Recensione: Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.

“Che notizie ci sono?” era la prima domanda che in passato chiunque rivolgeva ai presenti quando arrivava in qualche località. Notizie, ma che cos’è precisamente una notizia? Una rivolta in qualche parte del regno per un re, prezzi in ribasso o in rialzo per un mercante, animali mostruosi che popolano luoghi esotici, un fattaccio di cronaca nera o un terremoto devastante per gli avventori di sconvenienti taverne e lupanari, la morte o l’esilio di un personaggio importante per un diplomatico… il termine “notizia” non si lascia facilmente incasellare.

Cercando una definizione accettabile Robert Darnton ha scritto che “le notizie non sono cose accadute […], bensì racconti su cose accadute”, ma allora, immediatamente, si pone il problema della veridicità e della affidabilità di questi racconti.

Ben oltre la fine del Medio Evo le notizie viaggiavano a voce, migrando di bocca in bocca: pellegrini in visita ai conventi e in giro per il mondo, marinai in sosta, “artisti” di strada, la varia congerie di mendicanti e poveracci… perfino la cultura alta delle prime università era prevalentemente orale.

Regnanti e potenti avevano bisogno di notizie certe: la trasmissione per via orale delle informazioni aumentava il rischio che queste venissero ingigantite e deformate se non stravolte. Proprio per questo motivo era la reputazione delle persone a dare credibilità alle informazioni (p. 5). C’era un secondo problema: dopo la disgregazione dell’Impero la mirabile rete stradale costruita dai Romani era caduta in sfacelo. Viaggiare era difficile, pericoloso e richiedeva molto tempo. Era un lusso che coloro che governavano il mondo o si trovavano ai gradini alti della società non poteva permettersi. Se occorrevano informazioni sicure, era necessario che arrivassero o venissero divulgate velocemente. Perciò quasi ogni regnante cercò di sviluppare le vie di comunicazione infittendo le reti stradali. Banchieri e mercanti si affidavano ad agenzie specializzate nel veicolare notizie. Roma, che oltre ad essere il faro della cristianità era anche uno dei maggiori centri di potere del mondo, si affidava ai membri della famiglia Tassis “una famiglia italiana specializzata nella comunicazione” (p. 24) che si sarebbe posta al servizio anche di altri. Banchieri come i Fugger e grossi mercanti si sarebbero costruiti reti di comunicazioni affidabili di natura quasi privata e, a volte non del tutto legale.

Da questo punto di vista la riorganizzazione di un sistema postale internazionale verificatosi nel XVII secolo è passato quasi sotto silenzio perché meno eclatante dei rivolgimenti politici o degli spettacolari progressi della rivoluzione industriale, ma si trattò dell’inizio “di una nuova era” (p. 207).

Nuova era perché accanto a questa sorta di “rivoluzione silenziosa” se ne verificò un’altra ben più appariscente: la Riforma, il “primo evento ripreso dai mezzi di informazione europei (p. 86) .

Se Lutero non finì arrostito come Jan Hus fu perché seppe profittare egregiamente dell’invenzione della stampa di Gutenberg: lo scrivere opuscoli in tedesco in formato più piccolo rispetto ai testi precedenti fece sì che i suoi sermoni venissero stampati e diffusi in quantità enormi rispetto al passato. Perciò per Roma fu impossibile fermare la marea una volta che questa si era messa in moto.

Tra Lutero e l’invenzione di Gutenberg vi fu uno scambio di favori decisamente conveniente per entrambi: la stampa permise al grande riformatore di salvare la pelle, Lutero rilanciò la stampa su larga scala: furono in parecchi gli stampatori che mantennero il lavoro grazie alla prolificità del monaco.

Gli opuscoli a sfondo religioso non erano gli unici presenti sul mercato del nord Europa. Vi era tutta una produzione di opuscoli e broadsheet riguardanti guerre, terremoti, inondazioni e fatti curiosi. Parte di questa produzione può essere considerata una forma di stampa sensazionalistica, ma, soprattutto negli Zeitung tedeschi, il loro stile restava sobrio: l’intento era quello di emulare lo stile serio e affidabile della corrispondenza privata per rassicurare il lettore sulla veridicità di quanto veniva riportato.

Opuscoli, broadsheets, ballate e pamphlet ampliavano il mercato verso le classi popolari. Il loro costo era contenuto e relativamente abbordabile per un gran numero di persone. Invece, per un certo tempo, il giornale ebbe una vita molto meno brillante: la concorrenza delle notizie manoscritte rimase forte e duratura. Occorse parecchio tempo prima che riuscissero a competere con la disposizione razionale degli eventi che si poteva trovare negli opuscoli: le notizie si accavallavano e non venivano fornite ai lettori le bussole per orientarsi nella lettura: nel parlare dell’arrivo a corte di una personalità, il fatto era raccontato in sè e per sè, nulla si sapeva su chi fosse costui e cosa fosse andato a fare di preciso

L’acquisto di opuscoli, broadsheets, avvisi, prezzari ecc. presupponeva un minimo di alfabetizzazione e di disponibilità economica. Lo sviluppo della stampa, certi aspetti della Riforma (dopo l’invenzione della stampa le indulgenze venivano vendute su moduli prestampai) e lo spostamento dei mercati e delle fiere più importanti dal Mediterraneo al Nord Europa indicano chiaramente la connessione tra economia e mercato delle notizie. Le classi popolari si informavano nei mercati cittadini, nelle taverne e nei dintorni del porto: in questi luoghi la cultura orale restò a lungo predominante. La borghesia, almeno nel caso dell’Inghilterra, trovava il proprio ambito di discussione nelle caffetterie (il thé sarebbe arrivato più tardi), luoghi di ritrovo a metà strada tra la ricreazione e lo svago e gli affari e ben fornite di bollettini, avvisi e giornali.

La formazione di un mercato editoriale è solo uno dei fenomeni che svelano l’intreccio tra economia e stampa. Una maggiore disponibilità di lettori creò la possibilità di veicolare pubblicità e incrementare gli introiti: abbonamenti e vendite, da soli, difficilmente consentivano agli stampatori di rimanere a galla. Da questo punto di vista i Paesi Bassi, con una nutrita concorrenza tra numerose testate, furono tra i più attivi (p. 234). Abbonamenti, vendite e pubblicità, ma anche sovvenzioni occulte. Fu questa la strada scelta dalla Francia e che per centocinquant’anni prima della Rivoluzione francese riuscì a impedire la formazione di un mercato veramente concorrenziale. La corte assoldò scrittori e poeti e finanziò un unico giornale autorizzato a trasmettere gli Avvisi.

La strategia di bloccare sul nascere la possibile proliferazione dei giornali ci dice qualcosa su un problema che si presentò ben presto. Un numero cospicuo di lettori implicava anche il formarsi dell’opinione pubblica. Era una faccenda i cui pericoli insiti un uomo intelligente come Palo Sarpi aveva ben presenti: i lettori si facevano idee proprie (p. 254, nota 67). Roma cercò di risolvere la questione con la creazione dell’Indice e con la censura, ma in generale Regnanti e potenti si trovarono di fronte al quesito: cosa pubblicare (o lasciare che venisse pubblicato) e cosa invece occultare?

Governanti e potenti godono di un vantaggio essenziale: hanno a disposizione una quantità di notizie molto superiore e qualitativamente più valide di quelle di cui dispongono i governati. In Inghilterra un paio di stampatori intelligenti mostrò chiaramente al governo quali fossero i vataggi di disporre di una stampa asservita(p. 245); naturalmente la questione poteva essere rovesciata per creare malcontento nella popolazione e fu ciò che il Parlamento, scontento, cercò di fare. Tranne nel caso in cui siano direttamente coinvolti, generalmente gli uomini d’affari detestano le guerre: le vie di comunicazione diventano difficili, l’arrivo di merci incerto, i prezzi oscillano ecc., ma per chi opera nel mondo dell’informazione le cose non stanno affatto così: la curiosità e la sete di notizie aumentano e gli affari possono andare a gonfie vele. Nell’Europa moderna, travagliata da conflitti intermittenti, si formò il giornalismo politico e si scoprì che non solo gli ingredienti da dover usare erano molti – censurare/pubblicizzare, rassicurare/spronare, blandire/minacciare ecc.) ma dovevano essere usati con sapienza.

I giornalisti – una professione per lungo tempo disprezzata – scoprirono ben presto il potere insito nella “libertà di stampa”. In Inghilterra un uomo spregiudicato e privo di scrupoli si faceva pagare profumatamente ricattando i politici di pubblicare notizie sconvenienti sul loro conto. Ma a consolidare la posizione dei giornalisti furono le rivoluzioni. In Francia la Rivoluzione fece letteralmente esplodere la produzione di opuscoli, pamphlet e giornali: diventare giornalisti in quel periodo poteva fruttare molto bene, ma era anche pericoloso: non pochi dei giornalisti-politici protagonisti della Rivoluzione ci rimisero la testa (nel vero senso della parola).

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La periodizzazione del libro di Pettegree si chiude qui, con i primi vagiti della età contemporanea. L’A è stato capace di dipingere un quadro veramente affascinante e non di rado divertente: conventi, piazze, corti, taverne, porti, patiboli, mercati, cronaca nera, fenomeni strani, profezie, mercanti, locande… Pettegree ci guida con mano sicura nel turbolento e affascinante mondo dell’Europa dell’età moderna con un libro scritto con uno stile elegante, leggero e spumeggiante.

Se proprio vogliamo trovare dei limiti, allora potremmo dire due cose. La prima, che i tre assi portanti della narrazione – l’oralità, il manoscritto e la stampa – raramente “giocano” tra loro. Lungo la narrazione appaiono spesso come blocchi distinti e in qualche modo separati tra loro, mentre probabilmente le cose erano più complesse. Tutte e tre le forme di diffusione delle notizie coesistevano e probabilmente si intrecciavano e sovrapponevano. Forse una maggiore articolazione sarebbe stata necessaria anche all’interno di ogni blocco – una notizia udita come gossip può avere un effetto diverso dalla stessa notizia sentita da un gruppo di artisti di strada…

La seconda, che l’affermazione stessa di Pettegree secondo cui “è chiaro che molti cittadini, nonostante la proliferazione dei fogli di notizie liberamente venduti […] potevano liberamente trarre tutte le informazioni che volevano” (p. 427), non sempre era vera e stride un poco con il rilievo che la stampa viene ad assumere nel corso della trattazione.

Quelle che avanzo non sono nemmeno critiche, sono semplici osservazioni che potrebbero essere oggetto di un prossimo lavoro. Intanto godetevi questo libro davvero bello e intelligente il cui successo è meritato.

La Voce (1908-1916) on line

Nata nel fervore del rinnovamento culturale promosso all’inizio del Novecento da B. Croce, la Voce prese posizione contro il tardo positivismo, bersaglio anche del crocianesimo e dell’idealismo in genere; con le correnti idealiste e con quelle di uno spiritualismo laico s’incontrarono nella rivista altre correnti di diversa origine o direzione: pragmatiste, intuizionistiche, irrazionalistiche, misticheggianti.

In un primo periodo [durato circa un triennio] La Voce fu protagonista di] un lavoro d’insieme ampio e fecondo, come quello che Salvemini promosse sul problema del Mezzogiorno e sulle connesse questioni del suffragio universale, dell’analfabetismo e dell’organizzazione della scuola, della cultura popolare ecc. Né meno utile, nel campo estetico, fu l’attenzione dedicata a movimenti artistico-letterari stranieri, e soprattutto a singole personalità, alcune delle quali furono fatte conoscere per la prima volta in Italia.

Successivamente diversità di vedute, dissapori e divergenze tra diversi collaboratori sfociarono in rotture e divisioni.

1820: nasce il Gabinetto Viesseux

Salvemini lasciò la Voce. per fondare L’Unità alla fine del 1911(approfondimenti e periodico li trovate qui: L’Unità di Gaetano Salvemini, all’interno della Biblioteca Gino Bianco; Papini e Soffici se ne allontanarono nel 1913 per fondare Lacerba e aperti dissidi (fra Croce e Gentile, fra Prezzolini e Boine). Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Prezzolini, schieratosi apertamente per l’intervento dell’Italia, lasciò la Voce che, sotto la direzione di De Robertis, si trasformò in rivista esclusivamente letteraria, accogliendo scrittori ‘nuovi’ come A. Panzini, A. Palazzeschi, D. Campana, A. Onofri, C. Sbarbaro, G. Ungaretti.

Dunque la digitalizzazione effettuata dal Gabinetto Viesseux è un dono prezioso che ci permette di approfondire un periodo di grande fermento culturale: La Voce

Recensione: Mauro Forno Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano

La storia del giornalismo italiano è stata studiata da un notevole numero di storici e gode di una vasta e spesso eccellente bibliografia. In questo libro Mauro Forno analizzando il rapporto tra informazione e potere affronta in modo sistematico e articolato un aspetto che solo parzialmente è stato finora studiato.

Dopo una succinta carrellata sull’evoluzione della stampa in alcuni Paesi europei, Forno entra nel vivo della trattazione individuando nel Primo emendamento della Costituzione di Filadelfia e nei Diritti dell’Uomo che vietavano la prima la limitazione al diritto di informazione e sancivano con la seconda la libertà di espressione, la nascita della stampa contemporanea.

L’Italia conobbe una prima fioritura di giornali e quotidiani nei primi decenni dell’Ottocento, tanto che lo Statuto Albertino (1848) regolamentò la stampa sotto vari aspetti. Comincia però da questa data un fenomeno di lunga durata che ha caratterizzato (e per certi aspetti caratterizza ancora oggi) la stampa italiana: il “potere di intrusione dell’esecutivo” nelle testate (p. 17), il favorire la stampa “amica” e il vigilare, non di rado con forti pressioni, su quella critica o di opposizione.

Dall’Unificazione al fascismo

Lo Stato unitario ereditò la legislazione sabauda che venne estesa a tutta la penisola e i giornali furono indirizzati a sostenere l’azione dei governi e dello Stato reprimendo al contempo le voci di dissenso. Voci per altro modeste e poco numerose dal momento che il Paese era afflitto da un altissimo grado di analfabetismo.

Grazie a questa combinazione la stampa rimase strettamente legata ai gruppi dominanti nel Paese e ai governi i quali si predisposero a controllare la vita interna delle redazioni ponendone il controllo al Ministero degli Interni. Non sorprende quindi di assistere, durante i due ministeri guidati da Crispi, a un reciproco scambio di favori tra l’Agenzia Stefani e il governo: la prima si impegnò a non diramare notizie “lesive agli interessi nazionali” ottenendo in cambio la garanzia di abbonamenti da parte di tutte le prefetture del Regno.

L’età giolittiana è considerata il periodo più liberale e democratico che l’Italia abbia conosciuto prima dell’avvento del fascismo. Sia pure con qualche riserva ho sempre concordato con questa interpretazione. Riserve che, a quanto Forno fa emergere, appaiono motivate. Nel corso dei suoi ministeri, Giolitti garantì finanziamenti occulti alla stampa cosiddetta indipendente per ammorbidire critiche e opposizione. Lo stesso atteggiamento fu adottato da Salandra che nello stesso modo finanziò la stampa affinché favorisse l’interventismo in occasione della Grande Guerra e non ponesse critiche particolarmente incisive in relazione all’operato del Governo che si apprestava ad introdurre alcune limitazioni.

Una volta entrata in guerra i governi si attivarono per neutralizzare la stampa “disfattista” (in particolare quella socialista), introdussero la censura su notizie militari non comunicate da fonti ufficiali. Inoltre, essendo il conflitto un’ottima occasione – ampiamente sfruttata – per gli affari dei maggiori gruppi industriali, questi rafforzarono il loro controllo sulle testate tanto che, a guerra conclusa, avevano realizzato una fitta rete di controlli sulla stampa indipendente.

Il ventennio fascista

Se è indubbio che una volta giunto al potere Mussolini lavorò assiduamente e con accortezza per sottomettere la stampa alle direttive del regime, d’altra parte si deve riconoscere da quanto detto fin qui che il suo lavoro era, almeno in parte, già incanalato dai governi precedenti. Il regime sottopose la stampa ad un controllo minuzioso e sistematico. Fu un processo che avvenne per gradi e che richiese parecchio tempo per giungere a compimento.

La riorganizzazione dell’Ufficio stampa della presidenza del Consiglio, che divenne il centro dell’azione di governo, sancendo il favore o lo sfavore delle varie testate; raccogliendo notizie riservate su direttori e giornalisti; il ridimensionamento progressivo fino alla chiusura della Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi), in pratica sostituita dal fedele Sindacato Nazionale dei Giornalisti (Snfg) e una politica di accordo e intimidazione verso gli editori dei giornali furono le tappe attraverso le quali il Regime pose sotto il proprio controllo la maggior parte della stampa italiana. A questo proposito l’A. ricorda giustamente che la fascistizzazione della stampa non fu completa. Lo dimostra il fallimento della scuola fascista di giornalismo diretta dal fedelissimo Amicucci e chiusa dopo solo tre anni di attività, e l’ammissione dello stesso Amicucci secondo il quale continuava a sopravvivere una stampa “nazionale” ma non perfettamente allineata al regime (pp. 118-119): furono soprattutto ragioni di prestigio a lasciar libere di scrivere le firme più prestigiose (p. 96).

In ogni caso tra la seconda metà degli anni Venti e i primi anni Trenta il numero delle testate diminuì, nonostante si assista al curioso fenomeno dell’aumento delle tirature. Un fatto dovuto all’intraprendenza e alla inventiva di direttori e giornalisti che si diedero ad una operazione di rinnovamento – nella forma, ma non nei contenuti – per scongiurare la fuga dei lettori, temuta a causa del grigiore e della uniformità delle notizie. Nacquero così rubriche per donne e bambini, impaginazioni nuove con foto a colori, quiz ed altre forme di intrattenimento.

In questo senso e anche per quel che riguarda i rotocalchi l’ispirazione veniva dal di fuori: dalla Francia e dagli Stati Uniti. Questi giornali mantennero un proprio pubblico in quanto rivolte a lettori che si mantenevano distanti dalle questioni politiche e chiedevano uno stile leggero e accattivante.

Stampa cattolica, regime e cultura

Dopo l’avvento del regime la stampa cattolica attestata su posizioni schiettamente antifasciste si ridusse ad una manciata di testate. Com’è noto, a partire dal 1923, le gerarchie cattoliche guardarono con simpatia all’instaurarsi del regime ritenendo il fascismo un partito che era stato capace di contrapporsi vittoriosamente al socialismo e che si dimostrava moralizzatore dei costumi.

Tuttavia, l’A. ha ragione nel mostrare il dato essenziale e cioè “la […]  presenza [della stampa cattolica] all’interno di uno Stato dittatoriale, con una propria impostazione e con obiettivi sostanzialmente distinti” da quelli del regime (p. 114). Ciò, naturalmente, non impedì alla netta maggioranza dei giornali cattolici di adeguarsi. Mussolini fu attento ad accaparrarsi l’appoggio di queste testate facendo loro pervenire cospicui finanziamenti. In sostanza, “la Chiesa accolse con sostanziale soddisfazione la positiva disposizione del regime a una caratterizzazione in senso confessionale dello Stato, in vista di una restaurazione cattolica del Paese” (p. 116). Non a caso, la massima vicinanza tra regime e stampa cattolica si ebbe in occasione della conquista dell’Etiopia, con la civilizzazione dei barbari, e con la guerra
civile di Spagna, contro i comunisti atei.

Con il consolidamento del regime, la terza pagina conobbe un periodo di rigoglio. Molte testate aprirono dibattiti culturali importanti, occupandosi e presentando letteratura europea e mondiale; altre ospitarono scritti e recensioni di scrittori e intellettuali ancora giovanissimi. Sui temi riguardanti la cultura, dunque, le testate più importanti mantennero un minimo di indipendenza, tollerata dal regime sia per ragioni di prestigio e di vantata magnanimità. Un atteggiamento che da un lato, come riconoscevano i fascisti moderati, consentiva ai giornali di tenere alte le tirature; dall’altro scontentava i più intransigenti. Di fatto, il regime si accontentò dell’acquiescenza degli intellettuali e rinunciò ad impegnarsi nell’imposizione di un’arte di Stato.

L’ascesa di Galeazzo Ciano e la creazione del Ministero della Cultura Popolare segnarono una svolta nella politica del regime verso la stampa. Per la creazione del Minculpop Ciano si ispirò alla Germania nazista.  Le veline furono lo strumento pratico, le istruzioni diramate alla stampa con le quali il Minculpop orientava, indicava, proibiva cosa pubblicare e come farlo. L’ingerenza del Minculpop divenne tale che trasformò in “puro esercizio burocratico il lavoro dei direttori e dei giornalisti” (p. 125). Nonostante il livello ineguagliato di pervasività, l’efficienza del Minculpop fu tutt’altro che perfetta: il Ministero non si era dotato di un personale opportunamente selezionato e capace; dovendo assecondare gli umori volubili di Mussolini e dei gerarchi e il conseguente timore di sbagliare faceva sì che in molti rinunciassero ad ogni iniziativa.
Alla metà degli anni Trenta il progresso tecnologico aveva portato alla diffusione di nuovi strumenti (radio, cinema, cinema a colori) in grado di raggiungere chiunque e di coinvolgere l’intera società, analfabeti compresi. I regimi totalitari furono molto sensibili e pronti ad appropriarsi delle nuove forme di comunicazione di massa per la manipolazione del consenso.  Il fascismo intuì immediatamente il potenziale della radio e ne agevolò la diffusione. Dal 1929 furono introdotti i radiogiornali a cui furono affiancate le radiocronache e i discorsi di Mussolini. Nel 1924 nacque l’Istituto Luce: dal 1926 i cinegiornali furono obbligatoriamente proiettati in tutti i cinema prima del film.

La seconda guerra mondiale fu segnata da un uso massiccio dei mass media; controllo e vaglio dell’informazione furono rafforzati e, nel caso del fascismo, si verificò una manipolazione e falsificazione della realtà senza precedenti. Per il regime l’operazione funzionò fin quando la guerra fu favorevole alle forze dell’Asse. Quando la situazione si rovesciò la forbice tra realtà e propaganda divenne troppo ampia per continuare ad essere credibile (vedi le ammissioni di Giovanni Ansaldo, p. 136).

Il Dopoguerra

Dopo l’8 settembre numerosi giornalisti presero le distanze dalle testate in cui avevano lavorato (non di rado assicurando fedeltà al giornale) mentre quelli che tornarono al lavoro cercarono di cautelarsi rifiutando di firmare gli articoli o ricorrendo a pseudonimi. Amicucci parlava apertamente di deresponsabilizzazione. È un aspetto sul quale l’A. giustamente insiste portando documenti e testimonianze importanti (pp. 141-43). Le defezioni aprirono i percorsi più diversi: ritorni, allontanamenti definitivi, cambi di fronte.

La stampa resistenziale – dal volantino al giornale murale al giornale di brigata – aveva lo scopo di rafforzare “il senso identitario e di appartenenza del fronte antifascista e di farsi strumento di pedagogia democratica […]. Costante fu anche il suo sforzo di costruire un’immagine della Resistenza come mondo separato e incompatibile con quello nazista e fascista” (p. 144).

Con l’arrivo degli angloamericani riprese via se non la stampa libera, almeno una stampa non più soggetta al controllo asfissiante del Minculpop. I controlli degli Alleati, naturalmente, rimasero (attraverso il Pwb), ma si allentarono con la firma della resa incondizionata.

La liberazione di Roma segna un passaggio importante: l’Eiar fu trasformata in Rai; i giornali si moltiplicarono. Nelle regioni del Nord si pose il problema della sopravvivenza delle maggiori testate compromesse col fascismo. Il “vento del nord”, il rinnovamento portato dalla Resistenza, durò poco: il 1945 conobbe un’esplosione di giornali, ma se alcuni iniziarono un percorso di decenni, quasi tutti ebbero vita breve se non brevissima.

Soprattutto, sia gli Alleati, sia i vecchi proprietari delle testate premevano per far risorgere le grandi testate. In breve tempo riapparvero con nuove titolazioni e partì un’operazione restauratrice che estromise direttori rinnovatori e reimbarcò giornalisti compromessi col fascismo.

La Costituzione introdusse novità importanti, garantendo la libertà di parola e di stampa, ma rimasero in auge provvedimenti restrittivi e le ampie possibilità di ingerenze del governo (pp. 148-49). In ambito giornalistico, “l’epurazione […] fu decisamente blanda” (p. 150): mentre la categoria rivendicava – e otteneva – privilegi e garanzie acquisite durante il ventennio, tutte le maggiori firme tornarono al proprio posto (esemplare il caso di Amicucci, p. 151, vedi le considerazioni a p. 152).

L’A., vede nel passaggio dal fascismo alla Repubblica una continuità riscontrabile in molti settori dell’amministrazione, ma che ha tratti specifici e significativi in ambito giornalistico. C’è un “filo rosso” che lega l’Ufficio informazioni attivato da De Gasperi all’interno del Ministero dell’interno a quelli del periodo liberale: una continuità, dunque, molto robusta e tenace (pp. 153-54).

Nell’Italia repubblicana il controllo politico sulla stampa e sui giornalisti proseguì con l’Ufficio informazioni (alle dipendenze della Presidenza del Consiglio), costruito sulla falsariga del soppresso Minculpop, diretto da un ex funzionario del Minculpop stesso (Gastone Silvano Spinetti). In breve tempo, tutte le vecchie testate – e gli antichi proprietari – tornarono sulla scena.

“In quasi tutti i gangli strategici del settore dei media, nel secondo dopoguerra si espresse […] una diffusa tendenza alla perpetuazione degli uomini e delle strutture” (p. 156). Ad un anno dalla fine della guerra lo schieramento moderato si era nuovamente rafforzato sia nelle proprietà delle testate, sia per quel che riguarda i giornalisti; una situazione che si stabilizzò dopo la vittoria della Dc nelle elezioni del 1948. Gruppi imprenditoriali e bancari si mossero per entrare in possesso delle testate di Napoli, Bologna, Firenze, non tanto per spirito affaristico – la tiratura restava inferiore a quella degli anni Trenta -, ma, “ancora una volta”, per usare la stampa “come merce di scambio politico” (p. 159).

Boom economico

Per quanto riguarda gli altri media, furono anni di successo per la radio: il “giornale radio” della sera divenne ben presto un appuntamento fisso per moltissimi italiani. Come per la carta stampata, anche la radio fu sottoposta ad una vigile sorveglianza da parte delle autorità.

Lo stesso discorso può essere fatto per la televisione, subito sottoposta dalla Dc a rigide prescrizioni nella scelta delle notizie e ingessate formalità nell’esposizione delle stesse. Controllo tanto più efficace in quanto essa divenne immediatamente il mezzo principale attraverso cui gli italiani, poco inclini all’acquisto dei quotidiani, traevano informazioni. “Era d’altra parte molto difficile poter ipotizzare un’impostazione diversa da un soggetto in cui erano confluite le esperienze professionali e le tecniche di giornalismo […] formatesi e maturate durante il fascismo” (p. 167). Continuità destinata a durare a lungo nonostante qualche piccola, timida apertura a partire dai primi anni Sessanta. Negli stessi anni la cosiddetta Confintesa (Confagricoltura, Confindustria e Confcommercio), “il principale centro di potere di sentimenti conservatori”, controllava oltre i tre quarti della stampa quotidiana (p. 174). Tuttavia, l’A. ricorda che la costituzione dell’ordine dei giornalisti nel 1963 intaccò in parte il potere assoluto degli editori sulla scelta dei collaboratori.

Con l’affermarsi della Tv “prese progressivamente corpo un nuovo mito giornalistico destinato a una lunga fortuna: quello secondo cui il telegiornale, offrendo la prova visiva dei fatti, non poteva mentire agli spettatori” (p. 169).

Gli anni Sessanta costituirono dunque una svolta: si effettuò in quel periodo il sorpasso della Tv sulla carta stampata: nel 1965 il numero dei quotidiani scese a 86 (erano 93 cinque anni prima), anche se la concorrenza della Tv ebbe il salutare effetto di migliorare il “livello dell’informazione dei giornali” (p. 169).

Il fascismo aveva istituito l’ordine dei giornalisti “per rendere possibile un efficace controllo politico sugli iscritti” (p. 171). “Nel secondo dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, nonostante la legge provvisoria n. 47 dell’8 febbraio 1948 e l’articolo 21 della Costituzione, una parte della legislazione fascista sulla stampa non fu rimossa”: restarono in vigore articoli del Codice Penale e del Testo Unico di Sicurezza del 1931 (p. 171). Solo con la legge n. 69 del 1963 vennero eliminate alcune disposizioni del tutto incompatibili in una democrazia. Ma l’approvazione della legge 69 non incise in profondità: a distanza di venticinque anni, una buona parte dei giornalisti riteneva essenziali “le relazioni politiche con uomini influenti”, i legami di parentela e l’essere portavoce di personalità legate al potere per l’accesso alla professione e per fare carriera. Va detto, comunque, che si tratta di caratteri riscontrabili in molti altri Paesi (p. 172).

Di questa fedeltà l’A. dà conto con osservazioni puntuali. Negli anni dell’autunno caldo e della contestazione giovanile e studentesca, coincidenti con l’inizio della strategia della tensione, molti organi di stampa furono accusati di alterare le regole del gioco democratico. Erano accuse in parte giustificate o che contenevano una parte di verità: parte della stampa, anche nelle testimonianze di ex giornalisti, era effettivamente a servizio di gruppi di potere economico o politico (pp. 178-79): l’articolo di fondo era “un pezzo tutto impostato per piacere agli «addetti ai lavori»”; il giornalista politico aveva un rapporto di dipendenza e interdipendenza con politici e altri uomini di potere i quali erano i suoi lettori abituali.
Quest’uso strumentale della stampa cominciò ad essere vivamente contestato dall’emergente – e poi radicata negli anni Settanta – sinistra extra-parlamentare, dedita a quella che veniva denominata controinformazione. Erano atteggiamenti che reclamavano una diversa deontologia professionale dei giornalisti e si trattò di una spinta che venne in parte recepita, fatta propria e rivendicata dai giornalisti stessi. La subalternità al potere politico ed economico fu pagato a caro prezzo dai giornalisti dopo l’affacciarsi del terrorismo rosso: tra il 1977 e il 1980 una decina di giornalisti furono gambizzati, feriti o uccisi.

Dunque, gli anni Sessanta e Settanta fecero registrare novità e cambiamenti e fortissime continuità. A sinistra nacquero Il Manifesto e Lotta Continua. Per quel che riguarda i grandi giornali si verificarono chiusure di testate storiche, vendite, cessioni, compartecipazioni all’ombra del mondo degli affari e della grande industria. Ancora una volta, “furono […] i finanziamenti dei grandi gruppi industriali e finanziari a garantire la nascita o sopravvivenza di grandi testate”, nonostante l’aumento notevole dei costi di produzione. D’altra parte, per fronteggiare questo problema, la legge n. 172 del 6 giugno 1975 introdusse i finanziamenti pubblici – statali, non occulti, ufficialmente soppressi fin dai tempi del governo Badoglio, ma ancora in auge.

Verso l’attualità

Ancora negli anni Settanta la Tv restava ancora sotto il fermo controllo del governo – e quindi del partito di maggioranza, la Dc. In Italia, dunque, la Tv continuò ad essere tenuta “sotto il controllo dell’esecutivo […] solo a partire dalla legge 103 del 14 aprile del 1975, denominata Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva, la caratterizzazione della Rai come «latifondo democristiano» fu concretamente – se pur parzialmente – scalfita. La riforma sottrasse infatti al governo una parte del suo potere di controllo, trasferendolo al Parlamento attraverso la costituzione di una commissione di vigilanza”. Fu l’inizio di un minimo di pluralismo che più tardi sarebbe sfociato nella lottizzazione tra i maggiori partiti (pp. 195-96).

Gli anni Settanta videro l’esplosione delle radio libere e, dopo l’approvazione della legge n. 202 del 28 luglio 1976, anche della Tv locali. Radio e tv sopravvivevano grazie ai costi contenuti di attivazione e agli introiti pubblicitari; avevano tuttavia un bacino di utenza limitato.

La moltiplicazione delle Tv, l’avvento del colore e del telecomando cominciarono a provocare le prime crepe nell’assoluto dominio della Rai e a rovesciare il rapporto tra televisione di stato e cittadini: se fino a quel momento la prima aveva imposto il proprio ruolo pedagogico-politico ai secondi, ora era la Rai ad iniziare a rincorrere i gusti del pubblico. Un pubblico che, grazie alla possibilità di captare emittenti estere, iniziava a fare confronti e a formarsi un proprio gusto. Quando, nel luglio 1976, la sentenza della Corte di Cassazione n. 202 legalizzò le trasmissioni televisive via etere delle reti private a livello locale, si avviò la corsa degli imprenditori al possesso del nuovo mezzo.

Fu Silvio Berlusconi ad emergere. Egli riuscì a “sbaragliare la concorrenza” (p. 200) e in breve tempo riuscì a dar vita a tre emittenti nazionali. La situazione, fortemente anomala, fu legalizzata da una legge nel 1985 dal governo Craxi.

La consistente riduzione dei tempi e dei costi di produzione, favorita negli anni Ottanta dai rapidi sviluppi di nuove tecnologie, come la teletrasmissione e la fotocomposizione, aprì una fase nuova per la stampa, che si diffuse anche nelle piccole città e incrementò gli introiti dei proprietari delle testate.
Di fronte a questa situazione, caratterizzata da grandi concentrazioni editoriali e dalla proprietà dei principali quotidiani da parte di pochi gruppi, fu promulgata la legge n. 416 del 5 agosto 1981, con cui fu stabilito il limite massimo e regolamentato l’intervento statale per il sostegno della stampa di partito: una disciplina che dieci anni dopo fu estesa al sistema radiotelevisivo pubblico e privato con la legge n. 233 del 6 agosto 1990. La normativa antitrust non riuscì a scalfire il predominio di poche concentrazioni editoriali. l’A. giunge così a concludere che, con il nuovo millennio, la situazione è rimasta inalterata per la presenza dei medesimi azionisti nelle maggiori aziende dei diversi settori.

Osservazioni conclusive

Questa recensione è forse fin troppo lunga. Ma questo Informazione e potere di Forno è un libro importante, oltre che ben scritto e ottimamente documentato.

È un libro che dice molto sulle strutture portanti del nostro Paese, sulla sua classe dirigente, sulla professionalità (in alcuni casi esemplare e cristallina, in molti altri dubbia) di un ceto professionale e su tanti nodi irrisolti della nostra storia. Abituati come siamo ormai a dibattiti che sembrano sempre più una serie di tweet infarciti di banalizzazioni imbarazzanti, questo libro dovrebbe invece essere letto attentamente da chi ci governa, da chi aspira a farlo e anche da noi governati.

Insomma, io lo raccomando. Buona lettura.