Mettersi a tavola (possibilmente con gusto)

Come ho accennato in un post precedente, l’attenzione degli storici per l’alimentazione e tutto ciò che ad essa si connette ha conosciuto sviluppi importanti negli ultimi decenni: Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare…

In questo articolo il punto di partenza è diverso. Prendo spunto da una mostra realizzata per l’Expo 2015 dalla Soprintendenza archivistica dell’Umbria e delle Marche e dall’Archivio di Stato di Ancona: Tracce di gusto. Fonti per una possibile ricerca sulla storia dell’alimentazione delle Marche. Secoli XIV-XXI. Successivamente la mostra è evoluta in un progetto più ampio con il coinvolgimento di altri archivi e altri enti.

Il portale è strutturato in cinque sezioni: Pane & Pasta, Carne, Pesce, Vino & Bevande Tavola & Cucina. Attraverso le sezioni, che contengono una carrellata di documenti, il lettore/visitatore (virtuale) entra direttamente in archivio. Le schede didascaliche lo guidano nella visita mettendolo così in grado di comprendere le articolazioni di riferimento per il ricercatore e per lo storico: dai primi documenti della prima metà del secoloXVI che parlano dei “macheroni” ai braccianti che per guadagnare qualche soldo in più se ne vanno a lavorare altrove suscitando preoccupazione nelle autorità; dai prezzi del pane, ai primi regolamenti di igiene riguardanti la macellazione di animali e il trattamento della carne.

Al visitatore/lettore di oggi non specialista può sembrare incredibile,  eppure negli Statuti era presente anche una norma per vietare la vendita del pesce avariato, che doveva essere rigettato in mare! Altrettanto sorprendente è un bando anconetano del 1714 in cui al punto 9, dedicato alle carni, si dice che nessun venditore di generi commestibili, pesce incluso, può vendere merci guaste a prezzi maggiori di quelli stabiliti.

Proseguiamo… I libri contabili delle famiglie patrizie e/o possidenti e i lasciti testamentari sono ricolmi di notizie interessanti: dai piatti e bicchieri in cristallo ai gelati e sorbetti. Ma troviamo ovviamente anche tariffe a cui dovranno attenersi gli Hosti, Tavernari, Bettolieri, Locandieri, Vittorini, e simili di Macerata e della Provincia della Marca documenti attestanti l’attenzione per la qualità dell’uva… le notizie ricavate dai documenti sono moltissime.

Mi sono limitato a qualche cenno e a qualche incrocio, ma il materiale presentato e ben corredato è davvero molto: In ogni sezione il visitato può trovare un “racconto”, all’interno del quale si susseguono le immagini della mostra.

Non mancano puntuali riferimenti ad artisti che si sono occupati del tema e alle loro opere l’intera mostra è supportata da una ottima bibliografia per chi volesse approfondire le proprie curiosità.

Tracce di gusto

Periodici e giornali digitalizzati Parte V

Dopo la Digiteca della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea e l’Emeroteca della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, l’Emeroteca della Biblioteca Braidense, l’Emeroteca Digitale Toscana e quella veneta (Periodici e giornali digitalizzati Parte I); esserci spostati in Liguria e in Romagna (Periodici e giornali digitalizzati Parte II); aver fatto ritorno in Lombardia per incontrare la Stampa Clandestina (Periodici e giornali digitalizzati Parte III) e aver scorazzato su e giù per la penisola da Udine a Napoli passando per Reggio Emilia e la Puglia (Periodici e giornali digitalizzati Parte IV), il nostro viaggio tra periodici e giornali digitalizzati prosegue con altri due siti. Il primo riguarda l’Emeroteca Digitale del Molise. Si tratta di uno splendido progetto che ha per oggetto Il fondo Periodici Molisani della Biblioteca Albino di Campobasso. Esso

comprende 761 testate, fra quelle storiche (la prima del 1820), ormai spente, e quelle correnti. Pur non identificandosi con la totalità delle testate impresse nel territorio molisano, è rappresentativo dell’intera produzione locale. Il fondo è una fonte documentaria di primaria importanza per lo studio del recente passato regionale e costituisce un’espressione concreta e tangibile del tessuto sociale, politico, economico e culturale del Molise. Per tali ragioni, la Biblioteca Albino ha riservato un’attenzione particolare a tale materiale.

Attualmente il lavoro di digitalizzazione è ancora in corso. Sono disponibili le immagini dei fascicoli di 219 periodici molisani (comparsi fra il 1820 e il 1958), di cui 72 nati nell’Ottocento.

Tra gli altri si segnalano il “Giornale economico rustico del Sannio” (1820-1838), precoce e interessante strumento di informazione scientifica e di diffusione di tecniche e “precetti di agricoltura, pastorizia, …” condotto da Raffaele Pepe; alcune testate che portano il nome di “Il sannita” legate ai travagli politici e istituzionali del 1848 e degli anni fra il 1860 e il 1865; la “Gazzetta della provincia di Molise” che, come recita il suo sottotitolo, dal 1867 al 1876, è il “Periodico officiale per gli atti del Consiglio e della Deputazione provinciale, e per gli avvisi e le inserzioni che prima si pubblicavano nel Bollettino di Prefettura”.

La consultazione dei periodici digitalizzati è più agevole sfruttando Internet Culturale, pertanto segnalo questo link: Emeroteca Digitale del Molise.

Spostiamoci in Umbria. La Biblioteca Augusta di Perugia ha realizzato

un servizio di consultazione online dei periodici storici locali editi in Umbria dalla fine del Settecento alla metà del Novecento.

Si possono visualizzare e sfogliare virtualmente giornali storici di informazione generale con cronaca locale, periodici umoristici o satirici, riviste culturali tra le più significative nel dibattito culturale umbro, materiali che la biblioteca possiede in raccolte complete e spesso esclusive, molto richiesti e consultati per ricerche storiche e ricostruzioni di avvenimenti locali.

Il numero delle periodici digitalizzati è notevole. Per la consultazione è necessario installare il plug-in DjVu: Emeroteca Digitale della Biblioteca Augusta di Perugia.

Buona navigazione.

Recensione: Mauro Forno Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano

La storia del giornalismo italiano è stata studiata da un notevole numero di storici e gode di una vasta e spesso eccellente bibliografia. In questo libro Mauro Forno analizzando il rapporto tra informazione e potere affronta in modo sistematico e articolato un aspetto che solo parzialmente è stato finora studiato.

Dopo una succinta carrellata sull’evoluzione della stampa in alcuni Paesi europei, Forno entra nel vivo della trattazione individuando nel Primo emendamento della Costituzione di Filadelfia e nei Diritti dell’Uomo che vietavano la prima la limitazione al diritto di informazione e sancivano con la seconda la libertà di espressione, la nascita della stampa contemporanea.

L’Italia conobbe una prima fioritura di giornali e quotidiani nei primi decenni dell’Ottocento, tanto che lo Statuto Albertino (1848) regolamentò la stampa sotto vari aspetti. Comincia però da questa data un fenomeno di lunga durata che ha caratterizzato (e per certi aspetti caratterizza ancora oggi) la stampa italiana: il “potere di intrusione dell’esecutivo” nelle testate (p. 17), il favorire la stampa “amica” e il vigilare, non di rado con forti pressioni, su quella critica o di opposizione.

Dall’Unificazione al fascismo

Lo Stato unitario ereditò la legislazione sabauda che venne estesa a tutta la penisola e i giornali furono indirizzati a sostenere l’azione dei governi e dello Stato reprimendo al contempo le voci di dissenso. Voci per altro modeste e poco numerose dal momento che il Paese era afflitto da un altissimo grado di analfabetismo.

Grazie a questa combinazione la stampa rimase strettamente legata ai gruppi dominanti nel Paese e ai governi i quali si predisposero a controllare la vita interna delle redazioni ponendone il controllo al Ministero degli Interni. Non sorprende quindi di assistere, durante i due ministeri guidati da Crispi, a un reciproco scambio di favori tra l’Agenzia Stefani e il governo: la prima si impegnò a non diramare notizie “lesive agli interessi nazionali” ottenendo in cambio la garanzia di abbonamenti da parte di tutte le prefetture del Regno.

L’età giolittiana è considerata il periodo più liberale e democratico che l’Italia abbia conosciuto prima dell’avvento del fascismo. Sia pure con qualche riserva ho sempre concordato con questa interpretazione. Riserve che, a quanto Forno fa emergere, appaiono motivate. Nel corso dei suoi ministeri, Giolitti garantì finanziamenti occulti alla stampa cosiddetta indipendente per ammorbidire critiche e opposizione. Lo stesso atteggiamento fu adottato da Salandra che nello stesso modo finanziò la stampa affinché favorisse l’interventismo in occasione della Grande Guerra e non ponesse critiche particolarmente incisive in relazione all’operato del Governo che si apprestava ad introdurre alcune limitazioni.

Una volta entrata in guerra i governi si attivarono per neutralizzare la stampa “disfattista” (in particolare quella socialista), introdussero la censura su notizie militari non comunicate da fonti ufficiali. Inoltre, essendo il conflitto un’ottima occasione – ampiamente sfruttata – per gli affari dei maggiori gruppi industriali, questi rafforzarono il loro controllo sulle testate tanto che, a guerra conclusa, avevano realizzato una fitta rete di controlli sulla stampa indipendente.

Il ventennio fascista

Se è indubbio che una volta giunto al potere Mussolini lavorò assiduamente e con accortezza per sottomettere la stampa alle direttive del regime, d’altra parte si deve riconoscere da quanto detto fin qui che il suo lavoro era, almeno in parte, già incanalato dai governi precedenti. Il regime sottopose la stampa ad un controllo minuzioso e sistematico. Fu un processo che avvenne per gradi e che richiese parecchio tempo per giungere a compimento.

La riorganizzazione dell’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio, che divenne il centro dell’azione di governo, sancendo il favore o lo sfavore delle varie testate; raccogliendo notizie riservate su direttori e giornalisti; il ridimensionamento progressivo fino alla chiusura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi), in pratica sostituita dal fedele Sindacato Nazionale dei Giornalisti (Snfg) e una politica di accordo e intimidazione verso gli editori dei giornali furono le tappe attraverso le quali il Regime pose sotto il proprio controllo la maggior parte della stampa italiana. A questo proposito l’A. ricorda giustamente che la fascistizzazione della stampa non fu completa. Lo dimostra il fallimento della scuola fascista di giornalismo diretta dal fedelissimo Amicucci e chiusa dopo solo tre anni di attività, e l’ammissione dello stesso Amicucci secondo il quale continuava a sopravvivere una stampa “nazionale” ma non perfettamente allineata al regime (pp. 118-119): furono soprattutto ragioni di prestigio a lasciar libere di scrivere le firme più prestigiose (p. 96).

In ogni caso tra la seconda metà degli anni Venti e i primi anni Trenta il numero delle testate diminuì, nonostante si assista al curioso fenomeno dell’aumento delle tirature. Un fatto dovuto all’intraprendenza e alla inventiva di direttori e giornalisti che si diedero ad una operazione di rinnovamento – nella forma, ma non nei contenuti – per scongiurare la fuga dei lettori, temuta a causa del grigiore e della uniformità delle notizie. Nacquero così rubriche per donne e bambini, impaginazioni nuove con foto a colori, quiz ed altre forme di intrattenimento.

In questo senso e anche per quel che riguarda i rotocalchi l’ispirazione veniva dal di fuori: dalla Francia e dagli Stati Uniti. Questi giornali mantennero un proprio pubblico in quanto rivolte a lettori che si mantenevano distanti dalle questioni politiche e chiedevano uno stile leggero e accattivante.

Stampa cattolica, regime e cultura

Dopo l’avvento del regime la stampa cattolica attestata su posizioni schiettamente antifasciste si ridusse ad una manciata di testate. Com’è noto, a partire dal 1923, le gerarchie cattoliche guardarono con simpatia all’instaurarsi del regime ritenendo il fascismo un partito che era stato capace di contrapporsi vittoriosamente al socialismo e che si dimostrava moralizzatore dei costumi.

Tuttavia, l’A. ha ragione nel mostrare il dato essenziale e cioè “la […]  presenza [della stampa cattolica] all’interno di uno Stato dittatoriale, con una propria impostazione e con obiettivi sostanzialmente distinti” da quelli del regime (p. 114). Ciò, naturalmente, non impedì alla netta maggioranza dei giornali cattolici di adeguarsi. Mussolini fu attento ad accaparrarsi l’appoggio di queste testate facendo loro pervenire cospicui finanziamenti. In sostanza, “la Chiesa accolse con sostanziale soddisfazione la positiva disposizione del regime a una caratterizzazione in senso confessionale dello Stato, in vista di una restaurazione cattolica del Paese” (p. 116). Non a caso, la massima vicinanza tra regime e stampa cattolica si ebbe in occasione della conquista dell’Etiopia, con la civilizzazione dei barbari, e con la guerra
civile di Spagna, contro i comunisti atei.

Con il consolidamento del regime, la terza pagina conobbe un periodo di rigoglio. Molte testate aprirono dibattiti culturali importanti, occupandosi e presentando letteratura europea e mondiale; altre ospitarono scritti e recensioni di scrittori e intellettuali ancora giovanissimi. Sui temi riguardanti la cultura, dunque, le testate più importanti mantennero un minimo di indipendenza, tollerata dal regime sia per ragioni di prestigio e di vantata magnanimità. Un atteggiamento che da un lato, come riconoscevano i fascisti moderati, consentiva ai giornali di tenere alte le tirature; dall’altro scontentava i più intransigenti. Di fatto, il regime si accontentò dell’acquiescenza degli intellettuali e rinunciò ad impegnarsi nell’imposizione di un’arte di Stato.

L’ascesa di Galeazzo Ciano e la creazione del Ministero della Cultura Popolare segnarono una svolta nella politica del regime verso la stampa. Per la creazione del Minculpop Ciano si ispirò alla Germania nazista.  Le veline furono lo strumento pratico, le istruzioni diramate alla stampa con le quali il Minculpop orientava, indicava, proibiva cosa pubblicare e come farlo. L’ingerenza del Minculpop divenne tale che trasformò in “puro esercizio burocratico il lavoro dei direttori e dei giornalisti” (p. 125). Nonostante il livello ineguagliato di pervasività, l’efficienza del Minculpop fu tutt’altro che perfetta: il Ministero non si era dotato di un personale opportunamente selezionato e capace; dovendo assecondare gli umori volubili di Mussolini e dei gerarchi e il conseguente timore di sbagliare faceva sì che in molti rinunciassero ad ogni iniziativa.
Alla metà degli anni Trenta il progresso tecnologico aveva portato alla diffusione di nuovi strumenti (radio, cinema, cinema a colori) in grado di raggiungere chiunque e di coinvolgere l’intera società, analfabeti compresi. I regimi totalitari furono molto sensibili e pronti ad appropriarsi delle nuove forme di comunicazione di massa per la manipolazione del consenso.  Il fascismo intuì immediatamente il potenziale della radio e ne agevolò la diffusione. Dal 1929 furono introdotti i radiogiornali a cui furono affiancate le radiocronache e i discorsi di Mussolini. Nel 1924 nacque l’Istituto Luce: dal 1926 i cinegiornali furono obbligatoriamente proiettati in tutti i cinema prima del film.

La seconda guerra mondiale fu segnata da un uso massiccio dei mass media; controllo e vaglio dell’informazione furono rafforzati e, nel caso del fascismo, si verificò una manipolazione e falsificazione della realtà senza precedenti. Per il regime l’operazione funzionò fin quando la guerra fu favorevole alle forze dell’Asse. Quando la situazione si rovesciò la forbice tra realtà e propaganda divenne troppo ampia per continuare ad essere credibile (vedi le ammissioni di Giovanni Ansaldo, p. 136).

Il Dopoguerra

Dopo l’8 settembre numerosi giornalisti presero le distanze dalle testate in cui avevano lavorato (non di rado assicurando fedeltà al giornale) mentre quelli che tornarono al lavoro cercarono di cautelarsi rifiutando di firmare gli articoli o ricorrendo a pseudonimi. Amicucci parlava apertamente di deresponsabilizzazione. È un aspetto sul quale l’A. giustamente insiste portando documenti e testimonianze importanti (pp. 141-43). Le defezioni aprirono i percorsi più diversi: ritorni, allontanamenti definitivi, cambi di fronte.

La stampa resistenziale – dal volantino al giornale murale al giornale di brigata – aveva lo scopo di rafforzare “il senso identitario e di appartenenza del fronte antifascista e di farsi strumento di pedagogia democratica […]. Costante fu anche il suo sforzo di costruire un’immagine della Resistenza come mondo separato e incompatibile con quello nazista e fascista” (p. 144).

Con l’arrivo degli angloamericani riprese via se non la stampa libera, almeno una stampa non più soggetta al controllo asfissiante del Minculpop. I controlli degli Alleati, naturalmente, rimasero (attraverso il Pwb), ma si allentarono con la firma della resa incondizionata.

La liberazione di Roma segna un passaggio importante: l’Eiar fu trasformata in Rai; i giornali si moltiplicarono. Nelle regioni del Nord si pose il problema della sopravvivenza delle maggiori testate compromesse col fascismo. Il “vento del nord”, il rinnovamento portato dalla Resistenza, durò poco: il 1945 conobbe un’esplosione di giornali, ma se alcuni iniziarono un percorso di decenni, quasi tutti ebbero vita breve se non brevissima.

Soprattutto, sia gli Alleati, sia i vecchi proprietari delle testate premevano per far risorgere le grandi testate. In breve tempo riapparvero con nuove titolazioni e partì un’operazione restauratrice che estromise direttori rinnovatori e reimbarcò giornalisti compromessi col fascismo.

La Costituzione introdusse novità importanti, garantendo la libertà di parola e di stampa, ma rimasero in auge provvedimenti restrittivi e le ampie possibilità di ingerenze del governo (pp. 148-49). In ambito giornalistico, “l’epurazione […] fu decisamente blanda” (p. 150): mentre la categoria rivendicava – e otteneva – privilegi e garanzie acquisite durante il ventennio, tutte le maggiori firme tornarono al proprio posto (esemplare il caso di Amicucci, p. 151, vedi le considerazioni a p. 152).

L’A., vede nel passaggio dal fascismo alla Repubblica una continuità riscontrabile in molti settori dell’amministrazione, ma che ha tratti specifici e significativi in ambito giornalistico. C’è un “filo rosso” che lega l’Ufficio informazioni attivato da De Gasperi all’interno del Ministero dell’interno a quelli del periodo liberale: una continuità, dunque, molto robusta e tenace (pp. 153-54).

Nell’Italia repubblicana il controllo politico sulla stampa e sui giornalisti proseguì con l’Ufficio informazioni (alle dipendenze della Presidenza del Consiglio), costruito sulla falsariga del soppresso Minculpop, diretto da un ex funzionario del Minculpop stesso (Gastone Silvano Spinetti). In breve tempo, tutte le vecchie testate – e gli antichi proprietari – tornarono sulla scena.

“In quasi tutti i gangli strategici del settore dei media, nel secondo dopoguerra si espresse […] una diffusa tendenza alla perpetuazione degli uomini e delle strutture” (p. 156). Ad un anno dalla fine della guerra lo schieramento moderato si era nuovamente rafforzato sia nelle proprietà delle testate, sia per quel che riguarda i giornalisti; una situazione che si stabilizzò dopo la vittoria della Dc nelle elezioni del 1948. Gruppi imprenditoriali e bancari si mossero per entrare in possesso delle testate di Napoli, Bologna, Firenze, non tanto per spirito affaristico – la tiratura restava inferiore a quella degli anni Trenta -, ma, “ancora una volta”, per usare la stampa “come merce di scambio politico” (p. 159).

Boom economico

Per quanto riguarda gli altri media, furono anni di successo per la radio: il “giornale radio” della sera divenne ben presto un appuntamento fisso per moltissimi italiani. Come per la carta stampata, anche la radio fu sottoposta ad una vigile sorveglianza da parte delle autorità.

Lo stesso discorso può essere fatto per la televisione, subito sottoposta dalla Dc a rigide prescrizioni nella scelta delle notizie e ingessate formalità nell’esposizione delle stesse. Controllo tanto più efficace in quanto essa divenne immediatamente il mezzo principale attraverso cui gli italiani, poco inclini all’acquisto dei quotidiani, traevano informazioni. “Era d’altra parte molto difficile poter ipotizzare un’impostazione diversa da un soggetto in cui erano confluite le esperienze professionali e le tecniche di giornalismo […] formatesi e maturate durante il fascismo” (p. 167). Continuità destinata a durare a lungo nonostante qualche piccola, timida apertura a partire dai primi anni Sessanta. Negli stessi anni la cosiddetta Confintesa (Confagricoltura, Confindustria e Confcommercio), “il principale centro di potere di sentimenti conservatori”, controllava oltre i tre quarti della stampa quotidiana (p. 174). Tuttavia, l’A. ricorda che la costituzione dell’ordine dei giornalisti nel 1963 intaccò in parte il potere assoluto degli editori sulla scelta dei collaboratori.

Con l’affermarsi della Tv “prese progressivamente corpo un nuovo mito giornalistico destinato a una lunga fortuna: quello secondo cui il telegiornale, offrendo la prova visiva dei fatti, non poteva mentire agli spettatori” (p. 169).

Gli anni Sessanta costituirono dunque una svolta: si effettuò in quel periodo il sorpasso della Tv sulla carta stampata: nel 1965 il numero dei quotidiani scese a 86 (erano 93 cinque anni prima), anche se la concorrenza della Tv ebbe il salutare effetto di migliorare il “livello dell’informazione dei giornali” (p. 169).

Il fascismo aveva istituito l’ordine dei giornalisti “per rendere possibile un efficace controllo politico sugli iscritti” (p. 171). “Nel secondo dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, nonostante la legge provvisoria n. 47 dell’8 febbraio 1948 e l’articolo 21 della Costituzione, una parte della legislazione fascista sulla stampa non fu rimossa”: restarono in vigore articoli del Codice Penale e del Testo Unico di Sicurezza del 1931 (p. 171). Solo con la legge n. 69 del 1963 vennero eliminate alcune disposizioni del tutto incompatibili in una democrazia. Ma l’approvazione della legge 69 non incise in profondità: a distanza di venticinque anni, una buona parte dei giornalisti riteneva essenziali “le relazioni politiche con uomini influenti”, i legami di parentela e l’essere portavoce di personalità legate al potere per l’accesso alla professione e per fare carriera. Va detto, comunque, che si tratta di caratteri riscontrabili in molti altri Paesi (p. 172).

Di questa fedeltà l’A. dà conto con osservazioni puntuali. Negli anni dell’autunno caldo e della contestazione giovanile e studentesca, coincidenti con l’inizio della strategia della tensione, molti organi di stampa furono accusati di alterare le regole del gioco democratico. Erano accuse in parte giustificate o che contenevano una parte di verità: parte della stampa, anche nelle testimonianze di ex giornalisti, era effettivamente a servizio di gruppi di potere economico o politico (pp. 178-79): l’articolo di fondo era “un pezzo tutto impostato per piacere agli «addetti ai lavori»”; il giornalista politico aveva un rapporto di dipendenza e interdipendenza con politici e altri uomini di potere i quali erano i suoi lettori abituali.
Quest’uso strumentale della stampa cominciò ad essere vivamente contestato dall’emergente – e poi radicata negli anni Settanta – sinistra extra-parlamentare, dedita a quella che veniva denominata controinformazione. Erano atteggiamenti che reclamavano una diversa deontologia professionale dei giornalisti e si trattò di una spinta che venne in parte recepita, fatta propria e rivendicata dai giornalisti stessi. La subalternità al potere politico ed economico fu pagato a caro prezzo dai giornalisti dopo l’affacciarsi del terrorismo rosso: tra il 1977 e il 1980 una decina di giornalisti furono gambizzati, feriti o uccisi.

Dunque, gli anni Sessanta e Settanta fecero registrare novità e cambiamenti e fortissime continuità. A sinistra nacquero Il Manifesto e Lotta Continua. Per quel che riguarda i grandi giornali si verificarono chiusure di testate storiche, vendite, cessioni, compartecipazioni all’ombra del mondo degli affari e della grande industria. Ancora una volta, “furono […] i finanziamenti dei grandi gruppi industriali e finanziari a garantire la nascita o sopravvivenza di grandi testate”, nonostante l’aumento notevole dei costi di produzione. D’altra parte, per fronteggiare questo problema, la legge n. 172 del 6 giugno 1975 introdusse i finanziamenti pubblici – statali, non occulti, ufficialmente soppressi fin dai tempi del governo Badoglio, ma ancora in auge.

Verso l’attualità

Ancora negli anni Settanta la Tv restava ancora sotto il fermo controllo del governo – e quindi del partito di maggioranza, la Dc. In Italia, dunque, la Tv continuò ad essere tenuta “sotto il controllo dell’esecutivo […] solo a partire dalla legge 103 del 14 aprile del 1975, denominata Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva, la caratterizzazione della Rai come «latifondo democristiano» fu concretamente – se pur parzialmente – scalfita. La riforma sottrasse infatti al governo una parte del suo potere di controllo, trasferendolo al Parlamento attraverso la costituzione di una commissione di vigilanza”. Fu l’inizio di un minimo di pluralismo che più tardi sarebbe sfociato nella lottizzazione tra i maggiori partiti (pp. 195-96).

Gli anni Settanta videro l’esplosione delle radio libere e, dopo l’approvazione della legge n. 202 del 28 luglio 1976, anche della Tv locali. Radio e tv sopravvivevano grazie ai costi contenuti di attivazione e agli introiti pubblicitari; avevano tuttavia un bacino di utenza limitato.

La moltiplicazione delle Tv, l’avvento del colore e del telecomando cominciarono a provocare le prime crepe nell’assoluto dominio della Rai e a rovesciare il rapporto tra televisione di stato e cittadini: se fino a quel momento la prima aveva imposto il proprio ruolo pedagogico-politico ai secondi, ora era la Rai ad iniziare a rincorrere i gusti del pubblico. Un pubblico che, grazie alla possibilità di captare emittenti estere, iniziava a fare confronti e a formarsi un proprio gusto. Quando, nel luglio 1976, la sentenza della Corte di Cassazione n. 202 legalizzò le trasmissioni televisive via etere delle reti private a livello locale, si avviò la corsa degli imprenditori al possesso del nuovo mezzo.

Fu Silvio Berlusconi ad emergere. Egli riuscì a “sbaragliare la concorrenza” (p. 200) e in breve tempo riuscì a dar vita a tre emittenti nazionali. La situazione, fortemente anomala, fu legalizzata da una legge nel 1985 dal governo Craxi.

La consistente riduzione dei tempi e dei costi di produzione, favorita negli anni Ottanta dai rapidi sviluppi di nuove tecnologie, come la teletrasmissione e la fotocomposizione, aprì una fase nuova per la stampa, che si diffuse anche nelle piccole città e incrementò gli introiti dei proprietari delle testate.
Di fronte a questa situazione, caratterizzata da grandi concentrazioni editoriali e dalla proprietà dei principali quotidiani da parte di pochi gruppi, fu promulgata la legge n. 416 del 5 agosto 1981, con cui fu stabilito il limite massimo e regolamentato l’intervento statale per il sostegno della stampa di partito: una disciplina che dieci anni dopo fu estesa al sistema radiotelevisivo pubblico e privato con la legge n. 233 del 6 agosto 1990. La normativa antitrust non riuscì a scalfire il predominio di poche concentrazioni editoriali. l’A. giunge così a concludere che, con il nuovo millennio, la situazione è rimasta inalterata per la presenza dei medesimi azionisti nelle maggiori aziende dei diversi settori.

Osservazioni conclusive

Questa recensione è forse fin troppo lunga. Ma questo Informazione e potere di Forno è un libro importante, oltre che ben scritto e ottimamente documentato.

È un libro che dice molto sulle strutture portanti del nostro Paese, sulla sua classe dirigente, sulla professionalità (in alcuni casi esemplare e cristallina, in molti altri dubbia) di un ceto professionale e su tanti nodi irrisolti della nostra storia. Abituati come siamo ormai a dibattiti che sembrano sempre più una serie di tweet infarciti di banalizzazioni imbarazzanti, questo libro dovrebbe invece essere letto attentamente da chi ci governa, da chi aspira a farlo e anche da noi governati.

Insomma, io lo raccomando. Buona lettura.

Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare…

Negli ultimi anni l’attenzione degli storici si è intensificata: il cibo come cultura, come convivialità, le paure alimentari, come sintomo di disagi più profondi e altri aspetti ancora fanno del cibo, della tavola, delle ricette, della conservazione ecc. un mondo che riserva molte sorprese.

Per lungo tempo nel nostro Paese e per larghissime fasce della popolazione, mangiare ha coinciso col bisogno fisiologico di placare la fame. Anche in epoche in cui le carestie non erano più uno spettro che turbava la vita dei contadini e dei più poveri, in determinate circostanze la fame si ripresentava, come nel caso delle guerre.

Mangiare per vivere, dunque. Ecco quindi l’utilità di uno splendido portale dal titolo più che significativo: guerra inFame. In realtà questo portale ospita una quantità di saggi che vanno ben oltre la contingenza dei conflitti.

Il modo migliore per presentarlo è quello di lasciare la parola ai curatori:

GuerrainFame è un progetto dedicato ai temi dell’alimentazione in Italia, nel periodo che va dalle due guerre mondiali agli anni Ottanta del Novecento.

Le guerre mondiali sono il punto di partenza dell’analisi perché configurano scenari in cui l’approvvigionamento alimentare – militare e civile – attiene con forza a scelte di politica interna. Tendere all’autosufficienza, sanzionare gli scambi internazionali, affamare il nemico, rendere impossibile la sua vita quotidiana sono a tutti gli effetti strategie di guerra: gli Stati europei sono costretti a misure straordinarie di produzione, ammassi, requisizioni, razionamenti (in molti casi, una volta terminata la fase di emergenza si osserva il permanere di una pratica d’intervento già sperimentata e convertita a finalità di crescita). Tutto ciò ha un effetto potente non solo sulle economie di riferimento, ma anche sulla vita degli individui, chiamati a un impegno di cittadinanza e di patriottismo che passa anche attraverso ciò che si mette in tavola o si consuma.

Penuria e crescita, fame e abbondanza si avvicendano nel corso del Novecento quasi senza soluzione di continuità. La popolazione civile che ha sofferto la fame negli anni 1943-1945 si affaccia al dopoguerra con un desiderio di rimozione potente che passa anche attraverso il desiderio e il consumo di cibo. La storia d’Italia negli anni del boom economico è anche questo fare per la prima volta i conti – e a pochi anni dall’esperienza di una miseria indicibile – con una società del benessere entro cui la nazione si ritaglierà un proprio spazio nella produzione alimentare d’eccellenza. Fino a un presente in cui alcuni prodotti regionali italiani – molti di origine emiliano-romagnola – sono vere e proprie bandiere del Paese entro gli scenari globali.

Per mettere a fuoco questa complessa vicenda il portale – in continua espansione – è strutturato in tre macro-sezioni:

Nella sezione Cibi di guerra: 1915-1945 è possibile consultare materiali multimediali (filmati d’epoca, immagini) e documenti. Le risorse sono collocate in tre scenari cronologici che illustrano le strategie attraverso cui l’Italia ha affrontato i problemi dell’alimentazione nell’extra-ordinaria quotidianità dei due periodi bellici. Temi centrali sono la produzione del cibo, l’approvvigionamento della popolazione civile e dei soldati nei fronti di guerra, le politiche di razionamento e le strategie messe in atto per sopravvivere o, nei mesi immediatamente successivi ai trattati di pace, provare a ricominciare. Questioni attinenti, e capaci di ampliare l’analisi oltre i periodi bellici, riguardano le politiche di salvaguardia dei prodotti dell’economia nazionale e il loro impatto sui consumi. Le trasformazioni che la guerra comporta si proiettano, infatti, nelle fasi successive, mutando considerevolmente gli aspetti della vita quotidiana.

Nella sezione Cibo e pratiche alimentari nell’Emilia Romagna del Novecento la scala territoriale si restringe al contesto regionale, mentre si amplia la periodizzazione che abbraccia per intero il XX secolo. Da una linea del tempo si aprono approfondimenti dedicati a temi rilevanti su scala provinciale: si tratta di brevi schede, corredate da materiale multimediale, che permettono di inquadrare specificità territoriali legate alla produzione e al consumo alimentare.

La Mappa geo-storica-gastronomica permette un viaggio di approfondimento fra alcune specialità regionali: paste ripiene e salumi. Le fonti per la rilevazione del dato territoriale, calato nella storia del Novecento, sono le tre Guide Gastronomiche che il Touring Club Italiano ha pubblicato rispettivamente nel 1931, nel 1969 e nel 1984. La comparazione dei dati ha permesso di rappresentare uno spaccato geografico regionale di un certo numero di produzioni tipiche nell’arco di cinquant’anni: ogni voce permette di identificare, localizzare e cogliere diffusione e caratteristiche salienti del prodotto, così come il Touring Club Italiano l’ha rilevato e rappresentato. La particolare natura della fonte – attenta alla valorizzazione della risorsa agricola e del prodotto alimentare – permette di identificare le specialità come veri e propri oggetti storici, perfettamente calati nel tempo di riferimento, ma anche in evoluzione costante nel cinquantennio di riferimento.

Altre risorse aggiuntive sono: un Dizionario tematico, una sezione dedicata a Ricette e ricettari, uno spazio dedicato alle Attività didattiche sul tema cibo e una Bibliografia.

Per integrare le ricette e i ricettari di GuerrainFame con altre pubblicazioni ci si può rivolgere alla sezione Stampati e poi Libro Moderno della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, che offre decine di opere sull’alimentazione. A semplice titolo di esempio troviamo:  Cucina in tempo di guerra : 250 ricette di cucina e vari consigli pratici per preparare una buona mensa.

Tuttavia, come ho accennato in apertura, il tema del cibo si presta a molti altri aspetti. Ecco allora titoli di cucina locale: Cucina triestina : metodo e ricettario pratico economicoLa cuciniera genovese, ossia La vera maniera di cucinare alla genovese ravioli, lasagne, tagliolini … oppure La cusinna de Milan : quatter ricett, quatter scherz, quatter penser; testi che insegnano buone maniere: L’arte di convitare spiegata al popolo (un popolo bambino e un po’ rozzo, evidentemente…) oppure testi che camminano a braccetto con la salute e la medicina: La cuoca medichessa: Dietetica e ricetteLa cucina degli stomachi deboli, ossia Pochi piatti non comuni, semplici, economici e di facile digestione : con alcune norme relative al buon governo delle vie digerenti e molti altri incentrati sulla conservazione degli alimenti, sulle buone maniere, sulla cucina vegetariana ecc.

Vi è venuta fame per caso?

Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia

Come ho accennato recensendo il bel libro di Paolo Giovannini Recensione: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918), la storia della psichiatria e delle istituzioni manicomiali sta conoscendo da più di un decennio un ritorno significativo ed importante.

Una prova ulteriore di questo rinnovato interesse, innervato ma metodologie di ricerca innovative e molteplici è il portale Carte da legare. Archivi della psichiatria in Italia, un

un progetto della Direzione generale archivi del Ministero dei beni e delle attività culturali nato per proporre una visione organica di tutela del patrimonio archivistico di queste istituzioni. Ancora negli anni Novanta del secolo scorso, tranne in poche situazioni virtuose, questo patrimonio era sostanzialmente trascurato e in molti luoghi correva un serio rischio di dispersione, quando non di distruzione. L’attenzione delle Soprintendenze archivistiche e le iniziative di alcune realtà che avevano accompagnato la dismissione delle strutture con la messa in sicurezza degli archivi hanno trovato nel progetto un luogo istituzionale di sintesi e di risorse economiche.

Un’operazione di recupero fondamentale che ha (in gran parte) evitato la dispersione di un materiale ricchissimo non solo per la ricostruzione della storia dei manicomi, ma anche, attraverso le molteplici fonti documentarie che ai manicomi venivano rivolte: statistiche, lettere dei ricoverati e dei famigliari, informazioni dei medici condotti, rapporti con le autorità statali periferiche (sottoprefetture, prefetture, comuni), Opere Pie, forze dell’ordine ecc. Gli archivi ospedalieri e manicomiali sono vere e proprie miniere di informazioni e di storia da riscoprire.

Carte da legare diventa quindi un punto di riferimento indispensabile che si rivolge non soltanto agli specialisti, ma anche ai semplici cittadini curiosi di approfondire una tematica dolente:

Gli ospedali psichiatrici hanno ospitato e prodotto sofferenza. Essa si è depositata nella memoria degli uomini e delle donne che ci sono passati attraverso ma anche in quella materiale: strutture architettoniche, archivi, biblioteche, collezioni, strumentari, suppellettili sanitarie. Tutto parla della particolare comunità di persone che ha popolato le “cittadelle della follia”, i ricoverati reclusi, innanzitutto, i medici e gli infermieri.

Della necessità di questa attenzione da parte di tutti (e, aggiungo, soprattutto da parte di chi, sbagliando, vorrebbe riaprire strutture tutto sommato simili), gli organizzatori di Carte da legare ne sono perfettamente consapevoli.

Tra le voci di approfondimento non mancano infatti rimandi alle Cartelle Cliniche, a Storie di vita, a Materiali e link, a Multimedia e Progetti Correlati. Si può allora confrontare il materiale qui raccolto con le relazioni  e gli scritti degli psichiatri contenuti nelle riviste che ho indicato in un articolo precedente: Riviste italiane di psichiatria e psicologia (fonti). Chi si inoltrerà nella lettura avrà modo di cominciare a misurare la distanza tra il modo in cui la psichiatria italiana presentava se stessa e la drammatica (e spesso sconvolgente) realtà.

Carte da legare è un progetto importante e meritevole di attenzione partecipe.

Buona navigazione: Carte da legare

Gran Tour e viaggiare in Italia

Il tema del viaggio è vastissimo e può essere affrontato e studiato da molte prospettive. Io stesso me ne sono occupato in un saggio, per un aspetto forse tra i meno noti: i viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864) https://independent.academia.edu/Banzola.

Le molteplici implicazioni inerenti al viaggio mi interessano e me ne occuperò a più riprese. Nell’attesa di avere tempo di recensire testi incentrati sul Gran Tour e sul viaggio in generale, inizio ad affrontare l’argomento segnalando due progetti molto interessanti e ben fatti.

Il primo riguarda una selezione di volumi del Fondo Tursi presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Si tratta di testi pubblicati dal Cinquecento alla fine dell’Ottocento. Siamo di fronte ad un.

itinerario storico e pittoresco in un’Italia vista attraverso gli occhi di viaggiatori stranieri, di volta in volta attratti e affascinati dalle sue bellezze artistiche e ambientali e al contempo capaci di coglierne i forti contrasti sociali: dalla descrizione del Lazio di Athanasius Kircher alle Lettere di Rabelais, dalle Observations sur l’Italie di Pierre-Jean Grosley alle lettere di Lady Mary Wortley Montague.
Il Fondo Tursi – che raccoglie 26.000 documenti, fra libri, opuscoli, stampe e raccolte di articoli – fu donato alla Biblioteca Marciana nel 1968 da Angiolo Tursi (Taranto 1885- Venezia 1977).

[…]
Nel Fondo si trovano resoconti di viaggio di autori stranieri –  [ma alcune per alcune opere è disponibile la traduzione in italiano] letterati, politici, artisti, storici dal XVI al XX secolo – opere di interesse storico documentaristico, raccolte di stampe, oltre ai testi letterari di quegli autori che maggiormente subirono il fascino della cultura e dell’ambientazione italiana nelle loro opere.

Questo fondo è confluito nella sezione nella sezione Viaggi e viaggiatori nel mondo della Biblioteca Beic: Biblioteche Digitali.

Il secondo progetto è uno splendido portare realizzato dalla Biblioteca Nazionale di Firenze Gran Tour. Strutturato in quattro grandi sezioni (Il Racconto, Le Fonti, Itinerari, Indici), a loro volta segmentati in varie sottosezioni che scompongono l’argomento per temi, autori, testi, periodici, mappe, città ecc. Tra l’altro, utilissima, è disponibile una vasta e aggiornata bibliografia di carattere storiografico.

Insomma, Venezia e Firenze ci regalano la possibilità di inoltrarci su uno degli aspetti più caratterizzanti, durevoli e affascinanti della vicenda umana: l’impulso ad andare a vedere le cose di questo mondo. Ora abbiamo la possibilità di vedere come lo faceva chi ci ha preceduto: godiamocela…

Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parte

Nel corso degli anni la Fondazione Feltrinelli è diventata uno degli enti di riferimento per gli studiosi e gli appassionati di storia. Grazie al web il suo portale ospita una molteplicità di temi, di progetti e di materiale che si dipana in diverse direzioni di ricerca e che risulta estremamente utile oltre che assai ricco.

In questa occasione intendo riferirmi in particolar modo ad uno dei primi progetti realizzati, la Biblioteca Digitale Fondazione Feltrinelli propone

Cinque percorsi guidati (Diventare NazioneEssere italianiFare gli italianiGli altri italianiCostruire la Nazione) facilitano l’accesso ai diversi linguaggi — politica, economia, letteratura, musica, teatro — e ai modi nei quali dall’inizio dell’Ottocento fino alla formazione dello stato unitario è nata l’idea di nazione italiana e come questa idea di nazione è stata riletta e declinata nel secondo Novecento dalla letteratura, dal cinema e dagli studi storici, che si sono misurati sui temi dell’identità nazionale e dello sviluppo economico, sociale e culturale del paese.

Presentarli tutti assieme diventerebbe troppo prolisso anche perché sono centinaia gli opuscoli e le fonti contenute nella Biblioteca Digitale Fondazione Feltrinelli.

D’altra parte, la scansione tematica facilita grandemente la possibilità di approfondire le tematiche che più interessano in lettore.

Nella prima sezione – Diventare Nazione – abbiamo a disposizione 85 testi con opere di Cavour, Pisacane, Pellico, Pisacane, Mazzini, Gioberti, D’Azeglio e altri ancora. Di notevole interesse anche le opere straniere, francesi e inglesi. Un corpo di opere, questo, che mette in primo piano le figure di spicco, più famose e studiate – per così dire i padri fondatori – del nostro Risorgimento, muovendo direttamente dai loro pensieri e dalle loro elaborazioni. Vi sono anche due opere storiografiche di Franco Della Peruta.

Naturalmente questa sezione può essere consultata autonomamente, collegata con le successive, ma anche integrata con le moltissime opere su e di questo periodo contenute nel fondo Opuscoli della Digiteca della Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma e, anche, sempre nella stessa Biblioteca, nel portale dedicato alla Repubblica Romana del 1849.

Buona navigazione nel nostro Risorgimento…

EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista

All’interno della Emeroteca Digitale Braidense è possibile selezionare il progetto EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista, realizzato in collaborazione con l’ INSMLI.

Nello specifico EPOCA

intende rendere progressivamente fruibili al pubblico i suoi fondi di stampa periodica politica e culturale a partire dagli anni Venti dello scorso secolo. In particolare il progetto comprende periodici e riviste di rara reperibilità usciti tra le due guerre, prodotti dall’emigrazione politica antifascista all’estero e da intellettuali o da organizzazioni politiche e sindacali antifasciste in Italia e stampa resistenziale, ma si estende anche a talune testate del ventennio e della RSI di particolare rilievo culturale.

Attualmente il progetto rende disponibili 11 testate, alcune delle quali redatte all’estero (New York, Zurigo, Boston, Parigi, Gèneve) e in lingua straniera (inglese e francese).

In attesa che EPOCA venga ampliato, godiamoci queste testate. Forniscono un bel materiale da consultare.

Il progetto EPOCA si affianca a si interseca con quello che ho presentato in un articolo precedente sulla stampa clandestina, Periodici e giornali digitalizzati Parte III.

Direi che dare un’occhiata a questo progetto  è un buon modo per festeggiare il 25 aprile. per Buona navigazione: EPOCA – Emeroteca politica e culturale antifascista

Recensione: Carl Ipsen Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista

Carl Ipsen
Demografia totalitaria. Il problema della demografia nell’Italia fascista
Il Mulino, 1997, pp. 393.

In questo libro Carl Ipsen studia un aspetto delle vicende del regime fascista, ma le sorprese che quest’opera ci regala sono molte. Ipsen entra nel fascismo da una posizione defilata, ma essendo la demografia e la statistica argomenti non solo centrali per gli stessi fascisti, ma correlati a molti altri, arriva al cuore del regime e apre diverse piste di approfondimento con congiunzioni puntuali e affidabili dal punto di vista metodologico.

Il libro infatti è frutto di un notevole lavoro di scavo archivistico presso l’Archivio Centrale dello Stato e di uno studio approfondito delle fonti secondarie e della bibliografia. Strutturato in cinque capitoli Ipsen intreccia argomenti e considerazioni lungo tutto il testo, ma mette il lettore in condizione di riprendere il filo di un discorso abbandonato in precedenza segnalando i rimandi.

La Grande Guerra, falcidiando le generazioni più giovani e produttive dei paesi che presero parte al conflitto, pose in primo piano il problema del declino demografico. In Francia questo tema aveva investito l’opinione pubblica già dopo la catastrofica guerra contro la Prussia nel 1870-71; in Gran Bretagna e in Germania si affacciò non molto più tardi.

L’Italia aveva il problema opposto. Dalla seconda metà dell’Ottocento “l’Italia divenne il maggior Paese esportatore di popolazione della storia” (pp. 38, 43); un fatto che aveva diviso la classe dirigente liberale tra favorevoli (in quanto l’emigrazione manteneva a livelli accettabili la conflittualità sociale e garantiva la disponibilità di manodopera a basso costo) e contrari (a partire erano le giovani generazioni e quindi, in prospettiva, vi era chi temeva un impoverimento del paese).

Nei decenni tra le due guerre le democrazie liberali non godevano di buona salute. Anzi, gli stati fascisti (e in una certa misura l’Unione Sovietica) prevedevano che avesse i giorni contati. Tutti gli stati totalitari hanno cercato di modificare in qualche modo la società dei paesi che dirigevano.

In questo senso la centralità e l’importanza che il fascismo riservò alla demografia e alla statistica spiega molto sui suoi intenti di “rimodellare economicamente e ideologicamente la società italiana” (p. 41). Ne sono dimostrazione concreta la creazione dell’OMNI nel 1925, dell’ISTAT nel 1926 (potenziato negli organici e adeguatamente finanziato rispetto all’Istituto precedente) e la promozione di una politica pronatalista annunciata da Mussolini col “Discorso dell’Ascensione” del 1927.

Creato nel 1926 l’ISTAT fu potenziato negli organici e nei fondi. Gli stati totalitari (il fascismo non riuscì mai a diventarlo ma era una sua aspirazione) necessitano maggiormente di dati statistici rispetto alle democrazie perché fungendo da grande “osservatorio” sulla vita del Paese essi consentono, almeno in teoria e in prospettiva, la possibilità “di gestire la popolazione”, e il fascismo era convinto di poter esercitare non soltanto forme di controllo, ma anche di influenzarne il comportamento della popolazione (p. 298). Non a caso l’ISTAT doveva rispondere della propria attività al Ministero degli Interni che ne fece uno strumento non soltanto di studio, ma di propaganda politica: Mussolini “vide nelle statistiche ufficiali un mezzo per […] ottenere i dati necessari per il controllo autoritario della società [e] un mezzo per formare una migliore coscienza nazionale” (p. 112).

La nascita dell’Opera Nazionale Materità e Infanzia (ONMI) riflette il tentativo del regime di far fronte alla mortalità infantile, che in Italia aveva percentuali molto più alte rispetto alle altre potenze europee, un fatto che poneva in imbarazzo il regime a livello internazionale (p. 95). In realtà, l’ONMI non fu una creazione fascista. Ipsen osserva giustamente che il regime in più occasioni riprese, ampliandole e ramificandole, iniziative già in atto durante il periodo liberale post-unitario. È il caso dell’assistenza all’infanzia abbandonata e al congedo e all’assicurazione di maternità (p. 49).

Tuttavia, nonostante l’imponente sforzo propagandistico, l’ONMI non fu adeguatamente sostenuta; i fondi a sua disposizione furono sempre al di sotto delle necessità reali, tanto più che il regime demandò all’ente un notevole numero di mansioni, non ultimo un controllo di tipo poliziesco nel contrasto all’aborto (pp. 98-100), proibito fin dal 1926 (ma gli aborti clandestini rimasero diffusi). In secondo luogo la sua funzione si confuse e/o venne a cozzare con quella di altri enti: Opere Pie e Brefotrofi, ad esempio ma non solo. In terzo luogo, l’ONMI riuscì ad avere una qualche incidenza concreta in realtà circoscritte: funzionò relativamente bene nelle regioni più ricche del Nord del Paese e in alcune città (ad esempio Roma), ma nell’Italia meridionale l’efficacia del suo intervento si rivelò modesto.

Infine, sebbene in qualche misura questo come altri enti possa essere considerato come un precursore dello stato sociale moderno, l’Autore mostra con dati convincenti che lo fu solo in parte: soprattutto nelle campagne – e cioè nel settore produttivo più importante – gran parte delle donne rimase a lungo scoperta dalla protezione sociale garantita alle partorienti che lavoravano in altri settori, oppure ne furono coinvolte con molto ritardo e con misure più ristrette.

D’altra parte, ONMI e politica pronatalista erano iniziative che non potevano non incontrare il consenso, se non il sostegno, delle gerarchie ecclesiastiche in quanto andavano incontro alla sua concezione di famiglia tradizionale (pp. 92-93). La concezione fascista della donna subordinata e dipendente dal marito capo famiglia combaciava perfettamente con quella di madre e custode del focolare domestico di matrice cattolica. Ma Ipsen smentisce questa immagine idilliaca: l’economia italiana aveva bisogno delle donne nelle fabbriche, negli uffici e nei campi, perciò la propaganda mascherava una situazione molto diversa da quella che gli statistici dimostravano dati alla mano.

Dall’apparente aridità dei numeri e delle cifre emergono, man mano che l’A si sofferma a illustrarli, spaccati significativi dell’Italia del tempo: mancanza di levatrici e personale adeguato nell’assistenza al parto, insufficienza delle strutture ospedaliere, ridimensionamento dei benefit elargiti dal regime. (Tutto questo, comunque, rivelato e mostrato puntualmente, non impedisce all’A. di riconoscere aspetti modernizzanti del regime).

Famiglia tradizionale e numerosa significava anche, nella propaganda di regime, famiglia contadina. Ufficialmente il fascismo fu nemico della vita cittadina, accusata di infiacchire fisico e volontà degli abitanti e di deprimere l’incremento demografico.

La “ruralizzazione” e le bonifiche furono esperimenti che andavano in questa direzione. Anche in questo caso i risultati furono generalmente al di sotto delle aspettative: se non mancano esperimenti che, sul lungo periodo e ben oltre la durata del fascismo, avrebbero dato buoni risultati (Ipsen ne segnala e ne illustra uno in Sardegna), negli altri casi, incluso l’Agro Pontino, fiore all’occhiello della “bonifica integrale”, nel migliore dei casi i risultati furono in chiaro-scuro se non fallimentari. Anche i tentativi di trattenere i flussi migratori interni verso le città – con una legislazione apposita – non incontrò grande successo.

Complessivamente le misure pronataliste messe in campo dal fascismo incisero parzialmente sulle abitudini sessuali e demografiche degli italiani: ciò dipese da un lato dalla scarsa attitudine degli italiani a esporre il proprio vissuto privato e la propria intimità; dall’altro dal fatto che sebbene le iniziative fossero numerose spesso si trattò di misure parziali e farraginose.

L’Autore mostra molto bene, a più riprese, accavallamenti di competenze tra i vari enti che si disputavano posizioni di potere nel fitto sottobosco di enti statali, parastatali, provinciali e comunali e non di rado lo stesso Mussolini dovette intervenire e mediare tra diverse esigenze e aspirazioni.

Piuttosto stranamente, vista l’importanza che Mussolini riservava al genere di studi e sebbene godessero di fondi cospicui, statistici e demografi emersero tardi, verso la fine degli anni Trenta, come personalità di primo piano nel regime, anche se Ipsen riconosce più volte che il regime migliorò sensibilmente l’organizzazione e l’affidabilità dell’ISTAT e dei rilevamenti statistici. Alla guida dell’ISTAT lavorarono uomini di valore: Gini forse sopra tutti, ma anche altri.

Politica pronatalista per un regime che aspirava a diventare una potenza imperialista significò se non il blocco, quanto meno la drastica riduzione dell’emigrazione. O meglio, il regime tentò di travasare la popolazione in esubero in Italia nell’Impero. Perciò da un lato demografia e statistica dovettero occuparsi del problema razziale, soprattutto dopo le leggi del 1938, ma dall’altro, anche rimanendo all’interno del proprio ambito di ricerca, l’A. mostra in modo molto chiaro la fragilità delle pretese espansioniste e della capacità di controllo del regime: molti censimenti nelle colonie furono rimandati, non effettuati e la raccolta di dati fu molto parziale.

In conclusione, alla prova decisiva della guerra gran parte delle aspirazioni del regime non si erano realizzate se non molto al di sotto delle aspettative.

Questo è un libro prezioso sia per la solidità dell’impianto documentario e interpretativo, sia perché apre un ventaglio di questioni fondamentali in varie direzioni: storia economica, storia sociale, storia della politica estera, storia del colonialismo, storia della propaganda ecc. Il lettore curioso può approfondire le varie diramazioni anche grazie a una corposa e puntuale bibliografia.

Purtroppo non è un libro facile da reperire in libreria. Bisogna setacciare quelle che commerciano anche l’usato. Ma d’altra parte le biblioteche esistono proprio per rimediare alla mancanza di ristampe. Ed è sempre un bell’andarci, no? Questo libro vi offre un motivo in più.

Una Biblioteca Digitale sulla Camorra

Il sito Cultura della legalità e Biblioteca Digitale sulla Camorra è un progetto che

 

si propone di realizzare la biblioteca digitale di testi e studi che contribuiscono alla formazione della cultura della legalità e della coscienza civile.
Ideato e diretto da Pasquale Sabbatino, il progetto è nato nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II,in sinergia con esperti e studiosi di altri settori (storia, cinema, musica, arti figurative), ed è stato finanziato dal Polo di Scienze Umane e Sociali dell’Ateneo federiciano (2009) e dalla Regione Campania (Assessorato all’Istruzione, Formazione e Lavoro) nell’ambito del Programma “Scuole aperte” .

Cultura della legalità e Biblioteca Digitale sulla Camorra si inserisce nel fiorire recente degli studi sul fenomeno delle varie “mafie”, compreso camorristico, e nell’attenzione mediatica sul fenomeno di tipo letterario, teatrale, di cronaca e mediatico.

La Biblioteca digitale sulla Camorra è articolata in varie sezioni, tutte interessanti e utili, ottimamente organizzate per approfondire il fenomeno. Particolarmente utili – oltre naturalmente la Biblioteca e la sezione Scaffale nella quale, tra le altre, figurano recensioni a opere di storici del calibro di Francesco Barbagallo e Francesco Benigno –  sono la sezione Percorsi linguistici, in quanto consente ai non specialisti di entrare e impossessarsi del linguaggio e del gergo camorristico vale a dire delle chiavi indispensabili per comprendere e studiare la camorra stessa, e quella Tra storia e cronaca, scansionata per periodi. Non mancano links ad altri progetti in rete.

Non ho presentato l’intero progetto e la ricchezza di informazioni che ci mette a disposizione. Vi lascio il gusto della scoperta: Cultura della legalità e Biblioteca Digitale sulla Camorra.