Recensione. Pasquale Palmieri: L’eroe criminale

Napoli, primi anni Sessanta del Settecento. La città è alle prese con una terribile carestia: torme di affamati provenienti dalle campagne circostanti inondano la città in cerca di una qualche forma di aiuto; le scorte alimentari sono al limite. Uno scenario gravido di tumulti, delinquenza comune e disordini che preoccupa il governo e le élites cittadine. Ma a tenere banco in città, a correre sulla bocca di tutti, è la vicenda di Leopoldo di San Pasquale, un frate agostiniano, personaggio torbido per alcuni – su di lui pendono accuse pesanti: scandali sessuali, truffa e altri reati – o in odore di santità e vittima di raggiri e ingiustizie per altri.

La vicenda era piuttosto inusuale, ma non poi così infrequente. Gli archivi sono pieni di processi che riguardano religiosi. Tuttavia il processo al frate agostiniano divenne un problema per le autorità religiose e civili e si trasformò in un caso giudiziario. Perché?

Tra Stato e Chiesa

A catalizzare l’interesse di un vasto pubblico eterogeno sulla vicenda di Leopoldo di San Pasquale concorsero un insieme di fattori. Il primo riguardava la contesa tra Stato e Chiesa sull’esercizio della giustizia. A chi spettava la pertinenza del caso? A Roma e al potere ecclesiastico o a quello civile? Il caso del frate si inseriva nel bel mezzo di una lotta tra i due poteri che aveva uno scenario ben più ampio di quello napoletano. In questo scontro un evento importante – e decisivo per la vicenda del frate – fu l’introduzione di regole precise e definite da parte di Carlo Borbone nel 1746 “decise a proibire ai vescovi l’adozione di procedure inquisitoriali” (p. 11).

Ma proprio questa era una delle accuse avanzate dagli avvocati difensori del frate. Il religioso era stato sottoposto ad un trattamento disumano: gettato in una “fossa”, tenuto in vita solo grazie alla somministrazione di acqua ma senza cibo, sporco, lacero e circondato da insetti.

I detrattori, invece, non solo ridimensionarono la durezza della punizione inferta al frate, ma spostarono l’attenzione sulla sua condotta immorale al punto che si era procurato un “tincone” (la sifilide), ingrato ma eloquente frutto di amplessi con più di una donna.

Naturalmente dietro alle due posizioni erano schierate le fazioni contrapposte, l’una a favore del cambiamento e l’altra propensa al mantenimento dello status quo.

Ma a rendere eclatante la vicenda del frate non furono gli scontri – e i patteggiamenti – esercitati dietro alle quinte. Le gesta del frate furono oggetto di molte pubblicazioni, prodotte da una parte e dall’altra: opuscoli e pamphlets di carattere giuridico e divulgativo.

In pasto al pubblico

Sta qui, nell’allargarsi e nel coinvolgere la sfera pubblica il fulcro della vicenda e del libro di Palmieri. La Napoli del XVIII secolo era un centro editoriale importante, con una cinquantina tra stampatori, tipografi, librai (i librai spesso erano anche stampatori) attivi. Ciò significa che Napoli era un mercato librario rilevante, ma accanto alla produzione per così dire ufficiale (non sempre in regola con gli imprimatur e la pur farraginosa legislazione dell’epoca in materia) circolavano abbondantemente manoscritti, gazzette, fogli volanti, ballate, opere teatrali ecc., tutta una serie di produzioni dalla vita breve, estemporanea, consumata per diletto o curiosità e subito “sorpassata” da altre novità (su questi temi vedi anche Giorgio Caravale, Libri pericolosi).

Nello specifico, ciò che accadeva nelle aule dei tribunali debordava al di fuori e i processi divenivano occasione di discussioni, commenti e dicerie di un pubblico eterogeneo: piazze, botteghe, salotti, cortili, fiere, le notizie viaggiavano ed era difficile tenerle sotto controllo (p. 55) (Sulla diffusione delle notizie, in generale, vedi Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Giudici e avvocati erano consapevoli al punto dell’importanza di quanto accadeva al di fuori dai tribunali che infarcivano le loro arringhe e i loro resoconti di spunti e strategie comunicative prese spesso di peso da romanzi e opere di vario genere: la destrezza oratoria, da sola, non era sufficiente per convincere. Per essere realmente efficace su entrambi i fronti – verso i giudici e verso il pubblico – doveva trasformarsi in una prosa capace di destare emozioni, di colpire addetti ai lavori e spettatori. Da un lato, “l’apertura dei processi al dibattito pubblico era [per loro] un’opportunità”, anche se non priva di pericoli (pp. 67, 80 ssgg. La citazione è a p. 65); dall’altro essi “non si accontentavano di costruirsi una solida reputazione all’interno del foro, ma cercavano di arrivare ad un uditorio molto più ampio, trasformando le loro arringhe in comizi” (p. 59).

Dunque, molto spesso, le argomentazioni degli avvocati non erano affatto asettiche concatenazioni logiche di argomenti e spiegazioni: “i legali cercavano di rintracciare nei documenti della controparte espedienti usati da scrittori famosi: smascherarli poteva rivelarsi decisivo in tribunale” (p. 52).

Ciò significa – e i molti scritti riguardanti il frate lo provano – che, in una certa misura, anche le memorie difensive o della accusa si trasformavano in opere per certi aspetti o in alcune parti trasfigurate, ingigantite o rimpicciolite, romanzate e diventavano una sorta di (sotto)genere letterario.

Detail van een gezicht op Napels in vogelvluchtperspectief – 1629 – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain. https://www.europeana.eu/it/item/90402/RP_P_1949_422D
Opinione pubblica?

Siamo di fronte al formarsi di quella che poi sarebbe stata chiamata “opinione pubblica”? In parte sicuramente sì. Lo prova la grande attenzione delle autorità sulla produzione libraria, “giornalistica” e teatrale esercitata da un lato attraverso forme di censura più o meno dure, dall’altro tentando di promuovere la diffusione di opere appositamente calibrate sulle classi popolari con contenuti pedagogici (vedi pp. 54 ssg). (Sulla censura, in generale, vedi anche Robert Darnton, I censori all’opera).

D’altra parte Palmieri stima un livello di alfabetizzazione abbastanza alto (circa il 40% quella maschile nelle città della penisola, un dato che per un ottocentista come il sottoscritto risulta sorprendente e interessante, dato che l’Inchiesta Agraria Jacini, pubblicata negli anni Ottanta del XIX secolo riferisce cifre più basse) cosa che annullerebbe, almeno in parte, gli steccati tra cultura alta e cultura bassa consentendo una circolazione di opere e di testi molto più ampia e frequente. Terreno spinoso dato che (a mio parere) l’ingresso effettivo, consapevolmente partecipe alle vicende della cosa pubblica, delle masse popolari nella storia avviene con (e in Italia dopo) la Rivoluzione francese – l’A. ne è perfettamente consapevole e si muove con cautela – che però aiuta a comprendere non solo la circolazione e il successo di opere famose, talvolta riscritte o riadattate all’uso di un pubblico popolare, ma anche di filoni editoriali come erano in Francia le causes célèbres.

In altre parole – e sicuramente da parte mia forzando un poco – Palmieri ci mostra interazioni tra classi sociali, cultura e istituzioni più trasversali, orizzontali che verticali. La prospettiva è estremamente interessante non solo perché il connubio stampa-riforme amplia enormemente il mercato librario e culturale ma innesca gli inizi di un nuovo rapporto tra potere e governati.

Le varie tappe del processo – conclusosi con la rimessa in libertà del frate e col suo ritiro in convento -, le memorie delle parti in causa e altre prese in esame dall’A. mostrano al pubblico i malfunzionamenti, le criticità, le falle della macchina della della giustizia di antico regime. Non a caso le opere in cui i soggetti criminali alla fine non si redimono ammonendo il lettore a non seguire il loro esempio, vengono messe al bando e i loro autori condannati a qualche pena.

In secondo luogo lo scontro tra potere religioso e potere civile vede il primo indietreggiare di fronte al progredire del secondo: i metodi inquisitoriali vengono criticati e poi banditi, la segretezza delle prove decade. Sono fenomeni che trasformano anche le figure stesse dei criminali i quali possono diventare vittime di una giustizia mal funzionante e iniqua e che, in ogni caso, introducono sfumature nella dicotomia bene/male.

Conclusioni

Fare microstoria – e con L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo Pasquale Palmieri ci porta dentro ad un processo – è forse più difficile che fare qualsiasi altro genere di storia. La microstoria ha senso e valore soltanto nella misura in cui viene connessa e fatta interagire con la grande storia. In questo Palmieri dimostra una competenza e una capacità di prim’ordine. Collega il processo alla vita economico-politica del Regno e il Regno al quadro geopolitico europeo. Inserisce il processo all’eroe criminale nei filoni letterari dell’epoca e li scompone e li ricompone per mostrare al lettore scarti, mutamenti e passaggi. Usa e integra le molti fonti d’archivio a una letteratura amplissima, italiana, anglosassone e francese.

Personalmente ritengo che fare storia sia sempre interpretare come e perché i fatti si collegano tra loro, e in questo Palmieri è inappuntabile: spesso interviene proprio per spiegare al lettore il proprio metodo di indagine e di studio. Avrebbe potuto anche diluire le sue interpretazioni in una narrazione più ampia, più descrittiva. Non è una critica, ma un’osservazione dettata anche dalla sua capacità di muoversi tra più livelli e una facilità di scrittura ammirevole.

Infine, brevemente, va da sé che l’A. si interroga sui problemi del presente. In questo senso il suo libro offre spunti interessanti per seguire le metamorfosi di una comunicazione che va divenendo sempre più diretta tra coloro che governano e i governati, spesso saltando i canali di intermediazione. E da questo punto di vista l’eroe criminale ha molto da dire.

Buona lettura.

 

Recensione. Daniel Roche: Il popolo di Parigi

A più di duecento anni di distanza il perché sia scoppiata la Rivoluzione francese resta ancora un mistero. Anche volendo tener conto delle molte concause che, a un certo punto, intrecciandosi hanno dato vita a una miscela esplosiva che poi ha fatto divampare l’incendio, gli storici continuano a interrogarsi. (A conclusioni simili giunge anche Jeremy D. Popkin: Un nuovo mondo inizia). Con Il popolo di Parigi. Cultura popolare e civiltà materiale alla vigilia della Rivoluzione, Daniel Roche non si occupa della popolazione parigina durante la Rivoluzione, ma prende in esame l’intero XVIII secolo.

Il libro è un vagabondare lungo un secolo in una città enorme e in continua espansione come Parigi. Già l’idea, di per sé, non può non attirare il lettore tanto più se l’invito viene da uno storico originale come Daniel Roche.

Che cos’è il popolo?

Popolo è una definizione vaga e incerta: comprende tutto e definisce poco. Popolo può essere il barbone come il rigattiere, il barbiere come il facchino, il piccolo commerciante come la prostituta, la sarta come il macellaio o il fornaio… (senza dire che già all’epoca a Parigi c’erano molti stranieri). Tutti questi soggetti o gruppi sociali possono avere atteggiamenti, reazioni, mentalità, aspirazioni o timori anche molto diversi tra loro. Come tenerli assieme, cos’è, se c’è, che li lega, che li rende un corpo in qualche modo unico?

Scotin, Jean-Baptiste (1678-17..). Graveur, [Illustrations de Description de Paris], 1742. Fonte: Gallica

Gli storici hanno bisogno di definire, sono costretti a fare dei “tagli”, delle distinzioni. Daniel Roche ha scelto di definire il corpo sociale che intende studiare escludendo verso il basso il fitto sottobosco dei marginali e dei piccoli criminali e verso l’alto dalla media borghesia in su. Entro questi limiti si colloca il grosso della popolazione parigina: 3/400 mila persone a inizio Settecento, 350/450 mila alla vigilia della Rivoluzione su una popolazione complessiva di stimata sui 6/700 mila abitanti. È senza dubbio una fetta di popolazione notevole, ma resta pur sempre una decisione arbitraria. Già al momento della pubblicazione del libro (Il popolo di Parigi è apparso circa quarant’anni fa), Foucault aveva dimostrato che il confine tra legalità e illegalità era molto labile e veniva attraversato frequentemente dalle classi popolari. Roche lo sa perfettamente (p. 76), ma queste figure entrano in modo sporadico nel libro.

Nella scala sociale, verso il vertice, il confine tracciato da Roche è rappresentato dai domestici, una parte non trascurabile della popolazione parigina: sono circa 40.000 le persone che vivevano di questo mestiere nella capitale francese. L’A. decide di focalizzarsi su di loro benché sia una professione spesso transitoria, perché i domestici assorbono le influenze delle classi superiori e, contemporaneamente, a loro volta, sono portatori di abitudini e mentalità delle classi popolari.

Desrais, Claude-Louis (1746-1816). Dessinateur, [Petits métiers et cris de Paris]. D décroteur, a la marotte. E Encre pour écrire, encre double et luisante. F fanchon la vielleuse. G gateaux de Nanterre, gateaux fins. H habits vieilles bottes a vendre. J jardinier. Fonte: Gallica

In realtà si ha l’impressione che, prendendo in esame soprattutto i ceti salariati, l’A. tenti di delineare i contorni di una classe operaia che però, all’epoca, non esisteva o comunque aveva caratteri pre-moderni e piuttosto vaghi. Roche è comunque molto lontano da Marx. In ambito storiografico le sue guide sono piuttosto Jaurés, Michelet e Braudel mentre tra gli autori coevi la sua predilezione va a Mercier e Retiff de la Bretonne: entrambi sono autori di opere che non hanno – né potrebbero avere – valore storiografico; Roche le utilizza come il bastone nelle mani del rabdomante. Mercier è autore di una opera monumentale su Parigi; Retiff scrive sul popolo con l’occhio dell’alta società. Ne deriva un incrocio che se pure necessita di molti accorgimenti, nelle mani di uno storico esperto e navigato come Roche diventa una leva capace di far sbalzare agli occhi del lettore l’impressione viva di una città in perenne fermento: “tra il popolo caldo della storia militante e il popolo freddo di una storia troppo ragionata, bisogna tentare di ritrovare l’identità specifica di una classe nel suo costituirsi” (p. 50).

Tra questi due estremi, ricchi e poveri, indigenti e arricchiti, popolo e marmaglia convivono, si mescolano, si contaminano. Nel corso del secolo Parigi cresce molto più per l’immigrazione che per le nascite: la città è una calamita che attira gente in cerca di occupazione e di occasioni. Tuttavia, lo sguardo sul lungo periodo – tutto il XVIII secolo – consente a Roche di certificare l’impoverimento delle classi popolari: circa i 2/3 dei salariati sono diventati più poveri: non riescono a vivere senza qualche forma di sussidio o senza entrate supplementari.

Lequeu, Jean-Jacques (1757-1826). Dessinateur, Coupe longitudinale d’une maison de plaisance: le temple du Silence, 1788. Fonte: Gallica
Descrizioni

Non stupisce quindi che gli alloggi dei ceti più poveri siano troppo ristretti, inadeguati e freddi: proteggersi dal freddo è ancora una priorità, anche se il grande problema e, insieme, l’elemento che certifica le difficoltà in cui si dibattono i ceti più umili è la promiscuità delle famiglie numerose in una o due stanze: “l’intimità è innanzitutto rifugio per la sessualità” (p. 215); per il resto il privato è quasi inesistente. Il letto diventa accessibile a quasi tutti, ma i domestici che hanno trovato un’occupazione duratura possono permettersi di spendere per quest’oggetto il triplo di quanto fanno famiglie con occupazioni saltuarie (che spesso, al momento di pagare l’affitto, se la squagliano alla chetichella nottetempo).

La descrizione minuziosa degli oggetti – tende, specchi, brocche, ceramiche, stoviglie, orologi, carte da parati ecc. – diventano nelle mani di Roche sia oggetti la cui presenza o assenza certificano in qualche modo l’appartenenza a un gruppo sociale, sia rimandi a contesti e situazioni più generali. Lo si vede, per esempio, nelle pagine in cui si occupa del vestiario. “Nel XVIII secolo” scrive Roche, “gli strati popolari di Parigi conoscono una rivoluzione che coinvolge il loro abbigliamento” (p. 263): i tessuti di lana, un tempo predominanti, hanno perduto il loro primato a favore di tessuti più leggeri come le indiane e il cotone. Tessuti economici e più comodi, ma anche più colorati, più sgargianti, più sensuali. Un tempo sfoggiare abiti colorati e appariscenti era un modo per segnalare l’elevatezza dello status sociale. Ora il fatto che i ceti popolari se ne siano in qualche modo appropriati può indicare una “discesa” dall’alto dei gusti. Ma forse è eccessivo sostenere che le classi popolari risentono e copiano “i dettami stilistici che cadono dalle classi superiori” (p. 263). Può essere, anzi l’A. lo documenta per i domestici i quali, dopo averli riadattati al loro rango, riadattano i vestiti dismessi dei loro padroni (p. 251). Ma riguardo al resto della popolazione bisognerebbe verificare il vasto campo del riciclo, del mercato nero, delle donazioni di beneficenza.

Bosch, Pieter van denPays-Bas, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 1842 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010062121 – https://collections.louvre.fr/CGU

Senza dubbio l’idea di studiare il modo di vestire popolare partendo dagli sventurati che sono caduti o si sono gettati nella Senna è a suo modo geniale perché consente di “vedere” i vestiti indossati ogni giorno, ma ci sono dinamiche, scambi, abitudini che lasciano tracce minime che non consentono di seguire percorsi, o non ne lasciano affatto: vale per i pantaloni – sorprendentemente poco usati – o per i vestiti di lino o per gli abiti dei bambini (p. 219) : senza dubbio circolavano, ma semplicemente gli inventari non dicono nulla sulle dinamiche degli scambi. Ritenere la stima del 10/15% del reddito per le spese del guardaroba può essere interpretato come prova di una maggiore disponibilità finanziaria (p. 247), ma potrebbe anche essere indizio di un rialzo dei prezzi o essere dovuto alla diversa e più facile e frequente deperebilità del cotone rispetto alla lana. Così come forse è eccessivo sostenere che “per la prima volta nella storia viene sperimentato con l’abbigliamento popolare un sistema di consumo di massa che […] fa posto al superfluo” (p. 264).

Le persone si mescolano

In linea generale concedersi il superfluo significa aver prima appagato le necessità, il che sarebbe in contrasto con altre affermazioni nel libro a testimonianza di un impoverimento lungo il secolo. Ma Roche, in questo non ha torto: si può far sfoggio di qualcosa di superfluo anche se si è in stato di necessità: ad esempio, poco prima della popolazione tre domestici su cinque e un salariato su tre aveva un orologio (p. 303).

La gran parte della popolazione parigina sa leggere e scrivere, ma legge relativamente poco o, almeno, sono pochi quelli che possiedono libri (p. 286). Ma mano che ci si inoltra nel secolo Parigi diventa una città che deve essere “letta”: insegne e vie, piazze e manifesti fermate di posta e osterie (pp. 305-313).

Roche ci svela abitudini in auge fino a non molto tempo fa ma oggi quasi scomparse: le classi popolari vivevano in buona parte a credito: monte dei pegni, piccoli prestiti, pasti a credito. L’abitudine di consumare per poi pagare in seguito era estremamente diffusa. C’è anche, e l’A. fa bene a segnalarla, “un’economia della donazione che non entrerà mai nelle statistiche storiche” (p. 359) che ha come punti di riferimento relazioni famigliari, amicali, di vicinato o anche occasionali.

Le pagine dedicate alla convivialità imperniata sulle osterie sono splendide: osterie e taverne sono un “crocevia tra il mondo stabile della città […] e quello erratico della mobilità” (p. 356): si vende di tutto e di tutto si compra; si cerca e si trova lavoro; si discute di politica e ci si organizza; si discute, esaltati dal vino che scorre abbondante, di donne e di cose di bassa lega, si litiga e si arriva a zuffe generali; ci si riempie lo stomaco per pochi soldi – e a volte si mangia anche bene -; ci si informa, si scambiano notizie (sulla circolazione delle notizie, si veda: Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). C’è una dimensione corale che al lettore di oggi può sfuggire: le osterie sono sempre frequentate, dall’apertura alla chiusura, con il pienone a pranzo e cena.

Demachy, Pierre-AntoineFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, DL 1989 3 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010061238 – https://collections.louvre.fr/CGU
Conclusioni

Non c’è contraddizione tra l’impoverimento degli anni che precedono la Rivoluzione e l’effervescenza e il pullulare dei ritrovi: “il vivere alla giornata fa parte della cultura popolare” (p. 360). Nel far rivivere il popolo che abita la capitale, Roche si affida soprattutto a quelli che definisce “archivi dormienti”, i testamenti, gli inventari, i lasciti (pp. 77 ssgg.) e i documenti di polizia. Il risultato è un libro ricchissimo di percorsi e di intrecci e in molte sue parti riuscito egregiamente. Così, ad esempio, “il mobilio popolare consente ad un tempo di comprendere la riorganizzazione dello spazio domestico” (p. 203) mentre la sostituzione di utensili con altri, spesso più comodi e funzionali o più ridotti o efficienti, indica mutamenti nella mentalità (p. 193). Spesso sono scarti minimi, quasi impercettibili nell’immediato i cui effetti diventano palesi solo sul lungo periodo: vale per il ricambio degli utensili della cucina (stufe incluse) come per le calzature.

Dopo aver condotto uno studio per alcuni aspetti accuratissimo, le conclusioni dell’A. non sono nette e ben delineate. Anche se l’A. si tiene alla larga dall’ossessione di molti storici sulle origini della Rivoluzione, quel fantasma inevitabilmente aleggia in tutta l’opera. Ma probabilmente ha ragione Roche nel giungere a conclusioni elastiche; non sceglie tra una Rivoluzione figlia della miseria o di una maggiore prosperità – anche se in conclusione del libro propende più per questa ipotesi. Ciò che ha tentato di fare in questo libro è dimostrare l’obliquità e l’ambivalenza della storia, il suo essere in parte sfuggente e per certi aspetti inafferrabile.

Scritto quarant’anni fa, Il popolo di Parigi risente anche del modo di allora di scrivere la storia. Roche ha una scrittura molto densa, ma anche molto viva e spesso ammaliante. Ci ha regalato un libro piacevole e prezioso.

Buona lettura.

Recensione. Giorgio Caravale: Libri pericolosi

Può sembrare sorprendente che nei secoli che vanno dall’invenzione della stampa fino alla messa a punto del diritto d’autore, anche intellettuali più illuminati ritenevano giusto sorvegliare la circolazione dei libri. L’invenzione della stampa moltiplicò la proliferazione di libri pericolosi per la stabilità della società e per i detentori del potere.

I libri sono troppi?

Forme di controllo, di limitazione del sapere e di censura non erano nuove; venivano già messe in atto nel corso del Medio Evo. I dati nuovi, legati all’invenzione della stampa, sul quale la Chiesa si sentì in dovere di intervenire erano la moltiplicazione potenzialmente infinita dei libri e la volgarizzazione del sapere: c’era il rischio che persone ignoranti si ritrovassero per le mani libri che non erano in grado di comprendere correttamente (pp. 34). Era un’opinione condivisa dai dotti e dalle élites del tempo: “erano convinte […] che l’abisso che separava i saggi dal volgo fosse un dato di fatto incontrovertibile della natura umana” (p. 35). La diffusione della stampa poteva intaccare il sistema di potere politico, culturale e religioso. La Chiesa poggiava una parte considerevole del suo potere nel suo interporsi tra Dio e l’uomo; ora quest’opera di mediazione tra l’Altissimo e i fedeli veniva messa in discussione e potenzialmente incrinata dal moltiplicarsi di libri spirituali o a tema teologico dal contenuto poco o per nulla ortodosso. Allo stesso modo, la pubblicazione di segreti di stato poteva provocare malumori, sommosse o compromettere relazioni diplomatiche. In breve: controllare e limitare la circolazione dei libri aveva un fine preciso: “preservare la pace sociale, l’ortodossia religiosa, la moralità pubblica e l’ordine politico” (p. 38).

Su queste basi si cementò un’alleanza tra Roma e il potere politico a livello locale: la Chiesa “ottenne il pieno appoggio del potere civile alla repressione dell’eresia e controllo della circolazione libraria; la nobiltà e il patriziato urbano deli Stati italiani ricevettero in cambio una sorta di immunità rispetto all’invadenza della censura ecclesiastica, una garanzia di difesa” e il mantenimento dei loro privilegi (p. 63). Ricchi, con conoscenze e relazioni con personaggi influenti non avevano difficoltà a procurarsi libri proibiti, spesso proprio grazie all’intervento e alla protezione di alti prelati (cap. XXV).

Ci volle tempo prima che la macchina organizzativa della Chiesa iniziasse a funzionare a pieno regime: trovare il personale idoneo non era semplice; tra vescovi e inquisitori sorsero conflitti di competenza (anche se poi, col tempo, furono i secondi a prevalere sui primi). L’Indice dei libri proibiti fu ben più di uno spauracchio, ma i suoi numerosi aggiornamenti ne dimostravano l’inadeguatezza. Il latino era una lingua universale, ma padroneggiata da un numero limitatissimo di dotti. D’altra parte non si poteva pensare che stampatori e librai imparassero a memoria migliaia di titoli proibiti. Inoltre non solo la loro resistenza fu notevole e non di rado efficace (come a Venezia, per esempio. Su questo si veda: Mario Infelise, I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna). Roma doveva anche fare i conti con un contrabbando diffuso, spesso ben organizzato e perfino con traffici che partivano da città d’oltralpe.

Claude Vignon, Sant’Ambrogio (1623 o 1625), Minneapolis Institute of Art

“L’indice dei libri proibiti rimase un unicum” nell’Europa moderna che condizionò “fortemente il carattere della censura libraria nella penisola italiana” (p. 50).

Contro l’eresia

Ancor prima di Lutero e della Riforma fu Erasmo da Rotterdam ad attirarsi gli strali del potere ecclesiastico. Il suo anticlericalismo era stato l’anticamera dell’eresia luterana. “La condanna delle opere di Erasmo fu solo il segnale di un’offensiva censoria a tutto campo contro ogni forma di malcontento nei confronti del potere romano” (p. 77): Petrarca, Boccaccio, Machiavelli, Guicciardini e moltissimi altri finirono nel mirino dei censori romani, ossessionati dalla ricerca del “veleno” anticlericale che l’invenzione della stampa stava spargendo a piene mani in tutte le classi sociali. La violenza di questa offensiva costrinse l’anticlericalismo a rifugiarsi nel sottobosco dell’illegalità, ma ebbe anche l’effetto di rafforzarlo e di diffondere un’opinione negativa su Roma.

La battaglia contro l’anticlericalismo non necessitava di particolari accorgimenti. A cambiare le cose, a creare una macchina censoria strutturata, articolata ed efficiente fu la Riforma luterana. Le opere di Lutero si diffusero con straordinaria rapidità e inizialmente attrassero i ceti più elevati. Poi però dilagarono tra tutte le classi sociali, ceti popolari e più umili compresi.

Fu questo aspetto ad annullare il confine tra potere temporale e potere spirituale. Col tempo l’aggettivo “luterano” assunse significati sempre meno definiti e più ampi finendo per riguardare tutti coloro che criticavano in qualche modo il potere di Roma: Machiavelli finì ben presto sotto il fuoco di una valanga di critiche con accuse di ateismo e di disprezzo per la dottrina cattolica (pp. 107-111).

Evert Collier, Vanitas. Natura morta con libri e manoscritti e un teschio, 1663, Museo Nazionale di Arte Occidentale, Tokyo

L’attacco alle opere di Machiavelli era dovuto essenzialmente allo scontro tra potere temporale e potere spirituale. Secondo Roma Machiavelli propagandava la sottomissione della sfera religiosa a quella politica; Roma invece “intendeva restituire alla religione la primazia che le era stata sottratta riformulando a proprio favore il rapporto tra politica e religione” (p. 111).

Un’azione di questa portata non poteva non investire pressoché tutti gli ambiti del potere: filosofia e scienza dovevano sottostare alla religione. In realtà – e Caravale lo dimostra a più riprese – la pervasività dell’occhiuta sorveglianza ecclesiastica sul sapere non riuscì mai ad essere completa e assoluta. Soprattutto per quanto riguardava la cerchia ristretta dei dotti e degli intellettuali vi fu sempre qualche margine di azione e di tolleranza.

Nondimeno, nonostante le falle, il sistema di controllo messo a punto fu articolato ed efficace per lungo tempo. Il rogo dei libri in odore di eresia fu solo uno degli strumenti messi in campo – certo il più eclatante ma in fondo piuttosto raro e nemmeno il più efficace. In realtà la censura ebbe molti volti: correzione o soppressione di frasi o paragrafi compromettenti, riscrittura di passaggi o di alcune parti. C’erano libri dal contenuto condivisibile o accettabile che però avevano incluso espressioni o frasi discutibili o giudicate errate o pericolose: una volta “spurgato”, emendato, ripulito, il libro poteva circolare tranquillamente. L'”espurgazione” di un testo era un intervento che non stravolgeva l’impalcatura generale dell’opera; molto più invasiva era invece la riscrittura di alcune sue parti. Si trattava di interventi tesi a depotenziare o spegnere definitivamente la carica eversiva di opere, specialmente se rivolte a un pubblico incolto e non di rado ne snaturavano completamente il senso e il messaggio dell’autore.

Mannen lezen in een bibliotheek, anonymous, Hans Weiditz (II), 1514 – 1532, Rijskmuseum
Spegnere l’intelligenza

Occorre soffermarsi su questi aspetti. In secoli in cui il diritto d’autore non esisteva, una volta pubblicato il libro l’autore non aveva più il controllo dell’opera. Spesso stampatori ed editori intervenivano sul libro a loro piacimento aggiungendo, togliendo, correggendo. Per questa ragione i manoscritti continuarono a circolare abbondantemente: era molto più facile mantenere l’originalità e l’attendibilità del testo per non dire della maggiore facilità con la quale potevano essere occultati (capitolo XVIII).

Ma al di là di questo, censurare significava indurre l’autore a sottomettersi a canoni e regole. Spesso i libri furono oggetto di “trattative” tra autori e censori. Correggere, sostituire, stemperare consentiva ad autori ed editori di continuare a lavorare, ma significava anche rendere mortificare l’intelligenza degli autori. “Dissimulare” idee e concetti nel corso di un testo sotto una coltre di citazioni, di sottili riferimenti eruditi, fingendo di dire cose dal significato opposto divenne uno stratagemma adottato da molti. Solo con l’illuminismo l’arte della dissimulazione venne criticata e abbandonata. Ma questo significò in primo luogo arginare non solo la diffusione ma anche la comprensione dei libri escludendo tutti coloro che non erano in grado di afferrare il significato profondo e complesso del libro. In secondo luogo le varie forme di censura rallentarono la diffusione del sapere: il confronto tra censori e autori poteva protrarsi per anni. Infine, soprattutto, la sola presenza dell’Inquisizione e degli organi di censura indusse molti autori ad autocensurarsi per timore o per prevenire l’intervento dei censori. Torquato Tasso, spirito particolarmente tormentato, chiese lui stesso che le sue opere venissero controllate: ne derivò una trattativa lunghissima che ritardò e influì in modo significativo il suo lavoro; altri autori, come Cartesio, tennero le loro opere nel cassetto rifiutando di pubblicarle e furono stampate molto più tardi; altri ancora, come Muratori, constatando che “non si può dire la verità, non si può dire” (p. 276) finirono per essere disgustati da questi continui patteggiamenti e si dedicarono ad altro. (capp. XVI-XVII).

Still Life with Books in a Niche, Barthélémy d’Eyck, 1442 – 1445, Rjiskmuseum

Le varie forme di censura, per quanto raffinate e invasive non riuscirono mai a bloccare completamente la circolazione del sapere e dei libri. In età moderna cultura scritta e cultura orale erano intrecciate: fiere, mercati, feste e botteghe artigiane erano luoghi e occasioni per letture pubbliche di opuscoli brevissimi, favole, canzoni, poesie, “orationi” e altri scritti venivano letti, cantati, decantati in pubblico. Si deve tenere a mente la dimensione sociale e popolare della condivisione poteva essere molto vasta e difficile da tenere sotto controllo e che non conveniva nemmeno reprimere completamente: risultati soddisfacenti si sarebbero ottenuti contrastando le “operette da strada” e sostituirle con opere edificanti e morigerate (cap. X).

Resta però il fatto che i detentori del potere (tanto quello spirituale che quello politico) tentarono di operare una sorta di taglio nella società escludendo e tenendo ai margini le classi popolari. Una volta arginata l’eresia proveniente d’oltralpe l’attenzione dei censori si rivolse all’interno della penisola e ad essere sorvegliati furono non solo i sospettati di eresia, ma anche i cattolici e la loro ortodossia.

Tommaso Campanella fu perseguitato anche perché sostenne che la conoscenza innescava la mobilità e la promozione sociale in una società che si voleva mantenere statica il più possibile (p. 145). Il ritenere che le persone semplici leggessero, ragionassero e discutessero testi “al di sopra della loro intelligenza” fu un’ossessione perseguita con tenacia tanto da Roma che dai governi. Ufficialmente si trattava di tutelare le persone ignoranti da suggestioni pericolose: la lettura di romanzi poteva indurre perfino alla follia (p. 155); in realtà l’obiettivo di fondo era il mantenimento della stabilità sociale e della distinzione di classe.

Still Life with Books, Jan Lievens, c. 1627 – c. 1628, Rijskmuseum
Conclusioni

Ora, escludere gran parte della popolazione dalla possibilità e dalla libertà di leggere da una parte e limitare l’intelligenza, l’iniziativa e l’impegno di molti intelletti critici dall’altro fu una combinazione devastante sul lungo periodo. Alla fine, dopo secoli, a Settecento inoltrato, gli argini caddero: libri ufficialmente proibiti erano facilmente reperibili più o meno ovunque. Ma non è non è possibile non interrogarsi sugli effetti a lungo termine di questo fenomeno, tanto più che la censura operò non solo sui testi scritti ma anche nella produzione artistica (capitolo XI, ma su questo resta insuperato Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca). Certo, l’A. ha ragione nel sostenere che a causa del nesso stampa-eresia Roma si accorse tardi delle potenzialità del libro (cap. XXIV, pp. 266 ssg.), ma è altrettanto vero che gli influssi della censura hanno avuto una durata ben più prolungata.

Ancora a Ottocento ben inoltrato un ecclesiastico come Morichini si dimostrava un fiero avversario di una eventuale acculturazione delle classi popolari e metteva in guardia le classi dirigenti dal guardarsi dal promuoverla. Alla metà degli anni Ottanta dell’Ottocento in molte regioni l’analfabetismo superava abbondantemente l’80% della popolazione. Inevitabilmente questo fenomeno ha fatto coincidere il sapere con il potere. Coloro che avevano nelle mani la direzione di Comuni, enti ospedalieri o altro apparteneva anche, per ceto e istruzione, a coloro che detenevano il potere economico. (Non è un caso se uno storico del calibro di Adriano Prosperi, ben addentro alle tematiche di Libri pericolosi, abbia pubblicato uno studio sui contadini: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento).

La cultura è rimasta a lungo – ed è ancora – un fenomeno elitario: il meccanismo che sorregge ancora oggi il mondo accademico, accademie e molti centri di ricerca è la cooptazione, che non sempre avviene per meriti intellettuali. Del pari non pochi intellettuali e formatori dell’opinione pubblica non trovano nulla di strano nell'”adagiarsi” alle direttive provenienti dall’alto: è un fenomeno evidente nel mondo dei giornali (su questo si veda Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano). Scontiamo, appunto, gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della storia di un paese che non avendo avuto rivoluzioni come quella francese o inglese ha reso difficile e tortuoso il percorso a una piena cittadinanza.

Giorgio Caravale ha lavorato a Libri pericolosi per un decennio. Ne è uscita un’opera ricchissima di percorsi e di intrecci, che non solo si imporrà come testo fondamentale per gli storici, ma incanta il lettore con uno stile narrativo piacevole e comprensibile anche al lettore comune.

Buona lettura.

lo storico della domenica
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