Recensione: Robert Darnton I censori all’opera

Chi erano i censori? Che lavoro facevano esattamente? Semplici guardiani dell’ortodossia o letterati a loro volta? Come consideravano il lavoro che facevano e, quindi, sé stessi? E’ possibile considerarli una sorta di revisori editoriali?

Nei tre saggi che compongono il libro di Robert Darnton ci guida in tre epoche storiche differenti per vedere all’opera i censori in tre diversi Stati: la Francia prerivoluzionaria, dalla metà del secolo a poco prima del 1789: nell’Impero della Gran Bretagna, e più precisamente in India, della seconda metà dell’Ottocento e infine nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

Darnton ci regala un viaggio affascinante e pieno di sorprese.

Censori nella Francia pre-rivoluzionaria

Nella Francia del Settecento (campo in cui Darnton è specialista), troviamo censori più attenti allo stile che al contenuto dei testi; troviamo il loro capo – Malesherbes – amico (o comunque non nemico) dei philosopes illuministi, troviamo tutta una serie di escamotages per far pubblicare testi che altrimenti avrebbero avuto serie difficoltà a finire negli scaffali delle librerie; troviamo “alcuni giudizi […] da sembrare delle vere e proprie recensioni letterarie” (p. 33).

Non vi sono “buoni” e “cattivi” impegnati in una lotta all’ultimo sangue. Dal momento che il mestiere di censore non era quasi mai retribuito si potrebbe pensare ad una scelta precisa del censore, ad una sorta di vocazione che potrebbe far considerare questi come personaggi particolarmente bigotti dalla mentalità ristretta, ad una sorta di inquisitore moderno insomma. Ma Darnton ci mostra che le cose non erano affatto poste in questi termini: scrittori e censori provenivano dagli stessi ambienti sociali, culturali e di classe. E questo collante faceva sì che il censore, che si riteneva difensore della buona letteratura, intervenisse molto più spesso per migliorare il testo dal punto di vista stilistico o linguistico piuttosto che per vietarne la pubblicazione. Tagli, ma anche consigli; obiezioni, ma anche correzioni. Piuttosto, si diventava censori perché, sebbene fosse un’incombenza spesso noiosa, garantiva relazioni con personaggi importanti della burocrazie e delle carico dello Stato.

Naturalmente vi erano temi proibiti che bisognava affrontare con tutte le cautele possibili. Attaccare frontalmente la corona o la chiesa poteva essere pericoloso: argomenti  come il giansenismo erano “caldi” e spinosi. Ma erano temi che, tra l’altro, potevano raffreddarsi o surriscaldarsi a seconda dei momenti e delle contingenze (una guerra, un contenzioso diplomatico o la loro fine). I filosofi più temibili come Voltaire spesso facevano stampare le proprie opere da editori che operavano fuori confine e che poi le rimandavano clandestinamente in Francia con frontespizi forvianti (editori-librai inesistenti o stranieri). I censori, e Malesherbes per primo, sapevano dell’esistenza di questo mercato e sapevano che alcuni scrittori di fama se ne servivano, ma si muovevano con attenzione nel contrastarlo e spesso chiudevano un occhio.

Diverso il discorso quando ad essere attaccata erano la vita a corte e la vita privata del re e della sua famiglia. Allora l’opera di contrasto del mercato librario clandestino – fruttuoso e in mano a gente di pochi scrupoli – si intensificava per mano non tanto dei censori in quanto tali, ma della polizia. Particolarmente pericolosi erano considerati i romanzi “a chiave” (nei quali i protagonisti rimandavano a personaggi esistenti) che gettavano nel ridicolo potenti e reali. La pericolosità non consisteva nella qualità delle opere – erano romanzetti da quattro soldi scritti male – ma nei temi che trattavano: potenti e pornografia. Darnton ci mostra e ci guida in questo mercato e nel suo suo funzionamento con pagine davvero piacevoli, ricolme di depositi clandestini, editori-pirata, banchetti in zone franche delle città dove rifornirsi di questo materiale. Tutto un mondo da esplorare.

Censori nella DDR

Salto per il momento il secondo saggio e mi ricollego direttamente al terzo perché, nonostante il lasso di tempo intercorso, anche i censori della DDR si vedevano come custodi della buona letteratura (socialista).

A mio parere tra tutti i Paesi socialisti la DDR è il caso più interessante. Chi ha letto il bel libro di Gianluca Falanga, Il ministero della paranoia. Storia della StasiIl ministero della paranoia – conosce l’impressionante pervasività del regime in tutti i rami e in tutti gli aspetti della vita delle persone. Una capacità di penetrazione che ha lasciato sbigottiti gli stessi cittadini e perfino i sovietici.

Il regime perfezionò col tempo una miriade di metodi di spionaggio soprattutto per il fatto che una parte della sua popolazione, sfruttando la possibilità di captare programmi televisivi e radiofonici della Germania occidentale, aveva un’idea piuttosto precisa del divario tra le due Germanie. Era una realtà con la quale il regime doveva fare i conti. Non solo, le continue fughe all’Ovest di intellettuali che poi denunciavano il socialismo reale erano una vera spina nel fianco del regime che lo costringeva, quanto meno in alcuni filoni della produzione culturale, a tenere alto il livello delle pubblicazioni e delle opere artistiche.

È per questo motivo che, cosa apparentemente insospettabile, Darnton registra una certa flessibilità della censura. Il percorso di un libro dalle bozze dello scrittore alla pubblicazione era un vero e proprio labirinto pieno di tappe e patteggiamenti. Ma se si escludono alcuni argomenti tabù come l’inquinamento, una satira politica particolarmente feroce e sfrontata, temi sociali “caldi” – anche qui, esattamente come nella Francia del Settecento – raramente un’opera veniva cassata definitivamente. Di norma veniva posticipata a tempi migliori. E, cosa ancora più sorprendente, erano gli stessi censori a trovare i modi per inserirle negli elenchi delle pubblicazioni programmate dal regime.

Ciò non significa affatto che la censura non fosse pesante e che la sua ombra non incombesse sugli autori sebbene ufficialmente non esistesse. Anche quando negli anni Ottanta si attenuò decisamente, non scomparve. Tutt’altro: gli stessi autori, più o meno consapevolmente, immaginando nel corso della stesura delle loro opere le richieste e i divieti del regime, arrivavano ad autocensurarsi. Inoltre, la presenza della censura era solo una delle armi in mano al regime: autorizzare viaggi e conferenze all’estero, elargire piccoli privilegi come l’abbonamento a giornali e riviste della Germania occidentale (a patto che poi, il materiale ricavato, venisse usato per opere contro il capitalismo), garantire alte tirature erano tutti modi usati per “addolcire” gli autori e tenerli dalla propria parte.

Ma nel complesso il quadro che ci illustra Darnton è meno inquietante di quanto ci si aspetterebbe: all’interno di un regime incredibilmente burocratizzato, da un lato censori e case editrici – sebbene infiltrati sia da esponenti del partito sia dalla Stasi – e scrittori dall’altro erano capaci di creare interstizi, spazi di manovra che erano frutto di laboriosi patteggiamenti e che non di rado sfociavano in un rapporto di reciproca stima. Il dato paradossale è che lo spazio per manovrare derivava proprio dall’accavallarsi delle funzioni e dei compiti tra Stato, partito e Stasi: non essendo ben definiti i ruoli, si presentavano dei “vuoti” di competenza che era possibile mettere a frutto.

Censori nell’Impero britannico. Il caso dell’India

Il secondo saggio è interessante quanto gli altri, ma ha un’articolazione meno ricca di sfaccettature. Prende in esame la censura operata in India dopo una rivolta del 1858 dovuta proprio a una conoscenza insufficiente della cultura indiana da parte dei dominatori e si protrae fino ai primi anni del Novecento.

Tutto il saggio mostra le contraddizioni create dall’intreccio tra liberalismo e imperialismo inglese in India, destinate inevitabilmente ad esplodere. La vastità del territorio e la quantità dei suoi abitanti aveva costretto gli Inglesi ad una forma di dominio basata sulla cooptazione di personale politico locale. Portando i benefici della “civilizzazione” liberale (istruzione, medicine, vie di comunicazione ecc.) e coltivando un’élite occidentalizzata dal punto di vista culturale, in realtà gli inglesi si scavarono lentamente la fossa sotto i piedi. Non poteva essere altrimenti dal momento che essi stessi fornivano agli indiani strumenti per alimentare sentimenti nazionalistici. Sentimenti destinati a diventare tanto più attraenti in quanto l’incomprensione degli inglesi (cioè della cultura occidentale) della cultura autoctona, spingeva la popolazione verso forme di radicalizzazione politica e culturale contro gli stessi dominatori. Come dimostra il saggio, l’esplosione era solo rimandata dal progressivo appropriarsi della cultura indiana da parte degli inglesi. Prima o poi l’India si sarebbe ribellata. Era solo una questione di tempo.

La censura riguardava non solo le opere spiccatamente scritte contro i dominatori, ma prendeva di mira proprio quegli aspetti della cultura indiana incomprensibili e barbari agli occhi degli occidentali. Perfino un religioso irlandese, che aveva messo in guardia dai pericoli di queste operazioni, finì per essere portato in tribunale dai piantatori di indaco.

Osservazioni

La novità del libro di Darnton risiede nello sguardo. Darnton osserva il suo materiale non con gli occhi della vittima ma con quelli del carnefice. E’ questa la chiave che si consente di penetrare nei processi di contrattazione e negoziazione tra le parti. Ogni sistema contiene delle falle: lo riconosceva la Francia settecentesca, nonostante la libertà di opinione e di stampa non fosse prevista, con la pubblicazione di opere dovuta all’intervento di protettori che difendevano i letterati; lo sapevano gli indiani, che citavano spesso la legislazione inglese che tutelava ufficialmente la libertà di espressione  – e lo riconosceva involontariamente lo stesso governo britannico quando dovette inventarsi il nebuloso concetto di “disaffezione nei confronti del governo” per giustificare l’opera censoria; lo sapevano gli scrittori della DDR quando lasciavano intendere che avrebbero fatto pubblicare le loro opere nella Germania occidentale.

La prospettiva di Darnton consente quindi di misurare alcuni dei confini di un conflitto  ben più vasto e complesso di quanto sia possibile afferrare dall’esame di uno scontro frontale tra repressione e libertà. Diluendone i confini l’Autore mostra che il potere è meno forte, meno granitico e meno invasivo di quanto appaia a prima vista.

Oppure, volendo, Darnton dimostra come il potere senza intelligenza non abbia scampo: tutti i e tre i regimi sono falliti, ma la domanda che ci si pone leggendo queste pagine è: se non fossero stati così duttili sarebbero stati in grado di resistere così a lungo? In Francia l’Illuminismo scavò per un secolo prima di riuscire a minare definitivamente le fondamenta dell’Ancien Régime.

Per certi aspetti la Gran Bretagna, nei confronti dell’India, si scavò la fossa sotto i piedi: nel corso della sua dominazione, poco alla volta essa fornì tutti gli strumenti affinché un giorno l’India potesse camminare sulle proprie gambe, e quando quel giorno si presentò (all’indomani della seconda guerra mondiale dalla quale l’Inghilterra uscì enormemente impoverita) gli indiani colsero l’occasione al volo.

Per quanto paranoico fosse, il regime della DDR doveva fare i conti col fatto che, nonostante il muro, mezza Berlino aveva contatti quotidiani col mondo occidentale e poteva constatare continuamente quanto la Germania Occidentale fosse incredibilmente più funzionante e ricca di quella socialista. Senza una serie di contromisure basate su una qualche forma di tolleranza (sia pure sempre controllabile) il regime sarebbe andato incontro a tensioni molto più frequenti e violente.

Questo libro dovrebbe essere studiato attentamente da tutti gli studenti di storia. Lo stile di Darnton, sciolto, agile e accattivante è intessuto di molte domande con le quali l’Autore interroga la vasta documentazione esaminata, di esempi di come si “decifrano” linguaggi diversi dal nostro, di come si possono collegare tra loro documenti diversi e distanti tra loro. I Censori all’opera non è solo un libro di storia, né un racconto critico della storia. E’ anche una splendida lezione di metodo storico.

Matteo Banzola


Polo del ‘900. Un archivio per la memoria e la storia

Il Polo del ‘900 di Torino è una delle più importanti iniziative realizzate nell’ambito della conservazione e della divulgazione di materiale archivistico. Frutto dello sforzo congiunto del Comune di Torino, della Regione Piemonte e della Fondazione San Paolo, il Polo del ‘900 convoglia e coordina la collaborazione di 19 enti. Risultato? Dopo due anni di lavoro, 85.000 documenti, 12.000 fotografie, 4.000 manifesti sulla memoria storica novecentesca italiana, dalla nascita della Repubblica al Sessantotto.

Sulla natura e sullo scopo del progetto si può far riferimento a quanto dichiarato nella conferenza di presentazione:

La piattaforma nasce come risposta a un’esigenza specifica, perché c’era una frammentazione di istituti che stavano trovando casa, portandosi dietro un’eterogeneità fatta di banche dati diverse e di sistemi ormai in disuso […] . Per cui, bisognava traghettare questi archivi digitali in una piattaforma unica, in uno spazio ragionato ma aperto a tutti, non solo agli addetti ai lavori come gli storici

Per farci un’idea dell’imponenza e della quantità del materiale, dobbiamo fare riferimento a 9 chilometri lineari tra libri e documenti di archivio, 130.000 fotografie, 21.000 manifesti, 53.000 audiovisivi, di cui 400.000 documenti già digitalizzati, ma in modo disomogeneo e quindi da catalogare in modo coerente.

Studenti, studiosi e storici dispongono ora di un materiale tanto imponente quanto fondamentale per l’approfondimento della nostra storia recente, col vantaggio di poterne usufruire in un unico contesto. Facilitazione non da poco in un Paese in cui, per ragioni storiche, essendo la documentazione spesso dispersa in vari centri rallenta il lavoro degli studiosi (oltre che alleggerire le loro tasche a causa degli spostamenti necessari.

Una gran bella realizzazione, davvero meritoria, che potete esplorare qui:Polo del ‘900

La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascisti

Con in tempi che corrono, in un Paese come il nostro che fa della rimozione della memoria e della propria storia una pratica quotidiana (un ex Presidente del Consiglio, riferendosi al confino, disse tempo fa che Mussolini “mandava in vacanza” gli oppositori del regime fascista), questo sito è esattamente quel che ci vuole. Il sito in questione è I campi fascisti.

Un sito che si propone di diventare

un centro di documentazione on line sull’internamento e la prigionia come pratiche di repressione messe in atto dallo Stato italiano nel periodo che va dalla presa del potere da parte di Benito Mussolini (1922) fino alla fine della seconda guerra mondiale (1945)

e che intende raggiungere il proprio obiettivo partendo non “dagli avvenimenti storici, bensì dai luoghi”, intendendo per questi ultimi

le località di confino, le carceri, i campi di concentramento, i comuni di internamento e quanto altro possa emergere dalla ricerca storica come contesto in cui siano state messe in atto queste pratiche repressive rivolte verso oppositori politici, specifiche categorie sociali, gruppi religiosi, civili e militari di stati stranieri coinvolti in guerre od occupazioni militari.

I diversi luoghi così identificati vengono documentati attraverso più tipi di fonti (documentazione originale, letteratura scientifica, testimonianze dirette, fotografie, filmati, eccetera), pubblicate [on line]

Il sito, come ribadiscono gli autori, è infatti in progress, in continuo incremento. Si tratta dunque di un progetto con prospettive molto ampie, tanto che, navigando alla’interno delle varie sezioni, si possono individuare ben dieci diverse tipologie di luoghi internamento messe a punto dal regime.

Ex campo di concentramento di Bakar (Buccari)

Il sito propone un elenco dei campi di prigionia e li suddivide poi in vari sotto-gruppi specifici. Collegati a questi, fondamentale come punto di riferimento per ogni ricerca ulteriore, sono i molti Documenti pubblicati, corredati da sintetiche ma precise didascalie (non manca una sezione bibliografica). Ci si può orientare o eventualmente focalizzare il proprio interesse specifico anche utilizzando la sezione Mappe. Altrettanto importante sono le sezioni degli Audiodocumentari nella quale  gli autori vi hanno pubblicato un

documentario che ricostruisce la storia dell’occupazione italiana dell’Etiopia diviso in tre parti: nella prima si tratta della guerra e dei crimini commessi, nella seconda dell’internamento degli etiopi in Africa Orientale e nella terza della deportazione degli intellettuali etiopi in Italia e degli avvenimenti del dopoguerra.

e quella delle testimonianze, sia di chi in quei campi è stato internato, sia di esperti e studiosi.

I campi fascisti è dunque un sito promettente che diventerà certamente un punto di riferimento per studenti e docenti. Del resto, proprio per la sua completezza, l’importanza del progetto è stata riconosciuta anche dall’Unione Europea, che ne ha finanziato parte della realizzazione. I campi fascisti

Il campo di concentramento di Casoli

Un altro progetto molto importante è il sito sul Campo di concentramento di Casoli, in provincia di Chieti, in Abruzzo, attivo dal 1940 al 1944.

Il sito consiste in un archivio digitale che consente l’accesso e la consultazione a fini della ricerca storica di oltre 4000 documenti contenuti nei 215 fascicoli personali degli internati civili conservati sull’ex campo di concentramento. Si tratta, allo stato attuale della documentazione on line, del primi archivio digitale che riproduce in foto facsimile totale i fascicoli personali di un campo di concentramento per internati civili stranieri, ebrei ed ex jugoslavi.

A maggior precisione delle finalità del sito, riprendo dalla presentazione del progetto:

L’obiettivo del progetto è raccogliere documenti, testimonianze, fotografie e altro materiale in modo da offrire una documentazione il più completa possibile con lo scopo, da una parte, di studiare scientificamente il Campo di concentramento di Casoli e, dall’altra parte,  di poter mettere a disposizione il suddetto materiale sia agli studiosi che ai diretti discendenti degli internati. È un paziente lavoro di ricerca fotografica, documentaria ed archivistica. Il sito […] valorizza questo patrimonio documentale con la pubblicazione digitalizzata di fonti, ricerche e saggi sulla storia dell’internamento civile nell’Italia fascista assicurando la comunicazione e la divulgazione critica dei risultati della ricerca. Il lavoro è in continuo aggiornamento e per tale ragione i risultati pubblicati sono ancora parziali.

Nello specifico:

Si rende necessario fare un’osservazione intorno all’espressione “campo di concentramento”, perché ci si trova spesso di fronte ad una confusione di tipo semantico (ossia del significato della parola), in quanto tale espressione immediatamente evoca i campi di sterminio nazisti, che ovviamente sono ben altra cosa rispetto ai campi fascisti, e una comparazione tra i due sistemi dal punto di vista della radicalità, della violenza, del terrore, e della mortalità, rischia una scontata banalizzazione del caso italiano. Per questo bisogna comprendere il significato che questa espressione ottiene all’interno del sistema concentrazionario italiano fascista (monarchico), così come esso viene concepito e messo in piedi dal Ministero dell’Interno. Nei documenti ufficiali vengono distinti 2 tipologie di internamento:

1) In campi di concentramento propriamente detti

2) In località di internamento libero

I campi di concentramento, nell’universo fascista, indicano un luogo circoscritto in un perimetro all’interno del quale in strutture preesistenti o ex novo, vengono segregati categorie diverse di internati. Si tratta quasi sempre di campi mono-genere, ossia maschili o femminili e raramente misti.

Le località di internamento libero, sono invece, i comuni di residenza coatta per gli internati, i quali possono ricongiungersi con il nucleo famigliare. È evidente che la condizione di “internato” in un campo di concentramento fascista è più sfavorevole e dura rispetto all’altra: promiscuità, libertà di movimento ridotta, regolamento rigido, separazione dal nucleo famigliare, sorveglianza, punizioni, divieti di lavoro, comunicazione ristretta, ecc.

Il campo fascista di Casoli ha avuto due periodi distinti di internamento per via delle due categorie diverse di internati. Abbiamo un primo periodo “ebreo” del campo, che va dal 9 luglio 1940, data di ingresso del primo nucleo di 51 ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, fino al 5/6 maggio 1942, data di ingresso del nucleo di internati politici, antifascisti, ex jugoslavi trasferiti dal campo di concentramento di Corropoli in provincia di Teramo. (Si tratta di un sistema parallelo di campi destinato ai civili deportati dalla sponda orientale dell’Adriatico, a causa dell’occupazione di estesi territori jugoslavi). Tutti gli ebrei del campo di Casoli furono trasferiti nel campo di Campagna in provincia di Salerno. Questa seconda fase dura fino al 2 febbraio 1944, data riportata su un documento in cui si attesta ancora la presenza di 18 internati slavi, a testimonianza del fatto che il campo continuò a funzionare, nonostante l’armistizio dell’8 settembre 1943. Tra gli anni 1940 e 1944 sono passati per il campo di Casoli 218 internati in totale: 108 ebrei stranieri, per lo più austriaci, tedeschi, polacchi e ungheresi, e 110 “ex jugoslavi” per la maggior parte croati e sloveni.

campi-concentramento-abruzzo-Casoli

Ma vi è di più:

Altro scopo della ricerca, di importanza centrale per la cultura della memoria, è sia dare un volto ai nomi degli internati, sia dare un nome ai loro volti, soprattutto agli ebrei stranieri internati in questo Campo dal 10 luglio 1940 –  dove giunsero dal carcere di Trieste, perché disponiamo di una loro foto di gruppo scattata proprio a Casoli. Dopo l’8 settembre 1943, 9 di questi internati ebrei stranieri che inizialmente erano “passati” per il Campo di Casoli, furono arrestati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove trovarono la morte certa. Un altro, invece, è stato assassinato nel campo di Risiera San Sabba, un altro venne deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e sopravvisse alla liberazione avvenuta il 4 marzo 1945. Quella foto, per molti di loro, rappresenta, forse, l’ultima immagine-testimonianza che possediamo. Inoltre, allo stato attuale delle ricerche, sembra che il Campo di Casoli sia stata l’ultima località di internamento nota per 14 internati ebrei stranieri.

Il sito inoltre ospita altre sezioni di approfondimento. Siamo di fronte ad un progetto che supera le finalità della ricerca storica, ma si fa anche strumento per il recupero di memorie personali e famigliari. In altre parole, storia e impegno civile si fondono in un progetto di recupero di grande significato.

Il sito mi venne segnalato più di un anno fa dal Presidente. Lo pubblicai su un blog che non è più attivo e sono felice di riproporlo ora. Campo di concentramento di Casoli

L’ideatore e curatore del Progetto e del sito sul Campo di Casoli, Giuseppe Lorentini, ha avuto la gentilezza di inoltrarmi questo video che pubblico con piacere.

Si tratta di una bella introduzione, sintetica ma molto chiara e ben fatta alla storia del Campo. Può dunque essere considerato una ottima e, dal punto di vista della divulgazione storica, accattivante introduzione al sito web: Un video sul Campo di concentramento fascista di Casoli