Recensione. Richard J Evans: Il terzo reich al potere. 1933-1939

Il secondo libro della triologia di Evans sul nazismo. Un libro magistrale e illuminante.

Il Terzo Reich al potere. 1933-1939

Nell’interrogarsi sulle origini della seconda guerra mondiale, Eric Hobsbawm nel suo “Secolo breve” con una battuta afferma che si potrebbe rispondere in due parole: Adolf Hitler. Subito dopo precisa che, naturalmente, le cose sono un po’ più complesse, ma la battuta mantiene il suo valore di fondo. Anche Richard J. Evans in questo libro magistrale dimostra abbondantemente che la guerra fu fin dall’inizio l’obiettivo fondamentale di Hitler e del nazismo.

Evans è autore di una triologia di grande successo di pubblico e di critica. Iniziare a parlarne dal secondo volume può essere discutibile, ma la scansione dei tre volumi li rende, benché connessi, indipendenti uno dall’altro. Semplicemente mi è capitato tra le mani prima il secondo volume, incentrato sul “Terzo reich al potere. 1933-1939” del primo volume.

Evans ha scelto una suddivisione tematica del libro: le sette parti che lo compongono prendono in esame repressione e polizia; propaganda e cultura; religione e educazione; economia e società; vita quotidiana e antisemitismo e politica razziale e, infine, politica estera.

Questo taglio tematico fa sì che alcuni argomenti si ripresentino più volte all’interno del testo ma le grandi capacità di scrittore di Evans mantiene costante e vivissimo l’interesse del lettore.

Discutere di ogni singolo aspetto comporterebbe scrivere parecchie pagine. Perciò, anche per lasciare al lettore il gusto della lettura, mi limito a indicare alcuni temi che mi sono parsi centrali e importanti nel libro.

Continuità e innovazioni

Il primo dato su cui è bene soffermarsi è dato dal fatto che le componenti dell’ideologia nazista non erano nuove e si trovavano tutte, più o meno, nella società tedesca molto prima del 1933. La novità portata dal nazismo consistette nell’integrarle in un insieme coerente. Altrettanto importante è il richiamo dell’attenzione di Evans sulle somiglianze spesso eclatanti tra alcune delle politiche del Terzo Reich e quelle perseguite altrove in Europa e non solo negli anni Trenta. Evans sottolinea il rapido ed esteso cambiamento operato dal regime nazista, ma sottolinea anche la continuità con il passato. L’argomento centrale è che mentre lo Stato è stato portato sotto il totale controllo nel giro di pochi mesi, per molti versi la società è cambiata molto poco in questi anni, almeno per l’ampia massa della popolazione abbastanza fortunata da non rientrare nelle odiate categorie del governo. Amministrazione, burocrazia e per certi aspetti la vita delle università (che conobbero comunque un consistente calo di iscrizioni almeno in alcune facoltà), seppur “nazificate” almeno negli organismi direzionali e epurate dal personale di origini ebraica, e talvolta in contrasto con gli enti del partito, mantennero sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

La stessa “notte dei lunghi coltelli” che ridimensiona drasticamente il potere delle camicie brune è una brutale operazione di “normalizzazione” del regime il quale, cancellando nel sangue la possibilità di una seconda, radicale ondata rivoluzionaria, apre la strada a patteggiamenti di Hitler col mondo industriale, affaristico e con l’esercito. L’A. presenta questo evento come una strategia volta a distruggere qualunque forma di opposizione, sia interna che esterna. Evans vi vede una interconnessione delle persecuzioni del regime contro tutti i suoi nemici, che dovrebbero essere affrontate nel loro insieme. Questa strategia si inserisce anche nella più ampia tesi dell’autore, che sottolinea il terrore nazista laddove alcuni storici l’hanno minimizzato: il regime intimidì i tedeschi per ottenere l’acquiescenza; “la minaccia di essere arrestati, accusati e imprigionati […] incombeva su ogni cittadino del Terzo Reich, perfino […] sui membri del Partito nazista stesso” (p. 111). Il terrore è uno dei tratti distintivi del terzo reich. La stessa Gestapo era in realtà un organismo molto piccolo: a renderla tenutissima dai cittadini era la convinzione diffusa tra la gente che, all’opposto, la polizia segreta fosse ramificata capillarmente e disponesse di spie e informatori in ogni luogo.

Ambiguità

Questa forma di “catalogazione” dei nemici del nazismo apre considerazioni in diversi aspetti. In primo luogo “nemici” non erano soltanto coloro che vi si opponevano per ragioni politiche, ma anche per motivi razziali: il razzismo biologico dei nazisti formava uno spartiacque tra cittadini beneficiari di tutele, assistenza e benefici e coloro che ne erano esclusi: la chiusura di attività (industriali, commerciali ecc.), la confisca di beni e liquidità, l’esclusione da posti di lavoro degli ebrei, se da un lato spalancava la porta degli inferi di una vita di stenti, privazioni e rischio a coloro che non volevano o non potevano emigrare, dall’altro favoriva l’inclusione di quanti potevano dimostrare di avere le carte in regola dal punto di vista razziale. Cattedre nelle scuole e nelle università, eliminazione della concorrenza nelle attività commerciali, rilevamenti nell’industria e in ambito bancario e finanziario o in altri ambiti lavorativi legava i beneficiari al regime trasformandoli in sostenitori fedeli e sottomessi.

Si tratta di un fenomeno che inevitabilmente generava molte ambiguità tra la popolazione: non tutti i beneficiari si sentivano antisemiti in senso stretto; molti continuarono a rifornirsi nei negozi ebrei finché questi sopravvivevano, più per convenienza che per solidarietà, anche se questa in molti casi non venne a mancare. Ma questo significava anche chiudere gli occhi su quanto avveniva nei campi di lavoro, o sulla aberrante politica del regime nei confronti di quanti, afflitti da tare genetiche, malformazioni e altro, venivano percepiti e presentati come un peso economico inutile per la comunità, privati di ogni sostegno, spesso sterilizzati e poi eliminati e, comunque, sulla brutalità generalizzata dei nazisti. Il razzismo biologico costituisce un salto qualitativo rispetto a quelli culturale o religioso. Con le leggi di Norimberga il regime entrava nell’intimità, negli affetti, nei sentimenti della popolazione arrogandosi il diritto di annientarli e prepara il terreno alle atrocità di qualche anno più tardi. (In questi anni non si pensa ancora di eliminare gli ebrei ma di espellerli).

La creazione di un “welfare” ad hoc per quanti avevano sangue sufficientemente ariano aveva anche altre implicazioni. Il taglio di risorse destinate a marginali, vagabondi, oppositori e razzialmente inferiori aveva, per il regime, il duplice vantaggio del risparmio da un lato e di una zavorra considerata inutile e dannosa dall’altro. E si connetteva a quello che era il vero motore dell’economia tedesca di quegli anni: il riarmo.

Evans respinge l’idea che un “miracolo economico” sia avvenuto sotto l’egida nazista, sostenendo che i guadagni economici in questo periodo furono, nel migliore dei casi, parziali e frutto di politiche avviate da precedenti amministrazioni, in particolare da Franz von Papen (pp. 313 ss.gg.). Tutti i settori legati in qualche modo al riarmo conobbero incrementi spettacolari: l’industria pesante e l’innovazione, la chimica e la medicina godettero di finanziamenti corposi e garantiti (su un aspetto della medicina durante il terzo reich, in un libro molto discusso e discutibile, vedi: Norman Ohler: Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania nazista). Ma il riarmo fu finanziato con un disavanzo sempre lievitante che, nell’ottica dei nazisti, sarebbe stato poi riallineato dall’espansione territoriale e quindi economica del reich. Inoltre, se il riarmo trascinò la ripresa economica, non si deve affatto pensare che si sia trattato di un fenomeno accuratamente preparato e organizzato. Evans chiarisce molto bene che rivalità personali, lotte intestine, sostituzioni e la volubilità di Hitler crearono confusione e sperperi.

Hitler aveva ben in mente le privazioni e la denutrizione patite dalla popolazione durante la prima guerra mondiale. Cercò di evitarla, ma l’autosufficienza alimentare fu raggiunta solo parzialmente ed anche per questo motivo l’economia era intimamente connessa alla conquista di uno spazio vitale in Europa orientale che avrebbe garantito l’autosufficienza alimentare alla Germania.

Per certi aspetti, dunque, il terzo reich corrispose a una modernizzazione (comunque già in corso) del Paese; modernizzazione che strideva con le fumose e del tutto infondate teorie che vedevano i tedeschi eredi di antiche tradizioni, soprattutto nelle campagne. Non soltanto il lavoro nelle fabbriche venne militarizzato, anche la società lo fu. Evans tuttavia non vede affatto nel nazismo una forma di religione politica. Certamente desiderava un’adesione attiva al regime, ai suoi organi, alle manifestazioni e alla sua politica. In questo senso la sua visione non è distante da quella di Kershaw in All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, ma è condivisibile la sua convinzione nel considerare il nazismo come religione politica troppo generica e poco illuminante, tanto più che le due chiese – protestante e cattolica – riuscirono a mantenere sostanzialmente le proprie posizioni precedenti.

Consenso al regime?

D’altra parte, la consapevolezza di governare un paese in cui i lavoratori dell’industria superavano quantitativamente i contadini e nel quale i partiti di sinistra, benché annientati e ridotti al silenzio, erano stati fortissimi e ben organizzati, generò nel regime il tentativo di accaparrarsene i favori. Anche in questo ambito Evans è maestro nel mostrare contraddizioni e ambiguità. La sempre più accelerata politica di riarmo aumentava i ritmi di lavoro; la politica edilizia popolare del regime fu nettamente inferiore a quella degli anni di Weimar e la corruzione dilagante negli organi del regime, che raggiungeva vette spettacolari in alcuni alti papaveri, indignava una classe operaia che si vedeva restringere o annullare tutta una serie di servizi sociali. Ma è anche vero che attraverso le organizzazioni di partito godette di benefici (concerti, abbonamenti a teatro, viaggi, escursioni…) e, in una certa misura, di una maggiore stabilità.

Anche la politica estera era strettamente legata a quella interna. I successi di Hitler nella sua politica espansionistica raggiunti senza colpo ferire a danno dell’Austria e della Cecoslovacchia – ottenuti anche grazie alla fallimentare politica di Francia e Gran Bretagna e a quella cinica di Stalin – garantirono a Hitler grande ammirazione anche tra molti che avevano mantenuto un certo riserbo. La questione naturalmente pone il problema del consenso al regime. Domanda scontata ma fuorviante sia perché, come è ovvio, è complicato misurarlo all’interno di una dittatura in cui è bene fingere per tutelarsi; sia perché “di tutte le componenti che determinano la modernità della dittatura nazista, la sua incessante richiesta di legittimazione popolare fu una delle più singolari” attraverso plebisiciti i cui risultati erano naturalmente falsati  (p. 116).

Più che di consenso, fu la stanchezza accumulata negli anni precedenti dovuta alle turbolenze sociali e politiche e gli effetti devastanti della grande depressione da un lato (sugli anni Trenta si può vedere Philipp Blom. La Grande frattura. L’Europa tra le due guerre (1918-1938)) e la spietata durezza del regime dall’altro dimostratosi capace di annientare le forze di sinistra e di opposizione a garantire la remissività della maggioranza della popolazione e l’assenza di un’opposizione di qualche rilievo. “Nei primi anni Trenta”, chiarisce l’A., “la disoccupazione di massa aveva minato la coesione la coesione e il morale della classe operaia” e quindi indebolito anche i partiti che la rappresentava (p. 423).

A ogni grande evento del regime – la “notte dei lunghi coltelli”, le “leggi di Norimberga”, la “notte dei cristalli” – corrisposero ondate di violenza terrificante. Violenza e intimidazione – chiarisce giustamente Evans in contrapposizione ad altre interpretazioni secondo cui la società tedesca durante il nazismo fu una società dedita all'”autosorveglianza” – erano parte integrante “dei meccanismi di funzionamento del terzo reich” (p. 109).

L’importanza di un libro

Infine, come riesce l’A. a mantenere incollato il lettore alle quasi 600 pagine di testo? Evans dimostra di padroneggiare una letteratura sconfinata mescolando analisi, fonti e narrazione: articoli di giornale, testimonianze, diari, rapporti della Gestapo o di militanti social-democratici intercalano e connettono la narrazione che scorre fluida e avvincente.

Il pericolo di un approccio così personalizzante, che si presterebbe all’accusa di sentimentalizzare il soggetto, è sventato dall’A.  mantenendosi attento a non perdere mai di vista le questioni più ampie e mettendo fortemente in relazione la sua discussione sugli individui con un’analisi della società più in generale. La sua partecipazione empatica e emotiva con le vittime, che pure traspare, non gli fa smarrire l’obiettività dell’analisi e la facilità nel narrare. Non è la semplice applicazione di tecnica narrativa. le testimonianze e gli esempi ripresi da diari e rapporti esemplificano stati d’animo, modi di pensare, atmosfere più generali, che oltrepassano l’esperienza del singolo. Certo, è possibile il rischio di una generalizzazione eccessiva, ma l’A. ne è pienamente consapevole e avverte il lettore. Evans usa questi incisi per aprire considerazioni più ampie e argomentare la sua analisi coniugando egregiamente partecipazione emotiva – sua e di chi legge – con rigore del metodo storiografico.

Il terzo reich al potere è un libro splendido che meriterebbe un posto in ogni libreria.

Buona lettura.

Recensione. Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Un ottimo libro su come gli italiani vissero la prima guerra mondiale. Una lettura facile e preziosa.

Il valore di cesura epocale della Grande Guerra è un dato di fatto ormai comunemente accettato: Hobsbawm ha fatto iniziare il suo “Secolo breve” col 1914; in un libro discutibile e discusso Arno Mayer ha fatto finire l’Ancien régime alla stessa data e, più recentemente, Richard J. Evans ha chiuso la sua grande sintesi sull’Ottocento con l’inizio della prima guerra mondiale (vedi, Alla conquista del potere. Europa 1815-1914).

Che la Grande Guerra segni la fine del mondo aristocratico come ha sostenuto Mayer, o del mondo formatosi attorno all’ascesa della borghesia, come ritengono Hobsbawm e Evans, poco importa. Ciò che conta è il fatto che la Grande Guerra chiude un’epoca e ne apre un’altra.

La apre all’insegna della novità più sconvolgente: la capacità di produrre morte in modo seriale, anonima e su scala inimmaginabile fino a quel momento. Il progresso tecnologico che si innesta nella produzione bellica introduce per la prima volta la possibilità di produrre armi e munizioni a getto continuo e, conseguentemente, la possibilità di uccidere indefinitamente. Ma in realtà, in quella guerra, per la grande massa di fanti-contadini abituati alla vita dei piccoli paesi, tutto appare sovradimensionato, impressionante: il numero dei proiettili e delle armi, la quantità di derrate alimentari o della posta e… quello dei cadaveri: “i soldati parlano spesso della massa dei morti come se fosse merce accatastata e imballata” (p. 143). La guerra produce anche una morte qualitativamente diversa che inverte il percorso fatto fino allora fin almeno dalla fine del Settecento. Da due secoli si tendeva a rendere la morte più asettica, depurata, meno invadente (si pensi alla costruzione dei cimiteri al di fuori dei paesi); ora, in trincea, i soldati sono costretti a guardare continuamente i cadaveri immobili nella “terra di nessuno”, le loro carni entrare in putrefazione, marcire mutando lentamente in materiale organico e a sentirne il fetore (p. 337).

Il mito risorgimentale dell’eroismo del soldato cade miseramente e questi viene introdotto in un “tritacarne” che lo rende anonimo, lo trasforma in semplice carne da macello, lo spersonalizza inserendolo in un contesto in cui egli diventa e si sente come infinitesima parte, del tutto ininfluente, di un meccanismo infinitamente più grande di lui, avvertito come incontrastabile e inarrestabile.

Si tratta di un processo del tutto nuovo che ha ricadute su molti versanti. La “quantità” impressionante, continua, infinita di morte produce assuefazione: la morte (non soltanto quella provocata dalle armi, ma anche dalle malattie) diventa una costante, una presenza quotidiana che dà vita a reazioni molteplici: dal rifiuto della guerra e alla sua denuncia, a forme di “spaesamento” e smarrimento della propria personalità, all’esaltazione della morte e della violenza. A medici e psichiatri si presenta una psicopatologia inedita: lo “shell shock”, lo “shock da combattimento” (un tema sul quale Gibelli ha scritto un libro importante).

L’esaltazione della morte e della violenza rivestono una particolare importanza nel caso italiano. Gibelli illustra come la Grande Guerra sia stata l’incubatrice del fascismo. Un aspetto interessante di questo fenomeno, analizzato con finezza dall’A. è lo scadimento del linguaggio. In alcuni giornali il linguaggio diventa volgare, violento, diretto a screditare l’avversario non nella sfera delle idee ma con argomentazioni che escono dalla politica e che spesso riguardano perfino i connotati fisici dell’avversario. Anche in questo caso si tratta di un processo di incubazione: il disprezzo volgare dell’avversario e la violenza verbale diventano premessa per la futura violenza fisica delle squadre fasciste (vedi ad es. pp. 326 e ssgg.)

Il passaggio dalla violenza verbale a quella futura dei manganelli è solo uno degli aspetti della maturazione del fascismo. In realtà, e l’A., lo dimostra ampiamente, la guerra sviluppa una serie di “torsioni” che sboccano inevitabilmente nel prossimo regime.

In primo luogo la netta maggioranza degli italiani è contraria alla guerra e la decisione di entrare nel conflitto viene presa da un manipolo di personalità nel completo disprezzo di una volontà popolare di segno opposto sebbene perfettamente conosciuta. Siamo quindi di fronte ad una evidente forzatura al limite del “colpo di stato” per affermare la volontà di un’infima minoranza sulla stragrande maggioranza della popolazione. La spaccatura tra interventisti e neutralisti diventa così una frattura che attraversa tutto il conflitto e prosegue ben oltre. Il nemico non è soltanto quello esterno degli eserciti nemici, ma ne esiste anche uno interno: sono i pacifisti e le forze politiche neutraliste (socialisti e, in una certa misura, cattolici), accusati di sabotare lo sforzo bellico.

Il prevalere delle idee nazionaliste a favore della guerra fu dovuto alla messa a punto di una propaganda ossessiva e capillare – che fu indirizzata a tutti, perfino ai bambini – ma anche alle posizioni oggettivamente deboli delle forze pacifiste. Le posizioni neutraliste del socialismo internazionale si dissolsero: tranne quello italiano tutti i partiti socialisti dei paesi coinvolti nel conflitto votarono i crediti di guerra ai loro governi. L’interventismo democratico, che vedeva nella guerra l’occasione per fare piazza pulita della società esistente, vide le proprie idee clamorosamente smentite dai fatti. E lo stesso partito socialista finì paralizzato dalla propria posizione espressa nell’ambigua formula “nè aderire nè sabotare”.

Gli scenari aperti dalla Grande Guerra pongono sotto pressione la classe dirigente liberale che si rivela incapace di governarli. Uno dei più importanti e decisivi è il fatto che la guerra fa irrompere definitivamente le masse nella vita politica e civile del Paese. Oltre al bisogno incessante di soldati, il protrarsi e le dimensioni del conflitto richiedono interventi dello Stato in molti ambiti. Dall’organizzazione e direzione di alcuni settori dell’economia e della produzione (la Mobilitazione Industriale arriverà a controllare quasi 2000 stabilimenti per un totale di 571.000 occupati, più del 70% concentrati a Milano, Torino e Genova, p. 179), al proliferare della burocrazia, alla messa a punto di una propaganda diversificata, efficace e martellante.

Un ruolo centrale viene ricoperto dalle donne: esse entrano negli uffici e nelle fabbriche, nelle organizzazione di volontariato e negli ospedali. Per molte di loro la guerra apre un periodo di emancipazione e di relativa libertà dai molti vincoli e limiti nei quali erano costrette in precedenza. Sulle donne di campagna grava il peso del lavoro dei campi in sostituzione degli uomini, ma la direzione degli affari di famiglia le rende più autonome e sicure di sé. Non è un caso se alcune delle proteste più importanti contro il caro-viveri vedano in primo piano le donne.

Se le donne si pongono come soggetto che i governi non possono sottovalutare, l’incapacità delle classi dirigenti di comprendere le situazioni nuove prodotte dalla guerra sono visibili perfino nel fastidio che la parte della classe politica favorevole alla guerra dimostra verso le manifestazioni interventiste nella primavera del 1915. Abituata a governare dall’alto il Paese, la classe dirigente liberale non sa maneggiare e controllare la piazza e ne diffida.

Il ridursi della distanza tra “paese legale” e “paese reale”, tra governanti e governati e la scarsa conoscenza dei primi nei confronti dei secondi provoca un atteggiamento vessatorio delle élites nei confronti della popolazione. Se lo scatenarsi del conflitto ha colto di sorpresa i governi dei paesi coinvolti nel 1914, l’Italia ha avuto un anno a disposizione per valutare lo scenario che la guerra stava delineando. Al momento dell’entrata in guerra era già evidente che si trattava di un conflitto diverso e ben più micidiale di quelli precedenti.

Eppure quella distanza viene continuamente ribadita. Lo si vede nella implacabile disciplina di guerra; nell’abissale differenza di trattamento tra graduati e soldati semplici; nella odiata e temutissima pratica delle “decimazioni” (il sorteggio casuale di condanne a morte in caso di ammutinamenti e rivolte dei soldati, vedi p. 123); nella devastante e sempre più insensata strategia militare, imposta dall’inflessibile Cadorna, degli assalti che costano migliaia e migliaia di vittime e feriti per pochi palmi di terra. E ancora, lo si riconosce nella generale incomprensione dei medici sulle ragioni che portano non pochi soldati a procurarsi lesioni e ferite e in quella degli psichiatri di fronte ai traumi di guerra. Lo si constata nella durissima legislazione di guerra vigente nelle fabbriche impegnate nella produzione bellica (mentre alcune grandi industrie crescono enormemente sia in termini di addetti che di profitti). Lampante poi, in questo senso è l’atteggiamento dei governi nei confronti dei prigionieri di guerra: mentre le potenze dell’Intesa raggiunsero accordi con gli Imperi centrali per far avere rifornimenti ai prigionieri, “il governo italiano, convinto a lungo di non poter contare sulla fedeltà dei combattenti” proibì e ostacolò “in ogni modo la pratica degli aiuti organizzati” (pp. 130-131 e 265-66).

L’entrata delle masse nella vita del Paese ebbe anche altri effetti. Parafrasando il titolo di un libro importante sulla Francia, Gibelli titola un capitolo: “da contadini a italiani”. Per moltissimi soldati la guerra significò uscire dagli angusti limiti del paese in cui erano nati e avevano vissuto e lavorato fino a quel momento: conobbero città, usi e costumi nuovi; mentalità diversissime entrarono in contatto e si confrontarono (p. 162). La guerra fu anche, per moltissimi fanti-contadini, una grande scuola nel vero senso del termine: moltissimi impararono a leggere e scrivere. Da questo punto di vista “si trattava insomma del primo, grande esperimento di pedagogia di massa, della prima operazione su larga scala di condizionamento e di formazione dell’opinione pubblica in chiave nazional-patriottica. Quel che non aveva potuto o voluto fare la scuola veniva tentato ora in quella scuola sui generis che era l’esperienza di trincea” (p. 134)

Tuttavia, il passaggio da contadini a italiani o, in altri termini, da sudditi a cittadini, avvenne in modo distorto. Tra i ceti dominanti era diffusa l’idea che al popolo italiano fosse necessario passare attraverso una sorta di cerchio del fuoco per maturare e acquisire la piena cittadinanza. In altri termini, quel passaggio avvenne all’insegna della coercizione imposta dall’alto: “le classi dirigenti non solo gettarono milioni di uomini al massacro, ma contemporaneamente offrirono e imposero alle classi popolari le parole per dare un nome e un senso a ciò che ai loro occhi non ne aveva” (p. 151). Se espressioni di patriottismo, ancorché incerte (e spesso non del tutto sincere) si affacciano nella corrispondenza, segno di una certa efficacia della propaganda, tuttavia “quel che […] non emerge mai nelle testimonianze dei soldati è un’identificazione (e men che meno una fiducia) nello stato e nelle istituzioni” (p. 158).

Dunque il processo di nazionalizzazione delle masse avvenuto durante la Grande Guerra si presenta monco, incompiuto. Lo testimonia la vicenda tragica di Caporetto, in un certo senso punto di arrivo della storia dall’unificazione in poi e ripartenza di quella successiva (tra Caporetto e l’8 settembre 1943 si sono non poche analogie (pp. 260 e ssgg). Se è vero che dalla coercizione pura e semplice si passò ad una più sofisticata strategia di persuasione e di attenzione alla vita dei soldati, non di meno le responsabilità militari degli alti gradi dell’esercito furono occultati. Gli interventisti considerarono Caporetto come prova evidente della propaganda “disfattista” dei neutralisti – e a testimonianza di un’altra “torsione” la prosecuzione della guerra fino alla vittoria veniva giustificato proprio col fatto che la guerra aveva richiesto immensi sacrifici e innumerevoli vittime che dovevano essere onorati a tutti i costi. Ma Caporetto evocava lo spettro di masse armate le quali, anziché subire docilmente un “salutare processo di disciplinamento [e di] omologazione […] passando così dall’esclusione all’inclusione subalterna nella nazione”, si dimostrava pronta a dirigersi verso obiettivi diversi da quelli indicati. In breve: con Caporetto “si presentava insomma il problema del controllo sociale in una società rimescolata” dalla guerra e i cui vecchi equilibri venivano profondamente intaccati. La reazione delle classi dominanti fu quella di ricorrere agli schemi interpretativi della criminologia di stampo positivistico, ai temi dell’inferiorità biologica della plebe, evidenziando così la particolare arretratezza della società italiana (pp. 274-75). (Su Caporetto vedi anche Caporetto sul web).

Contrariamente a quanto è stato talvolta sostenuto, Gibelli ritiene che Caporetto non compattò affatto la società italiana che si riscuote di fronte allo spettro dell’invasione: questa interpretazione rischia di essere “più un mito che una verità accertata […]. L’idea della guerra come cosa propria […] non era mai diventata una convinzione davvero diffusa né tra le truppe né nel paese” (pp. 303-304). Al contrario, Caporetto rafforzò la contrapposizione tra interventisti e neutralisti convincendo i primi della necessità di imbavagliare “Parlamento e oppositori, liquidando le libertà e ristabilendo in maniera ferrea le gerarchie sociali” (p. 308). Da Caporetto si sprigionano pulsioni forcaiole e reazionarie che si espandono e coinvolgono i ceti medi, cresciuti numericamente anche grazie alla guerra, ma declassati dall’inflazione, dall’avvenire incerto e quindi attraversati da profonda irrequietezza. Questi ceti trovarono qualche rassicurazione proprio dall’intensa mobilitazione patriottica. In breve: il fascismo era alle porte.

La disfatta di Caporetto fu oggetto di una inchiesta che però occultò la responsabilità delle gerarchie miliari (Badoglio ne uscì indenne nonostante  avesse gravi responsabilità) e venne chiusa in fretta in quanto aveva accresciuto la spaccatura tra neutralisti e interventisti. Il vento di destra che iniziò a spirare nel Paese e l’avvento del fascismo misero a tacere il fatto che migliaia di uomini erano stati portati al massacro contro la loro volontà provocando così non solo una ulteriore sconfitta dei neutralisti, ma una nuova distorsione nel dar forma alla memoria dell’evento. Molto opportunamente l’A. rimarca che  “i combattenti non si sentivano affatto eroi […]. ll mito della guerra eroica è una costruzione culturale elaborata soprattutto a posteriori dai volontari per nobilitare la morte di massa” (p. 208).

Con La Grande Guerra degli italiani Gibelli ha scritto una storia di come gli italiani vissero e si comportarono durante il conflitto. Un angolo visuale del genere implica rispondere ai vari interrogativi insiti nella domanda più generale avvalendosi di una documentazione che consenta di studiare l’animo degli italiani di fronte e all’interno del conflitto. Per questa ragione alla letteratura e alla documentazione archivistica, Gibelli affianca epistolari, diari, testimonianze – esaminandoli con le dovute cautele e grande finezza. Ciò di consente da un lato di illustrare le molte sfumature  dei pensieri e delle posizioni via via assunti dai combattenti, dai loro famigliari, amici e dai protagonisti; dall’altro di illuminare dal basso le loro vicende.

Ne emerge un libro di grande finezza, scritto con una penna leggera e sensibile che pone in risalto il lascito di un evento che continua ancora oggi ad agire: dopo la Grande Guerra nessun conflitto di medie dimensioni avrebbe fatto contare le vittime in migliaia, ma a decine, centinaia di migliaia, se non a milioni. Senza possibilità di uccidere in serie, cioè senza la Grande Guerra, i campi di sterminio non sono immaginabili. Così come un percorso probabilmente diverso avrebbe preso la rivoluzione russa: la militarizzazione della società in URSS – certamente accresciuta e alimentata da una feroce guerra civile – aveva le sue radici nella prima guerra mondiale. E purtroppo anche la nostra assuefazione alla visione della morte e di violenza di ogni genere proviene da quel terribile evento.

Pubblicato più di vent’anni fa, La Grande Guerra degli italiani di Antonio Gibelli è ancora un libro importante e davvero bello.

Buona lettura.

Recensione. Angelo Ventrone: La strategia della paura.

Un libro che porta una interpretazione molto interessante sulla strategia della tensione.

La tesi di questo libro di Angelo Ventrone è chiarissima: L’Italia repubblicana non ha corso il pericolo di subire ripetutamente un colpo di stato, come spesso si è pensato. In realtà la strategia della tensione era parte integrante di una più ampia e articolata strategia della paura.

C’è un dilemma nella nostra storia repubblicana: come mai tutti i tentativi di colpo di stato furono bloccati all’ultimo minuto? E chi e perché li bloccò? La risposta di Ventrone è interessante. Non si trattava di attuare un colpo di stato, ma di farlo credere possibile all’opinione pubblica. In altre parole, di fronte alla costante crescita della sinistra – e in particolar modo del Partito comunista – che spaventava larghi settori della società, l’obiettivo era quello di creare e ingigantire la paura della presa del potere da parte di una destra in gran parte ancora ancorata al fascismo e decisamente impresentabile. In questo modo veniva creata l’immagine di un paese accerchiato a sinistra da un Partito comunista che solo sulla carta si dichiarava democratico mentre in realtà era un cavallo di Troia dell’Unione Sovietica e a destra, da movimenti neo-fascisti. Perciò gli unici garanti della salvaguardia della democrazia erano i partiti moderati di governo.

Da ciò ne deriva che coloro che nell’estrema destra volevano veramente la presa del potere e instaurare una qualche forma di dittatura – sull’esempio greco o cileno – erano una minoranza esigua. E soprattutto, questa galassia di grupposcoli di estremisti furono in realtà ampiamente usati e manipolati da coloro che non intendevano assecondarli:

Per evitare […] che gli attentati, con il loro successo, finiscano per rafforzare le ali estreme dello schieramento politico, si opera in un duplice modo: si depotenzia il messaggio delle organizzazioni terroristiche creando confusione e incertezza sulla loro colpevolezza e sulla effettiva capacità d’azione (per esempio con l’alto numero di attentati falliti e con il parziale successo delle forze dell’ordine); e se ne bilancia la potenzialità enfatizzando la minaccia tanto dall’estrema destra quanto dall’estrema sinistra.
Questo è appunto lo schema […]: la realizzazione di attentati da attribuire alla sinistra, facendo però filtrare l’ipotesi che è stata la destra ha l’obiettivo di impedire che […] il successo ottenuto dall’attentato possa in realtà giovare al prestigio della sinistra rivoluzionaria. Denunciare le responsabilità della destra neo-fascista, i cui esponenti sono arrestati e processati già nei primi anni Settanta, ha lo scopo inverso: evitare che la destra possa approfittare degli attacchi terroristici per far precipitare la situazione e, nel caos che ne seguirebbe, andare al potere (pp. 182-83).

Viene così messa in atto una serie di azioni estremamente complesse che presuppongono una organizzazione estremamente sofisticata, che impone una ulteriore domanda: di chi fu la regia di tutto questo?

L’A. esclude che vi sia stata un’unica mente, un “grande burattinaio” che ha tenuto le fila degli avvenimenti. Con l’aprirsi della guerra fredda iniziò anche un gioco di scatole cinesi: in funzione anti-sovietica e anticomunista fu recuperato parte del personale che aveva militato nella Repubblica Sociale. Lo fecero i governi a guida democristiana (vedi, ad es. pp. 66-67), ma lo fecero anche gli USA nell’ambito della NATO; dal regime furono recuperati strutture e metodi di azione concreta (il “servizio informazioni” e la schedatura di decine di migliaia di militanti comunisti e socialisti e attivisti sindacali). Fu cercata e messa a punto la collaborazione di giornalisti (Montanelli e molti altri, alcuni giornalisti del periodico “Il Borghese” sono implicati in varie trame); com’è noto, la P2 di Licio Gelli ebbe molti addentellati.

A mettere a punto e ad alimentare la strategia della paura vi fu la sinergia di molti compartecipi. Attori capaci anche di modificare la strategia. A un certo punto fu evidente che la lunga serie di attentati non indeboliva il Partito comunista. Infatti i tentativi della destra estrema di provocare continuamente la sinistra per indurla a reagire per poi avere la giustificazione per schiacciarla, caddero nel vuoto (p. 153). Il Pci riuscì a mantenere sempre i nervi saldi e la sua ascesa proseguì fino al 1976 e questo portò a cercare di indebolirlo non più attaccandolo da destra, ma cercando di screditarlo e di metterlo sotto pressione infiltrando e manipolando il variegato (e al negli anni Settanta numeroso) mondo della sinistra extra-parlamentare, spingendo i gruppi più decisi ad azioni sempre più radicali.

Il nostro paese ha avuto un “deficit di democrazia”? Nel paese che ha dato i natali al fascismo il problema è stato posto e si pone. A leggere La strategia della paura di Angelo Ventrone il dubbio che la storia della prima repubblica sia quella di un paese a “libertà limitata” diventa molto forte. Ma il dato interessante che l’A. non manca di sottolineare è che il rifiuto di frange delle forze armate, delle forze dell’ordine e del mondo politico di riconoscersi nella democrazia nata dalla Resistenza ha radici molto più profonde della storia repubblicana.

Certo, lo stesso riproporsi, quasi immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, del Movimento Sociale ne è una prova eloquente, ma è lo stesso avvento delle masse nella vita politica del Paese ad essere avvertito come un problema. Ventrone mostra in modo convincente che già nel corso della Grande Guerra si manifestò da più parti l’idea di schiacciare il Partito Socialista, le forze che erano contrarie alla guerra e lo stesso Parlamento, descritto da Mussolini come un “bubbone pestifero” da estirpare.

Secondo quest’ottica la volontà popolare non ha alcun valore e così come una popolazione che non voleva la guerra fu costretta a combatterla, così, in ambito democratico, il fatto che una larga parte degli aventi diritto al voto scegliesse il Pci era ritenuto un pericolo mortale che doveva essere fermato  ad ogni costo, anche attraverso le stragi.

In conclusione, la strategia della paura ha avuto successo? A mio parere la risposta non è univoca. Se da una parte il Pci non arrivò mai al potere, dall’altra l’intuizione di Togliatti in creare un forte partito ben radicato sul territorio si rilevò decisivo per la salvaguardia della democrazia: la tentazione da parte di molti di mettere il Pci fuori legge (ben documentate dall’A.) affiorarono di quando in quando, ma nessuno ebbe il coraggio di attuarla. Ma anche l’azione di esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine non inquinati da “deviazioni” e decisi a non far deragliare il Paese verso derive autoritarie è meritevole di ammirazione.

Resta da fare i conti, storicamente, con i traumi subiti da chi rimase vittima di quelle stragi (un costo enorme, senza dubbio). Intanto Ventrone ci regala un libro molto interessante su cui riflettere.

Buona lettura.

Recensione. Richard J Evans: Alla conquista del potere. Europa 1815-1914

Alla conquista del potere è un affresco maestoso. Evans racconta e spiega l’Europa del XIX secolo in modo magistrale

 

Alla conquista del potere di Evans è molto più facile da leggere che da recensire perché questo libro di quasi 1000 pagine di testo si legge con una facilità sorprendente. Merito della penna sensibile di Evans che ci regala una storia d’Europa nel lungo Ottocento in buona parte innovativa.

Innovativo, Alla conquista del potere lo è sicuramente nell’impianto. Gli otto lunghi capitoli che compongono il libro (debitamente suddivisi in paragrafi) si aprono con brevi cenni biografici di personaggi oggi in gran parte dimenticati: da uno scalpellino all’uomo “più forte del mondo” che si riciclò come mercante d’arte saccheggiando le piramidi egizie, passando per biografie di donne solitamente sfortunate e infelici che spesso suppliscono la scarsa avvenenza fisica con un tenace impegno culturale e sociale.Sfruttando l’ampliamento delle tematiche studiate dagli storici negli ultimi decenni, Evans si sforza di farci sentire oltre che vedere il XIX secolo: l’odore fumoso e pungente delle bettole e delle osterie, quello acre delle manifatture che faceva ammalare di tisi le operaie, l’aria plumbea o opprimente di Londra o quella carica di odori della natura dei terreni di caccia e dei boschi… e ancora piazze, mercati, esposizioni universali, canali, fiumi, paludi…

In altri termini l’A. prende per mano il lettore per portarlo a spasso in un secolo carico di innovazioni, mutamenti, permanenze e contraddizioni.

Nessun secolo ha visto l’Europa al centro del mondo come l’Ottocento. La Rivoluzione francese e la rivoluzione industriale cominciano a plasmarlo. È un mondo che si amplia – nelle conoscenze geografiche ad esempio – e si restringe – le navi a vapore, le ferrovie, il telegrafo ne collegano i continenti e lo restringono: la fiumana di europei che se ne andarono dall’Europa verso le americhe e l’Australia sarebbe stata impensabile nei secoli precedenti. L’orizzonte limitatissimo dei contadini, che fino ad allora raramente uscivano dai loro villaggi si amplia, se non altro alle zone del circondario, a mercati più vicini.

Sebbene l’A. offra una trattazione comparata, all’interno di quell’Europa si possono notare grandi differenze. l’Europa non è un continente delimitato geograficamente: a est sfuma nell’Asia; lo è e lo era in senso culturale: per fare un esempio, il francese era la lingua delle classi colte anche in Russia. Un confine ideale che il lettore potrebbe inserire riguarda proprio la distinzione tra l’Europa occidentale e quella orientale. Nella prima, ad eccezione della penisola iberica, l’industrializzazione procede più spedita e con essa le città si trasformano e si ingrandiscono con tutto il corollario di problemi urbanistici, abitativi, sanitari ecc. (che si esemplificano e si manifestano, ad esempio, nelle epidemie di colera). Nella seconda, il dominio delle campagne persiste e con essa quella di una nobiltà terriera che, invece, a Ovest sta cedendo il passo: la condizione dei contadini e dei servi in quelle zone fa inorridire i visitatori. L’aristocrazia arretra ovunque, ma la sua forza rimane notevole.

Ma il vero spartiacque del secolo Evans lo colloca nella primavera del popoli del 1848. È da lì che decollano almeno due degli elementi che avranno un’importanza centrale nei decenni successivi: nazionalismo e questione sociale. Ma, giustamente, Evans avverte che il nazionalismo che si affaccia col ‘48 non corrisponde “alla volontà sovrana di un particolare popolo”. In realtà, “la maggior parte dei nazionalisti […] voleva solo una maggiore autonomia all’interno di una struttura politica più ampia, o semplicemente il riconoscimento della propria lingua e della propria cultura” (pp. 241-42).

I terribili anni Quaranta, gli “anni della fame” portarono sul tappeto le condizioni disperate del proletariato non solo nella Manchester descritta da Engels. Lo “spettro del comunismo” del Manifesto di Marx ed Engels rimase tale, così come non si verificò la spaccatura in due della società tra capitalisti e proletari. Al contrario, emersero ceti intermedi di professionisti e nella stessa classe operaia gli operai specializzati raggiunsero livelli di vita sicuramente migliori rispetto agli inizi della rivoluzione industriale. Movimenti operai però si organizzarono e il marxismo (o le sue varianti) si affermò nei partiti operai e nei sindacati e divennero una realtà con la quale, a partire dagli ultimi due decenni del secolo, i governi dovettero fare i conti. Ad eccezione della Gran Bretagna, dove i governi cercarono accuratamente di evitare lo scontro con le organizzazioni operaie e promossero, in diverse tappe, varie riforme, negli stati in cui la classe operaia era forte e organizzata i governi promossero i primi interventi a formare il welfare state allo scopo di sottrarre loro consensi.

Il giudizio di Evans sul ‘48 è positivo:

“i troni europei erano stati scossi fin dalle fondamenta. Figure come Metternich e Luigi Filippo [erano state scacciate]. I sovrani erano stati costretti ad abdicare, a cedere una parte sostanziale dei loro poteri o a rinunciare alla loro pretesa di governare per diritto divino […]. In tutta Europa erano sorte assemblee rappresentative […]. Il principio dell’autodeterminazione con successo in un paese dopo l’altro. Si erano avviate ampie e decisive riforme economiche e sociali con una spettacolare manifestazione dell’uguaglianza davanti alla legge” (p. 269).

E ancora:

“se la democrazia nella sua forma moderna si basa soprattutto sul suffragio universale maschile e sulla responsabilità dei governi nei confronti del Parlamento e dell’elettorato, allora il flusso della storia nella seconda metà del XIX secolo sembrava dirigersi inesorabilmente in questa direzione. La marcia indietro nella rivoluzione del 1848 non significò la sconfitta del liberalismo; al contrario” (pp. 766 e sgg).

Per Evans anche le condizioni delle donne conobbero un consistente miglioramento lungo il secolo: “Nonostante il persistere di molte disuguaglianze, uno degli aspetti più straordinari del XIX secolo fu la graduale affermazione dei diritti delle donne [e] anche nella sfera privata [i loro diritti] fecero passi avanti” (pp. 679 e 681). Sono giudizi complessivi condivisibili, ma l’A. stesso mostra come invece per almeno metà secolo (e nell’Europa meridionale e centro-orientale anche oltre) in confronto al Settecento la condizione delle donne dei ceti medio alti regredì, mentre col lavoro di fabbrica, la proliferazione e ampliamenti delle città e il conseguente aumento della prostituzione la loro condizione divenne infernale (sulla prostituzione, pp. 654 ssgg.). A metà secolo gli uomini che avessero confrontato il loro mondo con quello dell’Antico regime avrebbero ancora trovato molte somiglianze; ma se la stessa cosa avessero fatto gli uomini nel 1900 in rapporto al 1850 avrebbero notato molti più cambiamenti che continuità: la fotografia, l’automobile, la macchina da cucire, l’aspirina, l’ascensore (perfino le ancora poco affidabili scale mobili), la più modesta ma rivoluzionaria bicicletta annunciavano la modernità del XX secolo.

Alcuni progressi sono spettacolari. Carestie ed epidemie continuarono a manifestarsi, ma la più micidiale di tutte – la peste – sparì e le altre si fecero sporadiche; la mortalità infantile e l’analfabetismo in alcune zone diminuirono drasticamente; la speranza di vita iniziò ad allungarsi; la possibilità di spostarsi coinvolse sempre più persone (per non dire della comodità dei trasporti). Non si può non rimanere ammirati ancora oggi di fronte a interventi come la costruzione del Canale di Suez,  la Transiberiana o la bonifica di immense paludi.

Alcuni di questi progressi modificarono per sempre la vita delle persone: l’illuminazione ne è un esempio, mentre la costruzione di grattaceli testimonia l’affermarsi di una nuova concezione dello spazio.

Fatta eccezione per terremoti ed eruzioni vulcaniche il controllo dell’uomo sulla natura si fece pressoché completo. Evans collega questo tema alle ripercussioni sull’ambiente: i boschi si restrinsero; la caccia, passione di gran moda tra i ceti abbienti, portò all’estinzione di alcuni animali; l’inquinamento cominciò a manifestarsi. La vita, soprattutto quella di città, divenne frenetica provocando i primi malesseri e disturbi psichici. I manicomi iniziarono a proliferare. L’introduzione dell’istruzione obbligatoria, l’emergere di nuove professioni e l’urbanizzazione modificarono le strutture famigliari: in molti casi e per alcuni ceti professionali i figli smisero di essere considerati fonte di reddito e quindi  le famiglie divennero meno numerose. Una seconda conseguenza fu che la vita urbana allentava il controllo delle famiglie su componenti che soffrivano di disturbi psichici (pp. 552 e 578-79). I manicomi risposero ad una seconda necessità della borghesia: si affiancarono alle carceri per il controllo sociale di quelle classi che cominciarono ad essere percepite dalle élites come pericolose. (Le varie branche della medicina conobbero progressi spettacolari anche per quanto riguardava il risanamento delle città dotandole di reti fognarie e migliorando le condizioni abitative degli slums, ma come testimonia la vicenda di Jack lo squartatore, moltissimo restava ancora da fare. Vedi Paul Begg Jack lo squartatore. La vera storia). Infine, la loro presenza rimanda anche a cambiamenti profondi nella sfera dei sentimenti: la fredda ragione illuministica lascia il passo alle tempeste interiori del romanticismo che poi, più avanti nel secolo, saranno represse con l’accentuazione dei caratteri sessuali secondari nell’uomo – che diventa baffuto e barbuto – e nella capacità di reprimere le lacrime nelle donne.

Per illustrare questi e molti altri fenomeni e cambiamenti Evans saccheggia letteratura e arte. Del resto l’Ottocento produsse una quantità di scrittori e artisti di tale levatura che potrebbe essere studiato anche utilizzando esclusivamente questo genere di fonti.

Pur restando una componente importante del libro, la storia politica (della diplomazia, delle guerre ecc.) non è l’asse portante del testo. Evans colloca la storia d’Europa sul più ampio scenario mondiale, ma il libro fa emergere e illustra il modo di vivere degli europei. Da questo punto di vista allora un interrogativo lo pone il titolo del libro: chi va “Alla conquista del potere”? Se si trattasse soltanto del colonialismo e dell’imperialismo l’A. non avrebbe avuto bisogno di quasi 1000 pagine; sarebbe stato sufficiente l’ultimo capitolo. La borghesia? Certamente sì, tanto che l’autore titola un paragrafo l’età della borghesia. Ma in un certo senso tutti i protagonisti vanno alla ricerca del potere: le donne per una pari dignità con gli uomini; i lavoratori per condizioni di lavoro decenti e diritti; banchieri e industriali per i mercati; stati per raggiungere l’indipendenza o per l’impero; giornalisti e masse popolari per influire la vita politica… l’Ottocento e un secolo ascendente; il progresso – stimolato, ammirato, temuto o ostacolato – è, forse, il vero protagonista delle pagine di Evans.

Quel percorso ascendente si arresta con la Grande Guerra e con essa non finisce solo il “lungo Ottocento”, ma cala il sipario su un’intera epoca.
Con Alla conquista del potere Evans ci regala un libro straordinario che incatena letteralmente il lettore alle pagine. Ed è un libro che si presta magnificamente per chi è a digiuno della storia o per quelli che la ritengono noiosa. Un capolavoro.

 

Recensione. Laura Spinney: 1918. L’influenza spagnola

“Quel che ci ha insegnato l’influenza spagnola è che un’altra pandemia influenzale è inevitabile, ma che se farà dieci o cento milioni di vittime dipende solo da come sarà il mondo in cui si scatenerà”

“La pandemia che cambiò il mondo”, recita il sottotitolo del bel libro di Laura Spinney sulla pandemia di spagnola del 1918. Possibile che la pandemia più devastante e mortale della storia sia in gran parte un enigma?

Dalla ricostruzione fatta da Spinney parrebbe proprio di sì. Non sappiamo con certezza chi o cosa l’abbia provocata, né dove si originò. I maggiori indiziati sono gli uccelli, ma anche i maiali e i cavalli; c’è chi sostiene che sia apparsa per la prima volta negli Stati Uniti, chi indica la Francia e chi punta la propria attenzione sulla Cina. Tutte queste ipotesi si basano su prove interessanti, ma nessuna è in grado di stabilire con certezza l’origine della pandemia.

Resta il fatto che la spagnola è la pandemia più letale della storia: c’è chi suppone l’incredibile cifra di 100.000.000 di morti (l’influenza spagnola ebbe una mortalità “venticinque volte più alta” rispetto alle altre pandemie – p. 205). Che siano 100, 50 o 30, quando i morti si contano a decine di milioni stabilire la cifra esatta ha poco senso. Da questo punto di vista ha ragione l’A. quando pone la domanda fondamentale: come mai un evento così sconvolgente e globale ha attirato di rado l’attenzione degli storici? Dall’Alaska al Cile, dalla Russia al Sud Africa, dalla Persia alla Francia, dalla Cina al Portogallo… nessun paese, nessuna regione è rimasta immune dal contagio. Furono le navi a portare in giro per il mondo il virus (p. 101). L’unica certezza che abbiamo è che la spagnola “non ebbe inizio in Spagna” (p. 179).

Il fatto è che l’enorme importanza della Grande Guerra ha offuscato l’importanza di questo fatto e la spagnola è rimasta “accodata” (per così dire) alla Prima Guerra Mondiale, una sorta di strascico luttuoso insomma.

Che una pandemia di quelle proporzioni abbia inciso sugli eventi in corso e futuri è fuori discussione. Eppure è proprio quando l’A. “entra” nella storia e ne valuta l’impatto sugli avvenimenti che sorge qualche dubbio. Ad esempio, che il generale Ludendorff abbia incolpato il dilagare della spagnola tra le truppe tedesche quale motivo della sconfitta della Germania non stupisce: Ludendorff era un uomo incline a dare la colpa a chiunque o a qualunque cosa pur di non prendersi le proprie responsabilità. Una cosa è sostenere, come fanno molti storici e l’A. lo rileva, che la spagnola accelerò la fine del conflitto, altra – e mi pare discutibile – è lasciare intendere che la Germania perse la guerra a causa della pandemia (pp. 268 e ssgg).

Così pure qualche perplessità suscitano le argomentazioni sullo stato di salute del Presidente americano Wilson nel corso della Conferenza di pace e delle ripercussioni che potrebbero avere avuto sugli eventi successivi. Molto più degli Stati Uniti, erano la Gran Bretagna e, soprattutto, la Francia a voler punire in modo esemplare la Germania. Anche la ricostruzione dedicata alla creazione della sanità pubblica in Inghilterra mi pare per certi aspetti discutibile: più che la spagnola, la creazione del welfare fu il riconoscimento tangibile del governo nei confronti di coloro che avevano sostenuto lo sforzo bellico (si veda, ad esempio, Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949).

Non si tratta di fare le pulci al libro. Anzi, la Spinney ha il merito di aver posto il problema. Semplicemente, come sempre, non tutti i fenomeni indicati sono riconducibili ad un solo evento – per quanto sconvolgente sia stato.

Farei un torto se indicassi esclusivamente gli aspetti che mi sembrano più deboli. Il libro offre moltissimi spunti  di ricerca. Perfino la malattia non è uguale per tutti. Spinney dimostra che povertà, sovraffollamento e malnutrizione facilitarono il lavoro mortale del virus (vedi, ad es., p. 221). Le pagine dedicate a certi quartieri di New York,  Odessa, Rio de Janeiro sono esemplari.

Tanto più che Spinney non ha scritto una storia della spagnola. La sua ricostruzione si muove tra scienza, storia, sociologia e giornalismo. I capitoli che ricostruiscono il dibattito scientifico e le ipotesi su come si trasmette il virus oltre ad essere molto belli sono fondamentali. Altrettanto interessanti sono le pagine dedicate alle reazioni delle persone comuni di fronte alla pandemia, più o meno le stesse che stiamo vivendo oggi, sono importanti anche per la situazione attuale non solo perché, tra l’altro, l’uso delle mascherine viene indicato come uno strumento di prevenzione tra i più efficaci  (p. 223), ma anche per la “tenuta” delle popolazioni in rapporto alla quarantena: la gente accetta le restrizioni, ma ha una capacità di sopportazione limitata.

Se dal punto di vista editoriale poche pubblicazioni possono vantare un’uscita più indovinata – con ogni probabilità il libro è stato scritto per il centenario – visto che la pandemia di Covid ha indubbiamente stimolato la curiosità verso epidemie precedenti, non di meno questo libro ha molti meriti. Tra gli altri, la dimostrazione di come eventi di questo genere possono sconvolgere fino a far deperire culture locali (come nel caso dell’Alaska e delle sue popolazioni).

Non ultimo tra i meriti la grande capacità di scrittura dell’Autrice. Le lunghe digressioni su regioni e città sono splendide e la penna di Spinney sa essere chiara e avvincente al tempo stesso.

Che si tratti di uno studio serio e affidabile mi pare dimostrato dalla seguente affermazione:

“Quel che ci ha insegnato l’influenza spagnola è che un’altra pandemia influenzale è inevitabile, ma che se farà dieci o cento milioni di vittime dipende solo da come sarà il mondo in cui si scatenerà” (p. 187).

Solo chi ha studiato – e capito – a fondo l’argomento può esporsi ad una dichiarazione così perentoria. E i fatti le hanno dato ragione.

(Per un parallelo con l’Italia, vedi Alcuni articoli sulla “spagnola”).

Buona lettura.

 

 

Recensione. Renato Zangheri: Storia del socialismo italiano (vol. 1)

La nascita e il percorso travagliato ma entusiasmante del socialismo italiano in quasi un secolo di storia

Quando i grandi studiosi giungono a fine carriera avvertono la necessità di fare i conti con una vita di lavoro. Renato Zangheri, oltre che grande storico è stato, com’è noto, Sindaco di Bologna e militante nel Pci e poi Pds. Anziché scrivere un libro di memorie Zangheri ha scritto una Storia del socialismo italiano che è anche una risposta al suo bisogno di studioso-militante di tirare le somme col suo pensiero e con la sua storia personale. A quegli ideali egli ha dedicato la sua vita di studioso e di politico e questa tensione di impegno la si avverte in tutta l’opera.

Questa Storia del socialismo italiano è – a mio parere ovviamente – il miglior libro sull’argomento. In primo luogo, in questo primo volume, Zangheri dà alla parola socialismo l’accezione più ampia possibile: non solo socialisti, anarchici e comunisti, ma anche repubblicani, radicali, liberali. I filoni di pensiero che si snodano dalla Rivoluzione francese fino  alla creazione di un partito socialista beh definito, compiuto e delineato sono molteplici. Zangheri non ne trascura nessuno. Li segnala, li discute e li intreccia con protagonisti, avvenimenti e altri percorsi. Ne nasce una storia illuminata dall’alto e allo stesso tempo dal basso. Dall’alto: intellettuali, gruppi ristretti, pensieri “importati” da altri paesi. Non può essere diversamente data la frantumazione geo-politica del Paese e la quasi generale arretratezza delle sue economie: “salvo eccezioni, la cultura politica del Risorgimento non conobbe che indirettamente i grandi pensatori socialisti, né ebbe una formazione propria, “autogenetica”” (p. 54).

Ma storia illuminata dal basso, soprattutto. Spesso la storiografia si è occupata dei gruppi dirigenti, dei capi, dei pensatori principali. Zangheri tiene conto anche di questi, ma apre il suo sguardo ai militanti, simpatizzanti, compagni di viaggio temporanei. Guarda e ragiona su chi -spesso illustri sconosciuti – a quel movimento ha dato vita con l’azione: sono muratori, imbianchini, calderari, piccoli artigiani, calzolai, pittori, contadini, braccianti; donne e uomini, popolani, gente umile.

Certo, la storiografia ha scavato molto in questo senso, ma Zangheri è consapevole che molte zone del nostro Paese hanno prodotto uomini rimasti sconosciuti che meriterebbero una biografia. In questa impostazione sta uno dei grandi punti di forza del libro. Se tutta la storia non è mai lineare, quella del socialismo italiano è storia di scale interrotte, di percorsi accennati e talvolta abbandonati, di tentativi falliti, di contrasti anche violentissimi, di faticose ricomposizioni, di ripensamenti.

Zangheri è maestro nel mostrarci questi intrecci: Mazzini e Garibaldi, Mazzini e Bakunin, poi Costa con gli anarchici e il suo distacco: sensibilità diverse, dibattiti, contrasti, tattiche divergenti, che scendono tra i militanti, tra i gruppi. Li troviamo a ragionare nelle osterie come sotto l’ombra di un grande albero, a discutere ed azzuffarsi (anche con delitti). Ma è una sociabilità, uno stare assieme, un progettare insieme, che nasce e che si irrobustisce anche in altri modi: conferenze di singoli, orazioni funebri, stampa. A poco a poco anche il linguaggio si perfeziona e si modella. (Sulla stampa ho indicato molto materiale. Vedi ad esempio: Periodici anarchici e socialisti italiani ed europei: 1870-1960Andrea Costa in vari progetti on line)

Percorsi in salita solo in parte, è vero – e nelle conclusioni dirò il motivo – ma non di meno un procedere faticoso. Sullo sfondo ci sono le trasformazioni economiche e sociali. Si affacciano con il 1848, ma sono i decenni che si aprono dai primi anni Settanta ad essere decisivi. In gran parte delle campagne del centro-nord del Paese le condizioni di lavoro, di salario e di vita di braccianti e mezzadri peggiorano; i patti agrari si inaspriscono (su questo, vedi anche Adriano Prosperi Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento); poco più oltre i primi passi verso una più decisa industrializzazione producono i primi contraccolpi.

C’è lo Stato e ci sono i governi. Zangheri non nasconde, e anzi riconosce i non pochi meriti della Destra storica, ma ne mostra anche l’estrema durezza verso le classi popolari e i tentativi di blandire i lavoratori con una propaganda tendente a smorzarne la combattività. La polizia è occhiuta ed efficiente, la magistratura arcigna e spesso insensibile. La Sinistra, nonostante le promesse iniziali, non si distacca poi molto da questa impostazione: “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (p. 89).

Si pone allora uno dei temi centrali del libro: la “nazionalizzazione delle masse”; fenomeno che avviene attraverso percorsi del tutto particolari. Di fronte a governi che mirano ad escluderle o a tenerle ai margini, le masse, soprattutto quelle contadine, si “nazionalizzano” attraverso le lotte e i processi che subiscono. La contrapposizione frontale tra socialismo e Stato è una contrapposizione inevitabile. Solo più tardi, con il lento ampliarsi degli elettori ci sarà lo spazio per confronti e ingressi più mediati.

Distanza dello Stato e dei governi dalle classi popolari, ma distanti sono anche repubblicani, anarchici e socialisti dai bisogni reali: lo testimoniano i fallimenti insurrezionali di Pisacane, Mazzini e poi più avanti di Bakunin e dei moti del Matese. Saranno necessari tempo, delusioni e ripensamenti per colmare – almeno in certe zone, non ovunque – quella distanza. Con franchezza – e rivendicando quanto fatto – Costa lo riconoscerà apertamente.

Se oltre ai mestieri guardiamo all’età dei protagonisti, gran parte di essi sono giovani uomini di venti, trent’anni. Ragazzi, ma già uomini, allevati e cresciuti in contesti in cui si diventava adulti precocemente, sotto il peso di lavori faticosi. E forse sarebbe bene fare ricerche approfondite sulle ricadute circa le loro possibilità di sostentamento e delle loro famiglie provocate dall’uso massiccio del carcere preventivo di mesi e mesi di detenzione ancor prima di avere un processo, in tempi in cui le fasce popolari erano sprovviste di qualunque tutela. Il diventare adulti molto presto può spiegare la tempra, ma non l’ardore, la passione, gli slanci, la generosità.

C’è la Comune di Parigi, che è il battesimo del fuoco (e insanguinato) di un proletariato che si presenta sulla scena non più alleato, ma contro la borghesia che sta plasmando un’epoca. Gli avvenimenti parigini sono come un fascio di luce che indica la strada. Quasi di colpo la strategia di Mazzini appare vecchia e inadeguata. Scuote coscienze: Garibaldi simpatizza per la Comune ed è un’adesione di grande peso.

La strada è ancora incerta, in gran parte da fare, ma è segnata. La Comune offre la sensazione a  questi giovani di essere dentro al grande corso della storia, di essere dalla parte giusta. Poco prima c’era stata la nascita dell’Internazionale, che avrà con gli italiani un rapporto burrascoso, ma quel clima di poter incidere sugli avvenimenti grandi della storia quei giovani l’avvertono, lo fanno proprio. Una chiave di lettura del libro può anche essere questa dimensione internazionale: la Francia, la Gran Bretagna, la Svizzera, la Germania…

Sui rapporti tra l’Internazionale e gli italiani Zangheri scrive pagine molto belle e illuminanti. Anche in questo caso il percorso è tortuoso. In Italia c’è Bakunin la cui personalità dirompente e ammaliante affascina quasi tutti i più giovani. Ma al di là dell’ascendente del russo l’attecchire delle idee bakuniniste è anche la storia di contesti economici e locali, di sensibilità. Zangheri la dipana in tutte le sue sfaccettature.

Ci sono il sapere scientifico – che pochi di questi giovani padroneggiano – e il progresso elementi indispensabili per comprendere certe mentalità, anche quelle dei rivoluzionari. Aderire alla scienza e al progresso è anche un rifiutare tradizioni – che può essere la religione come i metodi delle Società di Mutuo Soccorso – e limiti geografici. La penna di Zangheri è sensibilissima nell’illuminare lo svolgersi dei fatti dal basso con questa tensione costante. Le pagine restituiscono il vibrare di questi giovani seri, impegnati, ma anche leggeri e disposti a rischiare.

Il libro si arresta ai ripensamenti di Costa dopo gli ultimi tentativi insurrezionali caduti miseramente (Bologna 1874, Matese 1877) e con la sua “Lettera agli amici di Romagna” con la quale imbocca una strada diversa.

Questa Storia del socialismo italiano è anche molto altro. È anche un libro magistrale dal punto di vista metodologico. Zangheri padroneggia una quantità impressionante di fonti e di studi. Si può dire che nelle note a margine si trovi indicata tutta la bibliografia disponibile fino al momento dell’uscita del libro.

Questa Storia del socialismo italiano dovrebbe essere letta e studiata a fondo. Certo, quei giovani sentivano di avere il vento in poppa e anche se la realtà delle cose era molto più complicata di quanto avevano inizialmente immaginato, il vento in poppa l’avevano davvero: il socialismo stava imparando a parlare e aveva molto da dire.

Da questo punto di vista un paragone coll’oggi è improponibile. Il vento non tira in quella direzione. Ma è bene leggerlo oltre che perché bellissimo, anche per capire che c’è moltissimo da fare e che non sarà affatto semplice.

Se a fine carriera si arriva a scrivere un libro come questo allora si può star certi di aver lasciato qualcosa di buono.

Buona lettura.

Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza

Un classico della storiografia dell’alimentazione tra tavole imbandite, mercati, campi, boschi, città scorpacciate, bevute e paura della fame.

Fame e abbondanza, due facce della stessa medaglia? “Chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane”… siamo sempre lì: tavole imbandite con ogni ben di Dio (per pochi) da una una parte, piatti semi vuoti e di cibo povero (per i più) dall’altra.

Tra questi due poli – la fame e l’abbondanza – Montanari tiene conto di un’ampia gamma di fattori. La storia da lui scritta è molto più di una storia dell’alimentazione in Europa. È la storia di incontri/scontri tra culture diverse: la cucina mediterranea che ruota attorno al pane, all’olio e al vino che si scontra con quella dei barbari, che introducono carne – il maiale – lardo e strutto. Si apre uno scontro che ha nel cibo lo specchio dei propri valori. La carne si impone (forse sarebbe meglio dire si intreccia) come simbolo di popoli guerrieri: il consumo di carne, la voracità e l’appetito più che robusto dei re e dei capi dei barbari è simbolo di forza, audacia, abilità nel combattere: chi non si mostra gran mangiatore non è degno di comandare (lo imparò a sue spese il duca di Spoleto che non fu eletto re perché parco nel mangiare – p. 32). È anche il segno di un rapporto diretto tra capo e popolo e cioè di una società poco stratificata.

Il cibo però è una trasformazione: prima di finire in tavola è un prodotto che dev’essere coltivato, allevato, raccolto o cacciato. E allora la storia dell’alimentazione diventa storia economica, storia dell’evoluzione della produzione agricola, di mercati, di prezzi e dell’economia in generale. Montanari mostra con grande efficacia queste evoluzioni. Lo scontro cambia attori in campi coltivati e boschi. I primi si dilatano a scapito dei secondi quando si tratta di dover fronteggiare periodi più o meno lunghi di carestia; i secondi si restringono anche per quanto riguarda la possibilità di essere sfruttati dalla popolazione, dato che attraverso varie tappe finiscono nelle mani dei signori e delle città. Nei campi, con lentezza, mutano le coltivazioni: in tempi di carestia – e sono i più numerosi – le coltivazioni che danno più più resa si ampliano. Di solito sono cereali inferiori, i cui prodotti sono meno gustosi e nutrienti. Allora anche il pane si diversifica: pane bianco, pane “nero” (composto di mille ingredienti), pane per ricchi e benestanti e pane per i ceti popolari e per i poveri.

Signori e città: signori e contadini, città e campagna. Lo scenario si arricchisce di nuovi protagonisti. I primi arroccati entro le mura, timorosi delle pressioni dei secondi che nei periodi di crisi mirano ad entrarvi e ben decisi a difendere i propri privilegi; i secondi impegnati a cavarsela come possono a seconda delle congiunture e delle trasformazioni economiche: meglio dei cittadini in qualche caso, quando in tempo di carestia le città restano sguarnite di rifornimenti mentre nelle campagne qualcosa si racimola; peggio – quasi sempre molto peggio – quando nuove colture si affermano ma la produzione finisce nelle mani dei proprietari terrieri. Allora la loro dieta di restringe paurosamente: la carne sparisce dalle loro tavole e la dieta diventa monotona con mais, patate e pani “duri” impastati di cereali minori a dettare legge e riempire (ma non nutrire) stomaci affamati.

C’è anche il tempo dell’abbondanza che viene dopo le carestie: Quattrocento e prima metà del Cinquecento sono secoli di “abbondanza”. In un’Europa decimata dalle carestie e dalla peste per i superstiti prende l’avvio un lungo periodo di disponibilità di carne e di cibo in generale (non senza sprechi).

In quei secoli cambiano molte cose attorno al cibo. Se la società si stratifica, le dispute tra città e tra stati non vengono più risolte con l’uso immediato delle armi. La diplomazia riveste un ruolo importante. Anche il modo di presentare il cibo cambia. Attorno alla tavola nasce una scenografia che ha al centro la “rappresentazione” del cibo. Rappresentazione che diventa anche ostentazione. Il potere non si mostra più attraverso un appetito vorace, ma con la disponibilità di cibo. Le portate si moltiplicano per mostrare la possibilità di scegliere e quindi per marcare nettamente le distinzioni di classe.

Sulla scena fanno il loro ingresso nuovi gusti. Nel corso del medioevo era il costo proibitivo delle spezie a indicare la ricchezza di chi le ostentava. Ma le spezie imprimono sapori forti. Con l’età moderna comincia a prendere piede un gusto più tenue e delicato; il burro rende più dense e meno forti le salse. Vi sono anche nuovi sapori. Zucchero, cioccolata, caffè, thé soppiantano la concorrenza del miele, del vino e della birra.

Il loro arrivo indica mutamenti profondi nella sfera economica. Dietro al linguaggio religioso, nello scontro tra “Riforma” e “Controriforma” c’è una divisione continentale non soltanto geografica e religiosa, ma c’è il nascere e il progressivo irrobustirsi del capitalismo moderno: caffè e thé sono bevande eccitanti che stimolano la veglia mantenendo il cervello sveglio e pronto. Hanno la meglio sul vino e sulla birra che intorpidendo intralciano il lavoro e quindi la produzione. (Su questi temi vedi anche Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari).

Così come era capitato almeno in parte per le spezie anche queste sostanze erano appartenute al mondo della medicina. E i medici – assieme agli intellettuali – giocano un ruolo centrale nel “giustificare” scelte alimentari: accade per il mais e la patata (destinati a diventare per un lungo periodo consumo esclusivo di larghe fasce di popolazione) e per sottolineare differenze di classe tra gli stomaci delicati dei ricchi e quelli dei poveri, abituati ad alimenti più rozzi.

Storia dell’alimentazione come storia culturale dunque: idee e religione. Ancora una volta c’è uno scontro tra carne e pesce, tra giorni di “grasso” e giorni “di magro”. Montanari ci porta nei conventi e alla mensa degli uomini di Chiesa: il pesce, inizialmente separato e in opposizione alla carne, diventa a poco a poco accettabile come cibo per i giorni di “magro” e alla fine di un lungo, frastagliato percorso, si instaura una sorta di convivenza. L’astinenza dal consumo di carne ha una connotazione religiosa e, con l’Illuminismo, filosofica e culturale – almeno per ristrette élites.

Montanari ci segnala il dipanarsi di questi percorsi anche avvalendosi di numerosi ricettari e libri di cucina. Sono indicazioni preziose che ci aiutano a comprendere il fatto solo apparentemente scontato che la preparazione del cibo è lo specchio non solo dell’abilità di chi lo prepara, ma di epoche e contesti.

La fame e l’abbondanza è un libro “gustoso” che giustamente è diventato un classico nel suo genere. Buona lettura.

Recensione. Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949

Una grande sintesi di uno dei maggiori storici contemporanei sull’Europa della prima metà del ‘900

All’inferno e ritorno di Kershaw è senza dubbio la miglior introduzione alla storia d’Europa nella prima metà del ‘900. Dico introduzione non per svilire il libro a semplice manuale. Il libro è quanto mai ricco e documentato, ma essendo pensato per il lettore comune Kershaw dipana la trama in quasi 600 pagine di testo di piacevolissima lettura.

In All’inferno e ritorno non espone una tesi “forte” che funga da perno alla trattazione come nel caso del “Secolo breve” di Hobsbawm o del “Continente buio” di Mazawor. La scansione temporale riprende in sostanza l'”età della catastrofe” di Hobsbawm denominandola seconda guerra dei trent’anni.

Il libro è dominato, giustamente, dalla prima guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Kershaw risolve l’annosa discussione sulle responsabilità del conflitto indicando le responsabilità di ogni singolo paese, anche se ritiene maggiori quelle della Germania. Da quel vulcano eruttante violenza e barbarie morali, nazionalismo, destabilizzazione geo-politica, economica e sociale l’Europa ne uscì inevitabilmente trasformata. L’A. sottolinea gli effetti distruttivi dello sviluppo tecnologico che poi, col perfezionarsi già nel corso del conflitto e soprattutto nei decenni successivi, avrebbe aperto le porte a futuri, immani massacri. E si sofferma con osservazioni perspicaci sugli effetti diretti e a lungo termine di una guerra che diventando sempre più spersonalizzata da un lato abituò chi vi prese parte alla morte, all’insensabilità e alla violenza (pp. 72 e ssgg.); dall’altro addomesticò lo popolazioni a lasciarsi privare più o meno completamente delle libertà civili e giuridiche con sorprendente facilità: la brutale disciplina imposta nelle trincee, lo sfruttamento draconiano della manodopera nelle fabbriche, l’imbavagliamento più o meno completo della stampa, furono elementi che abituarono le popolazioni a future restrizioni. Osservazioni puntuali riguardano l’uso strumentale del razzismo (che poteva assumere coloriture religiose, culturali o razziali o tutte assieme) da parte dei governi e della stampa, impegnati a presentare il proprio paese come depositario di un patrimonio di civiltà messo a repentaglio da avversari rozzi e culturalmente meno sviluppati.

La Grande Guerra fu anche, come è noto, la responsabile del crollo di quattro imperi e l’incubatrice della rivoluzione russa. Il vuoto lasciato dall’impero austro-ungarico fu occupato da una serie di stati deboli e instabili nei quali l’impianto della democrazia si rivelò di breve durata. In Russia la Grande Guerra fece da detonatore alla rivoluzione la quale, per affermarsi, dovette uscire vincitrice da una spaventosa, dilaniante guerra civile (7 milioni di morti) che avrebbe mandato in rovina l’economia del paese (p. 127).

Liberale di sinistra, Kershaw ha parole molto dure nei confronti di Lenin. Egli ritiene che le “caratteristiche [aberranti] del sistema bolscevico erano […] emerse quando Lenin era ancora in vita. Ciò che ne seguì fu la continuazione e la logica conseguenza del passato, non un’aberrazione” (p. 130). Vi sarebbe dunque un trait d’union tra Lenin e Stalin, il vincitore della faida interna dopo la morte di Lenin. Forse è un giudizio troppo duro, non tanto perché Lenin non fosse capace di essere estremamente duro, ma di sicuro non era era paranoico e sanguinario quanto Stalin e, soprattutto, riuscì a far sopravvivere una rivoluzione in un contesto e in una sequenza di avvenimenti spaventosi: l’arretratezza della Russia zarista, la Grande Guerra, e una guerra civile di quelle proporzioni e di quella durata non erano fenomeni governabili coi guanti di velluto. A cose fatte la NEP fu anche il riconoscimento di errori e di torti commessi nei confronti dei contadini (sulla Rivoluzione russa vedi anche Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario e Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione).

In ogni caso, sebbene l’A. tenga costantemente presente le vicende sovietiche e le analizzi con sottigliezza (“una cosa fu subito chiara: la rivoluzione bolscevica era un avvenimento di portata storico-mondiale”, p. 96), il problema dell’Europa erano la Germania e l’Europa orientale (e in relazione ad esse l’atteggiamento delle potenze principali: Francia e Inghilterra). Già la guerra aveva dimostrato che la democrazia sarebbe sopravvissuta con relativa sicurezza solo negli stati  nei quali affondava radici più profonde. In Inghilterra e in Francia “la legittimità dello Stato [non] fu mai messa seriamente in discussione” (p. 92). Dove i governi e le istituzioni non godevano della legittimità della maggioranza dei cittadini la democrazia era destinata a soccombere.

Prima guerra mondiale
Dopoguerra

La Grande Guerra lasciò un continente in preda a convulsioni di ogni genere: oltre ai milioni di morti in battaglia e a quelli provocati dalla Spagnola, i mutilati erano 8 milioni e centinaia di migliaia coloro che avevano subìto traumi psichici. La riconversione dell’economia a una produzione di pace fu difficile: dove l’inflazione passò a iper-inflazione come in Austria, Polonia e Russia, vivere divenne complicato. Inizialmente in Germania l’inflazione fece da volano all’industria, ma quando nel 1923 andò fuori controllo provocò una tragedia sociale (pp. 113 e ssgg.).

Il tasso di violenza incubato durante il conflitto riemerse e si incarnò nelle camicie nere di Mussolini, nei Freikorps tedeschi e negli innumerevoli gruppi e gruppuscoli paramilitari composti da gente che non riusciva a reintegrarsi nella società e nutriva un profondo rancore verso tutti coloro che avversavano o non condividevano i valori per i quali avevano combattuto (generalmente pacifisti, militanti di sinistra ed ebrei)

Uno dei problemi cruciali fu che la sistemazione del continente escogitata a Versailles alla fine creò più problemi di quanti ne risolvesse. Il principio dell’autodeterminazione di Wilson si rivelò ben presto inapplicabile nell’Europa centrale e orientale dove etnie diverse si contendevano gli stessi territori: i compromessi trovati ridisegnando la cartina geografica di quelle zone finirono per inglobare popolazioni diverse all’interno di uno stesso stato: soluzioni che avrebbero alimentato malcontento e portato problemi in un futuro prossimo (per questi aspetti e in generale sul dopoguerra vedi: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti).

In secondo luogo, per i paesi vincitori della guerra voler punire la Germania fino giungere all’umiliazione poteva avere senso per soddisfare la sete di vendetta di un’opinione pubblica inferocita, ma non per preservare la pace e la stabilità sul continente. Soprattutto, addossando la responsabilità del conflitto alla sola Germania creò un risentimento generalizzato in un paese che era stato fino a quel momento la principale potenza economica e tecnologica del continente ma che aveva anche un percorso storico non compiutamente democratico nel quale l’esercito aveva avuto una posizione cruciale, che considerava “la propria nazionalità in termini etnici [e] non territoriali” e le cui élites non riconoscevano fino in fondo il valore della democrazia occidentale scaturita dalla Rivoluzione francese o dal liberalismo (p. 221). Le riparazioni “furono per più di dieci anni un cancro annidato un cancro annidato nella politica tedesca” che mise il vento in poppa ai nazisti (p. 139) (sulla Repubblica di Weimar vedi anche Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Trattato di Versailles
Un problema nel cuore dell’Europa: la Germania

Perciò la Repubblica di Weimar nonostante gli indiscutibili successi e nonostante l’A. ritenga che nei tardi anni Venti fosse sul punto di riuscire a sanare ferite ancora brucianti dovette sempre destreggiarsi con forze che miravano alla sua delegittimazione. E giustamente Kershaw indica il pericolo principale e fondamentale nella congerie di forze di destra più che nelle velleità rivoluzionarie della sinistra radicale (responsabile però di indebolire la sinistra nel suo complesso).

La destra estrema era già giunta al potere in Italia, un paese che, sebbene vincitore reagì con le modalità di un paese sconfitto, e altrove, ma l’Italia non aveva la forza per mettere a soqquadro l’Europa. Il problema era la Germania.

Quando sul continente arrivarono gli effetti del crollo di Wall Street, le convulsioni politiche sul continente europeo crebbero di intensità. La zona orientale era quasi completamente in mano a regimi reazionari o filo fascisti, i paesi mediterranei lo erano già da tempo o lo sarebbero diventati a breve, in Germania le devastazioni occupazionali, sociali ed economiche della crisi suonarono a morte per una Repubblica già consunta e Hitler ebbe la strada spianata al potere.

Le pagine che Kershaw dedica agli effetti economici e sociali della crisi del ’29 sono molto belle e convincenti. Dovrebbe far meditare la catastrofica decisione delle politiche di taglio alla spesa, contenimento dei costi e deflazione. Quelle politiche aggravarono la crisi piuttosto che contrastarla.

Un’interpretazione

Consapevole dei fraintendimenti e delle facili volgarizzazioni della categoria interpretativa del “totalitarsimo”, Kershaw distingue tra dittature “statiche” e dittature “dinamiche”. Nelle prime egli ingloba i paesi in cui i governi miravano al controllo e al dominio della società senza volerla alterare o modificare. Esempi di questo genere li indica nella Spagna, nel Portogallo e in buona parte dei regimi dell’Europa dell’Est.

Per dittature “dinamiche” invece Kershaw intende quei regimi che intendevano operare una rivoluzione profonda non solo controllando i cittadini limitandone la libertà, ma pretendendo di plasmare un uomo nuovo – come nel caso tedesco e sovietico – o di instaurare un regime “totalitario” come nel caso italiano. Un altro fattore che accomuna i tre dittatori era il loro ragionare in termini politici e non economici: in Unione Sovietica l’industrializzazione forzata si trasformò in un massacro per i contadini e in una devastazione per la produzione agricola (dalla quale l’URSS non si sarebbe più ripresa), le “purghe” staliniane seguirono una logica politica sebbene la decapitazione di cervelli di prim’ordine provocasse danni enormi in ambito economico e militarermania il processo di riarmo avvenne sganciando il paese dalle dinamiche dell’economia internazionale a favore di scambi bilaterali con questo o quello stato. L’idea di trasformare i cittadini in schiere di fedeli dediti alla causa o a rifondare la società era un’idea completamente antitetica a quelle delle democrazie tradizionali e assolutamente nuova (pp. 299-338). A ben guardare questa impostazione si avvicina all’opinione di Hobsbawm secondo il quale nell’Europa degli anni tra le due guerre le opzioni di adesione politica fossero ridotte alla scelta tra comunismo o fascismo.

L’arrivo al potere di Hitler – e il fallimento plateale e definitivo della Società delle Nazioni – chiarì a tutti che il pericolo di una nuova guerra era concreto. Il capolavoro politico di Hitler fu quello di presentare il riarmo della Germania non come pre-condizione ad una politica di espansione ma come riparazione di un torto subito da potenze che volevano tenerla in una condizione di inferiorità.

Il problema era che Francia e Inghilterra si trovarono di fronte ad un interlocutore che non ragionava affatto come loro. Portando la Germania fuori dai normali circuiti internazionali sia nei rapporti politici che economici Hitler imboccò la strada che avrebbe portato alla guerra: la Germania aveva bisogno di “uno spazio vitale” per espandere la propria economia e questo combaciava perfettamente anche con la ossessione razzista e la contrapposizione ideologica frontale dei nazisti verso i sovietici. Il fallimento della strategia dell’appaesement (“venire a patti con Hitler e intanto guadagnare tempo, pp. 369-70) e la cedevolezza continua di inglesi e francesi nei confronti delle crescenti pretese di Hitler ha una sua motivazione anche in questa incomprensione di fondo, oltre che agli incubi di una nuova guerra e al timore del comunismo.

Dentro alla seconda catastrofe

Il risultato di questo mix micidiale si sarebbe toccato con mano proprio nel corso della seconda guerra mondiale. Fu la parte orientale dell’Europa a pagare il prezzo più alto del razzismo biologico dei nazisti (talvolta sostenuto dalle popolazioni locali quando rivolto a ebrei o ad altre etnie), della loro strategia di disumano sfruttamento di persone e risorse e del loro anticomunismo viscerale (pp. 409 e ssgg). Così, ad esempio, lo sfruttamento degli ebrei rendeva bene fin tanto fossero stati in grado di lavorare, dopo li si poteva eliminare; ma,fatto spaventoso e inedito, “la guerra in oriente ebbe un carattere schiettamente genocidario” (p. 419). Per gli ebrei fu fatale il fallimento dell’invasione dell’URSS: inizialmente i nazisti avevano previsto di spostarli lì; la mancata invasione accelerò il processo di sterminio che era comunque già iniziato (pp. 423-24).

In generale i nazisti fecero due errori fatali. In molte zone dell’Europa orientale l’anticomunismo era profondo e radicato, ma i pregiudizi razziali impedirono ai nazisti di farvi leva per procurarsi alleati che avrebbero potuto essere preziosi. Il secondo, soprattutto nell’Europa occidentale fu che il loro atteggiamento costringeva le popolazioni a violare le regole per sopravvivere mentre il bisogno di manodopera e i seguenti rastrellamenti finivano per alimentare la Resistenza che si andava organizzando (pp. 452-455).

Ma Kershaw dà anche spazio alle conseguenze dei bombardamenti alleati e sulla brutalità delle truppe sovietiche nella loro avanzata verso Berlino e in generale all’accrescere del tasso di violenza degli ultimi mesi del conflitto. I tedeschi resistettero fino all’ultimo perché consapevoli delle vendette che li aspettava. Quella tedesca è solo una tra le reazioni alla guerra: i sovietici la condussero fino in fondo perché Stalin fu capace di trasformarla in guerra patriottica e videro cosa li attendeva se l’avessero persa; i polacchi la combatterono in vista di uno Stato futuro; gli inglesi la combatterono per un futuro di pace e, per i soldati provenienti dai dominions, di prossima indipendenza.

Dopoguerra

La fine della guerra sancì la fine del fascismo come progetto politico credibile e l’Europa ne emerse nuovamente ridisegnata e suddivisa in due blocchi distinti e contrapposti. Nell’Europa Occidentale il protezionismo e il nazionalismo economico vennero accantonati a favore della cooperazione internazionale: “le lezioni erano state apprese” (p. 478).

Un altro elemento fondamentale affrontato dall’A. è la nascita del welfare state nella parte occidentale dell’Europa post-bellica. Riconoscimento dovuto agli immani sacrifici patiti dalle popolazioni durante il conflitto, certamente, ma anche deterrente nei confronti della capacità di attrazione dei partiti comunisti e socialisti; una scelta politica precisa e voluta dunque. Senza che nessuno potesse immaginarlo, l’Europa occidentale si sarebbe incamminata verso decenni di prosperità e stabilità politica.

Naturalmente Kershaw affronta anche molti altri temi che qui non considero: dalla religione alla cultura, dallo sterminio degli ebrei ad alcuni problemi del dopoguerra. Ma ora che che crisi economica, palese malfunzionamento dell’Europa e razzismo si stanno ripresentando sulla scena, ho voluto soffermarmi su aspetti essenziali. Mi preme dire che sarebbe importante leggere e meditare a fondo le pagine di All’inferno e ritorno.

Buona lettura.

Recensione. Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità

Uno splendido libro di Attilio Brilli sulle capitali d’Italia.

Diventare capitale può rivelarsi un ottimo affare. L’arrivo della burocrazia, dei ministeri, di esponenti politici e dell’esercito; il dover infondere alla città il piglio e il lustro dovuti alla città di riferimento di uno Stato significa attrarre investimenti e creare lavoro. Occupazione per operai, artigiani e maestranze, per negozianti, ristoratori, alberghi, impiegati pubblici ecc. Significa affari d’oro per costruttori e possidenti, banche e speculatori: il denaro scorre, il lavoro si moltiplica, la città si trasforma e cambia volto.

Tanto più se si tratta di città come Firenze e Roma, la prima protetta ma stretta da mura che ne impediscono l’espansione; la seconda che, come sospesa nel vuoto del tempo e dello spazio – vale a dire dei secoli di storia e isolata nel mezzo di una sterminata campagna – deve inevitabilmente modernizzarsi per mettersi a fianco delle altre capitali europee.

Firenze

Mura abbattute, interi quartieri da risanare a Firenze; zone intere e quartieri da abbattere letteralmente e da (ri)costruire a Roma. A Firenze il fragoroso abbattimento delle mura lascia entrare la campagna nella città snaturando il circostante paesaggio agreste e la prospettiva sulla città. Ma la scomparsa delle mura è solo l’annuncio di trasformazioni più profonde che coinvolgono il centro della città. Il groviglio di stradine e vicoli strettissimi di origine medievale che portano a un cuore della città tanto antico quanto desolante negli abituri e nella gente che lo abita sta per essere – e progressivamente verrà – spazzato via (pp. 28 ssgg.). Il Mercato Vecchio e il Ghetto lasceranno posto a una “piazza orrenda” ed enorme, a nuove strade e spazi: è la scomparsa non solo di ricettacoli della plebaglia cittadina – gente che vive alla giornata sul limitare e col debordare della legalità – ma di mondi fatti di miasmi e odori, di palazzi e abitazioni decrepiti ma pittoreschi, di una socialità sguaiata e non raccomandabile. Scompare il tratto saliente della città, ciò che la rendeva cara e inconfondibile.

Ghetto ebraico a Firenze
Roma

A Roma non ci sono mura da prendere a cannonate per far posto alla città. Qui la campagna, ampi spazi coltivati o semi-incolti fanno già parte del panorama cittadino: pastori e contadini fanno pascolare liberamente il bestiame dentro alla città. A rimetterci le penne sono da una parte i quartieri più insalubri del centro – il Ghetto – il lugubre e misterioso “quartiere più malsano della città” (p. 86) e altri lungo un Tevere giallognolo e maleolente di immondizie e liquami che ammorba e inumidisce casupole precarie e cascanti -, luoghi affaticati e macilenti, pullulanti di bambini sporchi e pidocchiosi, di stamberghe umide e buie nelle quali il visitatore si guarda bene dall’entrare; dall’altra le ville che la circondano: edifici giganteschi e magnifici immersi in enormi parchi lussureggianti. Sono luoghi e contesti di incomparabile bellezza sacrificati a nuovi cantieri che si vorrebbero moderni ed efficienti.

Roma

Dietro a queste istanze di rinnovamento c’è la nuova borghesia di un Paese che fatica a mettersi al passo coi paesi più avanzati, ma che proprio per questo ha fretta di farlo. È gente che bada al sodo e al soldo, che sogna e si adopera per facili arricchimenti con la compravendita di terreni edificabili e speculazioni edilizie. È una borghesia vorace, ignorante e onnivora che manovra nascondendosi dietro al comodo paravento delle esigenze inderogabili della igiene pubblica, inderogabile per un Paese che si vuole moderno e civile, ma che poi si tradisce facendo tronfia mostra della ricchezza accumulata con un’eleganza pretesa ma non raggiunta e atteggiamenti tracotanti da “padroni” più che da signori (p. 107).

Torino

Il caso di Torino è diverso. Questa città calma, compassata e geometrica, curata e ben tenuta, fiera della propria storia e orgogliosa della propria pragmatica efficienza, pur sapendo da tempo la transuenza in qualità di Capitale, mal digerisce il trapasso – pure temporaneo – a Firenze. La sua cittadinanza di solito prudente e cauta si riversa nelle strade a protestare: apparati dello Stato che se ne vanno altrove significa in disoccupazione e timori per il futuro.

Torino

Da quanto detto fin qui ci si potrebbe aspettare che Brilli ci mostri questi sviluppi attraverso le dispute dei consigli comunali e dei piani regolatori.  È vero in minuscola parte. Grande storico del viaggio e dei viaggiatori, Brilli conosce alla perfezione questo genere di letteratura. Ci descrive l’evoluzione delle città con gli occhi e le penne di scrittori, giornalisti, artisti, storici dell’arte: pesca da romanzi come da corrispondenze private, da articoli giornale e da guide turistiche, da appunti e diari (il tutto indicato in un puntuale apparato di note e in una esauriente bibliografia).

Facciamo conoscenza della nutrita schiera di inglesi di stanza per lunghi periodi a Firenze, che inorridisce di fronte all’esecuzione degli sventramenti della città e protesta rivendicando Firenze città non degli italiani e nemmeno dei fiorentini, ma dei cittadini di tutto il mondo; di artisti, viaggiatori e scrittori immersi nell’immemore torpore romano capaci di cogliere le trame reali che si celano dietro ai proclami igienizzanti, che mette in guardia dagli interventi drastici, che piange e – negli anni successivi – rimpiange il sudiciume e la immemore polvere di Roma; che ammutolisce attonita e indignata di fronte allo sparire delle ville.

Con questo Il viaggio nella Capitale Brilli ci regala un libro colto, raffinato e piacevolissimo, con suggerimenti precisi: a diffidare degli slogan urlanti necessità improcrastinabili, specie se a promuoverli sono “voraci affaristi, [specchio dell’]inconsistenza della società italiana, priva di una borghesia alacre, moderna, votata allo spirito d’impresa, una borghesia che [sia] in grado di bilanciare un’aristocrazia parassitaria da un lato e dall’altro un popolo miserando, inetto e privo del minimo barlume di senso civico” (p. 100), e ad andare cauti quando si tratta di intervenire in modo massiccio nel cuore di città immerse nella storia.

Mi permetto di aggiungerne uno io, che ricavo da quanto scrive un’osservatrice brillante e assidua dell’Italia. Nel suo diario una scrittrice americana annotava osservazioni penetranti sulla capacità tutta romana di fagocitare tutto. Anche le nuove costruzioni rimaste a metà, incompiute e che non saranno mai finite dopo l’esplosione di una bolla finanziaria che ha prosciugato le risorse e fatto sparire gli investitori non sono un problema per Roma. Questa città “eterna”, che pare immobile, che si rinnova col ritmo impercettibile dei secoli farà suoi questi spezzoni di edifici e li inserirà nel suo contesto e nel suo paesaggio facendo affidamento sulla tranquilla, inesorabile tenacia del tempo. Farà suo anche l’inguardabile Vittoriale, mastodonte che nulla a che vedere con la città, macigno estraneo che più che altro si addice allo scopo di “pisciatoio di lusso” come lo definì Giovanni Papini?

A me pare che la capacità di Roma città capace di assorbire tutto, di addomesticare tutto e di incorporare tutto sia una buona metafora della Roma Capitale politica e rimando ad una classe dirigente che resta sempre uguale a sé stessa anche quando sembra rinnovarsi e rinnovata nel profondo.

Buona lettura.

Recensione. Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione

Cosa ci ha lasciato la Rivoluzione francese in rapporto alla medicina e perché è opportuno riandare a quegli eventi? Risposte e spunti in uno dei libri migliori di uno dei massimi storici della medicina

Le rivoluzioni sono rare, rarissime, ma quando si verificano i loro effetti si propagano nello spazio e nel tempo e diventano acquisizioni definitive. È questo il caso della rivoluzione francese e della medicina rinnovata che da essa scaturì. Da quel vulcano che esplose nel 1789 le trasformazioni definitive che hanno plasmato l’età contemporanea sono molte. La medicina non fa eccezione: il sapere medico, la pratica, i luoghi in cui essa veniva appresa e praticata ne uscirono trasformati in modo definitivo.

In Medicina e rivoluzione Cosmacini ripercorre la storia di due soggetti molto spesso tenuti distinti: nelle moltissime storie della Rivoluzione francese rare volte la medicina trova lo spazio che merita e così pure nelle meno numerose storie della medicina la Rivoluzione francese appare raramente o quasi in sottofondo.

Cosmacini invece le intreccia e ne mostra l’evoluzione e i condizionamenti reciproci nelle sue tappe principali, ma naturalmente è una storia che si inscrive in un percorso più lungo, prima e dopo gli avvenimenti che prendono l’avvio nell’89.

C’è la lunga gestazione dell’Illuminismo che vede tra i suoi protagonisti non pochi medici – “medici-filosofi” – e c’è l’Impero napoleonico che suggella le conquiste avvenute. Se dal punto di vista politico la Rivoluzione sfocia in un regime che – almeno in Francia –  non è più rivoluzionario, in medicina le trasformazioni avvenute continuano e continueranno il loro corso.

Quella dei filosofi è una rivoluzione dall’alto. Quelle che oggi verrebbero definite classi dirigenti si ritrovano nei “salon” (del barone d’Holbach, più tardi di Mdme Helvethius e altri) a discutere e dibattere – non a caso i fratelli Goncourt diranno che la Rivoluzione francese è iniziata nei salotti (p. 47) – e che hanno nella Encyclopédie il loro manifesto programmatico.

Questa élite promuove progetti fondamentali: la riunione di medici e chirurghi fino ad allora separati, l’inchiesta sugli ospedali di Tenon e le proposte di Cabanis, il rinnovamento dell’insegnamento.

Pierre-Jean_Georges-Cabanis, medico e filosofo. Una delle menti più brillanti e profonde

Sono tensioni che si incontrano con la rivoluzione che scaturisce “dal basso” la quale promuove il “Nuveau plan de constitution de la médecine en France” di Furcroy, la ghigliottina, la “liberazione” dei folli di Pinel, le lotte contro la ciarlateneria di medici fasulli, gli albori della clinica.

Dopo aver abbandonato le vuote e inutili discussioni di tesi discusse in latino completamente staccate dalla realtà nell’Ancien Régime, i medici sono chiamati al letto del malato, nelle corsie d’ospedale; devono redigere il “tableaux”, l’antenato della cartella clinica: il sapere medico si rinnova con l’osservazione e l’analisi (per questi concetti, p. 286). La moltiplicazione delle osservazioni, debitamente annotate, forma una base più solida per il confronto e un archivio sempre aggiornato e rinnovabile (p. 272)

Questo incontro tra “alto” e “basso” genera quella che Cosmacini chiama l’instaurazione necessaria, vale a dire la stabilizzazione di quanto costruito o rinnovato fino a quel momento e che, a sua volta, si perfeziona: “da [quel] cambiamento strutturale e funzionale […] il procedere della medicina non potrà essere in alcun modo invertito” (p. 194).

Dopo aver resistito agli assedi degli stati sbigottiti e intimoriti da quella cosa “non mai più veduta nel mondo” che è la rivoluzione (ho citato il titolo di un bel libro di Guerci), essa si espande in Europa col genio militare di Napoleone. Impaurisce e affascina. In Italia, affascinato sarà “il medico giacobino” Giovanni Rasori che investe la medicina di un mandato politico e sociale.

Le guerre napoleoniche falcidiano un’intera generazione sui campi di battaglia di tutta Europa, ma se le guerre sono portatrici di morte e sofferenze future per il sopravvissuti rimasti feriti, fa compiere progressi notevoli alla chirurgia e allo studio e comprensione di malattie (le oftalmie e le diarree della campagna d’Egitto); fa nascere “l’ambulanza volante”, inventata da Larrey, per soccorrere tempestivamente i feriti sul campo che altro non è se la progenitrice del futuro pronto soccorso (pp. 240 e 246).

Al centro della medicina rivoluzionata c’è l’uomo: che sia paziente di ospedale, soldato ferito, folle o donna partoriente. È a loro che sono indirizzati gli sforzi di questi medici: i “chirurghi di Napoleone” sono temuti per la loro brutalità, ma il loro operare e amputare senza esitazioni salva vite, sebbene menomate (p. 301); Pinel, il fondatore della psichiatria moderna, “libera i folli” da ceppi e catene e sebbene quella liberazione sfoci in una struttura che prenderà aspetti aberranti – il manicomio – la spinta iniziale è quella, umanissima, di curare la follia e di riconoscere nel folle la persona; perfino la ghigliottina nasce come strumento “egualitario”  e progressista che nell’esecuzione riduce al minimo il dolore; le vaccinazioni cominceranno a dare i loro frutti.

Sono percorsi tortuosi e difficili. Se la spinta della rivoluzione facilita il rinnovamento gli ostacoli non mancano e la forza d’inerzia della tradizione e del passato restano: lo stetoscopio di Laennec, ad esempio, tarda ad essere riconosciuto come strumento utile da medici che nello strumento vedono uno svilirsi del loro colpo d’occhio e della loro abilità (p. 321). Ma nel complesso nessuna “Restaurazione” successiva potrà riportare le lancette della storia all’Ancien Régime.

Laennec e lo stetoscopio
Francia e Italia: un confronto

L’ultima delle quattro parti che compongono il libro ha per titolo “duecento anni dopo” ed è un confronto tra quanto la rivoluzione ha prodotto e quanto è stato realizzato in Italia dalla Repubblica nata dalla Resistenza. È un confronto impietoso. Cosmacini è storico troppo colto e attento per non sapere che la Resistenza non fu una rivoluzione, ma in un certo senso è costretto a prendere questa pietra di paragone perché è l’unico evento di rottura reale col passato che il nostro Paese ha conosciuto dall’unificazione in poi.

Che la profondità dei due eventi non sia paragonabile emerge proprio dalle tante continuità che in Italia persistono e che indeboliscono, svuotano dall’interno e comunque fiaccano le spinte innovative che pure i membri della Costituente avevano recepito e immesso nell’articolo 32 della Costituzione e che la riforma sanitaria si era incaricata di porre in essere. Nel corso della lettura del libro il lettore non può non rimanere colpito dai metodi di cooptazione nelle cattedre, negli ospedali, tra i medici militari e nelle cliniche: il maestro chiama il suo allievo prediletto e lo innalza, ma lo fa sulla base del merito acquisito col lavoro, lo promuove usando criteri che derivano dalle sue capacità e dedizione al lavoro, non in base a criteri estranei alla disciplina come continua ad accadere da noi; Pinel instaura col malato di mente un rapporto che ha nel dialogo e nel confronto uno dei suoi elementi fondanti, da noi il rapporto tra medico e paziente resta paternalistico, distante; in Francia le vecchie facoltà che conservano un sapere ormai inutile vengono accantonate e sostituite, le nostre università restano impenetrabili, gelosissime dei loro privilegi e impermeabili ai mutamenti della società. Sono pagine che non solo possono essere prese come valido sunto storico, ma che dovrebbero essere lette e meditate a fondo.

Giorgio Cosmacini è uno studioso prolifico. Tra i suoi libri che ho letto questo è a mio parere il più bello e il più “necessario”. Medicina e rivoluzione è un libro splendido sia per come l’A. riesce ad intrecciare gli avvenimenti politici e sociali con l’oggetto protagonista del libro mantenendo viva e costante la curiosità del lettore, ma per gli innumerevoli spunti che dissemina lungo tutto il testo. tra questi, il suggerimento che anima l’intero libro: dalla Rivoluzione francese è nata una “medicina della persona”; oggi che il sapere tecnico-scientifico ha cancellato questa centralità, a conti fatti è tempo di tornarvi.