Recensione. Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità

Uno splendido libro di Attilio Brilli sulle capitali d’Italia.

Diventare capitale può rivelarsi un ottimo affare. L’arrivo della burocrazia, dei ministeri, di esponenti politici e dell’esercito; il dover infondere alla città il piglio e il lustro dovuti alla città di riferimento di uno Stato significa attrarre investimenti e creare lavoro. Occupazione per operai, artigiani e maestranze, per negozianti, ristoratori, alberghi, impiegati pubblici ecc. Significa affari d’oro per costruttori e possidenti, banche e speculatori: il denaro scorre, il lavoro si moltiplica, la città si trasforma e cambia volto.

Tanto più se si tratta di città come Firenze e Roma, la prima protetta ma stretta da mura che ne impediscono l’espansione; la seconda che, come sospesa nel vuoto del tempo e dello spazio – vale a dire dei secoli di storia e isolata nel mezzo di una sterminata campagna – deve inevitabilmente modernizzarsi per mettersi a fianco delle altre capitali europee.

Firenze

Mura abbattute, interi quartieri da risanare a Firenze; zone intere e quartieri da abbattere letteralmente e da (ri)costruire a Roma. A Firenze il fragoroso abbattimento delle mura lascia entrare la campagna nella città snaturando il circostante paesaggio agreste e la prospettiva sulla città. Ma la scomparsa delle mura è solo l’annuncio di trasformazioni più profonde che coinvolgono il centro della città. Il groviglio di stradine e vicoli strettissimi di origine medievale che portano a un cuore della città tanto antico quanto desolante negli abituri e nella gente che lo abita sta per essere – e progressivamente verrà – spazzato via (pp. 28 ssgg.). Il Mercato Vecchio e il Ghetto lasceranno posto a una “piazza orrenda” ed enorme, a nuove strade e spazi: è la scomparsa non solo di ricettacoli della plebaglia cittadina – gente che vive alla giornata sul limitare e col debordare della legalità – ma di mondi fatti di miasmi e odori, di palazzi e abitazioni decrepiti ma pittoreschi, di una socialità sguaiata e non raccomandabile. Scompare il tratto saliente della città, ciò che la rendeva cara e inconfondibile.

Ghetto ebraico a Firenze
Roma

A Roma non ci sono mura da prendere a cannonate per far posto alla città. Qui la campagna, ampi spazi coltivati o semi-incolti fanno già parte del panorama cittadino: pastori e contadini fanno pascolare liberamente il bestiame dentro alla città. A rimetterci le penne sono da una parte i quartieri più insalubri del centro – il Ghetto – il lugubre e misterioso “quartiere più malsano della città” (p. 86) e altri lungo un Tevere giallognolo e maleolente di immondizie e liquami che ammorba e inumidisce casupole precarie e cascanti -, luoghi affaticati e macilenti, pullulanti di bambini sporchi e pidocchiosi, di stamberghe umide e buie nelle quali il visitatore si guarda bene dall’entrare; dall’altra le ville che la circondano: edifici giganteschi e magnifici immersi in enormi parchi lussureggianti. Sono luoghi e contesti di incomparabile bellezza sacrificati a nuovi cantieri che si vorrebbero moderni ed efficienti.

Roma

Dietro a queste istanze di rinnovamento c’è la nuova borghesia di un Paese che fatica a mettersi al passo coi paesi più avanzati, ma che proprio per questo ha fretta di farlo. È gente che bada al sodo e al soldo, che sogna e si adopera per facili arricchimenti con la compravendita di terreni edificabili e speculazioni edilizie. È una borghesia vorace, ignorante e onnivora che manovra nascondendosi dietro al comodo paravento delle esigenze inderogabili della igiene pubblica, inderogabile per un Paese che si vuole moderno e civile, ma che poi si tradisce facendo tronfia mostra della ricchezza accumulata con un’eleganza pretesa ma non raggiunta e atteggiamenti tracotanti da “padroni” più che da signori (p. 107).

Torino

Il caso di Torino è diverso. Questa città calma, compassata e geometrica, curata e ben tenuta, fiera della propria storia e orgogliosa della propria pragmatica efficienza, pur sapendo da tempo la transuenza in qualità di Capitale, mal digerisce il trapasso – pure temporaneo – a Firenze. La sua cittadinanza di solito prudente e cauta si riversa nelle strade a protestare: apparati dello Stato che se ne vanno altrove significa in disoccupazione e timori per il futuro.

Torino

Da quanto detto fin qui ci si potrebbe aspettare che Brilli ci mostri questi sviluppi attraverso le dispute dei consigli comunali e dei piani regolatori.  È vero in minuscola parte. Grande storico del viaggio e dei viaggiatori, Brilli conosce alla perfezione questo genere di letteratura. Ci descrive l’evoluzione delle città con gli occhi e le penne di scrittori, giornalisti, artisti, storici dell’arte: pesca da romanzi come da corrispondenze private, da articoli giornale e da guide turistiche, da appunti e diari (il tutto indicato in un puntuale apparato di note e in una esauriente bibliografia).

Facciamo conoscenza della nutrita schiera di inglesi di stanza per lunghi periodi a Firenze, che inorridisce di fronte all’esecuzione degli sventramenti della città e protesta rivendicando Firenze città non degli italiani e nemmeno dei fiorentini, ma dei cittadini di tutto il mondo; di artisti, viaggiatori e scrittori immersi nell’immemore torpore romano capaci di cogliere le trame reali che si celano dietro ai proclami igienizzanti, che mette in guardia dagli interventi drastici, che piange e – negli anni successivi – rimpiange il sudiciume e la immemore polvere di Roma; che ammutolisce attonita e indignata di fronte allo sparire delle ville.

Con questo Il viaggio nella Capitale Brilli ci regala un libro colto, raffinato e piacevolissimo, con suggerimenti precisi: a diffidare degli slogan urlanti necessità improcrastinabili, specie se a promuoverli sono “voraci affaristi, [specchio dell’]inconsistenza della società italiana, priva di una borghesia alacre, moderna, votata allo spirito d’impresa, una borghesia che [sia] in grado di bilanciare un’aristocrazia parassitaria da un lato e dall’altro un popolo miserando, inetto e privo del minimo barlume di senso civico” (p. 100), e ad andare cauti quando si tratta di intervenire in modo massiccio nel cuore di città immerse nella storia.

Mi permetto di aggiungerne uno io, che ricavo da quanto scrive un’osservatrice brillante e assidua dell’Italia. Nel suo diario una scrittrice americana annotava osservazioni penetranti sulla capacità tutta romana di fagocitare tutto. Anche le nuove costruzioni rimaste a metà, incompiute e che non saranno mai finite dopo l’esplosione di una bolla finanziaria che ha prosciugato le risorse e fatto sparire gli investitori non sono un problema per Roma. Questa città “eterna”, che pare immobile, che si rinnova col ritmo impercettibile dei secoli farà suoi questi spezzoni di edifici e li inserirà nel suo contesto e nel suo paesaggio facendo affidamento sulla tranquilla, inesorabile tenacia del tempo. Farà suo anche l’inguardabile Vittoriale, mastodonte che nulla a che vedere con la città, macigno estraneo che più che altro si addice allo scopo di “pisciatoio di lusso” come lo definì Giovanni Papini?

A me pare che la capacità di Roma città capace di assorbire tutto, di addomesticare tutto e di incorporare tutto sia una buona metafora della Roma Capitale politica e rimando ad una classe dirigente che resta sempre uguale a sé stessa anche quando sembra rinnovarsi e rinnovata nel profondo.

Buona lettura.

I manoscritti di Marcello Oretti su Archiweb

I manoscritti di Marcello Oretti on line su Archiweb. Una fonte preziosa per la storia dell’arte.

Delle iniziative dell’Archiginnasio di Bologna mi è capitato di parlare qualche volta. Nella pagina Lectio Magistralis ho segnalato almeno una delle numerose conferenze che ha realizzato e che organizza.

Anche della  biblioteca digitale dell’Archiginnasio mi è capitato di fare cenno in qualche occasione. I progetti realizzati e disponibili on line sono molti e il ventaglio dell’offerta ampio e variegato. Non può essere diversamente data la ricchezza dei suoi fondi sia librari che documentari.

Proprio in ferimento a questi ultimi, l’ultimo progetto realizzato e già disponibile on line riguarda i manoscritti di Marcello Oretti (1714-1787). Di “nobile condizione”, poté permettersi di dedicarsi alle sue passioni: lettere, arte e disegno. Viaggiò moltissimo raccogliendo notizie sulla storia dell’arte tramite una fitta trama di corrispondenti. Scrisse altrettanto ma non pubblicò nulla, affidando i suoi studi e le sue considerazioni a una corposa collezione di 62 volumi manoscritti – manoscritti che – come si legge nella presentazione

hanno sempre costituito e rappresentano ancora oggi una fonte imprescindibile di notizie non solo sugli artisti bolognesi o che hanno operato a Bologna, ma anche sul patrimonio artistico della città e del territorio bolognese, oltre che delle numerose città italiane da lui visitate.

I manoscritti di Oretti hanno un carattere miscellaneo. Tra quelli relativi alle opere d’arte si ricordano in particolare Pitture nelle chiese di Bologna, Pitture nei palazzi e case nobili di Bologna e Pitture nelli palazzi e case di villa nel territorio bolognese.
Le biografie degli artisti facenti capo alla scuola bolognese sono contenute principalmente in Notizie dei professori del disegno; altre notizie biografiche sono comprese nell’Aggiunta di molti professori di pittura scultura architettura non nominati dall’Orlandi.

Sono inoltre presenti una Raccolta di marche di pittori e scultori, lettere autografe di artisti e committenti dirette a Oretti, oltre a testamenti di artisti, inventari e stime di pitture e disegni, trascrizioni di lapidi sepolcrali, e più in generale diverse miscellanee di notizie artistiche.

Con questo progetto, l’Archiginnasio ci offre dunque l’occasione per approfondire non solo lo studio della Bologna artistica, ma anche di approfondire lo studio dell’arte in generale.

Non resta dunque che indirizzarci alla pagina de I manoscritti di Marcello Oretti con la certezza di accingersi a un viaggio interessante anche grazie alle molte informazioni e indicazioni opportunamente inserite nella pagina a lui dedicata (le quali possono essere arricchite con la voce a lui riservata nel Dizionario Biografico degli Italiani – DBI –  Marcello Oretti DBI).

Buona navigazione.

Riviste d’avanguardia dalla Princenton University

Un interessante progetto della Università di Princenton sulle riviste d’avanguardia

La Princenton University ha realizzato un progetto davvero interessante. Ha reso disponibili on line riviste d’avanguardia europee per oltre 2.000 fascicoli complessivi.

Si tratta del Blue Mountain Project che si concentra su testi poco conosciuti o difficilmente reperibili del periodo tra il 1848 e il 1923. Avremo così a disposizione riviste, periodici, manifesti e altre pubblicazioni che, nel loro insieme, sono alla base dell’emergere della modernità in Europa e nelle Americhe.

Per gli appassionati di storia dell’arte e per coloro che – nei loro studi o nelle letture – la collegano o la integrano in un panorama complessivo, si tratta di uno splendido servizio.

Non resta dunque che andare ad esplorare le 26 riviste d’avanguardia disponibili fino a questo momento sulla maschera di ricerca che facilita l’esplorazione e la ricerca delle riviste stesse: Blue Mountain Project.

Recensione. Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione

Cosa ci ha lasciato la Rivoluzione francese in rapporto alla medicina e perché è opportuno riandare a quegli eventi? Risposte e spunti in uno dei libri migliori di uno dei massimi storici della medicina

Le rivoluzioni sono rare, rarissime, ma quando si verificano i loro effetti si propagano nello spazio e nel tempo e diventano acquisizioni definitive. È questo il caso della rivoluzione francese e della medicina rinnovata che da essa scaturì. Da quel vulcano che esplose nel 1789 le trasformazioni definitive che hanno plasmato l’età contemporanea sono molte. La medicina non fa eccezione: il sapere medico, la pratica, i luoghi in cui essa veniva appresa e praticata ne uscirono trasformati in modo definitivo.

In Medicina e rivoluzione Cosmacini ripercorre la storia di due soggetti molto spesso tenuti distinti: nelle moltissime storie della Rivoluzione francese rare volte la medicina trova lo spazio che merita e così pure nelle meno numerose storie della medicina la Rivoluzione francese appare raramente o quasi in sottofondo.

Cosmacini invece le intreccia e ne mostra l’evoluzione e i condizionamenti reciproci nelle sue tappe principali, ma naturalmente è una storia che si inscrive in un percorso più lungo, prima e dopo gli avvenimenti che prendono l’avvio nell’89.

C’è la lunga gestazione dell’Illuminismo che vede tra i suoi protagonisti non pochi medici – “medici-filosofi” – e c’è l’Impero napoleonico che suggella le conquiste avvenute. Se dal punto di vista politico la Rivoluzione sfocia in un regime che – almeno in Francia –  non è più rivoluzionario, in medicina le trasformazioni avvenute continuano e continueranno il loro corso.

Quella dei filosofi è una rivoluzione dall’alto. Quelle che oggi verrebbero definite classi dirigenti si ritrovano nei “salon” (del barone d’Holbach, più tardi di Mdme Helvethius e altri) a discutere e dibattere – non a caso i fratelli Goncourt diranno che la Rivoluzione francese è iniziata nei salotti (p. 47) – e che hanno nella Encyclopédie il loro manifesto programmatico.

Questa élite promuove progetti fondamentali: la riunione di medici e chirurghi fino ad allora separati, l’inchiesta sugli ospedali di Tenon e le proposte di Cabanis, il rinnovamento dell’insegnamento.

Pierre-Jean_Georges-Cabanis, medico e filosofo. Una delle menti più brillanti e profonde

Sono tensioni che si incontrano con la rivoluzione che scaturisce “dal basso” la quale promuove il “Nuveau plan de constitution de la médecine en France” di Furcroy, la ghigliottina, la “liberazione” dei folli di Pinel, le lotte contro la ciarlateneria di medici fasulli, gli albori della clinica.

Dopo aver abbandonato le vuote e inutili discussioni di tesi discusse in latino completamente staccate dalla realtà nell’Ancien Régime, i medici sono chiamati al letto del malato, nelle corsie d’ospedale; devono redigere il “tableaux”, l’antenato della cartella clinica: il sapere medico si rinnova con l’osservazione e l’analisi (per questi concetti, p. 286). La moltiplicazione delle osservazioni, debitamente annotate, forma una base più solida per il confronto e un archivio sempre aggiornato e rinnovabile (p. 272)

Questo incontro tra “alto” e “basso” genera quella che Cosmacini chiama l’instaurazione necessaria, vale a dire la stabilizzazione di quanto costruito o rinnovato fino a quel momento e che, a sua volta, si perfeziona: “da [quel] cambiamento strutturale e funzionale […] il procedere della medicina non potrà essere in alcun modo invertito” (p. 194).

Dopo aver resistito agli assedi degli stati sbigottiti e intimoriti da quella cosa “non mai più veduta nel mondo” che è la rivoluzione (ho citato il titolo di un bel libro di Guerci), essa si espande in Europa col genio militare di Napoleone. Impaurisce e affascina. In Italia, affascinato sarà “il medico giacobino” Giovanni Rasori che investe la medicina di un mandato politico e sociale.

Le guerre napoleoniche falcidiano un’intera generazione sui campi di battaglia di tutta Europa, ma se le guerre sono portatrici di morte e sofferenze future per il sopravvissuti rimasti feriti, fa compiere progressi notevoli alla chirurgia e allo studio e comprensione di malattie (le oftalmie e le diarree della campagna d’Egitto); fa nascere “l’ambulanza volante”, inventata da Larrey, per soccorrere tempestivamente i feriti sul campo che altro non è se la progenitrice del futuro pronto soccorso (pp. 240 e 246).

Al centro della medicina rivoluzionata c’è l’uomo: che sia paziente di ospedale, soldato ferito, folle o donna partoriente. È a loro che sono indirizzati gli sforzi di questi medici: i “chirurghi di Napoleone” sono temuti per la loro brutalità, ma il loro operare e amputare senza esitazioni salva vite, sebbene menomate (p. 301); Pinel, il fondatore della psichiatria moderna, “libera i folli” da ceppi e catene e sebbene quella liberazione sfoci in una struttura che prenderà aspetti aberranti – il manicomio – la spinta iniziale è quella, umanissima, di curare la follia e di riconoscere nel folle la persona; perfino la ghigliottina nasce come strumento “egualitario”  e progressista che nell’esecuzione riduce al minimo il dolore; le vaccinazioni cominceranno a dare i loro frutti.

Sono percorsi tortuosi e difficili. Se la spinta della rivoluzione facilita il rinnovamento gli ostacoli non mancano e la forza d’inerzia della tradizione e del passato restano: lo stetoscopio di Laennec, ad esempio, tarda ad essere riconosciuto come strumento utile da medici che nello strumento vedono uno svilirsi del loro colpo d’occhio e della loro abilità (p. 321). Ma nel complesso nessuna “Restaurazione” successiva potrà riportare le lancette della storia all’Ancien Régime.

Laennec e lo stetoscopio
Francia e Italia: un confronto

L’ultima delle quattro parti che compongono il libro ha per titolo “duecento anni dopo” ed è un confronto tra quanto la rivoluzione ha prodotto e quanto è stato realizzato in Italia dalla Repubblica nata dalla Resistenza. È un confronto impietoso. Cosmacini è storico troppo colto e attento per non sapere che la Resistenza non fu una rivoluzione, ma in un certo senso è costretto a prendere questa pietra di paragone perché è l’unico evento di rottura reale col passato che il nostro Paese ha conosciuto dall’unificazione in poi.

Che la profondità dei due eventi non sia paragonabile emerge proprio dalle tante continuità che in Italia persistono e che indeboliscono, svuotano dall’interno e comunque fiaccano le spinte innovative che pure i membri della Costituente avevano recepito e immesso nell’articolo 32 della Costituzione e che la riforma sanitaria si era incaricata di porre in essere. Nel corso della lettura del libro il lettore non può non rimanere colpito dai metodi di cooptazione nelle cattedre, negli ospedali, tra i medici militari e nelle cliniche: il maestro chiama il suo allievo prediletto e lo innalza, ma lo fa sulla base del merito acquisito col lavoro, lo promuove usando criteri che derivano dalle sue capacità e dedizione al lavoro, non in base a criteri estranei alla disciplina come continua ad accadere da noi; Pinel instaura col malato di mente un rapporto che ha nel dialogo e nel confronto uno dei suoi elementi fondanti, da noi il rapporto tra medico e paziente resta paternalistico, distante; in Francia le vecchie facoltà che conservano un sapere ormai inutile vengono accantonate e sostituite, le nostre università restano impenetrabili, gelosissime dei loro privilegi e impermeabili ai mutamenti della società. Sono pagine che non solo possono essere prese come valido sunto storico, ma che dovrebbero essere lette e meditate a fondo.

Giorgio Cosmacini è uno studioso prolifico. Tra i suoi libri che ho letto questo è a mio parere il più bello e il più “necessario”. Medicina e rivoluzione è un libro splendido sia per come l’A. riesce ad intrecciare gli avvenimenti politici e sociali con l’oggetto protagonista del libro mantenendo viva e costante la curiosità del lettore, ma per gli innumerevoli spunti che dissemina lungo tutto il testo. tra questi, il suggerimento che anima l’intero libro: dalla Rivoluzione francese è nata una “medicina della persona”; oggi che il sapere tecnico-scientifico ha cancellato questa centralità, a conti fatti è tempo di tornarvi.

Viaggiare nei secoli passati coi fondi della Beic

Viaggiare nei secoli passati con i ricchi fondi della Beic

Sebbene io non sia (purtroppo) un gran viaggiatore, il tema e la letteratura del viaggio mi affascinano  e li ritengo molto stimolanti. Lo dimostra il fatto che ho dedicato qualche articolo sull’argomento. Ho indicato fonti sul Gran Tour , sulle risorse messe a disposizione dall’Archivio del Touring Club Italiano; ho segnalato  Una rivista sulla storia di viaggi e viaggiatori e indicato Un ricchissimo sito sul tema del viaggio.

Anche della Biblioteca Italiana di Informazione e Cultura – Beic – mi è capitato di parlare qualche volta. Tra le sue sezioni tematiche ve n’è una dedicata ai viaggi in Italia e nel mondo. Si tratta di una ricca miscellanea composta di tre fondi: uno di carattere generale, il Fondo Tursi conservato dalla Biblioteca Marciana di Venezia e e dal Centro Studi Archeologia Africana.

Per rendere un’idea del materiale che ci propone, mi limito a riportare quanto viene descritto nella introduzione al fondo:

Il periodo di maggior sviluppo della letteratura di viaggio è stato quello compreso tra il Settecento e l’Ottocento in relazione alla diffusione del Grand Tour. In realtà essa vede le sue origini già nei primi testi di mercanti, pellegrini, studenti e precettori d’epoca medievale. Tali pratiche proseguirono nel Cinquecento per poi evolvere nel corso del Seicento con la figura del viaggiatore scientifico, incaricato di viaggiare e riportare le proprie annotazioni utili ai fini delle nuove scoperte scientifiche e geografiche.

A partire dal XVII secolo, di conseguenza, cambiò anche la struttura del racconto di viaggio che divenne la base e la fonte delle scienze sociali e naturali. Nel Settecento il viaggio acquista una motivazione sentimentale, che andrà sempre più evolvendo nel secolo successivo. Già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento si assiste infine all’ultimo grande cambiamento nell’idea di viaggio e nella stesura dei testi: con i primi viaggi organizzati di Cook, iniziò a diffondersi il turismo di massa che portò ad una grande produzione di guide di viaggio. In base a queste considerazioni, la maggior parte delle opere inserite nella collezione appartengono ai secoli XVIII e XIX fino al 1850, una data limite dettata dall’inizio del turismo di massa.

Il tema del viaggio viene dunque suddiviso nelle sue più varie sfaccettature (del resto, come ci ricorda Andrew Pettegree, assieme agli uomini viaggiavano anche le notizie: L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

In tempi di sedentarietà obbligata, viaggiare con la mente è un buon modo per non smettere di sognare un po’ di libertà. La beic ce ne regala l’opportunità con un corpo di opere, mappe, carte ecc. non solo italiane e in lingua italiana ma anche in altre lingue. Non rimane che andare a curiosare in attesa di tempi migliori: viaggi in Italia e nel mondo.

Aggiornamenti sulla storia dell’alimentazione

Un bell’articolo sulla storia dell’alimentazione in Digital History Blog

Negli ultimi tempi ho proposto un paio di articoli sulla storia dell’alimentazione. In Ricettari Manuali di cucina e Gastronomia dell’Ottocento ho indicato alcuni libri di cucina, soprattutto ottocenteschi, che ho trovato on line e in Dalla terra alla tavola, vita in cucina. Un progetto intorno al cibo tra storia e cultura un interessante progetto di alcuni enti e istituti lombardi. Questi articoli, a loro volta, si collegano ad altri indicati precedentemente.

Ora scopro un bell’articolo del blog Digital History Blog che offre un un percorso di storia del cibo e dell’alimentazione. Al suo interno troverete fonti, bibliografia, una intervista a uno dei nostri massimi storici dell’alimentazione, Massimo Montanari, e sempre dello stesso studioso, alcune lezioni su Youtube.

Molta carne al fuoco, è proprio il caso di dire. Buona navigazione.

Alcuni articoli sulla “spagnola”

Alcuni articoli e fonti sulla “spagnola” su internet

In tempi di Covid-19 i paragoni con la “Spagnola” sono stati molti. Non entro nel merito del paragone. Non sono un medico e quindi non ho le competenze necessarie per una comparazione tra le due malattie.

Come storico rilevo semplicemente due cose: la prima, che la “Spagnola” si verificò dopo una guerra mondiale che aveva richiesto sacrifici e ridotto il tenore di vita e alimentare di almeno una parte della popolazione coinvolta. Il che può avere avuto una certa incisività sul diffondersi e sulla letalità della malattia.

La seconda è che le conoscenze di oggi in ambito medico sono nettamente superiori a quelle del primo dopoguerra, il che fa ben sperare. In ogni caso, per chi vuole approfondire la vicenda della “Spagnola” partendo dal materiale disponibile su internet può far riferimento all’articolo pubblicato sulla International Encyclopedia of the First World War redatto da Howard PhillipsInfluenza pandemic.

Un’altra fonte molto interessante con bibliografia si trova in Medicine in World War I nella pagina The Influenza epidemic che presenta anche una bibliografia di testi scaricabili da Internet Archive. La pagina è in inglese, ma può essere tradotta usando Deepl Traduttore che si trova nella colonna di destra.

Ma, soprattutto, mi premere segnalare la bella messa a punto di Roberto Bianchi nell’articolo La “spagnola”. Appunti sulla pandemia del Novecento nel blog Amici di Passato e Presente.

Buona navigazione

Il Bullettino delle scienze mediche di Bologna

Il Bullettino delle Scienze Mediche, una fonte per la storia della medicina e non solo

La Wellcome Digital Library sta riversando su Internet Archive il suo sterminato patrimonio bibliografico. In un articolo precedente ho già segnalato gli Annali Universali di Medicina. Ora sono disponibili 24 annate del Bullettino delle Scienze Mediche di Bologna – dal 1829 al 1853.

Il Bullettino delle Scienze Mediche  è l’organo ufficiale della Società Medica Chirurgica di Bologna. E’ stato fondato nel 1829 e secondo solo a “The Lancet” per longevità. Il Bullettino fa parte del patrimonio culturale e storico della Società Medica Chirurgica di Bologna, la più antica associazione medica italiana ancora in attività. Nel corso di quasi 200 anni di storia, sul “Bullettino” sono stati pubblicati articoli di Maestri della Medicina che hanno fatto conoscere alla comunità medica mondiale la vita medica e sanitaria non solo di Bologna ma dell’intera regione, tanto da farne una rivista di eccellenza per la comunicazione nell’ambito della classe medica bolognese e, più in generale, italiana.

Così viene presentata la rivista sul sito dell’Università di Bologna. La porzione attualmente disponibile costituisce dunque una piccola parte del lungo percorso del Bullettino. La serie può essere prolungata consultandolo sull’Emeroteca Digitale della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma che lo rende consultabile on line fino al 1871.

Come ho già detto altre volte (si veda, ma è solo un esempio e ne riparlerò, Entrare “di traverso” nella storia), riviste di questo genere possono (anzi, dovrebbero) interessare non solo gli storici della medicina, ma tutti gli studiosi e appassionati di storia.

Buona navigazione: Bullettino delle Scienze Mediche di Bologna

Due riviste di storia dell’arte dal Getty Research Insititute

Due riviste miscellanee con una particolare attenzione all’arte

La biblioteca del Getty Research Institute continua a regalarci novità tra i suoi 57.000 libri attualmente digitalizzati su Internet Archive. Di questi, oltre 9.000 sono in lingua italiana.

Armandosi di un po’ di pazienza e con un poco di pratica nell’uso delle griglie interne per selezionare il materiale, è un gran bel viaggiare e curiosare in una biblioteca così fornita.

Sono così emerse due riviste che mi hanno incuriosito. La prima è Poliorama Pittoresco:

Istruire e dilettare nel modo più semplice, più efficace, più sicuro ed a buon mercato per tutti, vedere molte cose, di molti secoli, di molte regioni, di molti uomini; discorrere tutto quanto con utile o con diletto interessar possa le intellettuali e le fisiche facoltà dell’uomo; aggiungere alle descrizioni le grafiche rappresentazioni della cosa in disamina, ecco la divisa dell’opera che presentiamo al pubblico, ecco l’oggetto, il proponimento e lo scopo del nostro Poliorama.

Così si legge nel lungo preambolo al primo numero della rivista. Un progetto editoriale, dunque pensato per il pubblico più ampio. Considerato che la rivista fa la sua comparsa nel 1836 e che all’epoca il tasso di analfabetismo era altissimo in quasi tutti gli stati che componevano la penisola, si può supporre che fosse indirizzata a un pubblico non specialista, ma comunque colto.

Architettura, Arti industriali e meccaniche, Biografia, Curiosità Naturali, Igiene, Instituzioni, Lavori Donneschi, Morale, Poesia, Pittura, Scultura, Storia, Storia Naturale, Viaggi, Vedute e Varietà Letterarie sono le categorie di cui si occupa il Poliorama. Nella biblioteca del Getty Research Institute sono disponibili le annate dal 1836 al 1858/59. Le trovate qui: Poliorama Pittoresco.

La seconda rivista è Natura ed arte: rassegna quindicinale illustrata italiana e straniera di scienze, lettere ed arti. Pubblicata oltre trent’anni dopo la cessazione di Poliorama, essa si presenta al lettore con un indirizzo più ampio:

Ora i nostri tesori naturali ed artistici sono la vera fonte viva della nostra ispirazione, come della nostra fortuna e prosperità. Intorno ad essi si dovrebbe muovere tutta la vita italiana, la vita del pensiero, come il lavoro de’ nostri campi e delle nostre officine. Noi avremo in mira, specialmente, la famiglia italiana, e però cercheremo metterle sottecchi, in particolar modo, le cose belle e le figure nobili del nostro paese […]. Abbiamo dato una forma media, tra la inevitabile gravità del libro, e la non meno inevitabile leggerezza dei fogli volanti, alla nuova Rivista, tentati dalla fortuna grande che in America, in Inghilterra ed in Germania hanno trovato, se accompagnate d’alcuna illustrazione, riviste enciclopediche di formato simile al nostro, e destinate ai salotti eleganti ed alle veglie del focolare domestico. Vorremmo ora dunque, mercè il Natura ed Arte, istruir la famiglia italiana senza tediarla, ed offrirle una lettura vana e piacevole che, di quindicina in quindicina, desse materia a rinnovare nel seno delle nostre famiglie discorsi geniali e non troppo vani. Tali, onesto lettore e gentile lettrice, i nostri intendimenti.

Due riviste miscellanee che tendono a recepire i gusti di una media e della piccola borghesia ancora modesta nel caso del “Poliorama”, più attiva e presente nel secondo caso. In questo senso, l’interesse di queste due pubblicazioni è dato più dai temi e dai gusti. Temi simili in entrambe le riviste, gusti “volgarizzati” semplificati per un pubblico di qualche pretesa. Testate che ci parlano più dei lettori, dei loro gusti e aspettative che delle riviste in quanto tali.

Natura ed arte: rassegna quindicinale illustrata italiana e straniera di scienze, lettere ed arti è disponibile per le annate 1891-1895-96; per le annate successive, fino al 1911, è disponibile nella Biblioteca Digitale Lombarda  Entrambe le riviste possono essere integrate con quelle che ho presentato in BiASA. Una emeroteca per l’Archeologia e la Storia dell’ArteUna miscellanea di riviste d’arte della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Buona navigazione.

Una galleria di Europena su un atteggiamento/comportamento: il mansplaining nell’arte

Una tra le moltissime gallerie che settimanalmente ci regala Europeana: il “mansplaining”

Dei progetti che ci regala Europeana mi è capitato di parlare in qualche occasione. L’ho presentata, ovviamente, nella pagina delle Biblioteche Digitali. Ne ho parlato a proposito di Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale (dato che alla Grande Guerra ha dedicato un portale ricchissimo: 1914-18 e, al suo interno, Europeana transcribathon) e, occasionalmente, in qualche altra occasione. Ma le sue collezioni sono molte e fornitissime

Mettendoci a disposizione il suo immenso repertorio Europeana ci regala settimanalmente gallerie tematiche. Molto intrigante, almeno dal mio punto di vista – il punto di vista di un profano – è quella che questa settimana si occupa del “mansplaining” nell’arte.

Aggiunto all’Oxford English Dictionary nel 2018, il termine mansplaining si riferisce a comportamenti condiscendenti e sciovinistici, spesso diretti dagli uomini verso le donne, ma l’idea esiste da secoli. Diamo un’occhiata spensierata agli archivi.

Si tratta di una galleria molto interessante che, volendo, può essere messa a confronto con L’histoire par l’image. Un sito per lo studio della storia attraverso le immagini o col materiale proposto da INHA. Una biblioteca digitale per la storia dell’arte oppure, ricercando un po’, con centinaia di migliaia di immagini del Metropolitan Museum.

Non resta che concederci un po’ di svago con Mansplaining in art