Recensione. Alain Corbin: Storia sociale degli odori

Francia, 1° agosto 1823, ore sette e trenta del mattino: il grande anatomo Orfila deve eseguire un’autopsia. Si procede all’esumazione del cadavere, ma il puzzo che emana il morto è insopportabile. Si manda a chiamare Labarraque, di professione farmacista: il medico asperge il cadavere con cloruro di calcio diluito in acqua: “effetto straordinario: l’odore infetto è istantaneamente annichilito”. Sulla scena della storia si presenta “l’acqua di Javel”, oggi conosciuta come candeggina (p. 174), e la storia degli odori cambia per sempre.

​Città irrespirabili

“Se mi si chiedesse come si possa restare in questo sudicio ricettacolo di tutti i vizi e di tutti i mali, ammucchiati gli uni sugli altri, in un’aria avvelenata da mille vapori putridi, tra le beccherie, i cimiteri, gli ospedali, le chiaviche, i rigagnoli di orina, i mucchi di escrementi, i laboratori dei tintori, dei conciatori e dei conciapelli; dal fumo perennemente prodotto da un’incredibile quantità di legna, nel vapore che esala da tutto quel carbone; circondati dalle sostanze arsenicali, solforose, bituminose, esalate senza posa dai laboratori in cui si violentano il rame e gli altri metalli: se mi si chiedesse come si vive in quest’abisso, la cui aria greve e tiepida è tanto spessa da essere visibile e la cui atmosfera si sente in un raggio di oltre tre leghe […] là dove se si lasciasse liberi gli animali […] li vedrebbe, guidati dal mero istinto, fuggirsene a rotta di collo per cercare nei campi l’aria, la verzura, un suolo libero, profumato […]” (pp. 34, 74). Nelle strade non selciate, fango e sterco di animali da traino si impastano alle ruote di carri e carrozze, spruzzano ovunque, passanti compresi (i marciapiedi sono invenzione relativamente recente); si mescola a immondizie lasciate in strada, all’acqua stagnante delle pozzanghere e degli scoli malfunzionanti.

Il quadro generale di Parigi descritto da Mercier è impressionante, ma non è il dato fondamentale sul quale appuntano l’attenzione medici e osservatori dell’epoca. Sono i miasmi, i fetidi vapori che esalano da questa fanghiglia composta da sostanze putrescenti a preoccupare. La terra stessa sulla quale sorgono le città è un deposito fermentante di putrescenze precedenti. Si ritiene che gli odori emanati dagli escrementi abbiano un potere pernicioso: “Il vapore dei cessi – scrive un osservatore – corrompe ogni specie di carne e dei suoi succhi”; i bottinai che svuotano i pozzi neri rischiano la vita, ma non sono gli unici. Rischi simili li corrono coloro che lavorano i grassi animali, il bitume, i follatori e altre categorie di lavoratori che si trovano a metà tra l’attività artigianale e la manifattura. Le città pullulano di queste attività e se l’interesse per la salute dei lavoratori tarderà ad affermarsi, non occorrerà attendere molto tempo per veder sorgere proteste per il puzzo che emanano.

A ben guardare, come è facile dedurre dalla descrizione di Mercier, potenzialmente tutti sono in pericolo: alle masse di letame, ai liquami, agli escrementi e alle immondizie si aggiungono i vapori mortiferi che esalano dai cadaveri ancora seppelliti nelle chiese e abitare nelle vicinanze di cimiteri è un pericolo (p. 72).

Vedi: https://histoire-image.org/fr/etudes/halles-paris-travers-histoire

La selciatura delle strade non ha soltanto un valore estetico; e nemmeno è incentivata esclusivamente dai vantaggi dovuti alla comodità; ha anche una valenza di “polizia medica”, di igiene: la selciatura è un manto protettivo che blocca i fermenti nocivi della terra e dunque protegge viandanti e abitanti. Intonacare, lisciare, pitturare, stuccare sono altrettanti modi per proteggersi dalle esalazioni di muri infetti e dei mattoni a contatto col suolo. E già un decennio prima della Rivoluzione si inizia ad elaborare progetti per la fognatura della città; una necessità che diverrà impellente nei decenni successivi quando cloache e discariche si intaseranno dando la stura a una marea di preoccupazioni per la salute pubblica e di proteste per il fetore che emanano, e che troveranno una spinta decisiva dopo l’epidemia di colera dei primi anni Trenta.

La machine balayeuse, issue de Les odeurs de Paris par Jules Brunfaut, Histoire de Paris

Ospedali, lazzaretti e carceri – tutti istituti tipici delle città – sono densi di odori inconfondibili e pericolosi dovuti a miscugli perenni di fiati e sudori malati o sofferenti; sangue e visceri, piaghe e materie fecali: il sovraffollamento – e quindi l’asfissia – non desta ancora troppi sospetti. A preoccupare è la “putredine ospedaliera”, il lezzo cadaverico che precede e annuncia la morte e che si diffonde salendo da piaghe e cancrene e da quei depositi di infezioni che sono i letti di questi sventurati (pp. 70-71). (Non è un caso se per moltissimo tempo a venire l’ospedale sia considerato l’anticamera della morte). Anche i mercati sono considerati concentrazioni di miasmi pericolosi.

​In campagna

Se dalla terra emanano sostanze nocive, allora sarebbe molto più prudente non smuoverla, non lavorarla. Ma come seguire un consiglio simile in una società prevalentemente contadina? D’altra parte i terreni paludosi sono essi stessi focolai di malattie; devono essere bonificati (p. 161). Anche i lavori campestri non sono esenti da pericoli. Dai maceratoi in cui viene immersa la canapa salgono esalazioni nauseabonde e nocive e la lavorazione della pianta provoca nausea, irritazione ai polmoni e febbre: quello del cordaio non è un lavoro salubre. (p. 73).

La campagna suscita reazioni contrastanti. Per molto tempo sono le città ad essere più puzzolenti delle campagne. Ricchi e benestanti fuggono dai centri affollati durante i mesi estivi per cercare refrigerio e salubrità all’aria aperta e incontaminata, dove la natura e la vegetazione sprigionano profumi piacevoli e gradevoli. Anche i profumieri devono fare i conti con questo fenomeno che detta i gusti della moda. D’altra parte è vero che i contadini suscitano repulsione: che siano gli odori di cui è impregnato il loro rustico vestiario o le abitazioni poco importa. In campagna i precetti igienici tarderanno moltissimo ad affermarsi e, soprattutto, ad essere osservati.

William Lamb Pcknell ,A french garden, Provence, 1878, Parrish Art Museum, Water Mill, N.Y., Clark Collection 1959.6.34
L’ambiguità dell’acqua

I pericoli non provengono soltanto dal basso, dalla terra, provengono anche dall’alto, dal cielo. L’umidità è pericolosa, rilassa le fibre e infiacchisce; la rugiada serale è nociva; il vapore acqueo deposita ogni sorta di residui dannosi; lavare con troppa acqua è pericoloso, accresce i pericoli di putrefazione, perciò l’acqua salmastra desta molti sospetti. Il sommo dei pericoli è l’acqua stagnante, deposito sicuro di sostanze letali (p. 45).

Per lungo tempo l’uomo ha avuto un rapporto ambiguo con l’acqua. Ad esempio, medici e alienisti consigliano bagni tiepidi o freddi per sedare i nervi; ma il bagno frequente è sconsigliato per molti motivi. L’acqua calda rilassa e infiacchisce: i bagni troppo frequenti indeboliscono e rendono effeminati: la vitalità sessuale del maschio corre il pericolo di venire compromessa; all’opposto, per le ragazze si teme che l’intimità della vasca o della tinozza induca ad esplorazioni del proprio corpo destinata a cadere in licenziosità illecite. Perciò è opportuno fare bagni parziali: mani, viso, pediluvi, parti intime, lavate separatamente. Non è da escludere che ci sia qui il retaggio dei bagni pubblici – le “stufe” – che spesso non erano altro che bordelli mascherati (su questo vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere). E d’altra parte, l’uso frequente e costante dell’acqua incontra resistenze tenaci, sedimentate nel tempo: i contadini rifiutano di scrostare le teste dei loro figli piccoli dal sudiciume; lo strato di sporcizia sulla pelle protegge (curiosamente, anche tra le classi sociali più elevate persiste la convinzione che la testa non debba essere lavata: al massimo alle donne è concesso usare una lozione saponosa di quando in quando, p. 257). Senza dire che preparare il bagno è faccenda laboriosa, dispendiosa e faticosa.

Per lungo tempo “nettare” non rientra nei sinonimi di lavare. Significa piuttosto drenare, “essendo essenziale assicurare lo scolo, l’evacuazione della sporcizia” (p. 134). Se stagnazione vuol dire insalubrità, allora movimento significa l’opposto. Per questo motivo la ventilazione, che si impone negli enti ospedalieri, nelle carceri e sulle navi, viene a rivestire un ruolo cruciale. Il problema è gravoso soprattutto nelle carceri, dove la ventilazione cozza contro la necessità di concentrare i detenuti. Ecco allora fare la propria apparizione le sbarre nelle celle, attraverso le quali l’aria può passare e, con alcuni accorgimenti, circolare adeguatamente.

Raguenet, Jean-Baptiste-NicolasFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1971 12 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010067173 – https://collections.louvre.fr/CGU
​La soglia di tolleranza dell’olfatto

Fin verso la metà del secolo e per alcuni aspetti anche molto oltre, si tratta di allarmi. Manca una correlazione tra miseria e mancanza di igiene, non c’è una distinzione tra le classi. Gli abitanti delle città sono una folla (p. 72), non un insieme di classi sociali conviventi e ognuna coi propri gusti. L’accavallarsi di odori così disparati e di diversa provenienza “ostacola l’analisi” di scienziati che dispongono di poche armi affidabili (p. 75).

Secondo l’A le cose cominciano a cambiare tra il 1760 e il 1840 (p. 88). È una mutazione che si inserisce in un contesto più ampio: anche i gusti alimentari stanno cambiando (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch Storia dei generi voluttuari, Massimo Montanari, Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). La tendenza è quella di andare verso la moderazione e, per certi aspetti, verso la discrezione. Dopo il 1750 le testimonianze di una minore tolleranza verso gli odori sgradevoli si moltiplicano (pp. 85 e ssgg.). La diffusione via via più estesa dei pozzi neri (il cui spurgo nauseabondo provoca proteste) “privatizza” il puzzo delle feci e, anche se ancora per pochi privilegiati, all’interno delle case la salle de bains e la “ritirata” diventano a poco a poco luoghi in cui la privacy inizia ad essere osservata e nella vasca da bagno fanno il loro ingresso saponi e paste profumate. È un cambiamento limitato al vertice della scala sociale. Tra i ricchi diminuisce la soglia di tolleranza degli odori forti. Gli ambienti privati delle loro abitazioni assumono odori diversi; meno intensi e invasivi, si impongono quelli più delicati e variegati: profumi troppo intensi destano il sospetto di voler occultare una scarsa igiene personale. Igiene e moda condividono pezzi di strada. Non sempre e non per tutti, ma nei ceti abbienti si afferma l’uso del sapone e la frequenza del bagno e del cambio di biancheria aumenta. Dagli anni Sessanta grande successo riscuotono le “acque” profumate alla frutta (p. 109).

Certo, in un’epoca in cui non è ancora possibile sconfiggere i cattivi odori, gli effluvi indigesti permangono. È possibile però contrastarli e nasconderli. Nel 1773 Guyton de Morveau inventa un miscuglio di sale e acido solforico la cui fumigazione sembra in grado di purificare l’aria infettata da salme inumate. Ne deriva che fare uso di un profumo gradevole, usare pasticche odorifere e bruciaprofumi ha una valenza attinente alla salute. Infatti, “l’aroma combatte i vizi dell’atmosfera e aumenta la resistenza dell’organismo”, perciò profumarsi significa purificare l’aria circostante; disinfettare significa deodorare (pp. 91-92, p. 132).

I poveri, naturalmente, continuano a vivere in tuguri labenti e del tutto insani. Il loro vivere “promiscuamente”, ammucchiati in locali minuscoli dove condividono letti, oggetti il tutto all’insegna dello sporco più tenace e in cui si soffoca, desta scandalo e repulsione (pp. 213 ssgg.). E, nemmeno a dirlo, continuano a puzzare.

Le Bas Jacques Philippe, La Maison Rustique, gravure, Gallica
​Ospedali, navi e prigioni

L’aspetto curioso è che i cambiamenti più profondi e duraturi hanno la loro origine negli istituti di reclusione: gli ospedali occultano malati, cronici, pazzi, orfani e invalidi; le navi galeotti e marinai (che sono collocati al grado più prossimo della bestialità) e le carceri delinquenti e reietti. Ma è in questi luoghi (e nell’esercito, almeno in teoria, dato che i regolamenti vengono smentiti da una pratica che lascia a desiderare) che si affermano principi e usi che poi investiranno la società.

L’anno prima della Rivoluzione francese Jacques Tenon pubblica le Mémoires sur les hôpitaux de Paris, formidabile e inquietante atto d’accusa dal quale emerge un quadro (anti)igienico spaventoso: sovraffollamento, aria stagnante e nauseante, letti e pagliericci multipli condivisi da malati affetti da malattie diverse. Fino ad allora l’odore è stato una guida importante anche per i medici. Assieme ad un complesso di informazioni diverse, anche l’odore che proviene dal corpo del malato gli consente di formulare diagnosi e prognosi: i medici hanno imparato a distinguere i diversi odori delle malattie (pp, 58, 65). Ma dalla pubblicazione di Tenon prenderà le mosse la riforma degli enti di assistenza ospedalieri che li trasformerà in tempi successivi in “machine a guérir”: la suddivisione dello spazio (il letto singolo), la separazione tra malati accorpati per genere di malattia che li affligge, la ventilazione dei locali e il loro mantenimento (pavimenti, imbiancature con acqua di calce) si imporranno anche nelle prigioni e sulle navi in un primo tempo e si dispiegheranno sulla società in un secondo (per questi aspetti, vedi Giorgio Cosmacini, Medicina e rivoluzione).

Vue de la Salpétriere, Wellcome Library

Nelle città le abitazioni subiscono cambiamenti che segnalano l’appartenenza sociale: in un primo tempo si abbandona il piano terra a favore del primo piano. Così si evitano le esalazioni del terreno e si agevola l’areazione delle camere. Il moltiplicarsi delle stanze accentua i momenti e i luoghi della privacy e differenzia anche gli odori. Il letto singolo odora di chi vi dorme, poi sarà il momento della camera singola. A poco a poco si sigillano i fetori escrementizi alla ritirata, impedendo che si spandano per casa. È una privatizzazione che si estende anche alla sepoltura: dalla metà del Settecento la si reclama individuale (p. 146). La società si frammenta, e con essa anche gli odori.

Invisibili ma decisivi, gli odori influenzano in maniera preponderante anche il rapporto tra i sessi. L’odore della pelle può rivelarsi un richiamo potente o un altrettanto energico revulsivo. Le persone emanano e sprigionano ciò che sono e ciò che fanno, come si alimentano, il mondo in cui vivono. Perciò, come dice un osservatore del tempo, le razze inferiori (i negri per esempio) “non possono non puzzare in maniera più o meno intensa” (p. 55, nota 16) ed emanano odori che rimandano alla primitività, a una certa brutalità – e così pure i lavoratori e i contadini.

“Savon Rococo au parfum naturel des Fleurs Dobbelmann Frères, Nimègue 1/4 Dz. NO.561”, Europeana

Nei secoli precedenti l’odore acre negli uomini segnalava prestanza maschia e vigorosa, ma col mutare dei gusti i profumi forti cadono in discredito finché all’uomo viene richiesto di non profumarsi e di non emanare altro odore che non sia quello di pulito, sparso attorno da un vestiario pulito e ben tenuto. Alle donne invece è concesso profumarsi ma delicatamente, con acque che ne amplifichino il candore (che è anche visivo: per oltre un secolo la moda impone l’incarnato diafano).

Il profumo dei soldi

Col progredire della scienza e della chimica letame, liquami, rifiuti organici, carcasse di animali e immondizie si trasformano in un ottimo affare: tutto questo può essere trasformato in letame e spostato in campagna. Così la città si ripulisce, corre meno pericoli, i fetori del suo incessante respiro diminuiscono e le tasche si riempiono. Non solo: anche le manifatture, che ora grazie ai ritrovati della chimica e della tecnica puzzano meno possono continuare le proprie attività senza destare allarmi (il fumo, per esempio non provoca proteste).

Ma chi deve occuparsi di questi smaltimenti? Per comprendere l’insieme del cambiamento dobbiamo scinderlo. Se la lordura è indice di insalubrità, allora anche i poveri, che sono sporchi, sono infetti: “i riformatori accarezzano il progetto di eliminare insieme la lordura e il vagabondo, il fetore delle immondizie e l’infezione sociale” (p. 135). Contemporaneamente il riordino degli ospedali e delle carceri inizia a forgiare la connessione tra “pulito e ordinato”. Il “peccatore puzza”, perciò nei regolamenti e nei precetti igienici si inserisce una componente moralizzatrice. Detenuti e convalescenti devono tenere pulite e in ordine celle e camere e abituarsi all’igiene personale (pp. 154-156).

Vase Brûle parfum (ou cassolette) style empire, France, Musée du Louvre, Département des Sculptures du Moyen Age, de la Renaissance et des temps modernes, CH B 493 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010089724 – https://collections.louvre.fr/CGU

Non può sfuggire la direttrice dei percorsi: se il borghese (uomo) procede verso l’abolizione del profumo e dell’odore, anche coloro che devono redimersi devono incanalarsi nello stesso percorso. Smaltendo le proprie immondizie nelle campagne o nelle manifatture ed eliminando in tal modo gli odori sgradevoli che esso stesso produce, il borghese rende accettabile e vivibile il mondo che governa e dirige e finisce per accettare e autoassolvere sé stesso.

Conclusioni

Questa Storia sociale degli odori uscì in Francia 1982. È inevitabile che sia un poco invecchiato. Non è un male, la storiografia progredisce. Ma resta un libro prezioso perché pur trovando un filo conduttore nell’interpretazione della complessa storia degli odori, Corbin mostra bene che la storia, in realtà è un insieme di sconnessioni e percorsi accidentati: la candeggina ha rivoluzionato il nostro concetto di igiene, i suffumigi di Guyton de Morveu, no. Eppure il suo ritrovato, che proveniva dalla lunga storia dei fuochi con i quali nei secoli precedenti si purificava l’aria, ha avuto un percorso lungo (si veda William Naphy-Andrew Spicer, La peste in Europa, Klaus Bergdolt, La grande pandemia). E, a ben guardare, ci aiuta a capire molto della società di oggi.

Buona lettura.


Epidemie, malattie e altre sfortune – Seconda Parte

La storia delle epidemie ha una storiografia foltissima. Questi articoli non hanno lo scopo di aggiungere nulla di nuovo sull’argomento. I libri non sono sufficienti per fare ricerca storica; lo storico ha bisogno di integrare i suoi studi con altre fonti, archivistiche in primo luogo, ma non solo. Tuttavia questo materiale è importante, perciò pesco liberamente dalle biblioteche digitali saggi e opere che contengono informazioni che vanno al di là dell’argomento specifico. Si tratta di una letteratura in parte indagata, ma per molti aspetti non ancora utilizzata e sfruttata adeguatamente. Perciò mi limito ad alcune indicazioni.

Paure

Dopo le riforme introdotte in ambito medico dalla Rivoluzione francese il medico

“dovette gettarsi fra il popolo, smettere il suo aspetto grave e meditativo, il suo passo moderato, il sussiego, il mistero, la riservatezza: gli fu forza rinunciare alla sua parrucca inanellata, alle corte braghesse, ai dorati fibbioni […] all’anello dottorale. Bisognò che tutto riformasse […] e niuna differenza da quinci innanzi ponesse ne’ tratti fra il plebeo e il nobile, fra il ricco e il povero”. (Antigono Zappoli, Il medico di tutti i secoli, Bologna, 1855, volume 2. Nelle biblioteche digitali ho trovato soltanto il primo volume dell’opera).

Sembra quasi di leggere un necrologio. In effetti, in parte è così: la nostalgia del tempo che fu, il rimpianto del medico che scrive queste righe poco prima della metà del XIX secolo, sono il necrologio dell’Ancien régime, di quella intera epoca spazzata via dalla Rivoluzione francese (su questo, vedi Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). La creazione delle condotte mediche e l’obbligo di frequentare le corsie d’ospedale registrando il decorso della malattia e le condizioni del paziente sul “tableau” (l’antenato della cartella clinica) sono provvedimenti che per un certo periodo i medici vivono come un declassamento: le condotte mediche, soprattutto quelle di campagna sono vaste e difficili da percorrere: in inverno molte strade diventano sentieri fangosi a causa del maltempo; spesso i municipi rifiutano di fornire ai dottori un cavallo per spostarsi; il lavoro diventa faticoso e malpagato. Le lamentele dei medici si moltiplicano: gli archivi comunali sono zeppi di questi reclami.

“Gittarsi tra il popolo” può significare molte cose. Innanzitutto si tratta di una scoperta. Non che prima le classi dirigenti non sapessero della condizione disperata delle fasce più povere della popolazione; ma si trattava per lo più di informazioni filtrate dalla sensibilità dei parroci, degli enti caritatevoli, di qualche filantropo. Ora i medici entrano nelle case – nei “tuguri”, come abbiamo visto nell’articolo precedente (Epidemie, malattie e altre sfortune.). Una cosa è sapere che ci sono condizioni di povertà; un’altra, e ben più sconvolgente, è vederla e conviverci – sia pure per il breve tempo di una visita. Toccare corpi sporchi giacenti in “letti” che spesso sono pagliericci con lenzuola e coperte non lavate da settimane se non mesi, frequentare corsie d’ospedale quando quest’ultimo è descritto spesso come una sorta di anticamera della morte (lo vedremo nei prossimi articoli); tutto questo provoca un profondo senso di declassamento nella categoria.

Il medico condotto svolge la funzione di cerniera tra le classi popolari e i ceti dirigenti: per formazione e cultura appartiene ai secondi, ma convive e lavora tra le prime. La popolazione dell’isola detta della Giudecca, a Venezia, “isola la più miserabile dove l’ozio, l’infingardaggine, la sporcizia, il puzzo delle case e degli abitanti non sono esprimibili” viene ritratta in modo impietoso: “lavoratori di corda, facchini da biade, pescatori tutti cenciosi vedonsi colle mani sulla cintola, donne cicalanti a torme di dodici, sedici con bambocci in braccio che non fanno nulla nemmeno filare” (Francesco Maria Marcolini, Intorno al cholera cianico di Venezia nell’ anno 1835. Annotazioni. Un’accozzaglia di gentaglia insomma.

Non sarebbe difficile moltiplicare descrizioni di questo tenore in relazione a molte città. Da esse traspare un disprezzo frutto di retaggi culturali radicati (la miseria come colpa del povero); ma che deriva anche dal contatto con soggetti sociali ritenuti inferiori.

Diffidenze

Soffermiamoci su questo aspetto anche se ovviamente non è l’unico. In primo luogo, in line a generale, le notizie attinenti le malattie venivano distorte con grande facilità. A Brescia, “la riproduzione di tal morbo succeduta in Vienna nella primavera del 1832 non turbò minimamente [la cittadinanza], e la sua scomparsa dagli stati austriaci in seguito avvenuta la rafforzò nella fiducia che l’Italia ne sarebbe andata per sempre incolume […]. L’idea ch’erasi formata questo popolo […] rappresentava il cholera come una malattia destinata a mietere le sue vittime nelle grandi città e nelle capitali, ove dappresso all’opulenza ed al fasto scorgesi la più turpe miseria ed il più ributtante squallore, o in paesi di mal’aria, o sopra terreni pessimamente condizionati e popolati da genti povere e sudicie. Da qui si fece forte nell’opinione che un tal male non avesse ad estendere le sue radici, né potesse allignare sopra un suolo dei meglio costituiti, in un’aria generalmente pura, e sotto un cielo mite, sereno e sfolgorante di luce qual è quello d’ Italia” (Guglielmo Menis, Saggio di topografia statistico-medica della provincia di Brescia: aggiuntevi le notizie storico-statistiche sul cholera epidemico che la desolò nell’ anno 1836).

Suggestioni e dicerie (alle quali non sono del tutto estranei nemmeno i medici, come avverte uno di essi), forse dovute a “un sommo pregiudizio ed errore adottato non solamente dal volgo, ma eziandio da molti che al volgo non appartengono […], fu quello che il vero e legittimo cholera morbus per esser tale debba troncare la vita degli attaccati in poche ore” (Giovanni Filippo Spongia: Comentarii di medicina. Volume 1; opera periodica). Vox populi destinata a capovolgersi immediatamente e a trasformarsi in panico una volta che l’epidemia inizia a diffondersi e a mietere vittime. Allora “eravi la generale opinione che attaccasse l’uomo come un colpo di fulmine […] e questa idea fatale domina pur troppo anche oggidì nel popolo. Questo pensiero nella sua prima invasione spaventava tutti” (Luigi Toffoli, Conforti ai paurosi del colera indiano ed avvertimenti al popolo). (Ho notato la stessa reazione a Faenza in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale del 1817, Banzola Matteo L’anno senza estate. Carestia ed epidemia nella Legazione Pontificia di Ravenna, 1817-1818, in QUADERNO 22 (2019)).

Se i medici vivono le riforme introdotte dalla Rivoluzione francese ed esportate in tutta Europa dagli eserciti napoleonici come un ingiustificato declassamento, la loro frustrazione è accresciuta dal fatto che, in genere, la popolazione diffida di loro. Spesso il medico non viene creduto: “sempre si chiama il medico solamente negli ultimi stadi, e nei momenti della maggior gravezza, e cioè quando non è più curabile”, scrive un medico dell’imolese nei primi anni Quaranta a proposito della pellagra. Pochi anni più tardi, in occasione di una epidemia di vaiolo a Bologna, un medico denunciava che “molti, anzi moltissimi bambini e fanciulli erano fino allora privi della vaccina, non tanto per negligenza quanto per cieca ed ostinata ripugnanza dei proprii genitori e parenti a quel preservativo” (Società Medico-Chirurgica di Bologna; Bullettino delle Scienze Mediche, col 20, 1851), convinti che l’inoculazione del vaccino equivalga all’inoculazione della malattia.

Superstizioni, rimedi popolari e “rimedi dell’arte”

Le lamentele dei medici non sono infondate. Eppure, di fronte al panico scatenato dall’estendersi delle epidemie, tra le classi popolari si tende ad affidarsi alla “mirabilia di alcuni amuleti” fabbricati e venduti da “ceretani” senza scrupoli. A Milano, uno che “ha grande spaccio” è formato “d’un tubo di penna da scrivere ripieno di mercurio metallico e chiuso ai due estremi con cera lacca [e] vestito di alcuni adornamenti di color rosso, lo si raccomanda al collo la mercé di un nastrino pure rosso” (Precetti salutari onde essere preservati dal cholera-morbus ed adattati spezialmente alla maniera di vivere de’ Lombardi). (Sull’argomento si veda lo splendido libro di Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina).

A Napoli, ci informa Salvatore De Renzi “preservativi pel colera ne chiedevano tutti. Si videro in sulle prime i sigari canforati, e le tinture aromatiche, o canforate, e gli aceti, e cento secretuzzi, nelle mani di tutti. Poscia […] alcuni volevano circondarsi di un isolatore pel colera , e ricorsero alle resine, alla seta, alla lana, alle piastre metalliche, alle bottigline di mercurio metallico […]. Alcuni prendevano tutte le mattine un decotto di camomilla, rimedio innocente. Altri adoperavano la limonea gazosa formata col bicarbonato di soda e sugo di limone”. “Rimedi innocenti”, conclude giustamente il medico, ma quali erano i “rimedi” offerti dalla medicina?

“Prima che arrivi il medico soccorso conviene eccitare fortemente la pelle e richiamarvi il calore con applicarvi cenere o sabbia calda dentro a pannolini”, consiglia un dottore che si è scagliato contro ciarlatani che si spacciano per dottori. Un altro ritiene che contro il colera “si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una pinta d’aceto [al quale si devono aggiungere] due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino. Nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro o di pietre o di mattoni Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato spogliato delle sue vesti Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi i quali dovranno posare su panno di lana o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre arroventati. L’aceto in tal modo si scalda e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno deve durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto”.

Con considerazioni di questo genere siamo poi così distanti dalla superstizione? In realtà molti medici ammettono di essere impotenti di fronte all’insorgere di molte malattie. Ciò che possono fare è promuovere avvertimenti e consigli per tentare di prevenire il diffondersi dei contagi sollecitando “fumigazioni” degli ambienti, disinfezioni, imbiancature, vitto moderato e igiene personale. Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente e come ribadiscono in molti, i loro precetti sono destinati a cadere nel vuoto.

Ad esempio, a Como, “sussistono ancora così in città come nei sobborghi alcune località con viottoli angusti tortuosi non ventilati case depresse umide non aerate ed abitazioni al tutto malsane per mancanza d’aria e di luce ed ivi trovasi addensata la classe più povera della popolazione costretta a trascinare l’esistenza fra lo squallore e gli stenti, indifferente anzi ritrosa agli ordinamenti d’igiene pubblica e privata” (Alessandro Tassani, Cenni topografici statistico-medici sulla città di Como).

Il Dottor Tassani stilava queste note nel 1861, in anni in cui la medicina stava conoscendo profonde trasformazioni passando dall’arte medica a scienza, da sapere sperimentale a scienza. In realtà, per molto tempo, la distanza tra medicina ufficiale e sapere popolare fu minima o poco più:

“Non si stenta a trovare qua e là in questo territorio [di Dozza] delle piante medicinali, che possono servire a chi è privo di mezzi necessari di procacciarsele nelle farmacie. Quanto a me, non ho esitazione, quando ho a curare poveri attaccati da croniche tossi, di far loro prendere i decotti di tossilagine, di edera terrestre, di lichene, di poligola che essi medesimi vanno a raccogliere per la campagna. Così per le affezioni scorbutiche e pellagrose, e specialmente per queste ultime così comuni in questo territorio, insegno loro a rivolgersi alla beccabunga al nasturzio acquatico, alla fumaria, erbe prodotte da terreni acquitrinosi” (Bullettino delle scienze mediche. Volume 12, 1847).

Ecco allora che “senapismi”, cataplasmi, “bevande sub-acide”, succo di tamarindo ecc. prescritti dai medici e in uso negli ospedali non si distanziano poi molto dalla pratica popolare.

Conclusioni

L’intento di questo articolo non è quello di screditare la medicina moderna ancora in formazione, quanto piuttosto quello di mostrare, anche con pochi esempi, l’ampiezza delle informazioni che si possono recuperare da scritti e opere spesso trascurate. Certo, non tutte, ma moltissime sono le memorie, i saggi brevi, gli opuscoli, non di rado scritti da medici rimasti sconosciuti che offrono agli studiosi informazioni preziose.


Epidemie, malattie e altre sfortune.

Tempo fa ho buttato giù qualche riga titolando l’articolo Entrare “di traverso” nella storia in cui accennavo ad alcune fonti che a mio giudizio sono particolarmente utili per la comprensione della storia. Qui riprendo e amplio un poco il discorso saccheggiando le biblioteche digitali. Le fonti, che non cito come si farebbe in un saggio su rivista (del resto queste note non lo sono, sono una specie di brogliaccio) provengono da Google libri, Internet Archive, MDZ e, per il Colera a Bologna, dallo splendido portale realizzato dalla biblioteca Archiginnasio: 1855 Cholera morbus. Società e salute pubblica nella Bologna pontificia

Avvertenza

Va da sé che da sole non bastano: occorre inquadrarle nel contesto economico, produttivo, politico locale e collegarlo al quadro nazionale; restano esclusi qui monografie già pubblicate e materiale d’archivio. Ma, ci tengo a ribadirlo, un blog non è una rivista specializzata. Ciò che si può fare con un blog è incuriosire, suggerire dei percorsi, indicare delle fonti. E ciò di cui disponiamo oggi è comunque sufficiente a rendere l’idea di mondi oggi scomparsi e di dinamiche che hanno attraversato la storia.

Con i limiti appena indicati (e altri che emergeranno nel corso del racconto), la storia delle epidemie offre molti spunti e indicazioni. Prendiamo, ad esempio quella di colera asiatico che colpì più volte il nostro paese.

Abitare in città

Siamo nell’anno di (dis)grazia 1854, anno funesto perché il “morbo asiatico” infuria in molte zone e città della penisola. I medici, affermati o sconosciuti che siano, scrivono molto sull’epidemia e in molti casi le loro relazioni sono infarcite di informazioni preziose.

Possiamo iniziare il nostro viaggio partendo dalla considerazione più ovvia, sostenuta dalla maggioranza dei medici, e cioè che le epidemie colpiscono molto più violentemente i poveri di chi vive in condizioni agiate: “in generale i poveri più che i ricchi sono dal cholera mietuti”, sintetizza la Regia Commissione Medica Piemontese, con un parere che trova un consenso unanime tra i medici dell’intera penisola. Gli scritti dei medici ci permettono dunque di avvicinarci alle abitudini e condizioni di vita delle classi popolari.

L’alimentazione

Il nesso tra povertà e epidemia è ben illustrato da caso genovese. L’anno precedente l’epidemia è stato un anno strano: particolarmente e insolitamente freddo al punto che a luglio l’estate non si era ancora presentata; battuta da venti freddissimi in un inverno protrattosi molto più a lungo rispetto al normale. Poi, da luglio inoltrato, la città ha dovuto fare i conti con un caldo torrenziale. Gli anziani faticano a ricordare annate così strane e inclementi. La durezza di quell’annata eccezionale provocò una grave carenza di cereali, vino e prodotti dell’ulivo e a farne spese, prima e più di tutti, è la popolazione che si trova “stipata nei quartieri più poveri, più sudici e mal collocati della città”. Le autorità corrono ai ripari abbassando il prezzo del pane e allargando i cordoni della borsa della beneficenza, ma questi provvedimenti si dimostrano insufficienti.

A Genova il popolo minuto si ciba in larga misura di pesce. In quell’anno il mare è stato generoso; la pesca degli scampirri è stata abbondante: i genovesi mettono sott’olio la carne di tonno giovane (gli scampirri, appunto) e ne fanno provvista per i mesi invernali. La disponibilità di tonno a buon mercato si prolunga fino alla primavera e oltre. Senonché la scarsa disponibilità di olio costringe la popolazione a sostituirlo con olio di sesamo e un altro condimento che i genovesi chiamano colsat; condimenti di scarsa qualità che provocano una “corruzione putrida” nel pesce. Il rischio di ritrovarsi con merce invenduta, “indusse necessariamente i venditori a ribassare straordinariamente il prezzo del tonno, che a qualche soldo per lib[b]ra smerciavasi con grande affluenza”. I genovesi, insomma, si ingozzano di “tonno guasto”.

Nutrirsi di cibo “guasto” non è affatto salutare. E’ vero che una lunga tradizione medica distingue tra gli stomaci dei ricchi e quelli dei poveri: più delicato quello dei primi e più robusto e lavoratore quello dei secondi. Il che significa che i poveri possono nutrirsi di alimenti che ai ricchi risulterebbero non solo indigesti ma molto difficili da digerire. Ma oltre al fatto che questa teoria sta perdendo terreno tra i medici, una cosa sono i cibi pesanti, un’altra la carne andata a male: “l’abuso […] de’ crostacei e de’ pesci di cattiva qualità” può “contribuire non poco alla produzione di siffatto morbo”, avvertono i medici da Venezia. Insomma, mangiare carne guasta infiacchisce il fisico e lo predispone a contrarre la malattia.

A Napoli “quasi tutti sono soliti, chi uno chi due volte la settimana, mangiar minestre verdi, sia di cicorie, sia ancora di cavoli cappucci, che ben condiscono con grassi e con salami”. In quell’anno però le erbe usate normalmente per condire si presentano “arsicce”, dure e poco invitanti. La gente preferisce di gran lunga la frutta: mandorle, pesche, pere, fichi, meloni e poponi, tutti disponibili in gran quantità e a bassissimo costo. Ma la frutta, sebbene consigliata da alcuni medici durante il corso della malattia, è generalmente guardata con sospetto. Fermenta e per questo si ritiene che favorisca disturbi gastrici e perciò il suo consumo è altamente sconsigliabile nel corso di un’epidemia di colera. A Bologna viene vietato anche il consumo di latte in quanto “scioglie il ventre”.

Anche a Roma, in occasione dell’epidemia del 1867, sono i quartieri popolari quelli più colpiti: Monti, Trastevere e Borgo. Qui, curiosamente – stando almeno all’opinione di un osservatore – sono i locandieri e gli osti ad essere additati di fornire piatti dalla salubrità discutibile gli avventori. A suo dire, “si può dimostrare che gli abitanti dei tre detti Rioni impotenti per buona parte a procacciarsi un vitto scelto nelle proprie case sono costretti di andarlo a consumare nelle taverne”. Un’affermazione quanto meno insolita, anche se è vero che il numero delle osterie e delle taverne è alto.

A Volterra la connessione tra alimentazione insufficiente e/o scadente appare molto meno evidente. I “tre quarti” della popolazione guadagna “discretamente nelle manifatture degl’alabastri”, cosa che le consente di “cibarsi bene”, ed infatti “il primo pensiero della mattina è quello di portarsi alla piazza a scegliere i migliori bocconi”, la cui natura però ci resta ignota. Eppure anche qui, come vedremo tra poco, i colpiti furono molti.

Tuguri, camerette, caverne

A metà secolo, tra due epidemie di colera, Bologna è colpita da un’epidemia di vaiolo. Non tutta la città in verità è interessata allo stesso modo: “al levante ed al settentrione della città […] non vi [sono] che pochi e rarissimi casi”. Al contrario, nelle “contrade S. Felice e Lamme e [le] vie intermedie a queste” sono più colpite. “S. Felice e Lamme [Lame]” sono i quartieri popolari. Qui “molte donne, quasi tutte madri di numerosa e tenera figliuolanza”, vanno “a certi magazzini detti di abbigliamento, a talune sartorie militari per prendere a cucire camicie, mutande, calzoni, cappotti ed altre tali cose, nelle quali sartorie vi si trovavano d’ordinario alcuni militari, i più malconci di vestito, per essere provveduti di quanto loro occorreva ed in quei magazzini eranvi, oltre gli indumenti nuovi già lavorati, grandi depositi di spoglie lorde, guaste e dismesse”.

Frugare tra quegli stracci infetti significa diffondere il morbo. Sarte, cucitrici, filatrici, casalinghe e straccivendole alla ricerca di qualcosa diffondono involontariamente la malattia. “Ad agevolare la propagazione e diffusione”, osserva un medico “vi ebbe gran parte la trascuranza nei più di ogni precauzione sanitaria […]. Convivevano assieme sani e malati dentro camere anguste, oscure, non ventilate, e certuni di questi avevano perfino il letto comune con essi […]. A quelle camere medesime dove stavano vaiuolosi avevano adito liberamente le persone tutte che abitavano la casa od altre fors’anche delle contrade, essendo propria di quella classe di gente una speciale vicendevole famigliarità e comunanza di vivere.

Quando sul finire del 1854 fa la sua comparsa il Colera, la malattia si presenta “in una parte della città dove regna maggior sucidume e grande miseria; ove non è infrequente l’incontrare nello stesso ambiente l’uomo col giumento o cavallo vivere insieme; ove le case e le strade mancano di chiaviche e degli scoli opportuni onde di continuo s’innalzano putride emanazioni”. Si tratta della via Pratello, in pieno centro. Stranamente la malattia risparmia quasi completamente quella zona. Infuria comunque in altre ed anche in questo caso il maggior numero di vittime si verifica tra le classi popolari: braccianti, canapini, lavandai, cucitrici e professioni che richiedono il contatto col pubblico.

Anche a Napoli le “lavandaje” e le loro famiglie han sofferto il colera”. E anche qui i medici suppongono perché si “trovavano di essere a contatto di oggetti imbevuti di materiali colerici”. Le osservazioni dei medici di Bologna e Napoli si possono confrontare con quelle di un collega di Milano il quale, notando una netta maggioranza di casi maschili rispetto a quelli femminili, la attribuisce al fatto che, diversamente alle donne di campagna, le milanesi escono poco di casa. Siamo allora di fronte ad una forma di socialità popolare diversa, già influenzata dalla maggior riservatezza della borghesia. Senza dubbio lo è rispetto alla pullulante e vivacissima socialità napoletana.

La situazione di Napoli è per certi aspetti spaventosa: nel quartiere Chiaja vi sono le Grotte degli Spagari, definite in una pubblicazione “vere tane destinate per numerose famiglie”; nel Quartiere Porto “sopra quelle arene e que’ frammenti di rottami misti a depositi lasciati dalle acque e dalle impurità, […] vennero costruite alcune case senza simmetria, senza ordine, senza lume, senza sole; piccoli e stretti viottoli, altri chiusi ed impervi, altri serpeggianti in labirinti; e qui un arco e là un angolo; e per tutto, luridezza e malproprietà. Case elevatissime” prosegue l’impietosa descrizione, “con scale strette nere affumicate, che mettono per ogni pianerottolo in una o più stanzette, che si aprono in que’ viottoli o in una piccola corte come in un pozzo. Condotti di acque immonde con poco declivio verso il mare, quasi ristagnanti sopra un terreno bibulo […]. E miserabili di ogni maniera si adunano in que’ tugurii, e non sempre una sola famiglia, ma spesso diverse persone e grandi e piccole si raggruppano la notte in mezzo a ’miasmi che esalano da ogni maniera d’impurità”. Non a caso qui il colera fa una vera strage.

Lo stesso vale per Genova: le case abitate dalla “plebe”, riferisce un medico nel 1835, “sono situate in viottoli ristrettissimi, mancano di cortili, di aria e di luce; le stanze sono basse, ristrette e immonde; le persone entrovi stivate” . Identica situazione a Volterra, dove nelle vicinanze del Collegio di S Michele si trovano “case tanto malsane e sudicie da non mai figurarsele, ed i loro abitanti dei più miserabili della popolazione […], certi tuguri umidi e sudici da non saper farsi idea del come si possa vivervi a lungo”. Anche a Brescia il morbo fu più violento nei quartieri popolari: “si fissò nelle parrocchie di S. Giovanni e di S. Faustino, facendo segno de’ suoi danni la poveraglia in esse stanziata. Gli attacchi si andavano moltiplicando in guisa che intorno alla metà del mese contavansene più di trenta al giorno”. Agghiaccianti le scene riportate a Palermo:

Furono i soliti chiassi e viuzze strette furono gli antigienici catodi e le case sottostanti al livello delle strade che diedero il maggior contingente di morti Era cosa desolante davvero per chi entrava in quei tuguri ove manca l’aria la luce e l’olfatto è ferito da una nauseante esalazione di umidità e di muffa il vedere poveri infermi giacere a terra o su luridissimi pagliericci spesso senza lenzuola e senza coperte tenersi coricati a fianco dei teneri pargoletti e di giovanette adolescenti che spesso poi erano attaccati dal morbo. In un meschino catodio del Chiasso Sciacchittano una sera giacevano sullo stesso letto un bambino a 22 mesi già morto la madre affetta da colèra tifico ed una fanciullina con sintomi di colèra a primo periodo simile scene non erano rare ad osservarsi.

Il problema degli alloggi riguarda tutte le grandi città. A preoccupare la Commissione d’igiene di Torino sono le “soffitte” nelle quali la “povera gente vi gela nell’inverno e vi soffoca nella ‘state”. Sarebbe anche il caso “che si provvedessero alcuni locali sufficientemente riscaldati per l’inverno nei quali vi fossero tavolati con poca paglia sopra di essi affine di ricoverarvi quegli infelici specialmente fanciulli che si rinvengono giacevoli per le vie sul nudo suolo con grave scandalo dei forestieri specialmente e con evidente pericolo per la salute di questi meschini”.

Quando le malattie contagiose arrivano in città, le “soffitte” di Torino o i ballatoi di Milano si trasformano immediatamente in focolai d’infezione che diffondono velocemente la malattia di caseggiato in caseggiato.

Alcune piste

Cosa troviamo in questi tuguri e camerette assai poco accoglienti? Il fatto che siano affumicate ci dice che nei mesi invernali sono riscaldate alla meglio; che vi è una grave insufficienza di “letti e coverture” cioè coperte; che molti – soprattutto se orfani o giovanetti o donzelle – dovendo essere rivestiti in quanto il loro vestiario, sporco e infetto, viene bruciato, non dispongono nemmeno di un cambio di biancheria. Ci mostra una promiscuità di fronte alla quale non pochi medici e i borghesi si ritraggono inorriditi e che, a sua volta, suscita interrogativi.

Quante famiglie condividono quelle camere molto meno che modeste? Chi sono “tutte le persone che abitano la casa? Cucitrici certo, ma gli altri? Quanto costano gli affitti? A chi appartengono allora quelle abitazioni precarie? Se non si dispone neppure di un ricambio di vestiario è difficile immaginare una casa di proprietà. E, allora, qual è la politica edilizia nelle città? Uno spunto ci viene da un medico bresciano.

A Brescia la scabbia non è un problema grave; è presente ma non diffusa. Non di meno il medico ne parla: “ho potuto convincermi”, scrive,

che il mezzo più ovvio di comunicazione della scabbia trovasi radicato nelle locande in cui il povero e l’accattone vengono ricoverati la notte”. Se le autorità non si decidono a chiudere i Ricoveri di Mendicità “non si perverrà mai, per quanto severa sia la vigilanza dell’Autorità politica, ad eliminare da siffatti ricetti i fomiti della diffusione scabbiosa, non solo fra la poveraglia stazionata nella città, ma anche nelle genti di campagna; imperocché servono le locande del mendico cittadino a dar ricovero ben di frequente al terrazzano, allorquando le sue faccende lo obbligano a qui trattenersi la notte.

Ma chiudere quegli “asili” non è decisione che si prende a cuor leggero. Costano poco – da 3 a 12 centesimi a notte – e “il buon prezzo è tale incentivo, che fa trascurare i più essenziali riguardi anche da quelli che non devono comprendersi nella categoria dei poveri, e invita talvolta anche l’agiato campagnuolo, cui preme l’avarizia, a dar la preferenza a questi alberghi liberi d’ogni soggezione”. A Milano, durante l’epidemia di colera del 1867, le forze dell’ordine “fecero visite domiciliari” presso alcuni affittaletti “esigendo, ove occorreva, diminuzione nel numero dei letti, imbiancatura delle pareti, maggior pulizia nella biancheria”; ma anche la Commissione di Sanità della capitale lombarda deve riconoscere che questi “notturni convegni di gente avveniticcia, sono sempre fonte di disordini e di diffusioni di contagi, specialmente in alcuni dei quartieri più popolati della città”.

La sostanziale impossibilità di chiudere quei ricoveri a basso costo rimanda senza dubbio ai rapporti tra città e campagna, legami ben saldi soprattutto per le piccole realtà di provincia nelle zone agricole, ma anche ad una notevole mobilità interna alle città, a quella “comunanza di vivere” dei ceti più bassi notati a Bologna, ma che riguarda il popolo napoletano come quello di un’infinità di altri luoghi: “tutti, come qui si costuma, in qualunque malattia, amici, vicini, parenti, di qualunque età e sesso, visitavansi, conversavano non solo con chi serviva i vajuolosi, ma con questi medesimi”, osserva il medico del piccolo comune pugliese di Castellaro.

Il dato interessante non risiede tanto nella registrazione puntuale delle abitudini e dei comportamenti, ma nelle domande che sollecitano. Se si collega l’immensa povertà di questa umanità alla sua stessa esistenza, allora si finisce per inoltrarsi nella ricerca di traffici illegali, del contrabbando e dei suoi legami col banditismo (non solo meridionale), e cioè in una sfaccettata illegalità che mantiene in una certa misura il mondo legale e gli consente di funzionare anche in tempi di crisi profonda (e temuta). La proverbiale arte di arrangiarsi degli italiani non può essere considerata una spiegazione sufficiente. Dietro a qualunque professione, più o meno lecita che sia, ci sono interessi che occorre indagare.

Prime conclusioni

Moltissimo è rimasto fuori da questo articolo. La condizione di lazzaretti e ospedali, le molte paure suscitate dalla malattia, la diffidenza popolare verso la medicina ufficiale e i medici e, per contrasto, il dilagare di praticoni, cerretani e consimili che riscuotono ampi consensi tra la gente comune e provocano invettive tra la corporazione medica.

Un’altra pista da seguire attentamente è il linguaggio usato dagli osservatori. Medici o altri che siano, appartengono tutti ai ceti dominanti (anche nel caso dei medici condotti, che non se la passavano affatto bene). Termini come plebe, poveraglia, miserabili, meschini ecc. sono griglie interpretative grossolane. Se non aiutano a mettere a fuoco il mondo delle professioni e delle sue dinamiche, dicono molto però sulla distanza tra le classi sociali. Non è difficile riscontrare la congiunzione tra la preoccupazione per le condizioni igienico-sanitarie dei ceti popolari e l’auspicio di misure repressive. Ad esempio, la Commissione di Sanità di Torino ritiene che provvedendo con alcuni locali adeguatamente riscaldati e confortevoli, “si potrebbe dar ordine alle pattuglie giranti la notte di raccogliere questi infelici ed ivi condurli tanto più che sovente solto questa apparente miseria celasi la malizia ed è noto che alcuni fra di essi fanno la spia ai ladri notturni”.

Osservare quando e come questo linguaggio paternalistico ma sprezzante che traspira ripugnanza e paura comincia a cambiare, può rivelarsi una buona spia per mettersi sulle tracce di cambiamenti più profondi e decisivi. Siamo di fronte ad uno dei fenomeni tipici di lunga durata della nostra storia. Per questo ho assemblato articoli scritti a decenni di distanza, ma anche su questo dovremo tornare.

Alla prossima puntata.