Recensione: Armando Pepe Le origini del fascismo in terra di lavoro (1920-1926)

Scrivere di microstoria (la storia di un ente, di una città, di un territorio ecc.) è più difficile che scrivere una storia generale. Per storicizzare l’oggetto che si studia occorre far emergere le specificità locali e collegarle, quando necessario, al contesto generale. In altre parole occorre un grande lavoro di scavo.

Nel suo lavoro su le origini del fascismo in terra di lavoro Armando Pepe non si è certo risparmiato. Il libro si basa su un amplissimo recupero di documentazione reperita all’Archivio Centrale dello Stato.

Una documentazione ricchissima che offre spunti e percorsi di indagine estremamente interessanti. In primo luogo nel testo viene ampiamente ridimensionato l’aspetto ideologico del fascismo. Dietro all’astio rivolto ai “pussisti” del Partito socialista e alla retorica di un’Italia rinnovata si celano trame di potere che ha per protagonisti i vecchi notabili dell’Italia liberale e la generazione di giovani uscita dalla guerra che si affaccia alla vita politica. Il confine tra i due schieramenti è labile. l’A., mostra in più occasioni il loro mescolarsi con operazioni e maneggiamenti di puro trasformismo. Emerge netto un primo punto: l’uso strumentale da parte del fascismo di una bassa manovalanza che aveva più familiarità con la malavita (non sempre spicciola) che con il mondo della politica. È un aspetto in parte noto, ma che l’A fa bene ad evidenziare. La strumentalizzazione di gente a cui viene demandato il “lavoro sporco” nell’annientamento degli avversari è funzionale all’estremo pragmatismo del fascismo: qui, in queste zone, i nemici principali del movimento fascista non sono i sovversivi socialisti (certo presenti, ma nel complesso piuttosto deboli) ma le cooperative del mondo cattolico (sulla questione intervenne lo stesso Sturzo, vedi ad esempio pp. 42-43) e il ben più temibile movimento nazionalista. Movimento per non pochi aspetti affine al fascismo – la somiglianza del linguaggio dei due movimenti è illuminante (e per una esplicita ammissione degli stessi nazionalisti si veda, tra i molti casi riportati, p. 71) – il cui nerbo però è costituito da un conservatorismo non meno feroce, ma più tradizionale.

Giustamente l’A. dedica due dei nove capitoli tematici che compongono il libro allo scontro – in un primo tempo – e all’assorbimento dei secondi tra le fila dei primi – come tappa successiva – tra fascisti e nazionalisti.

Tra il fascismo intransigente e “rinnovatore” che ha in Aurelio Padovani il suo elemento di spicco e il nazionalismo filofascista di Greco è destinato a prevalere il secondo. Con Greco trionfano le vecchie oligarchie di marca liberale, capaci di offrire garanzie di stabilità al regime. L’estromissione di Padovani, le cui aspirazioni a “ras” della zona vengono frustrate (anche se continuerà ad esercitare un notevole ascendente su parecchi fascisti), suggella il prevalere della normalizzazione sulle frange più agitate del fascismo. Siamo di fronte ad uno scontro di e per il potere (p. 80), un fenomeno complesso, che l’A articola negli ultimi due capitoli.

Ma il trasformismo non è un blocco unico comprendente agrari e borghesia cittadina. L’A. documenta numerosi passaggi al fascismo da parte di socialisti, socialriformisti, cattolici e altri. È un processo che dev’essere inquadrato in un clima di violenza endemica che si protrae ben oltre la presa del potere del 1922. Le numerose relazioni prefettizie, riprodotte talvolta integralmente dall’A., documentano non soltanto il fenomeno già noto dell’appoggio e del sostegno di gran parte del personale periferico dello Stato al fascismo fin dai suoi esordi, ma registrano – sia pure interpretandoli in modo conveniente – un persistente clima di violenze quotidiane che si protraggono per un tempo lunghissimo. Nel contesto di un mondo prevalentemente contadino, dominato con mano ferrea da consorterie consolidate, con pochi sbocchi occupazionali e opportunità, non era facile tenere la schiena dritta per semplici popolani.

Sono scansioni difficili da documentare, eppure l’enorme messe di carte visionate dall’A. lascia intravvedere tracce che possono essere seguite.

È dunque un merito aver riprodotto molto materiale che altrimenti non sarebbe di facile consultazione, ma talvolta le citazioni sono troppo lunghe. Chi frequenta gli archivi conosce perfettamente la tentazione di riportare integralmente alla luce (per quanto lunghi siano) documenti importanti e decisivi per la comprensione dei fatti; ma lo storico ha il dovere di agevolare la lettura diluendo i documenti sminuzzandoli per accompagnare chi legge nelle vicenda senza sforzo. Nel miscelare racconto, analisi e documentazione originale l’A. non sempre riesce a mantenere l’equilibrio. È un problema che l’A. risolverà agevolmente nei prossimi lavori con appendici documentarie.

Ci vuole determinazione e preparazione per tuffarsi in un mare di carte alla ricerca di un filo rosso che spieghi la specificità di un territorio. Pepe ne è ben fornito. Chi desidera comprendere qualcosa sull’affermarsi del fascismo in terra di lavoro ha in questo libro una tappa obbligata.