, la Repubblica e le famiglie che la sorreggevano non avevano più nulla di realmente nuovo da dire e il loro malinconico declino divenne irreversibile oltre che palese. D’altra parte gli interessi di coloro che continuavano a subire il fascino della Serenissima si spostarono più sul mondo dell’editoria (che a Venezia aveva radici profonde e una storia già notevole).

Vogel Bernhard: Vista di Piazza San Marco dalla Piazzetta
Conclusioni

In Mecenati e pittori Haskell dimostra che usare l’arte come una lente per studiare un periodo storico è un ottimo modo per individuarne pregi e difetti. Il mecenatismo ebbe entrambe le facce: disseminò l’Italia e l’Europa di capolavori ineguagliabili, ma il prezzo fu altissimo. Il nepotismo divenne una pratica di governo che si infiltrò in ogni ambito e a ogni livello. Haskell ci mostra una ricchissima galleria di uomini di talento; uomini cioè in grado di farsi strada comunque, ma dimostra anche che il metodo che consentiva l’accesso alle commissioni era la cooptazione: la protezione, la chiamata, l’intercessione, e cioè, in sostanza, la sottomissione e la perdita di una indipendenza anche di pensiero all’interno di un rapporto sbilanciato tra committenti ed esecutori tutto a favore dei primi (pochissimi erano coloro che potevano permettersi di rifiutare offerte). L’A. lo afferma a chiare lettere nelle conclusioni.

Naturalmente si trattava di un fenomeno in buona parte inevitabile. Agli artisti veniva richiesta non solo capacità nel lavoro, ma anche una certa cultura generale e un comportamento decoroso per non sfigurare in società. Senza questi pre-requisiti difficilmente venivano aperte le porte e le borse. Ma il fatto che la cooptazione si sia trasformata col tempo in un sistema di governo ha avuto effetti devastanti sulla nostra storia futura: ha mantenuto alti gli steccati tra le classi sociali, ha conservato il malcelato disprezzo dei potenti e dei ricchi verso gli umili, ha bloccato carriere eterodosse e, per contro, ha alimentato il conformismo come requisito essenziale per coloro che tentano di arrampicarsi sui gradini della scala sociale. Con tutto questo ci stiamo ancora facendo i conti.

Le immagini sono riprese da:


Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

Rispondi