Recensione. Bruno Maida: I treni dell’accoglienza

In un’Italia ferita, povera e in grande difficoltà un’iniziativa umanitaria verso i bambini diventa un progetto politico…

L’Italia del dopoguerra è un paese quasi in ginocchio: città sventrate, campi minati, comunicazioni compromesse, produzione agricola e industriale ridotta al minimo. Disponiamo di molte descrizioni di quell’Italia martoriata.

Così come vi sono molti modi per studiare il secondo dopoguerra (vedi, ad esempio, Giovanni De Luna: La Repubblica inquieta. L’Italia della Costituzione. 1946-1948, ma ne proporrò altri esempi).

Maida sceglie un percorso e un evento diversi. Per descrivere l’Italia del secondo dopoguerra è partito da un progetto politico-sociale: “I treni dell’accoglienza”, una iniziativa organizzata e diretta principalmente dal Partito Comunista e dall’Unione Donne Italiane.

Ancor prima di inoltrarci nel libro, il punto da cui partire, mi pare, è che quell’Italia era già povera prima della guerra. Nel 1953 vengono pubblicati gli Atti dell’Inchiesta sulla miseria in Italia, una ponderosa opera in più volumi nella quale, pur cassata nelle descrizioni più crude, viene descritta una povertà dilagante, certo diseguale per profondità e ampiezza nelle varie zone del Paese, ma comunque presente. Leggendo gli atti di questa Inchiesta è impossibile non riandare con la memoria alle grandi inchieste ottocentesche, quella di Jacini sui contadini e quella di Bertani sulle condizioni sanitarie. Del resto, l’Italia del dopoguerra è un paese la cui economia era ancora profondamente agricola – e in molte zone si trattava di un’agricoltura arretrata. Mi è capitato recentemente di studiare il territorio di un Consorzio di Bonifica Montana, a cavallo tra Emilia-Romagna e Toscana: ebbene, la documentazione prodotta negli anni Trenta del Novecento restituisce zone poverissime ancora alla vigilia della guerra. Siamo di fronte a una storia lunga: un libro recentissimo di Adriano Prosperi, che ho recensito (Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento) si basa su decine di topografie mediche che descrivono “mondi terribili”. Non a caso Maida non trascura le zone appenniniche che ho indicato e utilizza anche documentazione prodotta dai medici.

Perché su quell’Italia già povera si innesta la miseria provocata dalla guerra. Direi che tre termini possono indicare bene la situazione: danni di guerra, mercato nero e malattie. La documentazione riportata da Maida sui danni di guerra è esemplare. Descrivendo le zone lungo la linea gotica e lungo il Senio; nella zona di Cassino; a Roma e Napoli Maida ci inoltra in situazioni infernali: la gente tira a campare e si arrangia in tuguri, in grotte, perfino sottoterra come nel caso di Napoli. Ne emerge un’Italia dolente, lacera, nella quale le stesse malattie dominanti rimandano a condizioni di vita estreme: tifo, rachitismo, malaria, tracoma sono tutte malattie che hanno attinenze a condizioni igieniche disastrose, ad abitazioni malsane, a un’alimentazione insufficiente, a vecchie “tare” sulle quali si innestano nuove sofferenze. Si dovrebbe tener presente che in alcune zone le devastazioni di guerra sono talmente gravi che spengono sul nascere qualsiasi possibilità di ripresa: nel nostro appennino, lungo il Senio, l’esodo dei montanari verso la pianura inizia molto prima del boom economico.

Il mercato nero ha prezzi proibitivi e fa prolificare la criminalità e la micro-criminalità. A fare le spese più di altri di questa situazione, e allo stesso tempo ad esserne protagonisti, sono i bambini.

Bambini cenciosi, malnutriti, sgamati e sprezzanti fin da piccolissimi; abituati ad arrangiarsi in mille modi, rubando, contrabbandando. Il problema dell’infanzia ha molte sfaccettature: demografico, in quanto la guerra ha spazzato via una generazione di soldati e di civili; sanitario, perché quali adulti si avranno se quest’infazia è già malata dal suo nascere? Umanitario, in quanto i bambini sono vittime di una guerra voluta dagli adulti; morale, in quanto i bambini sono ritenuti il collante della famiglia

Entriamo così nel cuore del libro perché verso l’infanzia si muove l’iniziativa del PCI e dell’UDI dei treni della felicità: spostare i bambini più poveri e bisognosi delle zone più povere e colpite dalla guerra, in quelle in cui le condizioni di vita sono relativamente migliori, ospitati da famiglie disposte ad accoglierli per qualche mese.

Anche in questo caso occorre tenere l’occhio al passato. Perché se il PCI e l’UDI sono gli artefici principali di questa iniziativa, non sono gli unici ad attuarla: Enti comunali di assistenza, OMNI, CIF, associazioni e comitati cittadini, Croce Rossa… sono molti gli enti coinvolti. Perché un numero così elevato di enti? Perché questa vicenda mostra le carenze storiche del Paese sul versante dell’assistenza. Gli stessi ECA, creati dal regime fascista nel 1937 altro non erano che le più vecchie Congregazioni di Carità. C’è tutto un fittissimo sottobosco di Opere Pie ereditato dalla Repubblica, che in molte zone del paese era ancora nelle mani del clero che fa sentire la propria influenza. È un groviglio di enti, a volte minuscoli, che impedirà a lungo l’organizzazione del “welfare state” nazionale (Gli ECA e l’OMNI sopravviveranno ben addentro alla storia repubblicana. Sull’OMNI si può vedere: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista).

Garantire qualche mese di serenità, di alimentazione adeguata, di scolarità a decine di migliaia di bambini non è soltanto una questione umanitaria. È anche un’operazione politica. Il PCI si è guadagnato una legittimità politica nel corso della Resistenza, ma è un partito che ha ancora molti problemi. Le iscrizioni sono “esplose” nell’immediato dopoguerra, ma non sono omogenee sul territorio nazionale: forte, radicato e strutturato al nord, nelle fabbriche e nella valle padana che era stata socialista, si sviluppa a macchia di leopardo nel resto del paese, in meridione è debole e fragile.

Soprattutto, la netta maggioranza dei nuovi iscritti non ha una preparazione politica. Vent’anni di spoliticizzazione operata dal fascismo sono difficili da smaltire. Il PCI sconta anche una debolezza culturale che Maida mostra in modo molto efficace più volte lungo il libro: ufficialmente schierato per l’emancipazione femminile, in realtà il partito è pervaso di maschilismo: molti mariti proibiscono alle mogli di frequentare le sezioni per il timore che vengano “insidiate” dagli uomini; le donne con incarichi di rilievo nel partito sono poche. Tra emancipazione femminile e “specificità” della natura della donna in quanto custode del focolare domestico, “predisposta” alla cura, all’educazione e all’assistenza dell’infanzia l’azione del partito si muove in questa direzione.

Ma è un partito che ha anche alcuni vantaggi su tutti gli altri. Innanzitutto, ha un gruppo dirigente di alto livello intellettuale: Togliatti, Scoccimarro, Sereni, Amendola… sono tutte teste pensanti, intellettuali finissimi. Ma, sopra ogni altro aspetto, il PCI dispone di una militanza dei quadri intermedi a tutta prova: è difficile comprendere oggi come sia possibile accettare e condividere una dedizione totale, assoluta, completa dei militanti alle direttive del Partito: spostarsi da una città all’altra, assumere incarichi diversi, sopportare una vita di privazioni. Non va dimenticato che, in quegli anni, e soprattutto in un partito come quello comunista, composto in grandissima parte da proletari, fare politica non arricchisce. Quella dedizione assoluta si spiega col fatto che quei militanti credevano in quello che facevano. Infine, la vecchia guardia del partito, ha affrontato il fascismo, subito il carcere, conosciuto migrazioni, si è impegnato nella guerra civile spagnola, mantenuto una debole ma costante opposizione al fascismo, ha diretto la Resistenza. In breve, ha maturato grandi capacità organizzative.

Ecco allora che questo insieme di capacità viene riversato sull’esperienza dei treni dell’accoglienza. Da un’iniziativa estemporanea nasce e prende corpo un progetto politico. Organizzare i treni della felicità significa in primo luogo promuovere un grande sforzo: quali bambini inviare? Il risvolto politico dell’operazione – radicare ed estendere il partito su tutto il territorio nazionale – fa sì che li si scelga in relazioni ai bisogni e non all’appartenenza politica (passata e presente) dei genitori. Come selezionarli? Occorrono medici in grado di individuare eventuali malattie infettive. Trovare le famiglie, organizzare i viaggi… Si tratta di un’iniziativa che consente anche di conoscere meglio i profondi bisogni non solo contingenti della popolazione, smentire la propaganda degli avversari, legittimare una forza politica legata al nuovo avversario che la guerra fa emergere: l’URSS.

Certo, una volta che il progetto comincia a prendere corpo si innesta un fenomeno di adesione spontanea dovuto al coinvolgimento emotivo: i giganteschi salvadanai fatti circolare nella città per raccogliere offerte, l’adesione di sindaci e giunte popolari e comunali. Maida descrive tutto questo con pagine esemplari, empatiche e coinvolgenti. Ma c’è anche il risvolto negativo. Dopo l’iniziale adesione entusiastica, le successive “ondate” di bambini da ospitare troveranno resistenze tra i militanti: mantenere un bambino per mese ha dei costi pesanti da sostenere per una famiglia operaia o contadina; arrivano gli scugnizzi, indisciplinati e abituati a rubacchiare… ci si può fidare? Nei militanti c’è anche una diffidenza con venature razziste nei confronti dei meridionali che i dirigenti faticano a vincere.

Ci sono altri problemi perché quei bambini non sono soltanto oggetto di un’operazione politica. Sono anche soggetti, con desideri, timori, rifiuti, esigenze. Maida ci inoltra e ci guida in questo prisma sfaccettato con prudenza e sensibilità. Sono mondi che si incontrano, a volte con fatica, a volte con esiti inaspettati – alcuni bambini rimarranno al nord.

Maida sceglie questi percorsi per far descriverci un’Italia divisa tra “molte italie”. C’è la Napoli monarchica e qualunquista, poverissima  ma visceralmente anticomunista; c’è un’Italia in cui l’influenza del clero sulla popolazione è capillare ed assolutamente dominante. Qui è sufficiente spargere volantini anti-comunisti e spargere dicerie  immaginifiche sui comunisti che mangiano i bambini o che li invieranno in URSS per farne nei nemici dell’Italia per rendere difficilissima la concretizzazione dei treni dell’accoglienza. Ci sono anche le zone rosse della Valle Padana. Una domanda “riguarda” l’Emilia-Romagna da vicino: come mai dal momento che molte zone delle Valle Padana fu una delle più colpite dalla guerra, l’Emilia fu una delle regioni che rispose con più ampiezza ed efficacia di altre?

Ebbene, anche in questo caso siamo di fronte alla longue durée della storia. Siamo nella terra del mutuo soccorso, delle associazioni, delle leghe, delle cooperative, delle prime municipalità democratiche (il 1889) che avevano sviluppato un’attenzione notevole agli asili, alla refezione scolastica, ad alcuni servizi municipalizzati. Tutto questo è “passato” in qualche modo attraverso il fascismo. Si può sostenere che il partito socialista sia stato la vera vittima del fascismo:  dal punto di vista organizzativo non si è mai più ripreso dalle violenze squadriste. Ma il PCI seppe appropriarsi di quella storia, di quei percorsi. Ecco allora che la storia lunga di una terra che è diventata fertile per l’opera dell’uomo – le bonifiche – ma che ha richiesto lotte e organizzazione si incontra più facilmente di altre le necessità. Gli emiliano romagnoli le riconoscono: sanno bene cosa vuol dire avere la malaria; la pellagra è sparita da pochissimo, ma tutti sanno cosa sia la sofferenza che ha comportato quella malattia. Non parlerei di generosità romagnola. L’idea di collocare alcuni bambini milanesi presso alcune famiglie emiliane nasce inizialmente anche perché nelle dure vertenze di inizio ‘900 famiglie milanesi si sono fatte carico di prendere presso di sè bambini di braccianti emiliani affinché questi potessero continuare e sostenere la lotta senza cedere al “ricatto” implicito nella sofferenza dei loro figli. Maida si riallaccia a questo fenomeno, ma la storia delle lotte contadine nella Valle Padana è più antica (vedi ad esempio Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)).  Questo libro è bello anche perché non indulge alla retorica, non ce n’è traccia.

Accogliere e aderire a un progetto politico significa indicare quale percorso si vuole intraprendere, cosa e chi privilegiare, dare priorità ad alcuni soggetti piuttosto che ad altri. Ecco il motivo per cui l’Emilia rispose bene ai treni della felicità. Ed ecco anche perché dal libro emerge un fare politica che parte dai bisogni profondi delle persone comuni e dei più deboli, un fare politica per una società rinnovata, democratica e aperta, una politica pulita. C’è stata quella politica, la si poteva condividere o meno, sostenere o contrastare, ma ha avuto una storia che Maida ha fatto benissimo a ricordarci. In un paese in cui non è affatto vero che si stava meglio quando si stava peggio, matura una pagina alta della nostra storia.

Con I treni della felicità Maida ci regala un libro bellissimo, frutto di un lavoro di scavo archivistico e documentario imponente e faticoso, fuso in una narrazione fluente e sempre ponderata.

Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

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