L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 Terza parte

Gli studi sulle Esposizioni universali costituiscono un’ottima prospettiva per lo studio più generale della Rivoluzione industriale. Molte delle opere coeve ad esse dedicate sono scritte da ingegneri, industriali, studiosi di economia. I lavori degli specialisti sono interessantissimi, ma non è questo il taglio degli articoli che dedico all’Esposizione Universale del 1867.

Né sono questi gli argomenti che vado cercando. Anche se la storiografia ha lavorato moltissimo su questi aspetti, a me interessa cercare di capire l’impatto di queste colossali manifestazioni sul pubblico e le informazioni indirette che possono fornire a un livello più generale, di società, di composizione, convivenza e osmosi tra le classi. Le pubblicazioni ad ampia tiratura sull’Esposizione offrono molti sentieri da percorrere. Si tratta di pubblicazioni settimanali, di poche pagine e ampiamente illustrate, che si prefiggono i compito fornire informazioni su quanto accade nel Campo di Marte, ma anche, allo stesso, tempo, di invogliare il lettore a visitare l’Esposizione o a tornarvi. Per esempio, nel secondo articolo (L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)) ho fatto cenno all’impressione che destò un macchinario che impacchettava le tavolette di cioccolata. In un articolo successivo il lettore viene informato che “l’industria cioccolatiera parigina produce 24.000.000 di pezzi l’anno” e che si estenderà perché il cioccolato ha saputo conquistarsi uno spazio non trascurabile nel gusto alimentare dei parigini.

Tracce di percorsi

Dunque, indirettamente, il giornalista ci informa che il cioccolato ha cessato di essere un alimento ristretto all’ambito nobiliare come un tempo (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari) e sta conquistando i gusti e il favore della borghesia. Del resto, la produzione in serie della macchina di Devink, che sforna 20 tavolette già impacchettate alla volta, lo dimostra. È un’evoluzione, un trapasso che può essere indagato non soltanto per quanto riguarda il cibo.

Il nome dell’industriale ci dice qualcos’altro. Secondo il giornalista, Monsieur Devink esporta cioccolata in tutta la Francia e anche all’estero. Incarna alla perfezione il ruolo del Selph-made-man, dell’uomo che ha accumulato ricchezze e rispettabilità grazie al duro lavoro, all’intelligenza e all’intraprendenza. “I suoi operai sono per lui come una famiglia; la sua fabbrica è, per così dire, il loro patrimonio”, spiega dimostrando che, nonostante le pretese dell’Esposizione, siamo ancora all’interno di una robusta concezione paternalistica della produzione e della fabbrica. A sioli quattro anni dalla Comune di Parigi (la prima sollevazione del proletariato contro la borghesia) si continua a proporre l’idea del rapporto con la forza lavoro come un patto pacificato, privo di attriti e condiviso.


Il gusto tra standardizzazione e elitarismo

Disponiamo di molti altri indizi per metterci sulle tracce dei mutamenti del gusto. Restando in cucina, sappiamo che l’arredamento di quello che per lunghissimo tempo è stato – e nelle campagne continua ad essere – il luogo di sociabilità principale della casa, è iniziato a mutare poco prima della Rivoluzione del 1789. Ad esempio, l’acquisto quotidiano del pane ha segnato il declino inarrestabile delle madie dove si conservava la farina; allo stesso modo, l’uso del baule comincia a diradarsi da quell’epoca a vantaggio di una maggiore varietà di utensili.

Una maggior varietà di attrezzi da cucina indica mutamenti profondi. Pochi decenni dopo la Rivoluzione le donne cucinano in piedi, sulla stufa, e non più curve sul camino: anche il calore disponibile nella casa – più diffuso nell’ambiente, non soltanto più a ridosso del camino – contribuisce a modificare gli spazi e gli usi.

Ma una varietà più ampia di attrezzi significa anche una maggior disponibilità degli stessi e quindi, in un processo che di dipana nel tempo, una standardizzazione nella produzione. Senonché per ogni ceto è importante rimarcare le distanze rispetto a quelli inferiori. . Naturalmente hanno una qualche pretesa estetica: un espositore venuto dalla Mosella mostra “nella fabbricazione delle sue ceramiche tanta cura quanto quella degli artisti nella lavorazione dei vasi di arenaria”; un altro, in questo caso parigino, “ha messo a punto procedure ingegnose ed economiche per applicare l’oro e l’argento” nella bordatura dei piatti; altri espositori “hanno porcellane opache di una grande bianchezza, la cui copertura traslucida si distingue per la sua solidità”. È questo il punto: le stoviglie prodotte per le classi popolari sono robuste, resistenti, possono essere usate a lungo. Tra queste queste ceramiche e le faïance della ricca borghesia c’è la stessa differenza che passa tra un robuste homme du peuple [et] un fils de bonne maison.

Nell’arte di produrre vasellame a basso costo l’Italia si difende bene. “Ottime e solide” pentole, ciotole, padelle, brocche e zuppiere sono quelle che provengono da Pistoia, Lodi, Arezzo, Albisola Marina e soprattutto dalla provincia di Macerata. I francesi hanno qualcosa da imparare in quest’ambito da italiani, ma anche austriaci ed egiziani, dato che non hanno ancora risolto completamente il problema di disporre di una ceramica adatta alla cottura.

Ma quello della cucina è solo uno degli aspetti da indagare per misurare, anche se in modo approssimativo le distanze, l’imitazione e le commistioni tra le classi.

Per il momento restano esclusi molti altri oggetti e accessori: tessuti, vestiti, mobili, cristalleria e altro ancora. Del resto, anche se gli articoli sono suddivisi in categorie, all’Esposizione tutto si mescola sotto lo sguardo dei visitatori. E esattamente come loro, avremo modo di osservare (sognare?) oggetti preziosi, di lusso, disponibili per pochi o per pochissimi, oppure di toglierci qualche sfizio alla portata di tasche meno tintinnati di quattrini.

P.S: cliccando sulle immagini si viene indirizzati ai testi consultati.


Autore: lostoricodelladomenica

Nato a Faenza il 14 maggio 1971. Storico indipendente

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