Recensione. Fernanda Alfieri: Veronica e il Diavolo

Parlare di Veronica e il diavolo. Storia di un esorcismo a Roma, ultimo lavoro di Fernanda Alfieri, non è facile. Non lo è perché, benché l’A. sia una storica di professione, questo libro non è esattamente un libro di storia; allo stesso tempo però, Alfieri non ha scritto un romanzo. L’A. è perfettamente consapevole dei limiti della prima e delle libertà del secondo: quelle con cui ha a che fare sono persone, non personaggi; “il romanzo è libero, la storia no” afferma giustamente (p. 12).

Però la storia si può riempire: di odori, colori, sapori, volti, descrizioni, stagioni, strade, carrozze, palazzi, arredi, botteghe, ospedali… Alfieri lo fa basandosi saldamente su fonti e storiografia e prendendo a prestito la penna del romanziere. Arricchisce scenari, riempie spazi, segue i protagonisti. Prende per mano il lettore e lo accompagna a ritroso e in avanti per mezza Europa e oltre. Insieme attraversano eventi decisivi – la Rivoluziona francese – e altri silenti o quasi ma altrettanto fondamentali – l’evoluzione della medicina, la messa al bando e i ritorno dell’ordine dei Gesuiti, per esempio.

Visitiamo la Spagna e Edimburgo, la Russia e l’Inghilterra, Londra e Baltimora, Vienna e Torino, la Galizia e Coblenza, Bologna e Roma. Soprattutto Roma, la Roma dei Papi, dei tempi di splendore e grandezza poi di incertezza e della Restaurazione. La Roma in cui si svolge la vicenda.

Tutto si muove attorno a Veronica Amerani, ultima discendente di una (sfortunata) famiglia di incisori, un tempo in auge e ora decaduta, definita “ossessa”. Che cos’ha Veronica, questa giovane nemmeno ventenne, forse indemoniata. Ma a vent’anni dal Congresso di Vienna non sono più molti quelli disposti a credere nell’opera del maligno. La Compagnia di Gesù ha ripreso da poco a (ri)tessere la propria tela di relazioni e influenze, ma è malandata, scarsa di numero e composta in gran parte di vecchi o giovanissimi. Rientra in scena dopo essere stata osteggiata e bandita da non pochi governi nel secolo precedente, con armi arrugginite e sorpassate. Il progresso – scientifico, medico, culturale -, il grande nemico della Chiesa, ha fatto molta strada ed è sempre più potente. A Bologna la gente non teme più i gesuiti, li prende in giro, ne fa oggetto di scherno. Cosa possono fare i padri di fronte agli stranissimi atteggiamenti di Veronica Amerani?

E se fingesse? Se fosse pazza? O isterica? O se qualcuno le avesse fatto un sortilegio, un maleficio? Nel vagliare le ipotesi l’A. apre scenari immensi: storici, culturali, geo-politici. Fa di quella ragazza il perno di vicende enormi. Ed in effetti è così: che lo vogliamo o no, che ne siamo consapevoli o meno, la storia ci avvolge da ogni parte, ci sballotta, ci travolge, ci impregna, ci condiziona.

Una donna “contro” tutti

Che siano medici o religiosi, tranne la madre, sono tutti uomini quelli che si occupano di Veronica Amerani. Al centro delle loro preoccupazioni e del loro agire, però, non ci sono le sofferenze di una giovane, ci sono questioni di prestigio e di potere: “era in gioco l’onore loro [dei padri gesuiti], della Compagnia di Gesù e di tutta la Chiesa cattolica” (p. 198). Affermazioni simili si potrebbero riferire anche a proposito dei medici: una fase di trapasso quella della medicina che si avvia, non senza titubanze, ripensamenti e cautele a passare dalla medicina antica, degli umori, a quella moderna. Di fronte agli atti inconsulti della giovane, i medici non si azzardano ad andare più in là delle ipotesi.

Prelati, medici, il padre; sono loro che attorniano Veronica, che la prendono d’assedio. Gli sguardi, i gesti, i pensieri, le annotazioni sono tutti maschili. A questi uomini le donne sono profondamente estranee; un mondo sconosciuto in fattezze tentatrici che deve però essere escluso/rinchiuso, controllato, schiacciato. Perciò quella “battaglia”, per loro, è perduta in partenza. Non sono attrezzati a comprendere e capire. Il che non significa che alcuni di loro non indulgano a pena sincera nel vedere la straziante condizione della giovane.

Semplicemente, per loro, per questi uomini, non è lei l’aspetto essenziale della vicenda. Ciò che conta davvero è liberare il suo corpo da un demone, perché se quel corpo sofferente di donna, capace di scatenare un “furore uterino” incoercibile, non guarisse, non significherebbe forse ammettere che la castità a lungo andare fa ammalare e che il desiderio, alla fine, è più forte? Se così fosse allora avrebbero ragione i protestanti, che lasciano perfino i preti liberi di sposarsi. Su quel corpo non si gioca allora la battaglia tra bene e male: si gioca una partita epocale. Che fine farebbe la Chiesa cattolica, fondata su un esercito di celibi?

I documenti e la Storia

Dunque è il potere il vero protagonista di questa storia. Ma come raccontare una storia che ci è arrivata incompleta? Fernanda Afieri ha trovato un manoscritto, il diario di un esorcismo conservato presso l’Archivio centrale della Compagnia di Gesù. Ha scovato altri documenti in altri archivi e ha colmato i vuoti col sostegno di una vasta bibliografia. Ma ha fatto di più, è entrata nella storia: racconta, ragiona ed espone al lettore come se lo stesse accompagnando in una lunga passeggiata. In questo libro l’A. dà prova di saper padroneggiare egregiamente una scrittura “cinematografica”: le descrizioni di paesaggi e ambienti svegliano i sensi: vista, olfatto e tatto in primis: il lettore “sente” l’odore di umidità di Edimburgo in inverno, il sole estivo cocente e implacabile sulla strada che da Roma conduce a Genzano, il freddo della Russia o gli odori – fetidi – che impregnano le lenzuola e la camera di Veronica. Anche la struttura dell’apparato di note è originale.

A un certo punto, leggendo il libro mi sono sorpreso a pensare al “Memoriale del convento” di Saramago, un libro lontanissimo per struttura e scrittura. Ho impiegato un po’ di tempo perché mai mi venisse in mente Saramago. Poi ho capito: Saramago parlava di “infra-storia”, della possibilità di scrivere romanzi partendo da documentazione archivistica e persone realmente esistite: tra le carte e le persone esiste uno spazio che lo scrittore può riempire con la fantasia. Saramago lo fa: trasforma le persone in personaggi e ne inventa di nuovi.

Come ho detto all’inizio, Fernanda Alfieri non segue questa operazione. Basandosi su fonti d’archivio e una solida storiografia ci racconta una storia verosimile, come potrebbero essere andate le cose. A giudicare dal risultato – il libro è scritto veramente bene – l’esperimento è più che riuscito.

Buona lettura.


Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

Rispondi