La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascisti

Con in tempi che corrono, in un Paese come il nostro che fa della rimozione della memoria e della propria storia una pratica quotidiana (un ex Presidente del Consiglio, riferendosi al confino, disse tempo fa che Mussolini “mandava in vacanza” gli oppositori del regime fascista), questo sito è esattamente quel che ci vuole. Il sito in questione è I campi fascisti.

Un sito che si propone di diventare

un centro di documentazione on line sull’internamento e la prigionia come pratiche di repressione messe in atto dallo Stato italiano nel periodo che va dalla presa del potere da parte di Benito Mussolini (1922) fino alla fine della seconda guerra mondiale (1945)

e che intende raggiungere il proprio obiettivo partendo non “dagli avvenimenti storici, bensì dai luoghi”, intendendo per questi ultimi

le località di confino, le carceri, i campi di concentramento, i comuni di internamento e quanto altro possa emergere dalla ricerca storica come contesto in cui siano state messe in atto queste pratiche repressive rivolte verso oppositori politici, specifiche categorie sociali, gruppi religiosi, civili e militari di stati stranieri coinvolti in guerre od occupazioni militari.

I diversi luoghi così identificati vengono documentati attraverso più tipi di fonti (documentazione originale, letteratura scientifica, testimonianze dirette, fotografie, filmati, eccetera), pubblicate [on line]

Il sito, come ribadiscono gli autori, è infatti in progress, in continuo incremento. Si tratta dunque di un progetto con prospettive molto ampie, tanto che, navigando alla’interno delle varie sezioni, si possono individuare ben dieci diverse tipologie di luoghi internamento messe a punto dal regime.

Ex campo di concentramento di Bakar (Buccari)

Il sito propone un elenco dei campi di prigionia e li suddivide poi in vari sotto-gruppi specifici. Collegati a questi, fondamentale come punto di riferimento per ogni ricerca ulteriore, sono i molti Documenti pubblicati, corredati da sintetiche ma precise didascalie (non manca una sezione bibliografica). Ci si può orientare o eventualmente focalizzare il proprio interesse specifico anche utilizzando la sezione Mappe. Altrettanto importante sono le sezioni degli Audiodocumentari nella quale  gli autori vi hanno pubblicato un

documentario che ricostruisce la storia dell’occupazione italiana dell’Etiopia diviso in tre parti: nella prima si tratta della guerra e dei crimini commessi, nella seconda dell’internamento degli etiopi in Africa Orientale e nella terza della deportazione degli intellettuali etiopi in Italia e degli avvenimenti del dopoguerra.

e quella delle testimonianze, sia di chi in quei campi è stato internato, sia di esperti e studiosi.

I campi fascisti è dunque un sito promettente che diventerà certamente un punto di riferimento per studenti e docenti. Del resto, proprio per la sua completezza, l’importanza del progetto è stata riconosciuta anche dall’Unione Europea, che ne ha finanziato parte della realizzazione. I campi fascisti

Il campo di concentramento di Casoli

Un altro progetto molto importante è il sito sul Campo di concentramento di Casoli, in provincia di Chieti, in Abruzzo, attivo dal 1940 al 1944.

Il sito consiste in un archivio digitale che consente l’accesso e la consultazione a fini della ricerca storica di oltre 4000 documenti contenuti nei 215 fascicoli personali degli internati civili conservati sull’ex campo di concentramento. Si tratta, allo stato attuale della documentazione on line, del primi archivio digitale che riproduce in foto facsimile totale i fascicoli personali di un campo di concentramento per internati civili stranieri, ebrei ed ex jugoslavi.

A maggior precisione delle finalità del sito, riprendo dalla presentazione del progetto:

L’obiettivo del progetto è raccogliere documenti, testimonianze, fotografie e altro materiale in modo da offrire una documentazione il più completa possibile con lo scopo, da una parte, di studiare scientificamente il Campo di concentramento di Casoli e, dall’altra parte,  di poter mettere a disposizione il suddetto materiale sia agli studiosi che ai diretti discendenti degli internati. È un paziente lavoro di ricerca fotografica, documentaria ed archivistica. Il sito […] valorizza questo patrimonio documentale con la pubblicazione digitalizzata di fonti, ricerche e saggi sulla storia dell’internamento civile nell’Italia fascista assicurando la comunicazione e la divulgazione critica dei risultati della ricerca. Il lavoro è in continuo aggiornamento e per tale ragione i risultati pubblicati sono ancora parziali.

Nello specifico:

Si rende necessario fare un’osservazione intorno all’espressione “campo di concentramento”, perché ci si trova spesso di fronte ad una confusione di tipo semantico (ossia del significato della parola), in quanto tale espressione immediatamente evoca i campi di sterminio nazisti, che ovviamente sono ben altra cosa rispetto ai campi fascisti, e una comparazione tra i due sistemi dal punto di vista della radicalità, della violenza, del terrore, e della mortalità, rischia una scontata banalizzazione del caso italiano. Per questo bisogna comprendere il significato che questa espressione ottiene all’interno del sistema concentrazionario italiano fascista (monarchico), così come esso viene concepito e messo in piedi dal Ministero dell’Interno. Nei documenti ufficiali vengono distinti 2 tipologie di internamento:

1) In campi di concentramento propriamente detti

2) In località di internamento libero

I campi di concentramento, nell’universo fascista, indicano un luogo circoscritto in un perimetro all’interno del quale in strutture preesistenti o ex novo, vengono segregati categorie diverse di internati. Si tratta quasi sempre di campi mono-genere, ossia maschili o femminili e raramente misti.

Le località di internamento libero, sono invece, i comuni di residenza coatta per gli internati, i quali possono ricongiungersi con il nucleo famigliare. È evidente che la condizione di “internato” in un campo di concentramento fascista è più sfavorevole e dura rispetto all’altra: promiscuità, libertà di movimento ridotta, regolamento rigido, separazione dal nucleo famigliare, sorveglianza, punizioni, divieti di lavoro, comunicazione ristretta, ecc.

Il campo fascista di Casoli ha avuto due periodi distinti di internamento per via delle due categorie diverse di internati. Abbiamo un primo periodo “ebreo” del campo, che va dal 9 luglio 1940, data di ingresso del primo nucleo di 51 ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, fino al 5/6 maggio 1942, data di ingresso del nucleo di internati politici, antifascisti, ex jugoslavi trasferiti dal campo di concentramento di Corropoli in provincia di Teramo. (Si tratta di un sistema parallelo di campi destinato ai civili deportati dalla sponda orientale dell’Adriatico, a causa dell’occupazione di estesi territori jugoslavi). Tutti gli ebrei del campo di Casoli furono trasferiti nel campo di Campagna in provincia di Salerno. Questa seconda fase dura fino al 2 febbraio 1944, data riportata su un documento in cui si attesta ancora la presenza di 18 internati slavi, a testimonianza del fatto che il campo continuò a funzionare, nonostante l’armistizio dell’8 settembre 1943. Tra gli anni 1940 e 1944 sono passati per il campo di Casoli 218 internati in totale: 108 ebrei stranieri, per lo più austriaci, tedeschi, polacchi e ungheresi, e 110 “ex jugoslavi” per la maggior parte croati e sloveni.

campi-concentramento-abruzzo-Casoli

Ma vi è di più:

Altro scopo della ricerca, di importanza centrale per la cultura della memoria, è sia dare un volto ai nomi degli internati, sia dare un nome ai loro volti, soprattutto agli ebrei stranieri internati in questo Campo dal 10 luglio 1940 –  dove giunsero dal carcere di Trieste, perché disponiamo di una loro foto di gruppo scattata proprio a Casoli. Dopo l’8 settembre 1943, 9 di questi internati ebrei stranieri che inizialmente erano “passati” per il Campo di Casoli, furono arrestati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove trovarono la morte certa. Un altro, invece, è stato assassinato nel campo di Risiera San Sabba, un altro venne deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e sopravvisse alla liberazione avvenuta il 4 marzo 1945. Quella foto, per molti di loro, rappresenta, forse, l’ultima immagine-testimonianza che possediamo. Inoltre, allo stato attuale delle ricerche, sembra che il Campo di Casoli sia stata l’ultima località di internamento nota per 14 internati ebrei stranieri.

Il sito inoltre ospita altre sezioni di approfondimento. Siamo di fronte ad un progetto che supera le finalità della ricerca storica, ma si fa anche strumento per il recupero di memorie personali e famigliari. In altre parole, storia e impegno civile si fondono in un progetto di recupero di grande significato.

Il sito mi venne segnalato più di un anno fa dal Presidente. Lo pubblicai su un blog che non è più attivo e sono felice di riproporlo ora. Campo di concentramento di Casoli

Donne. Riviste storiche, di storiografia, portali

Stiamo vivendo in un periodo storico nel quale le donne vengono messe sotto a forme di pressione ingiustificate e ingiustificabili. Su di esse ricadono, in gran parte, le lacune di uno stato sociale difettoso e incompleto, minori prospettive e riconoscimenti sul lavoro, ripercussioni di una concezione della famiglia che tende a relegarle tra le mura domestiche e il rimontare di un maschilismo – forse mai morto, ma negli ultimi decenni in qualche modo in ritirata – autoritario e violento.

Considerare il percorso storico delle donne è pertanto un buon modo per capire cosa sta accadendo e, se non come – che non è compito dello storico -, ma dove intervenire per modificare in meglio la situazione.

Si può cominciare con la Biblioteca Italiana delle Donne, del Centro delle Donne di Bologna: Biblioteca Digitale delle Donne. Suddivisa in sezioni vi si trovano “opere a stampa di diverse epoche relative alla memoria storica, culturale, politica e sociale delle donne italiane e dei loro movimenti di emancipazione e liberazione dall’Ottocento ad oggi”, con manifesti, riviste storiche e libri.

Riviste storiche di moda

Le riviste di moda sono un ottimo strumento per capire cosa la società chiede alle donne di pensare, vestirsi e comportarsi. Oltre a quelle disponibili nella Biblioteca Italiana delle Donne altre sono ora disponibili grazie agli sforzi della Biblioteca universitaria Alessandrina che presenta alcune annate pubblicate tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta del XX secolo di periodici di moda non facilmente reperibili nelle biblioteche italiane: http://www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/26250/ e della emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, nella quale si possono consultare: Bellezza. Mensile d’alta moda e della vita italiana, La donna elegante ed erudita. Giornale dedicata al bel sesso, La donna. Rivista quindicinale illustrata.

Le riviste storiche di moda costituiscono solo una parte del materiale che possiamo utilizzare. Il Centro delle Donne di Bologna dispone di un archivio molto ricco e articolato: Archivio di Storia delle Donne

mentre on line sono apparsi progetti molto interessanti.

Portali

Uno molto importante e molto bello è Senza Rossetto, un portale sulle donne alla vigilia delle elezioni del 1946. Senza rossetto

Per decenni andare a votare è stato una specie di rito al quale ci si preparava con cura. Gli uomini tiravano fuori il vestito buono, quello della domenica. Nel dopoguerra esprimere il diritto-dovere di votare era qualcosa di molto sentito: vent’anni di dittatura non erano passati invano.L’andare a votare aveva qualcosa di sacrale, era qualcosa che oggi, a vedere le immagini dell’epoca, fa venire in mente una sorta di rito.

Uomini e donne si mettevano il vestito buono, ma le  donne il rossetto no, non potevano metterlo: la scheda doveva essere umettata e incollata e il rossetto l’avrebbe sporcata. Per questo il progetto che presento si chiama Senza rossetto. https://www.senzarossetto.net/

“Senza rossetto” è un lavoro di raccolta di testimonianze di donne che andarono a votare per la prima volta […] per le elezioni amministrative del marzo-aprile 1946 e successivamente, il 2 giugno 1946,  per l’elezione di un’Assemblea costituente e la scelta della forma istituzionale dello Stato, se Repubblica o Monarchia.  Il progetto vuole raccontare l’importanza simbolica e politica che il voto, vissuto come concessione o conquista o naturale conseguenza dei tempi, come diritto o dovere, ebbe sulla percezione di sé.

L’ambizione che abbiamo è quella di continuare questo lavoro di documentazione per arrivare fino al 18 aprile del 2018, quando cadrà il settantesimo anniversario dell’elezione del primo Parlamento repubblicano.
Un progetto costruito attraverso le storie personali ed intime di […] donne e vite diverse, distanti per classi sociali e geografie, per ideali e visioni del mondo, ma in relazione reciproca e dinamica le une con le altre, che diventano fonti della memoria popolare e del discorso orale sulla storia del ‘900, colto nelle sue frizioni e nelle sue contraddizioni, nella tensione tra il minuto ed il vastissimo. Tra il maschile ed il femminile. Tra presa di parola, azione e silenzio.

riprendo dalla presentazione del portale

Un work in progress dunque, un cantiere aperto sul mondo femminile, con le testimonianze e documenti, da seguire con attenzione e con piacere.

Un altro progetto estremamente ambizioso e articolato è l’Enciclopedia delle Donne che offre l’opportunità di approfondire una vasta gamma di temi e argomenti e che ospita anche un ottimo blog. Enciclopedia delle donne

In questa prima rassegna non può mancare una rivista di storiografia. Ben venga allora la disponibilità on line della rivista Storia delle donne, il cui scopo – come viene chiarito nella presentazione della rivista – è di guardare

al nesso tra storia e politica delle donne, ma accorda priorità a quello fra storia e politiche per le donne e con le donne; questa è una delle ragioni per cui la scelta del tema dei fascicoli è dettata dai processi in atto e dalle urgenze che la contemporaneità propone.
Il tema viene sviluppato nella sezione «Presente» da contributi che lo illustrano con incroci di approccio e metodo volutamente pluridisciplinari, senza che questo identifichi SdD con l’interdisciplinarietà degli Women’s Studies. Nella sezione «Passato» i saggi restituiscono lo spessore storico e diacronico nella longue durée che si snoda dalle civiltà antiche fino al Novecento.

 

Una rivista utile, sia per il modo di proporsi – numeri monotematici che scandagliano l’argomento prescelto da più punti di vista e periodizzazioni – sia perchè, come viene detto esplicitamente nella presentazione, Storia delle donne

riserva particolare attenzione alle ricerche di giovani studiose e studiosi. In tutte e due le sezioni potranno essere pubblicate parti di tesi di laurea o di tesi di dottorato ed anche studi da queste indipendenti. Tutti i testi pubblicati in SdD sono valutati, secondo le modalità del doppio cieco (double blind peer review), da due referees individuati nell’ambito di un’ampia cerchia di specialiste e specialisti.

Sono disponibili le annate dal 2005 al 2017, tutte di grande interesse tematico: Storia delle donne

Per il momento mi fermo qui. Buona navigazione.

Recensione: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubblicato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra. 1917-1923 (2017, pp. 421)  di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. Non siamo di fronte semplicemente una interpretazione originale, ci ritroviamo a leggere argomentazioni convincenti.

Nell’interpretazione di Gerwarth la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo molto interessante tira le somme e chiude il testo.

I Paesi vinti

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi avrebbero preso il potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Rivoluzione e controrivoluzione

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: condizioni ideali per lo scoppio di una rivoluzione si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiaramente gli schieramenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benevolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estremamente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

Imperi che crollano

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Grande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non furono altrettanto previdenti. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umiliazione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarcisi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapevolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin, che giocava la carta della rivoluzione mondiale e Wilson, che giocava quella dell’autodeterminazione, fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrassero vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi Stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questioni territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l’autodeterminazione veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri Stati.

Qualche considerazione

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri Stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – sia dall’escalation di violenza che li coinvolse. Per spiegare questo fenomeno fino ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte avevano subito un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel dopoguerra, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

A parere dell’Autore il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che abbiano lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Tuttavia in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – e meno di vent’anni più tardi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca sopravvisse fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era preda di un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma ciò nonostante produsse un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta si trovò nel mezzo di tempeste civili e politiche. Dal canto suo in Spagna, che non era stata nemmeno coinvolta nella guerra come belligerante, nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando come reazione l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionalisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).

Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo Stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convinzione cara alla destra (anche italiana) che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253).

Terzo, uno dei frutti avvelenati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogeneità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della pulizia etnica, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi. Così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie.

Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante.

Infine, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso il formarsi dei governi e dei regimi, sia verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Robert Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo per quanto riguarda l’analisi dei fatti e la loro interpretazione. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fluida e chiara. In più, ed è un merito notevole, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

Matteo Banzola

Una biblioteca digitale per la storia dei media

Una splendida biblioteca digitale dui media

Riviste dedicate al cinema, alla radio e alla televisione costituiscono l’asse portante della Media History Digital Library, un progetto della University of Wisconsin-Madison.

la navigazione interna e la ricerca del materiale sono ottimamente organizzate grazie alla piattaforma Lantern, che rende semplice la ricerca sia che si tratti di una ricerca semplice, sia nel caso di una ricerca avanzata. Si può comunque cominciare selezionando il materiale per tipologia, data, lingua ecc. Suddivisione quanto mai utile considerato che il materiale reso disponibile vede i suoi inizia alla metà del XIX secolo fino al 1995.

Questa biblioteca digitale può riguardare un numero piuttosto ristretto di addetti ai lavori e specialisti, ma con ogni probabilità catalizzerà l’attenzione anche di lettori curiosi e di un pubblico molto più vasto.

la potete consultare qui: Digital Library

Buona navigazione.

Periodici e giornali digitalizzati Parte I

Non c’è bisogno di dilungarsi sull’importanza della stampa. Essa, si sa, non è lo specchio della realtà, ma è uno “specchio deformato (e deformante) della realtà”. Deve dunque essere presa con cautela e vagliata con gli strumenti della storiografia. Tuttavia, ovviamente, per gli storici, è un materiale fondamentale.

I progetti che si preoccupano di digitalizzare questo materiale sono ormai numerosi. Uno dei più interessanti è senza dubbio quello messo a punto dalla Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma. Nella sua Digiteca sono disponibili centinaia di testate pubblicate nel corso dei secoli XIX e XX che spaziano dalla politica alla cultura, dall’amministrazione al costume (vi sono anche periodici femminili, di moda e per bambini), dalla satira alla letteratura e alla musica. Tutto il materiale è facilmente consultabile e scaricabile tramite la funzione download.

Sempre a Roma la Biblioteca Nazionale Centrale offre una emeroteca fornitissima. Di particolare interesse è la enorme varietà di riviste scientifiche di carattere scientifico (medico, statistico, amministrativo, economico ecc.), spesso di difficile reperibilità. Numerose anche le riviste straniere. Anche in questo caso, purtroppo, il materiale è consultabile ma non scaricabile. Resta comunque un patrimonio (continuamente incrementato) di grande utilità per studenti, dottorandi e ricercatori: Emeroteca

L’Emeroteca digitale della Biblioteca Nazionale Braidense è uno dei progetti più conosciuti. A tutt’oggi sono state digitalizzate 960 testate. Anche in questo caso si tratta di materiale eterogeneo (periodici politici, umoristici, scientifici ecc.), in gran parte provenienti dalle regioni centro-settentrionali del Paese. Per scaricare è necessario installare il programma DjVu (il plug-in è disponibile sulla pagina iniziale: Emeroteca Digitale Braidense

Un altro progetto importante è quello promosso dalla Regione Toscana con una emeroteca digitale contenente 65 periodici provenienti da diverse biblioteche. Oltre a rendere disponibili testate locali, altrimenti difficilmente consultabili, di particolare interesse è la digitalizzazione del quotidiano la Nazione dal 1860 al 1912: Emeroteca Digitale Toscana

Altrettanto interessante è la Emeroteca digitale del Veneto: Emeroteca Digitale del Veneto

La collezione comprende attualmente una sessantina di pubblicazioni periodiche stampate a Padova prevalentemente nella seconda metà dell’Ottocento, che costituiscono un prezioso documento della vita cittadina in tutti i suoi aspetti. Vi figurano giornali di attualità che rappresentano le varie posizioni presenti sulla scena politica, da quelli di orientamento liberal-progressista a quelli di orientamento moderato e monarchico o radicale e socialista. Si tratta in molti casi di testate di breve vita ed estrema rarità, nel caso dei giornali radicali spesso sottoposte a censure e sequestri. Ben rappresentati sono i periodici culturali, dal più antico Biblioteca germanica di scienze, lettere ed arti (1822-1823), di rigorosa impostazione scientifica, ad altri rivolti ad un più ampio pubblico colto. Sono presenti anche testate dedicate ai cultori di pratiche sportive o ludiche. Infine non poteva mancare Il Caffè Pedrocchi, il più celebre e fortunato dei giornali padovani, uscito tra il 1846 e il 1848.

Riprendo dalla presentazione sul sito Internet Culturale.

Vi assicuro che la carne al fuoco è molta e quindi come prima puntata può bastare. Avrete di che curiosare per un bel po’. Buon divertimento.

Matteo Banzola

Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale

Si è concluso da poco il centenario della Grande Guerra con decine e decine di manifestazioni culturali, convegni, pubblicazioni di ogni genere. Grandi autori e opinionisti si sono mobilitati, libri non più in commercio sono stati ristampati, molti di nuovi sono stati scritti. Ne incontreremo qualcuno nelle recensioni.

Anche Internet è stato tra i protagonisti dell’evento. Non poteva non essere altrimenti, dato che oggi gli studenti la prima cosa che fanno per cercare informazioni è digitare qualcosa sui motori di ricerca. Ognuno è figlio del proprio tempo quindi non può fare nessuna meraviglia che le ultime generazioni si comportino in questo modo.

anzi, a mio modo di vedere, è un bene che siano stati realizzati progetti di grande affidabilità. Uno dei più importanti, che si avvale della partecipazione di specialisti di grande levatura è senza dubbio l’International Encyclopedia of the First World War: lo trovate a questo indirizzo: International Encyclopedia of the First World War

Frutto della collaborazione di numerose istituzioni internazionali, coordinate dalla Freie Universität di Berlino e dalla Bayerische Staatsbibliothek con il supporto tecnico della DFG-Deutsche Forschungsgemeinshaft, dopo essere stato annunciato da molto tempo è ora disponibile on line.

Il portale, che raccoglie una quantità davvero enorme di materiale, è di facile intuizione e fruibilità. E’ possibile fare ricerche per Temi, RegioniArticoliAutori e Timeline. Non mancano un Indice, naturalmente, e vengono segnalati gli ultimi articoli caricati.

Bastano quindi informazioni anche sommarie per trovare, attraverso una veloce ricerca incrociata, le informazioni che cerchiamo. Ad esempio, per trovare materiale sulla battaglia di Caporetto si può consultare l’elenco degli articoli, oppure ricercare uno dei protagonisti (Cadorna, ad esempio) o, se ne siamo a conoscenza, l’autore; è possibile sfruttare la timeline concentrandosi sull’anno, o la sezione Regioni per individuare la zona.

Siamo quindi di fronte ad un progetto di prima qualità, continuamente rinnovato e infoltito, che può essere consultato tanto per notizie e nozioni precise quanto per bibliografie aggiornate.

La presenza nelle nostre piazze di monumenti al milite ignoto è la testimonianza immediatamente riscontrabile da chiunque che la Grande Guerra è stato l’evento che più ha inciso sulla memoria di chi la visse (infatti, sebbene sia stata più devastante, mancano monumenti a ricordo della seconda, perché quando scoppiò gli uomini già sapevano che si sarebbe trattato di una tragedia immane).

una splendida collezione di poster, proveniente da vari paesi, è stata messa on line dalla Library of Congress. Oggi si tratterebbe di materiale per collezionisti, ma la Grande Guerra fu anche un grande esperimento di propaganda. vale dunque la pena osservarli bene: https://www.loc.gov/collections/world-war-i-posters/

Grande importanza viene quindi ad assumere uno dei progetti Europeana) Europeana Transcribathon 1914-1918 (Europeana Transcribathon 1914-1918) un progetto crowfounding dedicato alla trascrizione e alla conservazione di materiale inedito relativo alla prima guerra mondiale. Lo scopo è quello di creare un grande archivio digitale. Europeana 1914-1918

(https://www.europeana.eu/portal/it/collections/world-war-I) è infatti il grande portale della biblioteca digitale europea riccamente composto di sottosezioni di documenti, medaglie, manifesti, immagini, film ecc.

Europeana Transcribathon è quindi una sotto serie del più ampio progetto incentrato sulla Grande Guerra, ma che può diventare col tempo ben più di un semplice corredo. Al contrario, il materiale che potrebbe andare a costituire questo archivio digitale, potrebbe divenire facilmente un patrimonio documentario estremamente prezioso per appassionati,  studiosi e appassionati. Già da qualche tempo la storiografia ha cominciato ad occuparsi e ad utilizzare lettere, diari e fotografie come materiale di studio, ma moltissimo resta ancora da fare.

com’è noto, i traumi più gravi provocati dal conflitto si dovettero alle ferite di guerra. Uno dei portali più interessanti sull’argomento lo si deve all’iniziativa congiunta della Medical Heritage Library (medicalheritagelibrary) e dell’Università di Yale le quali hanno dato vita ad un  portale centrato sulla medicina durante la prima guerra mondiale: Medicine in World War I .

Come sempre quando si tratta di progetti di questo genere, gli americani risultano imbattibili. questa sorta di “mostra on line” – in realtà un vero e proprio portale – offre un ampia gamma di argomenti. Come recita l’introduzione, che ho cercato di tradurre, il portale ci guida ad osservare:

la medicina, la chirurgia e l’ assistenza infermieristica in guerra, con testi e immagini tratte dal corpus digitale del MHL. Una notevole quantità di letteratura medica e chirurgica professionale è stata prodotta anche quando il conflitto continuava a infuriare, e molti racconti personali di medici e infermieri e storie di ospedali e unità mediche dell’ esercito sono stati pubblicati anche negli anni immediatamente dopo la guerra. Una selezione di questo materiale viene incorporata nella mostra.

Il portale è suddiviso in diverse grandi categorie: malattie comuni del campo di battaglia e campi; lesioni e dispositivi protesici; nevrosi di guerra e stress; infermieristica militare; e l’ epidemia di influenza spagnola. Sono presenti anche sezioni di riferimenti bibliografici con link a voci della medicalheritagelibrary e una breve lista di altri reperti dedicati alla prima guerra mondiale e alla medicina.

Matteo Banzola

 

 

Historia magistra vitae?

Qualche cenno sull’utilità della storia

La storia è maestra di vita?

Considerati i tempi che stiamo vivendo direi proprio di no. Sembrerebbe che le persone abbiano la spiccata tendenza a dimenticare il passato. In certi contesti ciò non è un male; anzi, al contrario può essere un modo per ricominciare daccapo, ad esempio dopo una guerra civile. Ma in linea generale dimenticarsi del passato non porta bene. Per sapere quale potrebbe essere il proprio futuro prossimo ci si può affidare all’oroscopo o ai cartomanti, ma sarebbe meglio a chiedere qualcosa agli storici. Non perché questi siano indovini o abbiano la verità in tasca, ma perché, per mestiere, sono in grado di indicare quali sono le forze e le debolezze di un Paese o di un continente; sanno indicare quali errori sono stati commessi in passato e cos’è che non ha funzionato o corrisposto alle aspettative.

Invece oggi gli storici sono costretti a confrontarsi oltre che con la naturale tendenza delle persone comuni a dimenticare il passato, anche con lo stranissimo fenomeno di una generazione (l’ultima) che vive completamente staccata dal passato: per un ventenne Andreotti, Reagan o Gorbaciov potrebbero avere la stessa età di Napoleone o Giulio Cesare. L’impressionante accelerazione della tecnologia avvenuta negli ultimi trent’anni ha prodotto cambiamenti epocali e definitivi ad un tempo. E se oggi godiamo della disponibilità di strumenti di conoscenza inimmaginabili fino a pochi decenni fa (basti pensare alle sterminate biblioteche digitali fruibili in rete), ci troviamo nel paradosso di aver a che fare con una generazione che, senza averne alcuna colpa – si ritrova completamente immersa in un presente permanente al cui cospetto il passato non ha nulla da insegnare e nulla da dire.

Biblioteca Nazionale – Parigi
(l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Eppure gli storici sanno bene che le cose non stanno così. La storia è fatta anche di lunghissime e tenaci continuità, sulle quali a volte si innestano rotture, balzi e cambi repentini. Ma continuità e rotture non sono affatto in contraddizione tra loro, così come non lo sono le più sofisticate tecnologie con i più assurdi pregiudizi: i no vax diffondono le proprie assurdità tramite i social.

Così, per limitarmi ad un altro esempio, spesso si legge e si sente ripetere dagli opinionisti che l’Italia si sta scoprendo un Paese impaurito e incattivito dagli effetti negativi della globalizzazione e che reagisce chiudendosi in se stesso rifiutando in modo sempre più esplicito il confronto e l’apertura all’altro, migrante regolare o meno. Vengono spiegati in questo modo il successo di movimenti populisti di varia natura. Naturalmente queste considerazioni contengono dosi di verità, ma lo storico sa bene che da sempre i settentrionali hanno considerato i meridionali come una sorta di barbari africani dagli usi e dal linguaggio incomprensibili. Ma anche sezionando le varie zone in periodi di particolare tensione sociale (guerre, carestie, epidemie), è facile per lo storico registrare lo stesso rifiuto e lo stesso egoismo verso gente delle proprie zone ma che, con la propria presenza, si ritiene minacci salute e risorse.

Non sono gli unici aspetti, ovviamente. Il presente ci dice molto su un popolo che si sente molto più suddito piuttosto che composto di cittadini decisi a voler vedere tutelati i propri diritti; ci dice molto sulla tendenza a ricercare un “uomo forte” che in cambio di un potere più o meno illimitato ci tolga le castagne dal fuoco e risolva i nostri problemi; ci dice di come la tecnologia può integrarsi alla perfezione e irrobustire la democrazia e la partecipazione quanto, all’opposto possa essere un mezzo potentissimo per indebolirla.

Molto altro di sarebbe (e ci sarà) da dire tuttavia, anche se i segnali che stiamo andando verso tempi che volgono al brutto sembrano infittirsi piuttosto che diradarsi, non bisogna disperare. C’è bisogno degli storici e – come ha detto uno dei più grandi scomparso da poco – “c’è bisogno di storici critici. Il mondo non migliorerà certo da solo”.

(Non ho certo la presunzione di cambiare il mondo, ma semplicemente di indicare libri che mi aiutano a capirlo un po’ meglio).

Matteo Banzola