Recensione. Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione

Un anno cruciale il 1917. Un anno di avvenimenti seguiti mese per mese. Un anno che Anglo d’Orsi ha sezionato e esaminato a fondo. Anno cruciale, il 1917. Per la Russia, ovviamente, ma il titolo del libro è riduttivo. C’è molto di più, nel libro, della Rivoluzione russa.

“1917” poggia su due filoni principali. Il primo è la guerra: una guerra micidiale, devastante, che sembra destinata a non finire mai e che anzi, come Hobsbawm, l’A. vede come evento che dà inizio a una “Guerra dei Trent’anni”, finita soltanto con la sconfitta del fascismo e del nazismo.  Il secondo, ovviamente, la rivoluzione russa. Quest’ultima sarebbe una sorta di filone secondario dato che è una conseguenza della guerra. Ma per la sua portata e per le forze che sprigiona finisce per imporsi come evento centrale nella storia del Novecento.

La guerra mette a nudo elementi che caratterizzano sia la condizione degli stati del tempo, sia fenomeni che si manifesteranno in futuro. Dalla narrazione, ben documentata, emerge in tutta la sua nettezza la distanza tra classi dirigenti e classi popolari inquadrate negli eserciti. Nel 1917 la stanchezza per la la guerra era diffusa su tutti i fronti. Oltre che in Russia, ammutinamenti si verificano in Francia e fenomeni consistenti di stanchezza sono registrabili anche in Germania. Sotto la spinta di quanto accade in Russia, governi e vertici militari cercano di correre ai ripari introducendo misure che migliorano le condizioni di vita delle truppe. In Italia si verifica la devastante rotta di Caporetto.

Se la tenuta degli eserciti può costituire il termometro per misurare il grado di integrazione delle masse nei rispettivi Stati, allora a superare la prova si salvano Inghilterra, Germania e, in misura minore, Francia. L’idea che le classi dirigenti italiane hanno dei “poveri fanti” emerge in tutta la sua nettezza: l’attività incessante dei tribunali militari, l’assoluta insensibilità di Cadorna e dei vertici dell’esercito verso i soldati che considerano i soldati nè più, nè meno come carne da macello, condannata da una guerra condotta con metodi spietati e combattuta con strategie fallimentari, sono descritte in pagine molto belle e coinvolgenti.

Ad evidenziarsi, soprattutto, è la progressiva affermazione della forza dei militari sui governi: le “misure emergenziali” si moltiplicano, la libertà di stampa si restringe, diventa impossibile manifestare qualunque pensiero minimamente critico davanti a quella che il Papa, ad agosto, inutilmente chiamerà “inutile strage”. E’ curioso, e qui i brevi paralleli che l’Autore traccia col presente sono illuminanti, che la motivazione ufficiale di combattere la guerra per la difesa della “civiltà” si traduca di fatto in una costante restrizione della democrazia e dei diritti individuali. Ed è un fenomeno che la classe politica non solo subisce, ma fa proprio. Lo dimostra la rivolta di Torino in agosto: una rivolta provocata dalla fame, dalla mancanza di pane, che governo e classi dirigenti locali assolutamente non comprendono. Buon per loro che quella rivolta, che potrebbe facilmente dilagare, non assume connotazioni politiche perché manca all’interno del partito socialista, sulla difensiva per gli attacchi continui e furibondi degli interventisti e per di più, anche se ufficialmente unito, in realtà diviso al proprio interno, chi sia in grado di dare uno sbocco politico al malcontento.

Cosa che, invece, si verifica in Russia dopo il ritorno di Lenin – capace di trovare una strada per arrivare ad una rivoluzione sia grazie alle sua capacità, frutto di logica ferrea, di afferrare gli eventi e di assecondarli, anche a costo di stravolgimenti della teoria ufficiale. Di fatto – mi pare – lo snodo decisivo si ha quando Lenin si rende conto che i poteri del Governo provvisorio e quello del Soviet non possono coesistere e che uno dei due deve essere sacrificato. È lì, in quella consapevolezza, l’accelerazione degli eventi che porteranno i bolscevichi al successo.

Costrette a subire una guerra micidiale e incomprensibile al fronte, ad alimentarla con turni di lavoro massacranti e senza diritti nelle fabbriche, le masse rivolgono allora le loro ansie, paure e timori al sovrannaturale. Nel quinto capitolo d’Orsi fa una bella dimostrazione di questo fenomeno esaminando il culto mariano di Fatima, solo apparentemente slegato e lontanissimo dalla guerra in corso, come fenomeno di consolazione collettiva.

Fatima

Tanto più, e d’Orsi qui e là dissemina esempi significativi, che la guerra consente arricchimenti veloci e clamorosi di industriali e uomini d’affari: ingiustizie di un Paese che non riequilibra disparità e, anzi, arriva a premiare incompetenti e immeritevoli (come nel caso di Badoglio) e punisce, persino estraendo “a sorte” innocenti che poi fucila contro un muro come traditori.

Allora ci si pone interrogativi profondi. Se dopo Caporetto qualche provvedimento a favore dei soldati venne preso, altrettanto non si può dire del rapporto complessivo tra “paese legale” e “paese reale”. Si veda l’ipocrisia di D’Annunzio nel descrivere la fucilazione di soldati o quella di Mussolini che si erge a difensore dei combattenti e che, a guerra ancora in corso preconizza di fatto le prossime squadre fasciste. D’Orsi ha ragione quando scrive che “La genesi del movimento va, in certo senso, retrodatata al 1917, al dopo-Caporetto e al dopo-Rivoluzione bolscevica” (p. 231).

In fondo, la base su cui poggiano i due filoni del libro è la modernità che si affaccia nel nuovo secolo e che si annuncia in vario modo: con i progressi stupefacenti della tecnologia – che in guerra sono sinonimi di morte, di una morte meccanica, tecnologica e disumana, come quella che provocano sommergibili e aerei – si veda il bombordamento di Londra – e l’uso dei gas; con l’affinamento dell’intelligence – di cui fa le spese una donna spregiudicata e affascinante come Mata Hari; con la “ragion di stato” e le politiche che i paesi più forti impongono a quelli più deboli – come mostra l’Autore con gli esempi sul Medio Oriente (la cui destabilizzazione comincia allora ad opera degli inglesi), di Israele, o degli Stati Uniti, consapevoli degli spazi che la guerra sta aprendo a loro favore per esercitare un ruolo di primo piano nel futuro del secolo. O dei nemici della modernità, come dimostra l’accanimento della Chiesa cattolica contro la legislazione laica e progressista scaturita dalla rivoluzione messicana – accanimento vittorioso, anche se dopo decenni, ad Opera di Woytila e Ratzinger.

Non molto tempo fa ho recensito Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario. Sono libri diversi, naturalmente, ma d’Orsi dedica un buon numero di pagine a Lenin e sul capo della Rivoluzione russa e sulla rivoluzione stessa qualche confronto può essere utile.

Con questo Anno rivoluzionario, d’Orsi ci ha regalato un gran bel libro, che si legge benissimo e avvince nonostante la densità e la quantità degli intrecci e delle considerazioni. 1917. L’anno della rivoluzione è un libro di qualità, che merita di essere letto.

Recensione. Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario

Le rivoluzioni dividono, spaccano, creano fazioni. Tra chi le auspica, le ammira e le condivide e chi le teme, le detesta e le avversa si crea un abisso che quasi mai si ricompone. Forse nessuna rivoluzione ha creato questa dinamica come avvenne nel 1917, con la rivoluzione russa. Anno mirabile o anno orribilis a seconda dei punti di vista e delle sensibilità.

È questa spaccatura che Carpi ci mostra in questo bel libro. L’autore ci inoltra in quell’anno unico e impressionante presentandoci e condensando con penna sensibile e sciolta un’enorme quantità di testimonianze.

Storico della letteratura, Carpi basa questa agevole ma preziosa ricostruzione su memorie, articoli di giornale, ricordi, pensieri di protagonisti o osservatori perlustrando l’intera gamma delle posizioni assunte di fronte agli eventi: dai simpatizzanti della Rivolzione a coloro che la rigettarono senza appello; dai bolscevichi ai reazionari. Ne è venuta fuori una narrazione vivida, che incuriosisce, invoglia il lettore ad approfondire e spesso diverte (le descrizioni dell’ipnotico potere della vodka sono splendide)

Le testimonianze in presa diretta sono intercalate da stringenti argomentazioni riassuntive. E finalmente, dopo decenni di opere che da un lato hanno presentato la rivoluzione russa come un colpo di stato, riuscito grazie ad una strana combinazione di audacia e fortuna da parte di Lenin e compagni; dall’altro come la brusca interruzione di un più o meno placido percorso verso l’occidentalizzazione del Paese (l’industria stava facendo progressi enormi, la borghesia si sarebbe irrobustita, il regime in crisi aveva già fatto le prime concessioni politiche, la servitù della gleba era stata abolita e la Russia sarebbe diventata un paese democratico di tipo europeo), Carpi dimostra in modo convincente che le cose non stavano affatto così.

La guerra approfondì e aggravò le contraddizioni del regime zarista (la modernizzazione squilibrata dell’Impero russo, il carattere arcaico del sistema di governo zarista, la mancata rivoluzione del 1905, che aveva approfondito le contraddizioni senza risolverne nessuna e la sconfitta militare nella guerra col Giappone nel 1904); pose il Paese su di un piano inclinato che fece accelerare gli eventi e li fece implodere, ma al momento dei fatti nessuno tranne i bolscevichi – e, per certi momenti, tranne Lenin – sapeva veramente cosa fare: non i Cadetti liberali, del tutto impreparati ad affrontare i problemi enormi di una guerra fallimentare e del gigantesco problema della terra; non lo erano i socialisti rivoluzionari, innamorati dei contadini, ma divisi al loro interno e indecisi sul da farsi; non lo erano i menscevichi, fedeli custodi della teoria marxista, ma proprio per questo decisi a non sfruttare immediatamente la crisi gravissima del regime zarista; non lo era la borghesia, capace di raggiungere le vette più alte nella letteratura e nelle arti, ma esilissima di numero, fragile e non di rado reazionaria in ambito della economia e nel rapporto tra le classi.

La debolezza della borghesia e le sue contraddizioni sono illustrate egregiamente da Carpi: tra il febbraio e l’ottobre il governo provvisorio dovrebbe prendere alcune decisioni fondamentali per rafforzarsi e indire le elezioni e la Costituente da una posizione di forza: uscire dalla guerra, riforma agraria e risistemare un minimo l’economia, sono necessità inderogabili (p. 97), ma gli Alleati sono disposti a concedere prestiti solo a patto che la Russia continui la guerra (p. 104) – continuare ad impegnarsi nel conflitto vuol dire radicalizzare ancora di più i soldati, già attratti dai partiti di sinistra e dai bolscevichi. Gli Alleati sono contrari ad una riforma agraria perché gran parte delle tenute sono ipotecate e la banche, che fallirebbero, sono in mano ai francesi e agli inglesi (p. 72). D’altra parte, nemmeno i cadetti sono seriamente intenzionati ad attuare una riforma agraria profonda e incisiva (p. 105). E quando finalmente la Costituente prende corpo, finisce per dissolversi in un mare di chiacchiere e discussioni: nemmeno si accorge che i bolscevichi hanno deciso di passare all’azione.

Ma le vicende dell’estate dimostrano il rischio concreto che il Paese si sfasci e l’inadeguatezza dei ceti abbienti e della borghesia tanto nella sua versione moderata dei cadetti, che nelle sue frange democratiche dei Soviet e dei socialisti rivoluzionari ad affrontare i problemi: si concretizza l’idea di un colpo di stato per rimettere le cose a posto (e i bolscevichi in galera o alla forca), e tra erati non sono pochi quelli che si dimostrano sensibili a quella sirena.

Anche i bolscevichi, in quel 1917 tempestoso, spesso ebbero le idee confuse, ma Lenin (che poteva contare su compagni di partito brillanti e capaci, primo fra tutti Trockij, che in quel 1917 svolse un ruolo fondamentale) aveva la capacità di incanalare la forza delle masse: arriva in Russia dall’esilio ben deciso a indebolire il governo provvisorio e radicalizzare lo scontro di classe e per questo trasforma Pietrogrado in una roccaforte bolscevica e fa del proletariato il “motore della rivoluzione” (p. 77); con le tesi di aprile fa inorridire i marxisti ortodossi per lo stravolgimento della teoria marxista: il potere va preso adesso, finché si può, senza che la borghesia faccia il suo percorso storico previsto da Marx; conosce la stanchezza per la guerra dei soldati, sa che la grandissima maggioranza di loro sono contadini affamati di terra e li asseconda: porta fuori la Russia dal conflitto, anche a costo di un prezzo altissimo – pace di Brest-Litovsk – e scippa l’influenza dei socialisti rivoluzionari sui contadini garantendo loro che i bolscevichi avrebbero appagato il loro desiderio di terra. Carpi lo definisce “uno dei capolavori politici di Lenin”, (p. 157), e ha ragione, perché solo saldando le aspettative degli operai e dei soldati a quelle dei contadini, i bolscevichi avrebbero avuto qualche possibilità di farcela: senza il sostegno dei contadini, Lenin e compagni avrebbero fatto la fine della Comune di Parigi – una brutta fine. E’ vero che in tempi successivi i contadini avrebbero avuto ben più di una ragione di pentirsi per aver sostenuto i bolscevichi (un Paese che nell’Ottocento era il granaio d’Europa, negli anni Settanta del ‘900 importava grano!), ma nel 1917 non potevano sapere cosa sarebbe successo in seguito, mentre invece sapevano benissimo cosa voleva dire vivere sotto lo zar…

In sostanza, fu su questa triade – pace, pane e terra – e sulla coerenza estrema nell’affrontarla che i bolscevichi non solo giunsero al potere, ma gettarono le basi per la loro sopravvivenza. I costi furono enormi: la rivoluzione fece ribollire il Paese e in quell’anno di caos e incertezza, fame e violenza furono cose quotidiane. Dopo la pace di Brest-Litovsk – che chiude la narrazione – la Russia sarebbe rimasta in preda a convulsioni per anni, ma la rivoluzione aveva vinto.

Insomma, per chi vuole farsi un’idea di cosa sia stato quell’anno rivoluzionario, quel formidabile e inquietante 1917 in Russia, questo libro di Guido Carpi fa al caso suo.

Recensione. Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista

Normalmente i movimenti di destra fanno della salute e del vigore fisico un loro tratto caratterizzante. A leggere questo libro di Ohler, sembrerebbe invece che, nella società tedesca durante il nazismo, nelle alte sfere militari e di partito e nel loro capo, le cose non stessero affatto così: “Benché i nazisti ostentassero un rigido moralismo e attuassero una severa politica antidroga […] sotto la dittatura di Hitler una sostanza potente, molto pericolosa e capace di dare dipendenza diventò un prodotto popolare”. Lo stesso Hitler era drogato marcio.

Personalmente penso che questo libro abbia una ambiguità di fondo. È un libro di storia, ma chi lo ha scritto non è uno storico; si basa su un certo numero di documenti resi disponibili recentemente, ma vi sono parti romanzate. Di più: vi sono momenti in cui la mancanza di perizia dell’A. nel padroneggiare i documenti emerge abbastanza chiaramente: ad esempio, sospetta che Rommel facesse uso di anfetamine basandosi esclusivamente sul suo modo di combattere senza altra fonte documentaria (p. 104 ss.). D’altra parte, lo afferma lo stesso Ohler: “non sono uno storico e non pretendo di riscrivere gli avvenimenti” (p. 141). Non è una confessione di umiltà, è un modo di mettere le mani avanti.

Infatti, le quattro parti in cui si suddivide il libro, a mio parere sono di valore diseguale. Documentata e, tutto sommato, convincente, è la prima parte: è plausibile che in un Paese sconfitto e nel mezzo di una catastrofe economica, quale era la Germania dopo la prima guerra mondiale, una buona parte della società cercasse rifugio e consolazione nei mondi artificiali delle droghe. Nel caso specifico si tratta, in particolare, di una droga sintetica, ma la cosa non stupisce se si pensa che la Germania era all’avanguardia nell’ambito della chimica, come testimonia la presenza di case farmaceutiche di livello mondiale come la Bayern e altre.

La droga sintetica era una anfetamina, il Pervitin, che riscosse un successo e una diffusione clamorosi. Era in grado di far sparire quasi completamente i sintomi della fame e di tenere il fisico sveglio e attivo per giorni. Un prodotto con caratteristiche del genere era l’ideale per gli eserciti e per i soldati.

Tuttavia, affermare che l’uso di questa anfetamina era largamente diffusa nella società tedesca (già prima dell’ascesa del nazismo) è un’affermazione impegnativa che andrebbe comprovata maggiormente. Se non ci sono dubbi che nel mondo dello spettacolo cocaina e altri stupefacenti circolassero in abbondanza, si trattava comunque di cerchie molto ristrette appartenenti al mondo dello spettacolo o comunque benestanti. Ma durante la gran parte degli anni della Repubblica di Weimar furono anni durissimi per la maggioranza della popolazione. Che vi fosse la tentazione di fuggire al presente ricorrendo a sostanze artificiali è più che probabile, ma data la povertà diffusa è più probabile che la piaga più grave fosse l’alcolismo piuttosto che l’uso di droghe.

Qualche altro dubbio comincia ad affiorare nella seconda parte, che tratta essenzialmente dei due primi due anni di guerra: secondo l’A., l’invasione della Polonia e la folgorante vittoria contro la Francia, furono dovuti essenzialmente all’uso smodato nell’esercito di questo nuovo ritrovato. Per la campagna contro la Francia l’esercito ordinò l’impressionante cifra di 35 milioni di compresse, ma se si considera che vi presero parte oltre due milioni di soldati, il numero di pillole per ciascun soldato diventa poca cosa. 

La replica invece non si verificò con l’invasione dell’URSS essenzialmente perché, considerata la vastità del Paese e quindi dei fronti e la tattica dei sovietici di ritirarsi, fu una guerra assai meno di movimento rispetto a quella sul fronte occidentale. Di conseguenza, l’uso del Pervitin risultò inefficace.

Con la parte terza (dal 1941 al 1944) la narrazione si sposta dal piano storiografico quasi sempre tenuto nelle due precedenti per far spazio ad ampi tratti romanzati. Qui l’A., ci parla del “paziente A” e del suo strano, simbiotico rapporto col suo medico personale di fiducia, Gilbert Theodor Morell – ciarlatano più che medico. Arrivista senza scrupoli, Morell somministrò a Hitler mix micidiali di sostanze dopanti, steroidi, Eukodal, zucchero d’uva e altre decine di sostanze, infiacchendone il fisico e oscurandogli progressivamente la ragione. Tra i due si verrà ad instaurare uno strano rapporto di reciproca dipendenza: a Hitler, il “dottore” deve fama, ricchezza e immunità per i suoi maneggi e commerci al di fuori di controlli e legalità; Hitler gli deve la capacità di resistere fisicamente alle pressioni dovute all’andamento fallimentare della guerra.

 Ohler, basa la sua ricostruzione su parecchi documenti, ma non mancano le contraddizioni. Ad esempio, a p. 226 scrive: “Dall’autunno del 1941 Hitler fu un consumatore accanito di ormoni e steroidi e, a partire dalla seconda metà del 1944, anche di cocaina e anche di Eukodal. In quella fase, dunque, Hitler non ebbe nemmeno un giorno di lucidità” (p. 226); qualche pagina più tardi afferma però che Hitler era diventato “tossicomane” dopo l’attentato del 1944 e, soprattutto, che l’assuefazione alle droghe aveva accentuato le sue caratteristiche umane preesistenti (p. 239). In breve, l’Autore non scioglie il dubbio che dalla sua stessa narrazione emerge: se dal punto di vista militare le cose per la Germania cominciarono a mettersi male nel 1941, e cioè quando Hitler comincia ad assumere ormoni, steroidi e altri ritrovati e, da quel momento, come afferma, non ha più un giorno di lucidità, allora Hitler ha perso la guerra a causa delle droghe? La risposta di Ohler è negativa: “Hitler […] rimase lucido fino alla fine. Il consumo di stupefacenti non compromise affatto la sua capacità decisionale. Fu sempre in sé, sapeva esattamente cosa faceva e agì con sangue freddo” (pp. 239-40).

Queste conclusioni però smentiscono descrizioni precedenti: ad esempio, anche se l’A., non lo dice espressamente, nella sua ricostruzione vi è una coincidenza tra errori tattici militari compiuti da Hitler in occasione dell’invasione della Russia e l’assunzione delle sostanze dopanti del suo medico: “L’intuito [di Hitler] che fino all’inizio dell’Operazione Barbarossa [l’invasione dell’URSS] si era dimostrato pressoché infallibile lo abbandonò quando le iniezioni cominciarono a devastare il suo organismo” (p. 156). 

Un’altra tesi sostenuta nel testo è che “le droghe nel Terzo Reich furono utilizzate come strumento artificiale di mobilitazione, per compensare la fisiologica perdita di motivazione e mantenere alto il morale dell’entourage” (p. 296) di Hitler – Morell, il suo medico, serviva anche altri pezzi grossi del regime. 

Sono tesi e affermazioni impegnative e, per certi aspetti, fuorvianti e pericolose. Sostenere che dopo l’invasione dell’Unione Sovietica Hitler perse progressivamente il controllo della situazione a causa delle droghe suona come assoluzione complessiva per una società che, a sua volta, non si avvide del disastro in arrivo e non reagì perché anch’essa obnubilata dalla diffusione delle anfetamine. Ne deriverebbe un’attenuante di non poco conto del sostegno di cui ha goduto il regime fino alle fine.

Romanziere di successo, Ohler sa come intrattenere il lettore. Il libro, oltre ad avere il merito di chiarire che dietro alla propaganda dei regimi fascisti improntata a eroismo, virilità e bellicosità, la realtà era ben diversa,  è scorrevole e avvincente.

Con le precauzioni a cui ho accennato “Tossici” si legge volentieri.

Recensione. Lindsey Fitzharris: L’arte del macello. Come Joseph Lister cambiò il mondo raccapricciante della medicina vittoriana

C’è stato un un tempo in cui per entrare in ospedale servivano tre cose: una malattia o un infortunio, una buona dose di disperazione e parecchio coraggio. Almeno fino alla fine dell’Ottocento l’ospedale era considerato “l’anticamera della morte”: vi si entrava, ma le probabilità di uscirne vivi erano davvero scarse.

Come dar torto a coloro che avevano questa visione apocalittica? Gli ospedali erano luoghi incredibilmente sporchi: i letti spesso non erano altro che cassoni con dentro pagliericci che erano l’habitat ideale per ospitare colonie di insetti e parassiti; escrementi, sudore, puzza di chiuso in camere poco areate; nelle corsie i letti (doppi, da quattro, a volte da sei persone) erano occupati da persone affette da malattie diverse e capitava che moribondi finissero i loro giorni fianco a fianco di gente appena ricoverata – i medici descrivevano gli odori che ammorbavano gli ospedali con l’espressione: “la cara, vecchia puzza di ospedale” (p. 10) – il personale infermieristico era sprovvisto di preparazione specifica e spesso era brutale e indifferente.

Per quel che riguarda gli interventi chirurgici di coraggio ne serviva davvero parecchio: sia da parte di chi lo subiva, sia da parte di chi lo praticava. Ci voleva del fegato sezionare un poveraccio che avrebbe sofferto molto meno che all’inferno. Prima dell’avvento della anestesia un’operazione chirurgica era uno spettacolo macabro. Ma era uno spettacolo nel vero senso della parola perché torme di studenti e di curiosi si affollavano attorno ai chirurghi che operavano.

Quello che vedevano gli spettatori erano uomini dallo stomaco di ferro con indosso grembiuli impataccati di sangue raggrumato che cercavano di fare il loro mestiere nel minor breve tempo possibile: il famoso Robert Liston, un chirurgo nerboruto, deciso e velocissimo, era in grado di amputare una gamba in trenta secondi. La velocità era essenziale per evitare che il malcapitato morisse dissanguato (anche se poi in moltissimi ci lasciavano le penne per lo shock anafilattico.

L’utilizzo del cloroformio (conosciuto da tempo ma utilizzato per la prima volta nel 1840 da un dentista di Boston) provocò l’inizio del tramonto di questa lunghissima epoca di strazio: ora i chirurghi potevano agire con più calma e avventurarsi più in profondità nel corpo o in organi più delicati.

Ammesso che l’operazione andasse a buon fine e che fossero sopravvissuti allo shock, quelli che avevano subito un intervento non potevano ancora dirsi sicuri di essere in salvo. Le probabilità che si sviluppassero infezioni mortali erano elevatissime: “intorno al 1840, in Inghilterra e Galles ogni anno circa 3000 madri morivano per infezioni batteriche come la febbre puerperale” (p. 62).

La “febbre nosocomiale” era un vero incubo e una persecuzione per la medicina del tempo. La chirurgia aveva un bel progredire se poi la maggioranza dei malati moriva a causa di complicazioni e infezioni post-intervento. La medicina del tempo considerava questo problema dal punto di vista della “tecnica ospedaliera”, cioè all’erronea costruzione degli ospedali e alla discutibile conformazione e dislocazione interna dei locali (p. 70).

Era questo il mondo in cui Lister lavorò e fece carriera. Scrivere una biografia significa calare il protagonista nel contesto generale della sua epoca. L’Autrice riesce perfettamente in questa operazione. Il primo merito di questo libro è di avere scandito le tappe della carriera di Lister allacciando ognuna di esse al contesto generale.

Lister fu un uomo fortunato per cinque ragioni. La prima fu quella di avere un padre che riconobbe il talento del figlio e, con discrezione, non solo lo sostenne ma lo guidò rispettandone le scelte. La seconda fu quella di avere dei mentori che, riconosciute le sue capacità, lo presero sotto la propria protezione e lo fecero crescere enormemente dal punto di vista professionale accrescendone la stima in sé stesso (belle le pagine dedicate all’orgoglioso, ardito e a suo modo geniale James Syme, che divenne suo suocero). La terza e la quarta sono legate tra loro. Lister era un quacchero e il fatto che quella religione desse importanza a condurre una vita senza tanti fronzoli e stimolasse l’impegno per realizzare cose concrete fu uno stimolo potente per incentivarne la naturale serietà e l’innata tendenza alla perseveranza. La quinta, ça va sans dire, Lister era un genio. Ma quel genio ottenne risultati (e riconoscimenti) strepitosi grazie al supporto degli altri quattro elementi: la storia è piena di personalità geniali ma discontinue o destinate a perdersi per strada.

Fitzharris individua queste caratteristiche e le usa per accompagnare il lettore nella vicenda umana e professionale di Lister con grande abilità narrativa. L’A. ci inoltra così nei dibattiti dibattiti scientifici su riviste e pubblicazioni; focalizza la situazione interna alle università illustrando competizioni tra docenti, i rapporti con gli studenti e la vita accademica; ci presenta la condizione degli ospedali partendo da descrizioni sommarie ma efficaci delle città e degli ambienti di lavoro.

Il libro è interessante non solo per il personaggio decisamente fuori dal comune e per la sua capacità di trovare la soluzione alla ossessione di una vita di studi e esperimenti (abbattere la mortalità dovuta alle infezioni con un metodo scientifico); lo è anche perché contestualizzando la vita e le vicende del protagonista l’A. delinea molti altri aspetti interessanti.

Si prenda ad esempio il faticoso affermarsi di una teoria, dovuto alla diffidenza e all’ostracismo di colleghi (Ignac Semmelweris, un medico ungherese, si rese conto prima di Lister che erano proprio i medici a portare in sala parto le “particelle cadaveriche” responsabili delle infezioni e che perciò chi andava dalla sala anatomica in corsia avrebbe dovuto lavarsi le mani. Quasi inascoltato e anzi deriso dalla gran parte dei medici finì i suoi giorni in un manicomio – vedi pp. 185-187): il progredire, il successo o l’insuccesso di una scoperta in grado di salvare un numero incalcolabile di vite può dipendere da molto variabili. Anche Pasteur, che trovò in Lister prima un lettore attento poi un ammiratore e infine un amico, dovette scontrarsi con un clima del genere.

Furono proprio le ricerche di Pasteur a offrire a Lister la chiave per risolvere il problema che lo affliggeva: l’intuizione che nelle ferite si determinava qualcosa di simile alla fermentazione studiata da Pasteur. Era quindi assolutamente necessario impedire la putrefazione delle ferite analogamente a quanto faceva il calore impedendo la fermentazione (pp. 198-201). Fu l’acido fenico la sostanza che tradusse in modo efficace la teoria alla pratica.

Dal libro emergono alcuni dei nessi che legano gli sviluppi velocissimi e sbalorditivi di Edimburgo e Glasgow (le città dove Lister si trovò a lavorare oltre che a Londra) con i problemi urbanistici, il durissimo lavoro nelle fabbriche e lo sviluppo degli ospedali. Sono temi trattati ampiamente dalla storiografia, ma in tempi come i nostri in cui un liberismo senza freni fa riemergere una “questione sociale” che sembrava risolta, Fitzharris offre molti spunti di riflessione, non ultimo il fatto che lo sfruttamento può diventare un guadagno per il singolo imprenditore, ma è una perdita per la collettività. Chi subisce mutilazioni permanenti poi dovrà ricevere sussidi per continuare a vivere e sono spese a carico della collettività: i costi della mancanza di regole li paghiamo tutti, non solo chi ha avuto la sfortuna di infortunarsi.

Nel computo complessivo dovrebbero essere anche inclusi i costi degli effetti collaterali di uno sviluppo senza regole: Fitzharris accenna a quelli del tempo del protagonista: alcolismo, microcriminalità e rapporti umani estremamente tesi; ma a ben guardare sono gli stessi (ai quali se ne aggiungono altri) con cui ci confrontiamo oggi.

Ancora: l’A., accenna brevemente alla riforma della medicina maturata dalla Rivoluzione francese (ma i rimandi sono precisi). Del resto, la condizione degli ospedali in Inghilterra rimase diversa da quelli sul continente per un lungo periodo. Ma si tratta di una riforma essenziale, non soltanto perché costringendo i medici alle visite in ospedale e a redigere quel “tableau” che poi sarà la cartella clinica gettò le basi della medicina moderna e della clinica, ma anche perché, per la prima volta, pose il problema della salute come “diritto” del cittadino e non come soccorso compassionevole.

Vale la pena di ricordare la grande umanità di questo medico geniale. Mentre i lettori farebbero bene a meditare – e ad approfondire, gli aspetti economico-sociali partendo dalla considerazione che la medicina non è affatto una scienza neutra ma fa parte e incide sul contesto, i medici farebbero bene a tenere a mente che la sensibilità dovrebbe essere una componente essenziale per chi ha scelto quella professione.

Uno dei meriti indiscussi dell’opera è lo stile avvincente e l’ottimo gioco di incastri che l’A. ha assemblato per mantenere vivo l’interesse del lettore. Fitzharris riesce nell’impresa di sciogliere concetti non semplici in un linguaggio chiaro e brillante (a volte forse perfino un po’ troppo discorsivo).

Anche se corredato da un indice analitico molto ben fatto e da note a margine ricche e puntuali, manca una bibliografia. È un peccato, ma nel complesso L’arte del macello è un’ottima introduzione alla storia della chirurgia e un bell’esempio delle grandi potenzialità che la storia della medicina ha nell’illuminare quella economico-sociale.

È un libro che consiglio con piacere. Buona lettura.

Recensione. Paul Corner: Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura

“A Roma Mussolini poteva dire quello che voleva, ma nel loro territorio erano il federale e i suoi fedeli a comandare” (p. 158). In tempi in cui l’immagine del fascismo e di Mussolini riemergono come punti di riferimento per una società ordinata ed efficiente, questa affermazione di Corner che dipinge un duce semi-impotente di fronte ai suoi gregari può risultare sorprendente.

In realtà, ovviamente, non dovrebbe meravigliare: “monolitico”, “granitico” e “inquadrato” il fascismo non lo fu mai. Sulla base di una documentazione d’archivio straordinariamente ampia, Corner dimostra ampiamente che il fascismo, anche dopo essere passato da movimento a partito e avere ridimensionato lo squadrismo più intransigente e violento nella Milizia, rimase sempre un fenomeno disomogeneo, disaggregato, frastagliato in una miriade di localismi: “la forza dei fascismi locali e le pretese dei loro leader furono una costante fonte di preoccupazione per Mussolini per tutti gli anni Venti” (p. 49). Vera e propria “spina dorsale” del movimento prima e del partito poi ben oltre la crisi Matteotti il fascismo nelle province mostra ampiamente il fallimento del regime nel risolvere i problemi che si era incaricato di risolvere: campalinismo, corruzione, clientelismo… Non uno di questi problemi fu risolto dal regime. Caso mai si aggravarono. Fatta eccezione per poche, limitate zone come quelle dominate da“ras” particolarmente capaci nel crearsi una rete clientelare (Farinacci), nel trovare alleanza con le forze storiche e produttive del luogo e di far arrivare copiosi finanziamenti pubblici (i Ciano a Livorno, Balbo a Ferrara), la turbolenza delle province rimase palese o sotto-traccia, ma non fu vinto mai completamente.

Mussolini non poteva disfarsi della componente intransigente del partito. I settori moderati della società erano grati a Mussolini per averli liberati dall’incubo del socialismo, ma dall’altra parte non erano affatto disposti a stare a guardare nel caso in cui venisse dato campo libero a gente che pensava che il mondo si dividesse “in bastonatori e bastonati, punto e basta” (p. 71). Semplicemente, se il fascismo non aveva la forza per imporre una “soluzione giacobina”, ne aveva abbastanza però da poter intimidire costantemente le élites moderate (pp. 58-59); infatti, almeno fino al 1925, il fascismo intransigente rappresentò “lo zoccolo duro del partito” (p. 67).

Corner fa benissimo a ricordare più volte nella trattazione che la violenza era una componente vitale del fascismo e lo fu sempre, non solo nei primi anni (pp. 71, 78). Per molti squadristi della prima ora il fascismo era azione, e la violenza era un modo per appianare le cose. Se non che la violenza aveva bisogno di bersagli e questa necessità rendeva evidente la debolezza dell’estremismo: una volta annientati socialisti, repubblicani e alcuni gruppi cattolici, con chi prendersela? Attaccare la borghesia poteva anche essere allettante, ma sicuramente ne avrebbe compromesso l’adesione al regime. Stava qui la miopia di “ras” come Farinacci.

Farinacci e Balbo costituiscono due esempi lampanti di come il fascismo fu sfruttato per accumulare enormi ricchezze. La lotta tra le varie fazioni, che dilaniavano la vita politica locale fino alla paralisi di ogni attività politica (come nel casi, più volte documentati dall’Autore di Savona e Piacenza, ma anche altrove) sebbene mascherate da lotte inerenti la “purezza” e la sincerità della “fede” fascista dei contendenti erano in realtà lotte per l’acquisizione del potere a livello locale. Per chi non aveva molti scrupoli le possibilità di far quattrini erano molte e la corruzione era diffusa ad ogni livello. Corner dedica un intero capitolo a questo fenomeno e ne svela non soltanto l’ampiezza e la ramificazione, ma anche le modalità.

Era infatti la stessa conformazione piramidale e verticistica del regime e del partito a favorire lo sviluppo della corruzione. Per salire uno o più gradini era necessario annientare gli avversari e per far questo la calunnia e l’infangare la reputazione dei nemici era moneta corrente: tra le varie accuse, quella di corruzione, di nepotismo, di clientelismo, di scarsa “fede” fascista o di “incomprensione del fascismo” e di una condotta morale discutibile erano tra le più frequenti. Screditare l’avversario significava da un lato attirargli le antipatie della popolazione locale e dall’altro sperare in un intervento da Roma che lo togliesse di mezzo (p. 148). In generale si trattava di accuse che quasi sempre contenevano dosi molto massicce di verità dal momento che nel movimento dei primi anni era presente un alto tasso di criminali e sfaccendati di varia natura di una caratura culturale nulla o del tutto insoddisfacente: il partito fascista era diretto in buona parte da persone ignoranti che avevano trovato nel partito una discreta se non buona collocazione:
“la mancanza di personale esperto a livello locale fu un problema che afflisse il regime per tutta la sua esistenza. Nella teoria il fascismo si era dato il compito di rivoluzionare la composizione della classe dirigente [e dar vita a un] “uomo nuovo” fascista. La credibilità del fascismo dipendeva da quanto fosse in grado di mobilitare forze nuove e di distinguersi dalla disprezzata e ormai invecchiata classe politica [liberale]. Senza la mobilitazione di un esercito di sostenitori […] la rivoluzione fascista era destinata a perdere il suo slancio” (p. 97).

Un secondo fattore era dato dal fatto che i fascisti consideravano del tutto naturale il diritto di fare come volevano. Ritenevano di aver fatto e vinto una rivoluzione e perciò il “chi vince prende tutto” costituiva un atteggiamento naturale per molti di loro non solo riguardo agli avversari sconfitti (spesso la casa del fascio sostituiva una casa del popolo) ma anche nelle faccende locali e negli scontri tra fazioni.

Erano problemi gravi per il regime, che finiva per essere screditato e che allontanava le simpatie degli uomini più capaci e onesti. E tuttavia, anche dopo i repulisti avvenuti con la creazione della Milizia nella quale si cercò di incasellare – e quindi poter meglio controllare – le teste calde in un primo tempo, e con lo sfoltimento del partito nella seconda metà degli anni Venti in un secondo, il problema di accontentare in qualche modo le pretese degli scontenti rimase. Affrontarlo significò – di solito dopo brevi periodi di pacificazione tra le fazioni – gettare il problema dalla porta per poi farlo rientrare dalla finestra: dopo poco le dispute si riaccendevano inevitabilmente.

Era inevitabile che le cose andassero in questo modo perché nonostante tutta la retorica sull’importanza dei “giovani” e della gioventù come sinonimo di “fede”, audacia, forza e altri attributi virili, il regime non preparò mai seriamente una futura classe dirigente (p. 101), o quando tentò di farlo la disaffezione verso il partito e il regime era talmente diffusa da essere oramai irrecuperabile (pp. 238-243).

Inoltre, a livello locale i fascisti potevano sentirsi i padroni assoluti, ma non lo erano. C’erano altri attori con i quali fare i conti: c’era lo Stato con la sua imponente burocrazia; c’era la Chiesa, la cui influenza e forza non potevano essere ignorate; c’erano le èlites che detenevano il potere economico e c’era la Monarchia che, con colpevole ritardo, si mosse soltanto quando la situazione si fece disperata. Tutta la retorica del regime non riesce a mascherare il fatto che il fascismo non raggiunse mai il livello di compenetrazione tra Stato e partito come in Germania (dove il secondo finì per essere più forte del primo, vedi pp. 135-39 ).

Certo, in periferia spesso i prefetti non avevano mosso un dito contro gli squadristi quando distruggevano le sedi degli avversari o quando li malmenavano e li umiliavano e ci fu un periodo in cui lo squadrismo fu più forte dello Stato. Ma fu un periodo breve che durò al massimo fino al 1925 quando una serie di leggi riequilibrarono la situazione. Da quel momento in poi essere rappresentanti dello Stato non era la stessa cosa che essere rappresentante del fascio – anche se a Roma si cercò di risolvere il problema delle competenze trasformando “i fascisti più leali” in prefetti (p. 91); in più, la figura del podestà, essendo una carica non rinumerata, veniva ricoperta da esponenti delle élites economiche locali che non avevano bisogno di lavorare. Il dover fare i conti con questi coattori poteva mandare in escandescenze qualche federale, ma nella sostanza il coltello dalla parte del manico l’aveva il prefetto (p. 83, 138). Farinacci aveva tentato, durante il breve periodo in cui fu a capo del partito, di “fascistizzare” lo Stato, ma il suo tentativo di far prevalere il partito fu bloccato da Mussolini stesso (pp. 68-76). Questo non significa che i federali non disponessero di poteri reali e ampi margini di manovra: semplicemente, il loro campo di azione era più limitato rispetto a quanto avrebbero voluto. (Laddove, invece, la collaborazione tra federale, podestà e prefetto funzionava, come a Torino per un breve periodo nei primi anni Trenta, il regime riscuoteva “un senso di gratitudine” da parte della popolazione, p. 205).

D’altra parte il Concordato fu un innegabile successo diplomatico e propagandistico di Mussolini, che si ritrovò elevato a “uomo della Provvidenza”, era però evidente che, mantenendo una certa autonomia e proprie organizzazioni, la Chiesa limitava lo spazio di intervento del regime e del partito.

Per quanto riguarda le élites locali, se in meridione si verificarono numerosi fenomeni di trasformismo (pp. 122-23), nella Valle Padana gli agrari seppero ricompensare coloro che si schierarono dalla loro parte non soltanto quando si trattò di malmenare socialisti e incendiare leghe contadine, ma anche dopo: A Ferrara Balbo, che oculatamente si schierò dalla parte degli agrari, diventò ricco in soli tre anni. Diverso, in parte, la situazione nel triangolo industriale: un uomo-chiave del regime come Beneduce poté permettersi il lusso di iscriversi al partito solo nel 1941 su esplicita richiesta di Mussolini; Agnelli lo fece nei primi anni Trenta.

Il dato che emerge da questi fenomeni è che mantenere in vita questi dualismi significava dover accentuare l’equilibrismo del regime e del partito, del centro verso la periferia. Il “beghismo” rimase a lungo un male endemico in gran parte delle federazioni e delle province del Paese (p. 107). Il potere locale faceva gola a molti e si era disposti a scagliarsi gli uni contro gli altri per accaparrarselo, tanto più che la suddivisione dei poteri tra i vari componenti – prefetto, federale, Milizia ecc. – rimase piuttosto incerta e fluida fino al 1927. Ma anche negli anni successivi, la struttura stessa del regime a cui abbiamo accennato sopra faceva sentire i suoi effetti: il “cambio della guardia”, la sostituzione di un segretario o un cambiamento ministeriale potevano giocare a favore o a sfavore dei singoli: coloro che erano stati espulsi potevano sperare – e brigare – per essere riammessi al Partito.

Nel frattempo il parastato – una stupefacente miriade di enti – e il partito, che ora inglobava altri organismi precedente autonomi, crescevano a dismisura. Erano entrambi fonte di stabilità e di consenso al regime in quanto offrivano lavoro, ma allo stesso tempo dilatavano la burocrazia rendendo opaca, monotona e poco allettante la vita politica.

Abbiamo usato finalmente la parola decisiva: “consenso”. Il sottotitolo del libro è infatti “opinione popolare sotto la dittatura”. Cosa pensavano gli italiani del regime? Come cambiò, se cambiò, il loro parere nel corso del ventennio.

Per scandagliare i sentimenti popolari di affezione o disaffezione al regime Corner si affida a alla consultazione di molti diari e, soprattutto, ad una copiosissima documentazione interna, vale a dire relazioni prefettizie, carte di polizia, resoconti di spie. Corner è studioso troppo esperto e preparato per temere i tranelli che questo genere di documentazione comporta ed ha la lodevole onestà intellettuale di mostrare al lettore il proprio metodo di studio.

La competenza acquisita in decenni di studi (e di frequentazione di archivi) gli consente di muoversi con agilità e sicurezza nel mare magnum di carte che ha studiato. La lente di ingrandimento usata per indagare la società italiana è il partito – del suo sviluppo, funzionamento (o mal funzionamento o non funzionamento). Corner ne studia le dinamiche interne e le sue relazioni interne e in relazione al centro. In questo modo può muoversi sia in orizzontale (per così dire a “raggiera” nelle relazioni e nei rapporti con altri enti in provincia), sia in verticale.

Il regime aveva affidato al partito, il compito di “organizzare, educare e irregimentare la popolazione predicando il verbo fascista per creare le necessarie fondamenta al consenso […] un “ruolo […] centrale nella costruzione dello stato totalitario” (pp. 87-88). Ebbene, la sensazione che se ne ricava – supportata da robuste prove documentarie – è che alle “tare ereditarie” ricevute dall’Italia liberale che abbiamo indicato, il partito fallì la realizzazione del compito che gli era stato affidato: la trasformazione dell’italiano nel nuovo uomo fascista non si concretizzò affatto.

Troppe e troppo stridenti le contraddizioni tra la propaganda e la realtà, tra quanto veniva richiesto (e cioè imposto) e quanto chi si trovava in posizioni di comando faceva mostra spudoratamente quotidianamente: assenteismo, inefficienze, corruzione, posti di comando ricoperti da persone del tutto inadatte (perfino da un “barbiere ubriacone”), favoritismi a donne di dubbia reputazione e compiacenti, lusso sfrenato e ingiustificato, prebende immeritate; per chi era disoccupato o sottopagato (gli anni Trenta furono durissimi in molte zone del paese) era dura constatare la carità pelosa di un pacco di pasta o un vaso di marmellata ricevute da nobildonne ingioiellate…

Dalla documentazione riportata e discussa con argomenti convincenti, emerge letteralmente di tutto; un quadro impressionante – e desolante – di una società che adotta stratagemmi anche sofisticati per mantenere minimi spazi di libertà, se non fisici, almeno di pensiero: iscriversi al partito e al sindacato per avere un lavoro o non essere licenziati, ma partecipare il meno possibile alle loro attività; andare alle manifestazioni “oceaniche” sì, dal momento che era obbligatorio e si poteva ricorrere in sanzioni anche gravi, ma restare in silenzio durante il discorso del capo – o perfino del duce, come fecero gli operai della Fiat –; donare “l’oro alla patria” con la fede nuziale, sì, ma falsa o “impoverita”.

Ciò non significa che il regime, soprattutto in alcuni momenti, non abbia goduto di forme di approvazione o di consenso: “il partito agì in ambiti come il “welfare, le politiche giovanili, il tempo libero, tutte novità importanti […] e con risultati rilevanti sotto ogni profilo” (p. 312 – sul “welfare” però, soprattutto in relazione alla politica vanno tenute presenti le osservazioni di Ipsen: Carl Ipsen, Demografia totalitaria); la creazione dell’impero generò un momentaneo e malinteso orgoglio nazionalistico (p. 221). Tuttavia, argomenta Corner a ragione, bisogna intendersi sul significato della parola “consenso” (si veda p. 208 dove discute la definizione avanzata da Renzo De Felice). In uno stato dittatoriale non essendo i cittadini liberi di esprimersi l’adeguarsi della popolazione alle regole imposte tende diventare conformismo, il che non è affatto sinonimo di consenso. Occorre dunque valutare con attenzione gli atteggiamenti. E nel vagliare le fonti che registrano gli atteggiamenti della popolazione Corner è maestro. Egli è riuscito a creare un quadro estremamente sfaccettato che dimostra il progressivo scollamento via via crescente di strati sempre più larghi della popolazione dal regime che entra in crisi profonda già prima, molto prima della seconda guerra mondiale. Da questo punto di vista non può non balzare all’occhio la stridente contraddizione tra un partito elefantiaco in grado di visionare l’intera società italiana e di penetrare a fondo nella vita privata della popolazione e il distacco sempre più massiccio della gente dal regime. Il fallimento del partito nel compito di creare una nazione di veri fascisti era già evidente nel ’ 39 e in questo sta il fallimento storico del fascismo.

Corner ha scritto un libro veramente eccellente, che unisce al rigore metodologico una prosa scorrevole e di grande chiarezza (grazie anche all’accurata traduzione di Fabio Degli Eposti). Ve lo raccomando.

Recensione. Lucio Villari: Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento

Credo che nel presentare Bella e perduta di Villari siano necessarie due premesse. La prima: tra l’interpretazione della storia e il racconto della storia personalmente ho sempre preferito la prima: capire come e perché i fatti si legano tra loro mi sembra l’elemento essenziale del mestiere di storico. E tuttavia – lo sostengo spesso – la storiografia italiana si è dimostrata troppe volte poco divulgativa; ha lasciato questo compito a tutta una schiera di giornalisti e pubblicisti non molto pratici nel maneggio delle fonti, che non di rado hanno creato confusione più che portare chiarimenti.

Con Bella e perduta Villari rimedia a questi inconvenienti. Storico che non ha certo bisogno di presentazioni, ha scritto un libro che si legge con grande facilità, con una prosa fluida e accattivante che cattura l’attenzione del lettore. Nel far questo, oltre alla leggerezza della sua penna, Villari ha pescato in un gran numero di fonti a volte ritenute secondarie: opere d’arte, carteggi, musica, opere letterarie famose e meno famose, ricordi personali dei protagonisti, teatro ecc. Il che dimostra, tra l’altro, l’attenzione dell’Autore alle ultime tendenze della storiografia (si pensi ai lavori di Banti o all’Annale della Storia d’Italia Einaudi, curato dallo stesso Banti e Ginsborg).

Siamo quindi di fronte ad un lavoro di sintesi ma che si rivolge al grande pubblico. È un bene che storici del calibro di Villari indirizzino su questo versante i propri lavori: nel nostro Paese c’è un enorme vuoto di conoscenza storica da riempire.

La seconda premessa: gli storici interrogano il passato avendo in mente i problemi del presente – lo si sa. Il Risorgimento che ci presenta Villari in Bella e perduta è un Risorgimento fatto dai giovani: giovani, a volte giovanissimi sono i protagonisti delle vicende, conosciuti e meno noti. Quasi a mettere sotto agli occhi delle giovani generazioni il confronto tra un’Italia di allora frammentata in sette stati e quella di oggi che presenta alcune crepe preoccupanti; là, nel Risorgimento, un percorso tutto da inventare, qui, ora, una rigenerazione tutta da fare. Un invito insomma.

Giovani con le loro speranze, illusioni e disillusioni come quelle di un giovanissimo Foscolo verso al poco più anziano, ma già scaltro e determinatissimo Napoleone, visto dal poeta come un liberatore e poi rivelatosi l’opposto.

La calata di Napoleone in Italia nel 1796 apre il teatro della narrazione. Villari dipinge il quindicennio napoleonico in un chiaro-scuro dove gli sprazzi di luce sono comunque più forti delle opacità. Basterebbe l’aver risvegliato un movimento nazionale in un Paese che da secoli ne era privo (p. 14) a rendere positivo il bilancio della dominazione napoleonica.

Meriti che invece si spinsero al di là con tutta una serie di riforme, più o meno incisive, più o meno durature a seconda dei luoghi, ma che, come capì subito il Cardinal Consalvi, rendevano impossibile una Restaurazione reale. Ma anche equivoci. Ad esempio Villari mette in chiaro che “l’identificazione tra ricchi e giacobini rendeva inattendibile e artificiosa la propaganda sul contrasto tra l’antico regime e il popolo. Un equivoco che costerà caro al movimento democratico italiano” (p. 19-20), che per decenni si illuderà di avere un credito e un riscontro nelle classi popolari che invece era tutto da costruire o, quanto meno, da custodire e alimentare. Lo dimostrarono con grande (e drammatica) chiarezza i fallimentari moti del 1820-21 e 1830-31, moti organizzati da gruppi ristretti e quindi chiusi, dai quali – a dispetto delle illusioni – la gran parte degli strati inferiori della popolazione rimase estranea e ne bloccarono quindi le possibilità di diffondersi.

Le lancette della storia erano destinate a non tornare indietro non solo per gli effetti della Rivoluzione francese, ma anche di quella industriale, che dalla fredda Inghilterra non avrebbe tardato a scendere sul continente.

È in questa grande cornice, alla quale Villari riallaccia le vicende italiane, che si cala la storia che dà corpo al libro. Contesto generale che non è solo rimando obbligato in una ricostruzione generale, ma che è invece contestualizzazione obbligata in quanto è da quelle due grandi eruzioni rivoluzionarie che si formeranno i due grandi “partiti” che saranno protagonisti del Risorgimento: democratici, radicali, repubblicani e primi socialisti avranno, chi più, chi meno (e non senza qualche sguardo critico) gli occhi puntati sulla Francia; liberisti e liberali moderati guarderanno con ammirazione alla Gran Bretagna.

Percorsi difficili, come testimonia il faticoso evolversi delle “sette” e dei movimenti carbonari, le cui tappe sono scandite da dolorose sconfitte e speranze mal riposte (nell’aiuto francese prima nei moti del 1830-31 – p. 99 – e poi con la Repubblica Romana, o nel “Papa liberale” Pio IX nel 1847-48).

Percorsi difficili dovuti anche alla ristrettezza dei ceti sociali che hanno in mano le redini dell’azione politica: tutti o quasi tutti, democratici o moderati che fossero, appartenenti all’alta borghesia se non alla nobiltà, con una profonda diffidenza verso gli strati più umili della popolazione e di una sostanziale repulsione verso i contadini che pure, se non altro per un fattore numerico, avrebbero dovuto essere coinvolti in modo massiccio nell’agire politico.

Di qui l’importanza schiettamente politica della letteratura, delle arti e della musica, nelle quali Villari pesca a piene mani portandole in primo piano. Lungo tutta la narrazione Villari non manca mai di rimarcare la giovane età dei protagonisti, ma anche la partecipazione popolare agli avvenimenti, riprendendo le narrazioni di Cattaneo delle cinque giornate di Milano, stralci di diari, la difesa di Roma dalle truppe francesi sul finire della Repubblica romana ecc, ma, da storico di vaglia qual è, a un certo punto avverte le possibili obiezioni del lettore e sente l’esigenza di spiegare il suo punto di vista. Lo fa fin da subito ponendo questa contraddizione come elemento di fondo (p. 63), la rende elemento problematico nel segnalare l’assurdo connubio tra progresso tecnologico all’avanguardia e disastrose condizioni igieniche nel presentare l’apertura della prima tratta ferroviaria nel retrivo Regno delle due Sicilie, la spiega infine sostenendo che insistere troppo sulla distanza tra borghesi e contadini e tra città e campagna – che pure riconosce come limite importante del Risorgimento – significa perdere di vista il fatto che, come dimostra il 1848, il Risorgimento fu essenzialmente un processo che interessò gli intellettuali (pp. 179 ss.gg) e che “il Risorgimento fu soprattutto un’opera politica, una macchina di idee, di parole” (p. 184). Si può convenire con questa spiegazione; si può anche sostenere che la fiducia riposta nel progresso scientifico, tecnologico e produttivo (p. 112 e si vedano le parole di Cavour a p. 135) e nei suoi effetti liberatori (sui quali però un Leopardi diffidava, pp. 226-27); ma alcuni studi di Franco Della Peruta hanno dimostrato l’attenzione di molti intellettuali – molti “minori” ma non tutti – verso la nascente “questione sociale”.

Ristrettezza di soggetti, dunque, costretti a muoversi in margini ristretti che rese più fragile il fronte democratico. Fenomeno che Villari illustra bene seguendo  il dissidio Mazzini/Cattaneo (p. 164) e che indebolendo il fronte democratico ha incubato una serie di problemi che puntualmente si sarebbero presentati dopo l’unificazione.

Così, ad esempio, in Piemonte le contingenze portano all’operare comune tra il moderato Cavour e il democratico Rattazzi, un “connubio” che porta in sé il frutto avvelenato del trasformismo (p. 243). Ma anche quella che nei decenni successivi all’unificazione sarebbe stata chiamata “questione sociale” era la risultante di problemi per troppo tempo accantonati e non affrontati.

Questione sociale già matura altrove e altrove affrontata in maniera diversa: in Francia con l’avvento di Napoleone III, uomo quanto mai mediocre ma ben deciso a tutelare gli interessi della borghesia; con tutta una serie di riforme graduali nella ben più solida e meno turbolenta Gran Bretagna, come Cavour non mancava di far notare (p. 228).

In Italia, invece, si faceva sentire tutto il peso della storia con la sua frammentazione delle “cento città”, luogo naturale di azione delle élites che potevano dedicarsi alle vicende politiche, ma distante e guardingo dal mondo delle campagne, immerse in un “letargo politico e civile” e lì lasciate dalle città e dalla borghesia (Villari fa riferimento al Cattaneo che guarda alla storia d’Italia come storia di città e ai limiti della propaganda mazziniana che vedeva nelle campagne un confine invalicabile). Ecco che allora, pochi decenni più avanti, le campagne avrebbero rappresentato un problema di non poco conto. Di più: Villari considera le campagne vero e proprio “tallone d’Achille quando si giungerà all’unificazione nazionale” dato che il mondo delle città e quello delle campagne, storicamente e tradizionalmente divisi, sarebbero diventati assolutamente paritetici (p. 187).

Nei decenni successivi all’unificazione le campagne divennero il teatro d’azione delle forze socialiste, ma anche la Sinistra – e Villari lo fa capire molto bene – ha lasciato “tare” profonde nella storia successiva del Paese: lo dimostrano i persistenti tentativi insurrezionali, tutti inevitabilmente destinati al fallimento, di sollevazioni popolari come quella di Pisacane o gli arzigogolati tentativi mazziniani.

Da un libro molto più ricco di quanto appaia qui, abbiamo estrapolato alcune delle nostre debolezze: la ristrettezza della classe dirigente, la distanza tra città e campagna (Villari riporta alcuni esempi della corrosiva ironia di Marx verso i limiti della propaganda mazziniana che escludeva le campagne) destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia italiana (“il fango che sale” avrebbero detto i cittadini preoccupati del proselitismo socialista nei primi decenni del secolo, con le conseguenze che sappiamo), il trasformismo. Al lettore non possono sfuggire, se non altro per la frequenza con cui li si incontra, giudizi molto netti indirizzati allo Stato Pontificio e alla Chiesa. Non si tratta di anticlericalismo dell’Autore quanto, piuttosto, una segnalazione indiretta su un fattore quanto mai vincolante della nostra storia.

Ma ho fatto un’operazione ingiusta. Bella e perduta è una difesa del Risorgimento. Le sue energie si sono fatte sentire fin dentro al Novecento. È un elogio a quei giovani che si gettarono nella lotta per il loro Paese ed è, infine, uno dei libri migliori per chi volesse cominciare a studiare il Risorgimento.

Ho recensito recentemente Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento contadini di Adriano Prosperi. Ecco, Bella e perduta potrebbe essere lo sfondo ideale, il quadro generale per cogliere appieno la lettura del volgo disperso.

Recensione. John Foot: La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la Psichiatria radicale in Italia (1961-1978)

John Foot è uno storico inglese molto attento e partecipe alle vicende italiane e con questo “la Repubblica dei matti” lo dimostra ampiamente ancora una volta.

La Repubblica dei matti non è una storia della psichiatria italiana. Non è nemmeno una storia dei manicomi italiani e nemmeno una biografia di Basaglia. È una storia culturale dei decenni centrali e più fecondi della storia repubblicana, focalizzata sulle vicende della psichiatria. La centralità della figura di Basaglia è dovuta al suo ruolo svolto in quegli anni.
L’Italia è un paese capace di grandi innovazioni. In negativo, come nel caso del fascismo; ma anche in positivo, come nel caso della Resistenza (la più forte d’Europq dopo quella jugoslava), di un partito comunista capace di dar vita a “modelli” (emiliano, per esempio) studiati e ammirati perfino dagli USA, di realtà imprenditoriali di eccellenza e di prim’ordine (Olivetti, Ferrari), o di grande interesse (la moda). La chiusura dei manicomi può essere rivendicata a buon diritto come uno dei successi più belli e meritevoli della Repubblica. Il libro di Foot lo dimostra chiaramente con le descrizioni allucinanti dei manicomi e dei reparti.

Per altro, nel libro non c’è nessuna forma di sensazionalismo. La narrazione, sciolta, vivace, avvincente, è sempre equilibrata, sempre soppesata e meditata. Così come lo sono le valutazioni dei protagonisti e delle figure studiate e incontrate. Non c’è nessuna agiografia di Basaglia. Alla grande ammirazione per quello che definisce il più importante intellettuale della storia dell’Italia repubblicana, fa da bilanciamento il grande rispetto per altri protagonisti di quegli anni. Primo fra tutti, Giovanni Jervis, grande intellettuale e figura carismatica che collaborò con Basaglia a Gorizia e poi si distaccò da quella esperienza per seguire altri percorsi. E ancor di più, forse, Franca Ongaro, moglie di Basaglia. Se, come dice il proverbio, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, allora Basaglia ebbe la fortuna di avere per moglie una donna capace di stargli a fianco e, quando necessario, di guidarlo. Era lei non solo a dare forma alle vulcaniche idee del marito, ma anche a correggerle, indirizzarle, concretizzarle. Foot giustamente si rammarica la pressoché assoluta mancanza di studi sulla Ongaro.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, in un piccolo manicomio all’estrema periferia del paese nel 1961: un posto insignificante, l’ultimo luogo a cui pensare per dar vita ad una rivoluzione. Non fu così, e non fu così per l’intrecciarsi di molti fattori.
All’ostracismo e all’esclusione che spesso le università italiane riservano ai giovani più brillanti e promettenti – motivo per cui Basaglia accettò l’incarico a Gorizia – fecero da lievito l’effervescente clima culturale che si stava formando in quegli anni: la “Storia della Follia in età classica” di Foucault, “I dannati della terra” di Fanon e “Asylum” di Goffman furono pubblicati proprio nel 1961. E a riprova della chiusura del mondo accademico, questi testi furono pubblicati grazie all’iniziativa di editori consapevoli del ritardo culturale del Paese accumulato durante il ventennio fascista come Einaudi e Feltrinelli.
Clima culturale inebriante e coinvolgente dovuto al fondersi di due fattori: da un lato, il tracollo del positivismo e dell’organicismo che avevano finito i loro giorni nell’ignominia del razzismo biologico; dall’altro, l’enorme energia creatrice sprigionata dalla Resistenza che intende muoversi per un profondo rinnovamento del Paese e recuperare alla vita civile e alla società gli ultimi, gli esclusi. Basaglia ha vissuto e si immerge in questo clima, va a confrontarsi con esperienze in Scozia e a Londra, allaccia contatti con altre esperienze, si circonda di collaboratori curiosi, aperti e decisi. Sono questi stimoli che Basaglia rielabora creando la comunità terapeutica man mano che, dall’interno, smantella il manicomio.

Gorizia diventa il centro, il faro di una rivoluzione culturale che si irradia sul Paese e trabocca al di fuori. Ma è frutto, anche, di un clima innovatore non solo a livello europeo o mondiale, ma interno. L’esperimento di Gorizia trova appoggio nel Ministro della Sanità, il socialista Mariotti, altri intellettuali si mettono ad indagare la questione manicomiale: Angelo del Boca, grande giornalista e storico dà alle stampe un’opera che diventa una bomba: “manicomi come lager”. È questa l’immagine che l’opinione  pubblica democratica e progressista  fa propria e quella conservatrice contrasta.; la stessa televisione si interessa al fenomeno: Zavoli gira un documentario, fotografi di valore creano opere.
La breccia è aperta, si aprono percorsi nuovi. È questa la seconda parte del volume, dove Foot analizza alcune realtà locali. Qui, tra gli altri, a mio parere spiccano due elementi interessanti.
Il primo riguarda il fatto che il mondo politico “scopre” e si occupa attivamente del problema manicomiale. Amministrazione centrale e locale si pongono in sintonia con una parte della società civile e dell’opinione pubblica. Si intraprendono percorsi diversi, ma nel complesso le amministrazioni provinciali e locali sono attente e collaborano. Politici che non conoscevano la realtà dei manicomi, una volta scoperta ne restano sconvolti:
“Pensavo che gli istituti assistenziali fossero una necessità. Per i matti il manicomio, per i bambini abbandonati il brefotrofio, per gli anziani soli l’ospizio. Con Basaglia […] ho imparato a rifiutare queste soluzioni […] istituzioni [pensate per] accantonare i problemi sociali più scottanti” (p. 201).
Sono parole di Mario Tommasini, assessore provinciale a Parma, operaio. Qui, come altrove, l’Italia a due livelli – quello delle classi dirigenti distanti dalle classi popolari – scompare, si attivano forze dal basso. È quel che succede a Reggio Emilia, che chiama Jervis il quale crea i centri di salute mentale; è quel che succede a Perugia con Giacanelli, ad Arezzo, a Trieste, dove Basaglia avrà l’appoggio di un esponente democristiano.

Sono esperienze che conducono al secondo aspetto. E cioè ai percorsi diversi nella chiusura dei manicomi seguiti dalle singole realtà. Per chi, come me, studia la nascita dei manicomi, questo è un aspetto particolarmente interessante perché, se si guarda alla formazione delle strutture nate prima dell’unificazione, si incontrano condizioni e soluzioni diversificate a seconda delle zone, degli Stati e delle realtà locali (si vedano le considerazioni a p. 217). Nella loro dismissione e chiusura, questi retaggi – sebbene rovesciati – sembrano ripetersi. Se è vero che ovunque i “basagliani” incontrano e ricevono sostegno politico (spesso del PCI e dei partiti di sinistra, ma non solo, come testimonia il caso di Trieste), è altrettanto vero che il movimento dal basso emerso negli anni Sessanta ed esploso a partire dal ’68 ha esercitato una pressione notevole sul ceto politico, spingendolo ad accettare o a promuovere soluzioni che altrimenti, da solo, difficilmente avrebbe realizzato. A dimostrazione di questo sta il fatto che la “legge Basaglia”, come erroneamente viene chiamata la 180, è frutto di mediazioni tra operatori e politici con posizioni a volte molto distanti tra loro. Marco Pannella fu un “critico feroce” di quella legge e ne mise in rilievo l’ambiguità, la vaghezza, e i problemi che avrebbe lasciato irrisolti (vedi pp. 287-288). Pannella, ne conviene anche l’A., non aveva tutti i torti, anzi aveva molte ragioni. Sulle colonne del Corriere della Sera un grande psichiatra, direttore di manicomio, e intellettuale come Mario Tobino, pubblicava articoli pacati ma fermi contro le posizioni della psichiatria radicale e la chiusura del manicomi ragionando sulle difficoltà che gli stessi ricoverati avrebbero incontrato e che non sarebbero stati in grado di affrontare né, tanto meno, di risolvere (Foot, in realtà, dedica poco più di un cenno a Tobino). Ma quelle posizioni avevano il torto di non tenere conto della realtà, e cioè del fatto che in Parlamento la mediazione tra DC e PCI era inevitabile per qualunque progetto di legge (p. 288). E, in quel 1978, la mediazione rese possibile la “180”.

La Repubblica dei matti è un libro che si apprezza per la capacità di Foot di tenere assieme le molte sfaccettature e particolarità di queste decenni, ma soprattutto perché mantiene sempre, in tutto l’arco della narrazione un equilibrio prudente tra i vari aspetti, momenti e personalità. Si vedano, ad esempio le pagine in cui analizza e discute il concetto di “antipsichiatria”, un concetto di cui Foot rileva e mostra adeguatamente l’ambiguità: Basaglia e i basagliani non furono solo scelti come guida da molti operatori,culturali, del mestiere o attivisti che fossero, furono contrastati dall’opinione pubblica conservatrice, ma videro anche nascere posizioni alla loro “sinistra”, molto più estreme delle loro. Foot tratta questi aspetti con grande delicatezza, senza sbilanciarsi o lasciarsi andare a giudizi sommari o approssimativi (pp. 43 sgg). Oppure si vedano le pagine che ricostruiscono l’iter della legge 180 (pp. 285-294), dove si ritrova il medesimo equilibrio.

Il libro di Foot è un lavoro in cui il lettore avverte l’impegno e la fatica dell’Autore, costretto spesso ad utilizzare fonti di seconda mano per ricostruire passaggi e contesti. Ad esempio Foot segue percorso della dismissione del manicomio di Gorizia appoggiandosi a una pubblicazione interna del manicomio, “Il Picchio”, la rivista dei ricoverati. Scelta in parte obbligata perché, come spesso accade in Italia e soprattutto per enti istituzioni chiusi, parte della documentazione è andata dispersa.

Molto resta ancora da fare, da ricostruire; Foot lo ripete o lo lascia intendere spesso. Ma ci ha regalato una bussola affascinante, densa e bella davvero. Questo è un libro non dovrebbe mancare negli scaffali di chi voglia capire qualcosa di più, e da un’angolazione originale, sulla storia recente del nostro Paese.

Recensione. Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento

 

Per lungo tempo le città italiane sono state meta dei rampolli delle ricche famiglie di tutta Europa. Il “Gran Tour”, un viaggio per certi aspetti iniziatico alla vita adulta e per altri una forma di turismo culturale di ristrette élites non poteva trascurare un soggiorno nelle grandi città italiane. Del resto, le meraviglie del Rinascimento, il clima benevolo e il paesaggio erano un richiamo troppo allettante per non richiamare attenzione e curiosità.

Nelle loro peregrinazioni lungo la penisola studenti e viaggiatori si imbatterono anche nel mondo delle campagne. Le immagini che restituirono di quel mondo sono immagini oleografiche: paesaggi maestosi o dalla bellezza aspra e selvaggia, di quiete e pace, di lente tradizioni e di tranquilla serenità. In quelle descrizioni i contadini non compaiono, o se appaiono la loro immagine è trasfigurata, filtrata dalla sensibilità (e dai pregiudizi) di chi li ritrae: contadini robusti, dalla pelle abbronzata dal sole e dallo sguardo fiero; le loro donne prosperose, dritte, di una eleganza spartana.

Quel mondo non era così. A togliere il velo di accomodante ipocrisia su quel mondo infernale erano stati i medici, soprattutto i medici condotti. Il primo a guardare con uno sguardo rinnovato al mondo contadino era stato Ramazzini. Lo faceva abbandonando l’ottica dei proprietari, che riempie le pagine dei primi trattati di agronomia, per adottare quello dei contadini (e del medico partecipe delle loro sofferenze e dei loro malanni). Malanni dovuti alla durezza del lavoro, alle loro abitazioni insalubri, alle loro abitudini obbligate (lo starsene rinchiusi nelle stalle, assieme a bestie e letame, nelle lunghe serate invernali per cercare un po’ di caldo) e ad una alimentazione sempre insufficiente.

 “La medicina del lavoro concepita da Bernardino Ramazzini imponeva un radicale ripensamento della funzione del medico. Il quale scopriva cosí la necessità di individuare cure adeguate alla realtà del contesto dove operava il lavoratore, invece di affidarsi alle forme tradizionali di ricorso alla medicina. La medicina nuova scoperta dal medico modenese [...] teneva conto della condizione sociale e del mestiere del malato” (p. 17).

Aria infetta, acqua fetida, miseria: tre termini su cui lo sguardo del medico si fissa” (p. 12) e che diventeranno i componenti della triade igienista dei medici per avventurarsi in quel mondo sconosciuto. Contatto tutt’altro che semplice dato che i contadini diffidavano di loro: diffidenza che è indice di una delle tante fratture storiche del nostro Paese che per lunghissimo tempo ha visto le campagne divise dalle città, i cittadini guardare con disprezzo e repulsione i contadini e questi ultimi ricambiare con sorda e muta (ma per lunghissimo tempo impotente) ostilità lo schifato approccio dei primi.

È il perpetuarsi di una storia lunghissima: nelle cinque giornate di Milano i contadini erano intervenuti in massa, ma la borghesia cittadina, intimorita e spaventata dai possibili esiti repubblicani della rivolta, rifiutò il loro appoggio e li ricacciò nell’isolamento delle campagne (pp. 95-96). Più condiscendente, ma in concreto distante fu lo sguardo del prolifico, brillante, ma tutto sommato superficiale Paolo Mantegazza che guardava la vita tribolata dei contadini dalla finestra della sua bella casa di Milano (p. 174).

Fu l’avvento della statistica, come strumento scientifico – uno dei tanti prodotti della Rivoluzione francese – a consentire ai medici di studiare il mondo delle campagne. Nel discutere le numerosissime inchieste e topografie medico-sanitarie, Prosperi prende le mosse da quelle di Melchiorre Gioia e del Regno di Napoli. Gioia “vedeva nella conoscenza approfondita della maggior quantità possibile degli aspetti della società lo strumento per correggerne le storture e provvedere ai bisogni; [un’]idea […] figlia di una matrice illuministica e rivoluzionaria” (p. 30). Già nell’età napoleonica questa concezione appariva troppo radicale ma fissò comunque altri parametri cardine destinati a guidare le opere successive: la sporcizia (il “succidume”) che impregnava tuguri, vestiti e biancheria e la mancanza di acqua potabile, l’analfabetismo e la superstizione dei contadini.

Nell’Italia preunitaria c’è un altro protagonista che opera nelle campagne. Il medico condotto vi entra a fatica: le condotte non ricoprono tutti i comuni, in molte zone il medico non c’è: per partorire le donne si affidano all’esperienza empirica e ancestrale delle mammane. È il parroco che si prende cura dei bisogni dei contadini. Li conosce benissimo: di loro sa tutto, vuoi perché non di rado ne condivide la provenienza sociale, sia perché abita in mezzo a loro, e infine perché li ascolta in confessione. Anche se non sempre lo rispetta, il compito del parroco è quello di abituare i contadini alla obbedienza e alla sopportazione di una vita di privazioni. Egli è di fatto l’alleato del possidente che incatena i contadini alla loro miseria (anche se Prosperi, storico finissimo, non manca di rilevare significative anche se “minoritarie” eccezioni, pp. 98 e ssgg.).

Per un certo lasso di tempo medici e parroci sono alleati. Al parroco, fin dai tempi della Controriforma, è vietato prendersi cura fisicamente dei corpi – detto più prosaicamente, di curarli (p. 123). Per questa mansione ci sono i medici, i quali hanno però bisogno dei parroci per conoscerli e conquistarne la confidenza. Le cose cambiarono con l’unificazione del Paese. La classe dirigente, moderata ma laica e liberale, ridimensionò almeno in parte il ruolo dei parroci. Certo, le campagne rimasero a lungo il loro regno, e gran parte dei proprietari, anche se di sentimenti anticlericali, si guardò bene dal mettere in crisi l’alleanza coi parroci (p. 125). Tuttavia l’assetto del nuovo Stato incentrato sul fittissimo reticolo di Comuni e Province fece acquisire al ruolo dei medici maggiore importanza.

Ciò avvenne in primo luogo perché la nuova classe dirigente aveva bisogno di “conoscere” il Paese: dopo il periodo napoleonico, con l’unificazione la statistica conobbe una nuova giovinezza (p. 126 ssgg). La convinzione che la statistica fosse uno strumento indispensabile continuò naturalmente anche dopo la caduta di Bonaparte: “Nasceva da una grande fiducia nel progresso come inevitabile conseguenza della scienza applicata al governo delle masse umane” commenta Prosperi (p. 81). Ma con l’unificazione emerse in tutta la sua gravità il problema sanitario del nuovo Stato, e occorreva affrontarlo: in primo luogo quello della spaventosa mortalità infantile, ma anche quello dei cimiteri e della salubrità delle città, colpite ripetutamente da epidemie (colera, tifo ecc.). Un compito immane che i governi scaricarono sui Comuni con prevedibili risultati insoddisfacenti (p. 119).

Ma anche ai medici condotti vennero richieste una serie di mansioni spropositate: redarre statistiche, fornire dai ai ministeri, diffondere e spiegare “precetti igienici” non solo a contadini ma anche agli operai, convincerli a cambiare vitto, igiene personale e abitudini… un compito immane impartito sapendo bene che era impossibile da realizzare (pp. 194-95). Senza dire poi che quello del medico condotto era un mestiere faticoso e mal pagato: gli spostamenti per strade spesso in pessime condizioni e in condotte molto estese erano impegnative. Occorreva una fede da missionari per svolgerlo con la dovuta acribia; la convinzioni di svolgere un mestiere che faceva avanzare il progresso e con esso la soluzione dei problemi, anche se ancora lontana nel tempo. Molte delle topografie medico-sanitarie studiate da Prosperi lo dimostrano. Raccogliere dati, informazioni, denunciare la persistenza di superstizioni era un compito necessario per compilare una futura “carta igienica” della nazione: una mappatura delle condizioni igieniche del Paese. Sono Topografie importanti perché svelarono ipocrisie profonde e radicate. Ercole Ferrario denunciò il fatto che dopo l’unificazione le condizioni di lavoro, di salute e di vita dei contadini stavano peggiorando (p. 136) e si sarebbero aggravate sotto i colpi della grande crisi agraria che coinvolse l’Europa dalla metà degli anni Settanta: nella Valle Padana i patti agrari si inasprirono e i proprietari sostituirono il vecchio, placido paternalismo con le leggi ferree e spietate del profitto (pp. 139 e ssgg).

Il risultato più evidente di questo fenomeno fu il dilagare della pellagra, malattia devastante tanto per il corpo quanto per la psiche di coloro che ne venivano colpiti. E a venirne colpiti erano esclusivamente i più poveri tra i contadini – quasi sempre i braccianti (sui quali vedi p. 251 e ssgg). Su questa malattia di classe è stato scritto molto e la ricognizione di Prosperi è esaustiva. Dà conto dei dibattiti che si aprirono in conseguenza dell’estendersi della malattia: da un lato – come denunciò il medico lombardo Lodovico Balardini – era una malattia che debilitando allo stremo i contadini finiva per indebolire l’intera economia nazionale dal momento che l’Italia era ancora un Paese prevalentemente agricolo; dall’altro dell’affermarsi della teoria tossicozeista di Lombroso a scapito di quella carenzialista di altri medici. In altre parole prevalse la teoria secondo la quale la pellagra era provocata da un fungo che si formava sul mais mal conservato e quindi guasto, su quella che invece denunciava come causa il fatto che i pellagrosi mangiavano quasi esclusivamente polenta e mai o quasi mai carne. Da questo punto di vista l’autore condivide il fatto che lo Stato unitario scaricò il problema della pellagra – “prodotto di una proletarizzazione del mondo contadino nell’area padana” (p. 163) – sui manicomi e fece ben poco per migliorare la situazione, lasciando che la malattia dilagasse fino alle regioni centrali della penisola.

Non fu solo la pellagra ad acquisire una dimensione politica: l’adesione consapevole della stragrande maggioranza degli italiani all’unificazione fu quanto meno superficiale: il servizio di leva, ad esempio, era visto come un castigo che, togliendo braccia valide, metteva in crisi il bilancio famigliare (si veda p. 186 e ssgg). Anche il sovraccaricare di mansioni i Comuni e i medici condotti era una scelta politica. A scorrere queste vicende “risulta quanta falsa coscienza si avesse tra gli illuminati membri del governo intorno alla realtà sociale del Paese e quanto fosse pelosa la carità di quei paterni consigli inviati alle classi popolari per il tramite dei medici condotti” (p. 195). Di fatto in Italia si realizzò “una frattura consapevole e deliberata tra le leggi e la realtà del paese, tra l’orientamento dei governi e le necessità vitali della grande massa degli abitanti – una massa che fu di sudditi, non di cittadini” (p. 204).

Il groviglio di problemi futuri del Paese hanno qui la loro radice. I medici, fossero semplici condotti o grandi luminari e cattedratici, produssero una quantità impressionante di materiale che dimostrava chiaramente la necessità vitale per lo Stato di integrare quelle masse di esclusi. Anche i governi e i ministeri promossero inchieste, ma il risultato fu la dilazione dei problemi e il rifiuto di agire secondo i risultati prodotti. Fu così anche per l’Inchiesta Jacini e, soprattutto, per quella a cui tanto aveva lavorato Bertani.

Da quelle inchieste emergeva ancora una volta che la maggioranza del Paese sopravviveva in condizioni disperate: analfabeti, schiacciati dalle tasse, indebitati, poverissimi, che sopportavano tutto il peso del progresso e delle trasformazioni economiche del Paese, questo era il “volgo disperso”. Le relazioni delle inchieste di fine Ottocento sembrano restituire le stesse condizioni disperate di quelle di un Melchiorre Gioia a inizio secolo o di un De Renzi alla sua metà.

Ma i molti mondi delle campagne, apparentemente immobili e sempre uguali a se stessi, in realtà stavano cambiando. Il contatto continuato dei medici con quelle realtà di miseria assoluta li spingeva a maturare idee che li avvicinava ai partiti “estremi” fino al socialismo, e alle idee anarchiche e socialiste cominciarono a prestare orecchio larghe fasce di quegli stessi contadini. Non tutti. Verso la fine del secolo Sidney Sonnino, nonostante il luminoso insegnamento di Pasquale Villari del quale fu discepolo, continuava a sostenere che il modello mezzadrile toscano garantiva un benessere accettabile ai mezzadri e la pace sociale: parlava guardando i suoi mezzadri nonostante decenni prima un grande agronomo come Cosimo Ridolfi avesse avvertito che le cose non stavano in quei termini e che a rimetterci erano i contadini, non i padroni (p. 57). Semplicemente, le tensioni prodotte dalla mezzadria avevano bisogno di più tempo per maturare, ma sarebbero esplose.

I braccianti invece si mossero. Prosperi prende e illustra l’esempio della rivolta di Sanluri in Sardegna e de “La boje”, le agitazioni della Valle Padana. La reazione dello Stato fu identica e sempre la stessa: la repressione. Fossero i manicomi come nel caso dei pellagrosi, le truppe in quello del paese sardo o i tribunali e le condanne con quelle della Valle Padana, per le classi dirigenti post-unitarie i contadini evocavano un magma oscuro, temibile e pericoloso. Un corpo regredito, semi-bestiale, dormiente ma da non svegliare perché le prove che aveva dato (ultima la grande paura nel corso della Rivoluzione francese) erano state terrificanti. È questa la ragione di fondo, nonostante le infinite prove inoppugnabili prodotte dai medici, della sordità delle classi dirigenti.

Quel mondo, come lo ha descritto e raccontato Prosperi, avrebbe dovuto attendere la fine della seconda guerra mondiale per un primo riscatto, ma poi gran parte di esso sarebbe sparito nel volgere di pochi anni. Ed è un mondo che riappare oggi con i braccianti provenienti da tanti parti del mondo che lavorano nelle stesse condizioni disumane sopportate dai nostri nonni o bisnonni e che, proprio come faceva Mantegazza, vediamo ma non indaghiamo.

La partecipazione dell’autore al “volgo disperso” che descrive è costante, si dipana pagina dopo pagina lungo le tre parti che scansionano il testo e nei diciotto capitoli che lo compongono.

Ci sono due aspetti che da uno studioso come Prosperi mi sarei aspettato di vedere più approfonditi. Il primo riguarda l’incidenza del clima. Non mi riferisco ai miasmi ammorbanti delle zone acquitrinose, paludose e delle marcite: su questi aspetti e sulla malaria – l’A., si dilunga da par suo. Mi riferisco al susseguirsi di annate siccitose o eccessivamente piovose o alla frequenza di grandinate e altri fenomeni: i Comizi Agrari stilavano rapporti trimestrali su questi argomenti. Si tratta di fenomeni decisivi per la sussistenza dei contadini, privi come erano di qualunque forma di “copertura” al riguardo. In questo senso i contadini si arrangiavano come potevano: in una zona della Francia, ad esempio, i contadini impastavano il pane con farina di segale cornuta la quale ha effetti allucinogeni e può provocare la cancrena di parti del corpo. Quando una squadra di medici provenienti da Parigi accorre allarmatissima per spiegare ai contadini a quali rischi andassero incontro si sentirono ribattere che sapevano perfettamente quali fossero le conseguenze alle quali si esponevano ingerendo pane fatto con la segale cornuta. Ma quel pane aveva il potere di ingannare la fame: dava una sensazione di pienezza accentuata dall’ebrezza provocata dalle sostanze psicotrope presenti nella segale cornuta. E pur di non patir la fame era meglio perdere un pezzo di naso o un dito. Era semplicemente una questione di dosaggi (Madeleine Ferrière, Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo, Editori Riuniti)..

Riporto questo esempio perché l’A., sebbene conosca benissimo le opere di Piero Camporesi, dimentica di dire che gran parte di quel “volgo disperso” viveva in uno stato di alterazione semi-permanente. Riporta la presenza di commerci di carni clandestine, ma questo era solo un aspetto della questione. Un confronto tra le module informative stilate dai medici condotti per il ricovero dei pellagrosi e dei pazzi in manicomio e i “rimedi dell’arte” adottati all’interno dei manicomi stessi dimostra che il confine tra medicina popolare – della quale Prosperi tratta aspetti in modo magistrale – e medicina scientifica era quasi inesistente

Inoltre, la gravità e l’incidenza sulla vita dei contadini di una carestia – come quella del 1817 o del 1846-47 – non si esauriscono una volta cessata, ma legittimano, rafforzano e perpetuano tutto l’apparato assistenziale del clero e, in epoca post-unitaria, delle Opere Pie (in non pochi casi proprietarie di estensioni di terreno più ampie di quelle dei Comuni): gli archivi comunali rigurgitano di “suppliche” per elemosine, “cucine economiche” e una qualche forma di sostegno (e quindi di sostanziale dipendenza e sudditanza).

Prosperi è studioso troppo colto e attento per non conoscere l’importanza di questi fenomeni. La presenza del clero è costante e discussa mirabilmente per tutto il libro. Semplicemente si sarà reso conto che approfondirli avrebbe voluto dire scrivere più volumi o snaturare il filo rosso del libro. E probabilmente ha ragione.

Ho scritto molto, ma rispetto a quello che troverete in questo libro stupendo ho detto poco. Lasciatevi prendere da questa penna sensibilissima, pacata ma sicura e ferma nelle opinioni.

Buona lettura.consapevole e deliberata tra le leggi e la realtà del paese, tra gli orientamenti dei governi e le necessità vitali della gran massa degli abitanti – una massa che fu di sudditi, non di cittadini

Recensione: Mario Infelise. I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna

Mario Infelise è uno storico serio, scrupoloso e capace di accattivarsi il lettore con uno stile piano, colto ma non dotto e condendo la narrazione con fatti curiosi e divertenti.
Il suo I padroni dei libri è incentrato sullo scontro tra la Repubblica di Venezia e l’Inquisizione romana sul controllo dei libri (e quindi delle opinioni che dalla lettura si formano): più che uno scontro, Infelise ci mostra una lunga partita a scacchi (a volte alla luce del sole, più spesso occulta) tra di due poteri.

Infelise dedica molte pagine alla figura di Paolo Sarpi, l’ideologo principale della Repubblica di Venezia e uno dei primi a comprendere – non solo in Italia, ma in Europa – quelle che devono essere le responsabilità dello Stato e quelle che spettano alla Chiesa: a suo parere spetta allo Stato occuparsi dell’informazione e a controllarla; le opinioni dei sudditi sono linfa vitale per la stabilità dello Stato, perciò è fondamentale averne il controllo.

Ecco quindi l’animarsi della partita a scacchi tra i due poteri. Sarpi sostiene queste posizioni proprio nella prospettiva di contrastare il potere di controllo delle idee e delle opinioni da parte della Chiesa. Perciò ci sono libri sgraditi all’inquisizione ma che la Repubblica protegge e lascia pubblicare per convenienza (e anche per scendere a patti con la potente corporazione dei librai), e viceversa – libri di provenienza clericale bloccati dalla Repubblica. Nel mezzo, il primo incerto formarsi, i primi nuclei, di quella che si sarebbe chiamata più tardi “opinione pubblica”, con la consapevolezza – per niente rassicurante – che “le parole […] tirano seco eserciti armati”.

Verrebbe quasi da dire che questi primi nuclei in formazione di opinione pubblica si trovano al centro e ad essere oggetto di una partita che in quel periodo sembra essere più grande di loro. La chiesa fiuta immediatamente il pericolo destabilizzante dei libri scritti in volgare e quindi comprensibili non solo a fasce di popolazione molto più ampie rispetto a quelle capaci di leggere il latino. Non si tratta solo di fasce più ampie: a quell’epoca coloro che erano in grado di leggere il latino ricoprivano incarichi di potere o si trovavano in prossimità di esso: la letteratura in volgare è pericolosa perché raggiunge persone che non solo ne sono escluse, ma possono essere anche ostili ad esso.

Forse ho semplificato troppo perché in realtà i protagonisti sono tre. Tra lo Stato veneziano (il più potente degli stati italiani dell’epoca) e Roma c’è l’industria libraria. E questa per un certo periodo gioca un ruolo tutt’altro che secondario: fino al corpo di provvedimenti del 1559, che ne limitano fortemente gli spazi di manovra e la indeboliscono, gli stampatori-editori veneziani sono in grado di promuovere una letteratura di qualità e i profitti derivanti da una letteratura di qualità alimentano la produzione di altre opere di valore: fin quando questo circolo virtuoso funziona, autorità di stato ed ecclesiastici devono tenerne conto.

Non riassumo il testo, ci sono altre vicende che potrei riportare: dallo “scrittore maledetto” del tempo Pallavicino a Galileo. Le tralascio non perché non siano importanti, ma perché è bene lasciarvi un po’ di curiosità. Lo sfondo è dato dalla Controriforma, con la quale la Chiesa si appresta a fronteggiare l’eresia protestante e librai capaci di muoversi con naturalezza sui mercati di mezza Europa: troviamo librai-stampatori-avventurieri che nascondono libri tra altre merci, li fanno entrare o uscire dalla Laguna da altre vie e con altri mezzi – a volte affidandosi a bande di delinquenti –; vediamo stratagemmi per scivolare tra le maglie della censura (ecclesiastica ma anche di Stato) con frontespizi falsificati; troviamo spie ai confini della repubblica e personale stipendiato per dare informazioni sui testi. Vediamo il declino della stampa provocato dalla peste e la conseguente mobilità di coloro che confezionano i libri.
Ma soprattutto Infelise ci fa scoprire le infinite sottigliezze del potere per contrastare, indirizzare, promuovere o bloccare i libri: quando è opportuno reclamizzare un’opera e quando è meglio osteggiarla apertamente; quando conviene fare in modo che si “estingua” (anche bloccando i libri che la denigrano e, se necessario, portando alla rovina il libraio-stampatore) e quando è opportuno lasciar correre; quando è bene “mutilare” un libro e quando no.

A me I padroni dei libri interessa soprattutto per i molti percorsi che apre. In primo luogo, anche se i fatti che ci racconta Infelise sono vecchi di quattro-cinque secoli, ci sono alcuni aspetti che ci “parlano” del presente: in quel periodo si manifesta una prima forma di globalizzazione – almeno per quello che riguarda la stampa -: Venezia ha la più importante industria libraria del tempo; l’invenzione della stampa di Gutenberg ha ampliato enormemente i mercati (il risultato, quindi, di una decisiva e sconvolgente innovazione tecnologica); ci sono fiere internazionali importanti. 

Come sempre gli storici studiano il passato per cercare risposte al presente. Va da sè che gli interrogativi che I padroni dei libri solleva riguardino l’oggi. La stampa e i modi di veicolare le notizie stanno cambiando radicalmente e velocità incredibile. Potenzialmente internet potrebbe essere un’arma potentissima per il formarsi di un’opinione pubblica informata, attenta e combattiva.

Senonché Infelise spiega bene la genesi di uno dei frutti avvelenati delle molte forme di censura e di controllo delle coscienze che hanno operato a lungo nella nostra storia. Vale a dire, “quello che è forse uno dei caratteri identitari di lunga durata degli italiani”: l’attitudine al conformismo, un macigno che blocca l’erompere di una società civile progressista e progredita. 

I padroni dei libri è un’opera frutto di lungo lavoro precedente e di profonde meditazioni. Lo si capisce immediatamente dalla complessità del testo e dalla capacità sovrana dell’A. di guidare il lettore anche poco smaliziato come me (parla di un’epoca che conosco poco) con mano sicura tra il fitto bosco delle moltissime fonti utilizzate, degli avvenimenti, dei ragionamenti e delle sue conclusioni, sempre meditate e profonde. Il tutto svolto con uno stile piano, calmo, che garantisce una facile e piacevole lettura.

Lo raccomando (così come raccomando di collegare questo libro a quello di Darnton I censori all’opera e Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.).

Buona lettura

Recensione: Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)

Nel dire qualcosa su questo libro comincerei con tre osservazioni.

La prima: è un libro scritto in modo estremamente avvincente. La narrazione è fluida e Blom riesce a tenere incollato il lettore alle pagine con un sapiente dosaggio di narrazione, sintesi ed esempi insoliti.

La seconda: La grande frattura non è una storia d’Europa, ma essenzialmente è una storia culturale dell’Europa tra le due guerre comparata agli Stati Uniti.

La terza: il libro ha un’impostazione decisamente originale. Ogni capitolo corrisponde ad un anno. Per ogni anno Blom ha scelto un evento o un personaggio significativo e a partire da quello ha allargato lo sguardo e ampliato il panorama delle osservazioni offerte al lettore.

Hobsbawm ha definito il trentennio 1914-1945 “Età della catastrofe”: la prima guerra mondiale seguita dalla più grande crisi economica che il mondo avesse conosciuto e da una seconda guerra mondiale sono sufficienti a giustificare la definizione. Se c’è stato un periodo nella storia contemporanea in cui vivere era per la maggioranza delle persone una faccenda complicata, quel trentennio occupa probabilmente il primo posto.

Anche La grande frattura di Blom restituisce il clima di incertezza, sacrifici e angoscia che imperversò in quel trentennio. Ma il suo sguardo è allo stesso tempo più articolato e più semplificato. Per lui i processi e i fenomeni che contraddistinguono i decenni tra le due guerre erano già presenti e attivi prima della Grande Guerra. La prima guerra mondiale ne accelerò bruscamente la maturazione e li impose. Da questo punto di vista Blom ha ragione: la tecnologia, il rinnovamento delle scienze, i partiti di massa, le ideologie (o almeno una di esse, il socialismo) erano già presenti e cominciavano a muovere i primi passi. Li avremo conosciuti compiutamente dopo la prima guerra mondiale.

In effetti, giustamente, la prima guerra mondiale è l’elemento fondante del libro. Lo shell shock – i traumi psichici di guerra che colpiscono i soldati devastandone la mente – diventa metafora di un’epoca che resta irrimediabilmente orfana delle coordinate precedenti e non riesce a maturane di proprie: “molti aspetti caratteristici del ventennio tra le due guerre – osserva giustamente Blom – si spiegano solo a partire dal trauma, dalla sensazione di tradimento e dalla delusione” (p. 59).

I giovani che erano partiti per la guerra cantando, fiduciosi di poter dimostrare il proprio valore e immaginando avventure, restano avvinghiati in un mare di fango, immobilizzati in trincee che rendono il tempo monotono e vengono falcidiati da armi anonime e lontane: per loro si concretizza un inferno che è l’opposto dell’eroismo che avevano immaginato. La guerra rende queste sterminate masse d’uomini cinici, spaesati e brutali (si veda la testimonianza di Breton a p. 187).

La spaventosa fornace della guerra, alimentata a carne umana, ha in sé il trinomio che caratterizzeranno i decenni successivi: violenza, macchine e decadenza.

Il capitolo dedicato a Magnitogrsk (corrispondente al 1929) incarna alcuni aspetti della prima e, soprattutto, della seconda. Che l’Unione Sovietica sia stato un posto tremendo in cui vivere è fuori discussione, ma l’aver iniziato a parlarne dopo il 1917 e a partire dalla rivolta di Kronstadt del 1923, intesa come prova del sogno di una società equa annegato nel sangue, pongono l’Autore in una prospettiva in parte distorta. Restano escluse dall’analisi il crollo dell’impero zarista e la guerra civile; resta fuori la NEP (cioè la consapevolezza che la spietatezza del “comunismo di guerra” doveva essere accantonato a data da destinarsi): Lenin era un uomo capace di decisioni drastiche, ma non era necessariamente una matrioska dalla quale, per forza, doveva venir fuori un Stalin.

Ciò nulla toglie alla spietatezza del regime e ai costi umani spaventosi richiesti dall’industrializzazione forzata, illustrati egregiamente nei capitoli dedicati a Magnitogorsk e alla carestia che mise in ginocchio l’Ucraina nel 1932. (Blom però dimentica una “profezia” illuminante di Stalin: la sua affermazione del 1930 secondo la quale “tra dieci anni ci sarà una guerra e noi dobbiamo industrializzarci per essere pronti” riportata in uno dei libri che cita nella bibliografia).

Le macchine che divorano l’uomo non sono una prerogativa dell’Unione Sovietica. Con processi completamente diversi se ne rendono conto anche gli americani. Negli anni del dopoguerra, negli USA, l’industria automobilistica era stato il motore trainante dell’intera economia (p. 288 ss.). L’automobile aveva aperto orizzonti infiniti (incentivando la costruzione di strade), ampliato a dismisura la libertà dei giovani e, con la garanzia di avere un po’ di privacy (magari non proprio comoda), rivoluzionato i costumi e i rapporti di coppia. Ma la crisi del ’29 spezza bruscamente il sogno di una società inondata da macchine che semplificano la vita dell’uomo diminuendo la fatica e garantendo maggior tempo libero: i quattro anni di carestia che devastano l’Oklahoma nei primi anni Trenta (descritta stupendamente da Steinbeck in Furore) sono il frutto anche della meccanizzazione introdotta dai trattori. In Tempi moderni il genio di Chaplin si incaricherà di mostrare gli effetti di una società che trasforma gli uomini in schiavi di macchine (p. 26).

Gli Stati Uniti sono un paese troppo vasto e variegato per essere ritratti in un’unica immagine. C’è l’America delle grandi città dove il proibizionismo (espressione di una lotta tra la tradizione e il progresso) ha trasformato in fungaie di locali illegali che fanno la fortuna di jazzisti di talento e di mafiosi come Al Capone; c’è la profonda America del sud, nella quale le teorie di Darwin potevano ancora scatenare risentimenti profondi e processi in tribunale; ci sono le università e Hollywood che accolgono a braccia aperte i talenti in fuga dal nazismo (quelli affermati e conosciuti, per gli altri, giovani ricercatori, gli spazi sono minori); c’è l’America che rinnega se stessa cercando di bloccare l’immigrazione. Nel descrivere questi e altri fenomeni Blom è maestro. Qui li ho elencati, ma con grande finezza ne illumina i chiaro-scuri, le ambiguità e la forza: nei primi anni Venti, col jazz, gli Stati Uniti sono già in grado di esportare sul continente europeo una musica fino a poco prima relegata ai ghetti dei neri.

Una musica accolta benevolmente dalle élites colte di Parigi e Londra, ma avversata da una Vienna socialista e progressista e ormai orfana di un impero, capitale di un piccolo trancio di terra popolato da contadini di sentimenti tradizionali e cattolici; tollerata da una inquieta e inquietante Berlino, paradiso della prostituzione (soprattutto maschile), calamita per artisti disillusi dal ripiegarsi su se stessa di un’Austria smarrita e confusa e da una Londra dalla rigida legislazione in materia di morale.

Scrivere una storia culturale significa scrivere una storia di città. Una città come Berlino, ad esempio, non può ridursi a semplice capitale di ogni eccesso; attirava artisti da ogni dove e gli anni venti furono un decennio dorato (p 305). Vienna, sebbene disorientata dalla perdita dell’Impero, era stata capace di progettare il più grande quartiere popolare integrato dell’epoca: il Karl-Marx-Hof, costruito tra il 1927 e il 1930 e fiore all’occhiello dell’amministrazione socialista della città (p. 265 ss.) Parigi restava pur sempre Parigi e, grazie al franco debole, attirava artisti dagli USA a frotte. Erano artisti stanchi o insofferenti del proibizionismo, attratti dalla grandeur che la capitale francese aveva goduto prima della guerra. Americani e non solo trovano riparo nella capitale francese – talvolta grazie alla protezione di qualche munifico mecenate. Qui matura il dadaismo, un movimento dedito allo sberleffo e al non-senso che ha il suo corrispettivo dorato nei “flappers” londinesi (tra i quali spiccavano donne emancipate e che destavano scandalo).

Vienna 1930: Karl-marx-hof

Dadaisti e “flappers” sono l’espressione di una “generation perdue” dalla guerra che rifiuta più o meno consapevolmente di fare i conti con la realtà durissima di quegli anni terribili. Agli occhi della generazione più giovane quella di coloro che avevano sciupato la propria giovinezza nel fango delle trincee era stata una generazione tradita dai padri, i cui valori non avevano più alcun senso. L’etica protestante del duro lavoro, di una morale un poco bigotta e del sacrificio era sentita come ridicola in tempi in cui tutto veniva percepito come provvisorio: meglio spassarsela come i “flappers” che potevano permetterselo (facendo la fortuna dei primi giornali di gossip) o andare fieri di un’arte che diventava la bandiera del disinteresse per quel che accadeva per le strade delle città italiane, insanguinate dalle squadracce fasciste, o, poco più tardi, di Berlino, da quelle brune.

Londra anni ’20: i flappers

Se l’onda d’urto della Rivoluzione russa aveva rischiato di travolgere il continente, Blom vede nel fascismo la contro-risposta della reazione, ma nelle pagine che dedica al fascismo la sua posizione è comunque molto diversa da quella di un Nolte. La sua chiave di lettura non è prettamente politica. Dedica spazio a Michele Schirru, l’anarchico sconfitto dal sogno americano che torna in Italia per per uccidere Mussolini, e il duce come uomo capace di dominare gli istinti e le aspettative delle masse anche attraverso i Patti Lateranensi che, garantendogli l’appoggio della Chiesa, gli conferiscono anche un’aureola di sacralità (non a caso qui l’A. si appoggia a Duggan).

Questa impostazione serve all’A. anche per indicare le differenze tra fascismo e nazismo. L’Italia era un Paese povero e agricolo, la Germania, benché in ginocchio per le riparazioni e la crisi economica era la massima potenza industriale d’Europa. Il nazismo non cercò il sostegno della Chiesa come il fascismo italiano o austriaco dopo il 1934.

Grande Depressione in USA

A una tradizione completamente inventata popolata di Nibelunghi e affini i nazisti affiancarono e proposero una religione totalitaria che mescolava versioni volgarizzate del pensiero di Nietzsche, un antisemitismo diffuso nell’Europa centro-orientale che oltre ad avere connotazioni religiose e sociali (gli ebrei ricchi, installati nei posti di comando) trasformarono in razzismo biologico, razziale.

Nelle illusioni distopiche delle religioni totalitarie, di destra o di sinistra, furono in molti a cadere, anche ingegni di prim’ordine – che poi di solito si sarebbero disillusi anche con conseguenze tragiche. Blom ne individua la forza nella loro capacità di offrire qualcosa in cui credere, “qualcosa di più grande e sublime dell’individuo, una legalità storica” (p. 370). Sono affermazioni corrispondenti al clima di quei decenni. Il successo clamoroso dell’oscuro libro di Spengler, Il tramonto dell’Occidente sarebbe inconcepibile al di fuori di quel contesto (vedi p. 70 e ss.). Ma da questo punto di vista vi erano profonde differenze tra il comunismo e i movimenti nazi-fascisti. La rivoluzione russa sembrava concretizzare un sogno di giustizia sociale antico almeno quanto la rivoluzione francese e che una generazione ha creduto possibile realizzare; il fascismo offriva caso mai la garanzia di appartenere alla razza giusta, ariana, prediletta, destinata a grandi cose. (Non a caso le Olimpiadi del 1936 diventano un miracolo di propaganda di un regime che ha ricacciato indietro i soldati sfigurati dalla Grande Guerra e ridotti alla miseria più nera e presenta atleti dalla muscolatura statuaria). Ma sono orizzonti completamente diversi, che infatti, nella seconda guerra mondiale saranno contrapposti.

Magnitogorsk

Il libro di Blom si ferma alla vigilia della catastrofe della seconda guerra mondiale, un incubo che ha aleggiato per tutti gli anni precedenti dopo la prima e si chiude con una serie di considerazioni molto assennate e condivisibili sui lasciti della Grande Guerra e sulle differenze tra “la crisi sistemica” del ’29 e quella di oggi. Vi sono pagine illuminanti. Tra le molte e a solo titolo di esempio, alcune relative all’immigrazione negli Stati Uniti illustrano molto bene lo stato d’animo di coloro che in qualche modo sono – o si sentono – già integrati e il disprezzo e il rigetto che provano e manifestano verso i nuovi arrivati o coloro che cercano di entrare nel Paese (p. 359 e ss.)

La grande frattura di Blom è una splendida introduzione alla storia dell’età della catastrofe. Anche se la storia dell’economia, centrale per la comprensione di quel periodo, resta in qualche modo sullo sfondo, i riferimenti sono puntuali, precisi e affidabili. Il libro è ricchissimo di informazioni e di percorsi originali. Ed è un libro che consiglio davvero con piacere.