Recensione. Vincenzo d’Aquila: io, pacifista in trincea.

Avrei dovuto presentare il libro di Vincenzo d’Aquila Io, pacifista in trincea. Un italoamericano nella Grande Guerra assieme al curatore Claudio Staiti in una serie di presentazioni che avevamo preventivato. Poi la pandemia ha sconvolto tutti i progetti. Arrivo comunque tardi a dire qualcosa su questo libro – ma, come dice il proverbio, meglio tardi che mai.

Una storia singolare

Vincenzo D’Aquila, nato a Palermo e emigrato negli Stati Uniti quando era ancora un bambino di appena tre anni, è morto da tempo (nel 1975). Questo libro, pubblicato per la prima volta in inglese nel 1931 e finito poi nel dimenticatoio, è stato recuperato da Staiti che l’ha tradotto ottimamente, presentato con una introduzione precisa e puntuale e corredato da una opportuna serie di note a margine che facilitano la lettura. Lettura che del resto procede sciolta e scorrevole, dato che D’Aquila fu anche editore e quindi sapeva come costruire “plot” accattivanti per il lettore.

La prima cosa sorprendente di questo libro è che DAquila, ribadisce anche nel sottotitolo che quella che presenta è una storia vera, come se le autobiografie non lo siano o non dovrebbero esserlo. Forse questa precisazione deriva dalla consapevolezza dell’A. che la memoria è un continuo processo di elaborazione e distillazione. Ciò non significa che sia menzognera; significa che il valore e la rilevanza che attribuiamo alle nostre esperienze può modificarsi nel tempo. Perciò, considerato le esperienze che abbiamo vissuto cambiano di significato a seconda del tempo trascorso e delle esperienze successive che si intrecciano con quelle precedenti, riflettere e scrivere sulle proprie vicende personali a distanza di tempo può indurre a modificazioni significative, con quella precisazione D’Aquila avverte l’esigenza di fissarla entro limiti precisi.

Esperienze in un ampio contesto

Il secondo elemento che stupisce, relativamente poco conosciuto, è l’arruolamento volontario piuttosto massiccia di italiani residenti all’estero e con cittadinanza straniera. Complessivamente furono circa 300.000 i giovani di origine italiana che tornarono in Italia per arruolarsi. I motivi che spinsero questi giovani a tornare in Italia per combattere pur avendo la possibilità di non rischiare la pelle in guerra, restano ancora in gran parte da indagare. Se non si può certo escludere un sentimento patriottico, che però non è già più quello di tradizione risorgimentale bensì di segno nazionalistico, non di meno le ragioni potevano essere altre e molto distanti: l’ebrezza del senso dell’avventura, vedere nella guerra la scorciatoia per mettere da parte situazioni famigliari, sentimentali, di lavoro difficili ecc., i percorsi che indussero centinaia di migliaia di giovani a partecipare volontariamente alla Grande Guerra furono molti e disparati. Su questi aspetti Emilio Franzina fa luce e chiarisce in una densa e preziosa presentazione.

Un percorso inverso

Il centenario della Grande Guerra ha prodotto un certo rinnovamento storiografico. Il contesto della Prima Guerra Mondiale si è ampliato a ritroso, in avanti, si è focalizzato su certe aree geografiche e sono emersi approfondimenti su esperienze di singoli. Del resto, anche Europeana ha avviato da tempo il progetto Transcribathon nel quale vengono raccolti diari, lettere ecc. dei soldati (ne parlo qui: Alcuni progetti in rete sulla Prima Guerra Mondiale).

Molto è stato studiato, dunque. Ma stupisce anche la prontezza con la quale il protagonista registra i mutamenti decisivi introdotti dalla guerra – una guerra di sterminio come nessun’altra precedente, una guerra che elimina quasi completamente le emozioni suscitate dallo scontro corpo a corpo e uccide in modo anonimo; l’abitudine e l’indifferenza alla morte… -. Sono aspetti noti (vedi Antonio Gibelli: La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918). L’aspetto interessante è che l’autore li registra e ne misura gli effetti su di sè. D’Aquila si estranea, si sdoppia, si osserva soldato e si stupisce di reazioni che non si sarebbe aspettato di mettere in atto.

In altri termini l’idea di una guerra rapida, vittoriosa e relativamente indolore, ma anche avventurosa e rispondente ai doveri di buon patriota si infrange quasi subito nella cruda realtà di un conflitto che pare diventato cannibale, inarrestabile e infinito.

Che qualcosa non combaciasse con le idee di cui si era nutrito e che lo avevano spinto ad arruolarsi, si affaccia immediatamente nella mente dell’A. ed è l’accoglienza indifferente ai soldati venuti da lontano come lui, e il disprezzo a loro riservato dalle gerarchie militari, che li liquidano con discorsi retorici, vacui e spicciativi. La distanza enorme tra graduati e soldati – con i primi a condurre una guerra micidiale al sicuro nelle retrovie, godendo di un livello di vita perfino agevole e i secondi costretti a subire ogni sorta di sacrificio, è la molla che gli fa apparire la guerra nella cruda realtà di un evento atroce e incomprensibile ai fanti di trincea e che fa maturare il rifiuto della guerra.

Convertirsi al pacifismo (anche se l’A. si definisce sempre “obiettore” e mai pacifista) per così dire in corso d’opera, nello svolgimento del conflitto, non è un passaggio agevole. Sul protagonista agisce una fede religiosa profondamente sentita, e il combaciare della fede con la condanna verso le ingiustizie che osserva e l’immane insensatezza del conflitto, fa scattare la molla dell’obiezione di coscienza; dell’imporre a sé stesso di non uccidere (pp. 105 ss.gg.).

D’Aquila interpreta alcuni eventi sfortunati e fortunosi ad un tempo che gli sono capitati come frutto di un disegno divino volto a proteggerlo – dal non essere mai presente in trincea alla “invulnerabilità” durante due ricognizioni che gli vengono affidate, al risveglio dal coma in un ospedale militare dove era stato ricoverato per aver contratto il tifo.

È proprio questa vicenda – l’aver contratto il tifo, il decorso della malattia e il suo esito – un fatto comunissimo tra i soldati, a determinare una svolta decisiva nella più ampia storia del protagonista: D’Aquila si ammala di tifo a ridosso del Natale e si risveglia nei giorni dell’Epifania, ma non interpreta questa coincidenza di date come una caso fortuito quanto piuttosto un palese segno di quella che ritiene la sua invisibile guardia del corpo (recita così, con una traduzione un po’ forzata, il sottotitolo dell’edizione inglese), cioè Dio.

In manicomio

Da quel momento – siamo ancora nel 1916 – D’Aquila inizia a manifestare apertamente il proprio dissenso verso la guerra fortemente impregnato di religiosità. D’Aquila si sente “profeta”, come scrive di sé stesso. Di fronte al “contegno” – per usare un’espressione dell’epoca – del soggetto, il passaggio dall’ospedale militare al manicomio è quasi obbligato: manicomi, in realtà, perché fu internato prima a Udine e poi a Siena. In manicomio il protagonista coglie alcuni degli aspetti tipici della psichiatria dell’epoca e del manicomio, vero “purgatorio in terra” (p. 186): il sovraffollamento, l’inefficacia delle cure, il timore dei medici che egli possa “contagiare” gli altri ricoverati con le proprie idee. Osserva anche alcune delle patologie provocate dal conflitto, intuisce con sicurezza la presenza di simulatori e anche le regole non scritte pattuite tra infermieri e ricoverati. Dalle sue osservazioni – prima a Udine poi a Siena – emerge anche tutta l’inadeguatezza della psichiatria di fronte alla guerra (su questo aspetto vedi Fabio Milazzo: Una guerra di nervi. Soldati e medici nel manicomio di Racconigi (1909-1919)).

Stranamente i suoi internamenti non ebbero ripercussioni sul suo futuro. Non è da escludere – lo osserva lo stesso Staiti – che la sua cittadinanza americana abbia giocato a suo favore. Ottenuto un congedo illimitato, rimase in Italia per la durata del conflitto lavorando anche per la Croce Rossa americana.

Conclusioni

Si può concludere affermando che questo libro, piacevole e spesso acuto, non solo ci fa scoprire un aspetto poco noto della guerra come la non trascurabile partecipazione di soltati stranieri (e qui sta anche il merito della ri-scoperta di Staiti), ma dimostra che moltissimo resta ancora da scoprire e da studiare su quella immane tragedia che fu la Grande Guerra.


Recensione. Giovanna Caldara-Mauro Colombo: Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

Una famiglia come tante, una vita come tante: la scuola, il lavoro, le amiche, lo sport. Una vita comune, con la gioia di vivere, la curiosità, l’avventatezza dei vent’anni. I vent’anni di una ragazza sensibile e forte, coraggiosa e indipendente, quella di Ines Figini. Una indipendenza che la madre, con la consapevolezza unica dei genitori, le riconosce subito: “tanto tu torni sempre”, le dice una volta, riconoscendole la capacità di cavarsela da sé, con la propria intraprendenza, il proprio intuito.

Ma avere vent’anni a ridosso della seconda guerra mondiale significa essere nel fiore degli anni in un periodo terribile. La storia, la “Grande Storia”, gli eventi che stravolgono un’esistenza ti può travolgere da un momento all’altro. Ed è quello che accade a Ines. Il senso profondo e sentito della giustizia, dovuta anche all’educazione dolce ma severa e senza fronzoli dei genitori la fa “ribellare” in un momento cruciale.

Siamo negli anni dei grandi scioperi nelle fabbriche del Nord Italia, un evento unico nell’Europa occupata dai nazisti. Ines, che non si è mai occupata di politica, lavorando in una delle industrie più importanti di Como, protesta col Questore della città mentre con alcuni repubblichini sta ispezionando la fabbrica, per il fermo di alcuni operai dopo la scoperta di alcuni volantini di propaganda.

Una semplice rimostranza, detta d’istinto, e la sua vita svolta, precipita e piomba all’inferno. Assieme ad un gruppetto di colleghe e operai viene inviata a Mauthausen.

All’inferno

Le memorie dei sopravvissuti ai campi di sterminio sono molte. Ci hanno lasciato ricostruzioni precise e terribili dei campi di sterminio. Le si ritrovano tutte, precise e puntuali anche nella memoria di Ines. Ciò che le infonde la forza di resistere alla brutalità del personale dei campi, al vitto immangiabile, alla fatica immane del lavoro sono una fede limpida e mai bigotta, vissuta come un dono naturale, una inesauribile fiducia in sé stessa che la fa essere ottimista anche nelle situazioni e condizioni più dure e disperate e la promessa fatta alla madre di tornare. Quel “tanto tu torni sempre” che la madre le aveva detto tanti anni prima, le ritorna in mente spesso e il sopravvivere diventa una “fissazione, il pensiero che mi dà la forza di tollerare anche l’intollerabile” (p. 91).

Ines ha l’intuizione di trasformare in un’arma il progetto del nazismo di annientare la personalità degli internati: “loro mirano proprio ad annullare la nostra personalità [ma] trasformata in un robot, lavoro come in trance, incapace di qualsiasi reazione […]. Ma sono viva” (p. 91, i corsivi sono nel testo).

Questa strategia, insieme a certi aspetti dell’educazione rigida ricevuta da bambina come il mangiare anche cose che non le piacciono che le consentirà di abituarsi anche alle immangiabili brodaglie, le permette di sopravvivere anche i campi di Auschwitz-Birkenau e Ravensbrück.

Una “strana” narrazione

Ciò che colpisce di queste memorie (o, almeno che ha colpito me) è la narrazione degli eventi. In qualche modo è come se l’autrice li riveda; non che li riviva, che li riveda. Le sue pagine, che pure descrivono scenari terribili, trasmettono la tragedia che l’ha colpita ma allo stesso tempo mantengono una leggerezza che non si trova in memorie di questo genere.

Forse la chiave per comprendere questa strana leggerezza risiede nella capacità che questa donna straordinaria ha avuto nell’accettare, convivere e perdonare quel che le è accaduto. Dopo la guerra la sua vita riprende da dove era stata interrotta: riprende il lavoro nella medesima fabbrica, riprende la passione per lo sport, riallaccia e allarga la sfera delle amicizie, coltiva molti interessi. E torna, torna anche ad Auschwitz. Vi torna spesso e matura in lei la convinzione di dover portare la sua testimonianza alle generazioni più giovani.

Lo fa con naturalezza, perdonando pur senza rinnegare il gesto che l’ha condannata a una esperienza spaventosa. Certo, una vicenda simile non può non lasciare segni profondi: non consegnerà mai alla madre le lettere che le aveva scritto mentre era ricoverata in un ospedale militare dopo aver contratto il tifo (le lettere sono ora pubblicate nella sezione “Ines scrive…”). Ma Ines Figini ha saputo trovare una propria strada per spingersi “oltre il lager” – come a ragione notano i curatori – e convivere con una storia che, non di rado, ha finito per schiacciare tanti anche a molti anni di distanza. E non si è risparmiata per trasmetterla affinché non si ripeta.

Il libro

Una parola di merito va ai curatori, Giovanna Caldara e Mauro Colombo, per aver agevolato la lettura del testo – scritto comunque molto bene – con brevi introduzioni ad ogni capitolo, puntuali note a margine, appendici, testimonianze e una bibliografia essenziale ma precisa.