Recensione. Giuseppe Lorentini: L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944)

Un libro importante per conoscere e capire un aspetto ancora poco noto della nostra storia e del fascismo.

Parlando con studenti che mi domandano un parere per le loro tesi o con appassionati cronachisti di storia locale mi capita spesso di metterli in guardia dall’imbarcarsi a scrivere di micro-storia. Solitamente si è portati a credere che scrivere la storia di un paesello, di un ente, un ospedale ecc. sia più semplice che scrivere di temi generali. A mio parere non è così. Scrivere di “micro-storia” è più difficile che scrivere di “macro-storia”. Lo è perché la micro-storia ha senso soltanto nella misura in cui riesce ad approfondire e a far comprendere meglio la macro storia. Perciò ho letto con grande curiosità questo L’ozio coatto di Lorentini, un libro che ci spiega la nascita e il funzionamento del campo di concentramento fascista di Casoli.

Lorentini si è mosso a cerchi concentrici. Nel primo dei quattro capitoli che compongono il suo lavoro, contestualizza il campo di Casoli dopo averlo inquadrato nel contesto generale dei Lager, dei campi di sterminio e dei campi di concentramento. Sono distinzioni importanti, fondamentali, che l’A. illustra e discute sulla base di una solida e profonda conoscenza e dimistichezza con la storiografia.

In particolare il primo e il terzo paragrafo sono utilissimi per chi desideri approfondire questi temi: vi si trovano bibliografie ragionate e puntuali nelle note a piè di pagina e spiega in modo chiaro perché in Italia la storiografia abbia cominciato ad interessarsi ai “campi” solo in tempi relativamente recenti.

Nel secondo capitolo si focalizza l’attenzione al caso italiano. Furono le leggi razziali, la legge di guerra del 1938 e i provvedimenti di polizia del 1940 a riversare la “grande storia” sulla pelle delle persone comuni che poi finiranno a Casoli. L’internamento in quanto tale non era una novità: l’Italia lo aveva già adottato nel corso della Grande Guerra nei confronti i sudditi austroungarici e tutti i soggetti genericamente ritenuti sovversivi (socialisti, anarchici, pacifisti ecc.) (p. 59). La legge di guerra del 1938 fu il risultato di una lunga gestazione, ma fu la guerra ad accelerare e rendere operativi l’approntamento dei campi e le normative che li riguardavano (p. 62, nota 23).

Leggi razziali e la guerra spiegano anche la duplicità del campo di Casoli: dal 1940 al 1942 vi furono internati gli “ebrei stranieri” per ragioni razziali; dal 1942 gli “internati politici”. Questi ultimi erano “ex jugoslavi” provenienti dalle zone occupate dall’esercito italiano dove era prevista la sostituzione della popolazione locale con italiani: è la storia di una brutale occupazione e sradicamento dal proprio ambiente (che smentisce la convinzione comune che gli italiani, “brava gente” siano stati più “morbidi” dei nazisti) che irrompe sulla scena e su un microcosmo come era il piccolo paese di Casoli.

L’A. mostra egregiamente queste due storie: in linea generale gli “ebrei stranieri” ebbero una vita meno dura nel campo di Casoli (pagata però a carissimo prezzo successivamente): si trattava di persone che in non pochi casi disponeva di mezzi finanziari (a volte anche notevoli) e questo valse loro la possibilità di cavarsela meglio rispetto agli “internati politici” che li sostituirono – in genere povera gente che talvolta nemmeno sapeva per quale ragione fosse finita lì e che fu sottoposta a un regime di controllo e di vita molto più pesante e invasivo.

Da questo punto di vista Lorentini fa bene a rimarcare che la nebulosità della legislazione in vigore consentisse ai vari organi e al personale periferico dello Stato un’ampia libertà di azione e come spesso i due piani si intrecciassero o si sovrapponessero. In altre parole la legislazione consentiva di fare un uso razziale di provvedimenti di ordine pubblico.

È descrivendo la vita interna del campo – allestito velocemente, cosa piuttosto strana ma indicativa, considerata la farraginosità della condotta di guerra del regime durante la guerra – che macro-storia e micro-storia si fondono: la descrizione dell’amministrazione del campo, la capacità – o l’incapacità – degli internati di adattarsi alle contingenze, le corrispondenze, fanno emergere la brutalità inumana del regime, le sottili strategie degli internati per sopravvivere – acquistare qualcosa dagli abitanti, pranzare o cenare alle osterie per gli ebrei che potevano permetterselo – la pesantezza di un “ozio coatto” avvilente e psicologicamente devastante.

Lorentini fa interagire questi soggetti – una burocrazia occhiuta inefficiente ma indifferente, il personale che dirige il campo, gli internati –  e ne emergono elementi significativi: la “funzionalità” dei luoghi di detenzione per la povera economia del paese, le eccezioni verso personalità importanti – un luminare ebreo invitato a pranzo da altri – le ipocrisie dei fascisti locali che espongono denunce trincerandosi dietro l’anonimato, l’organizzarsi degli “internati politici” con l’elezione di un capo.

Ho accennato alla smentita secca e documentata della bonarietà dei militari. Un altro “mito” da sfatare è la bonarietà degli apparati repressivi del regime: il confino come luogo di “vacanza” per gli oppositori del regime . Tutt’altro. Di “ozio” coatto, forzato, imposto parlano molti internati che subiscono la pesantezza dell’inazione e si sentono condannati (senza aver fatto nulla per esserlo) a una inazione psicologicamente rovinosa. Così come fa bene l’A. a ricordare che le leggi razziali non colpirono solo gli ebrei ma anche anche altre minoranze come gli zingari e a spiegare i motivi per i quali in Italia si è tardato molto a parlare dei campi. Lo fa citando un altro autore (p. 43, nota 87) dando prova di grande rispetto e maturità.

Completano il volume un’Appendice in cui si riportano le schedature degli internati “ebrei stranieri” e quella degli internati politici. È un lavoro che scaturisce da un’accurata ispezione all’Archivio Comunale e dal suo sito che ho già segnalato tempo fa: La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascistiUn video sul Campo di concentramento fascista di Casoli

L’ozio coatto si inserisce in un filone di studi recente ma già discretamente nutrito, ma questo libro ha il pregio della chiarezza espositiva e della esaustività.

Perciò, chi vuole conoscere e capire un aspetto poco noto della nostra storia e cominciare a comprendere gli infiniti aspetti delle violenze e brutalità che i regimi fascisti hanno fatto e le guerre fanno esplodere, L’ozio coatto di Lorentini è il libro ideale.

Recensione: Armando Pepe Le origini del fascismo in terra di lavoro (1920-1926)

Scrivere di microstoria (la storia di un ente, di una città, di un territorio ecc.) è più difficile che scrivere una storia generale. Per storicizzare l’oggetto che si studia occorre far emergere le specificità locali e collegarle, quando necessario, al contesto generale. In altre parole occorre un grande lavoro di scavo.

Nel suo lavoro su le origini del fascismo in terra di lavoro Armando Pepe non si è certo risparmiato. Il libro si basa su un amplissimo recupero di documentazione reperita all’Archivio Centrale dello Stato.

Una documentazione ricchissima che offre spunti e percorsi di indagine estremamente interessanti. In primo luogo nel testo viene ampiamente ridimensionato l’aspetto ideologico del fascismo. Dietro all’astio rivolto ai “pussisti” del Partito socialista e alla retorica di un’Italia rinnovata si celano trame di potere che ha per protagonisti i vecchi notabili dell’Italia liberale e la generazione di giovani uscita dalla guerra che si affaccia alla vita politica. Il confine tra i due schieramenti è labile. l’A., mostra in più occasioni il loro mescolarsi con operazioni e maneggiamenti di puro trasformismo. Emerge netto un primo punto: l’uso strumentale da parte del fascismo di una bassa manovalanza che aveva più familiarità con la malavita (non sempre spicciola) che con il mondo della politica. È un aspetto in parte noto, ma che l’A fa bene ad evidenziare. La strumentalizzazione di gente a cui viene demandato il “lavoro sporco” nell’annientamento degli avversari è funzionale all’estremo pragmatismo del fascismo: qui, in queste zone, i nemici principali del movimento fascista non sono i sovversivi socialisti (certo presenti, ma nel complesso piuttosto deboli) ma le cooperative del mondo cattolico (sulla questione intervenne lo stesso Sturzo, vedi ad esempio pp. 42-43) e il ben più temibile movimento nazionalista. Movimento per non pochi aspetti affine al fascismo – la somiglianza del linguaggio dei due movimenti è illuminante (e per una esplicita ammissione degli stessi nazionalisti si veda, tra i molti casi riportati, p. 71) – il cui nerbo però è costituito da un conservatorismo non meno feroce, ma più tradizionale.

Giustamente l’A. dedica due dei nove capitoli tematici che compongono il libro allo scontro – in un primo tempo – e all’assorbimento dei secondi tra le fila dei primi – come tappa successiva – tra fascisti e nazionalisti.

Tra il fascismo intransigente e “rinnovatore” che ha in Aurelio Padovani il suo elemento di spicco e il nazionalismo filofascista di Greco è destinato a prevalere il secondo. Con Greco trionfano le vecchie oligarchie di marca liberale, capaci di offrire garanzie di stabilità al regime. L’estromissione di Padovani, le cui aspirazioni a “ras” della zona vengono frustrate (anche se continuerà ad esercitare un notevole ascendente su parecchi fascisti), suggella il prevalere della normalizzazione sulle frange più agitate del fascismo. Siamo di fronte ad uno scontro di e per il potere (p. 80), un fenomeno complesso, che l’A articola negli ultimi due capitoli.

Ma il trasformismo non è un blocco unico comprendente agrari e borghesia cittadina. L’A. documenta numerosi passaggi al fascismo da parte di socialisti, socialriformisti, cattolici e altri. È un processo che dev’essere inquadrato in un clima di violenza endemica che si protrae ben oltre la presa del potere del 1922. Le numerose relazioni prefettizie, riprodotte talvolta integralmente dall’A., documentano non soltanto il fenomeno già noto dell’appoggio e del sostegno di gran parte del personale periferico dello Stato al fascismo fin dai suoi esordi, ma registrano – sia pure interpretandoli in modo conveniente – un persistente clima di violenze quotidiane che si protraggono per un tempo lunghissimo. Nel contesto di un mondo prevalentemente contadino, dominato con mano ferrea da consorterie consolidate, con pochi sbocchi occupazionali e opportunità, non era facile tenere la schiena dritta per semplici popolani.

Sono scansioni difficili da documentare, eppure l’enorme messe di carte visionate dall’A. lascia intravvedere tracce che possono essere seguite.

È dunque un merito aver riprodotto molto materiale che altrimenti non sarebbe di facile consultazione, ma talvolta le citazioni sono troppo lunghe. Chi frequenta gli archivi conosce perfettamente la tentazione di riportare integralmente alla luce (per quanto lunghi siano) documenti importanti e decisivi per la comprensione dei fatti; ma lo storico ha il dovere di agevolare la lettura diluendo i documenti sminuzzandoli per accompagnare chi legge nelle vicenda senza sforzo. Nel miscelare racconto, analisi e documentazione originale l’A. non sempre riesce a mantenere l’equilibrio. È un problema che l’A. risolverà agevolmente nei prossimi lavori con appendici documentarie.

Ci vuole determinazione e preparazione per tuffarsi in un mare di carte alla ricerca di un filo rosso che spieghi la specificità di un territorio. Pepe ne è ben fornito. Chi desidera comprendere qualcosa sull’affermarsi del fascismo in terra di lavoro ha in questo libro una tappa obbligata.