Epidemie, malattie e altre sfortune – Seconda Parte

La storia delle epidemie ha una storiografia foltissima. Questi articoli non hanno lo scopo di aggiungere nulla di nuovo sull’argomento. I libri non sono sufficienti per fare ricerca storica; lo storico ha bisogno di integrare i suoi studi con altre fonti, archivistiche in primo luogo, ma non solo. Tuttavia questo materiale è importante, perciò pesco liberamente dalle biblioteche digitali saggi e opere che contengono informazioni che vanno al di là dell’argomento specifico. Si tratta di una letteratura in parte indagata, ma per molti aspetti non ancora utilizzata e sfruttata adeguatamente. Perciò mi limito ad alcune indicazioni.

Paure

Dopo le riforme introdotte in ambito medico dalla Rivoluzione francese il medico

“dovette gettarsi fra il popolo, smettere il suo aspetto grave e meditativo, il suo passo moderato, il sussiego, il mistero, la riservatezza: gli fu forza rinunciare alla sua parrucca inanellata, alle corte braghesse, ai dorati fibbioni […] all’anello dottorale. Bisognò che tutto riformasse […] e niuna differenza da quinci innanzi ponesse ne’ tratti fra il plebeo e il nobile, fra il ricco e il povero”. (Antigono Zappoli, Il medico di tutti i secoli, Bologna, 1855, volume 2. Nelle biblioteche digitali ho trovato soltanto il primo volume dell’opera).

Sembra quasi di leggere un necrologio. In effetti, in parte è così: la nostalgia del tempo che fu, il rimpianto del medico che scrive queste righe poco prima della metà del XIX secolo, sono il necrologio dell’Ancien régime, di quella intera epoca spazzata via dalla Rivoluzione francese (su questo, vedi Giorgio Cosmacini: Medicina e rivoluzione). La creazione delle condotte mediche e l’obbligo di frequentare le corsie d’ospedale registrando il decorso della malattia e le condizioni del paziente sul “tableau” (l’antenato della cartella clinica) sono provvedimenti che per un certo periodo i medici vivono come un declassamento: le condotte mediche, soprattutto quelle di campagna sono vaste e difficili da percorrere: in inverno molte strade diventano sentieri fangosi a causa del maltempo; spesso i municipi rifiutano di fornire ai dottori un cavallo per spostarsi; il lavoro diventa faticoso e malpagato. Le lamentele dei medici si moltiplicano: gli archivi comunali sono zeppi di questi reclami.

“Gittarsi tra il popolo” può significare molte cose. Innanzitutto si tratta di una scoperta. Non che prima le classi dirigenti non sapessero della condizione disperata delle fasce più povere della popolazione; ma si trattava per lo più di informazioni filtrate dalla sensibilità dei parroci, degli enti caritatevoli, di qualche filantropo. Ora i medici entrano nelle case – nei “tuguri”, come abbiamo visto nell’articolo precedente (Epidemie, malattie e altre sfortune.). Una cosa è sapere che ci sono condizioni di povertà; un’altra, e ben più sconvolgente, è vederla e conviverci – sia pure per il breve tempo di una visita. Toccare corpi sporchi giacenti in “letti” che spesso sono pagliericci con lenzuola e coperte non lavate da settimane se non mesi, frequentare corsie d’ospedale quando quest’ultimo è descritto spesso come una sorta di anticamera della morte (lo vedremo nei prossimi articoli); tutto questo provoca un profondo senso di declassamento nella categoria.

Il medico condotto svolge la funzione di cerniera tra le classi popolari e i ceti dirigenti: per formazione e cultura appartiene ai secondi, ma convive e lavora tra le prime. La popolazione dell’isola detta della Giudecca, a Venezia, “isola la più miserabile dove l’ozio, l’infingardaggine, la sporcizia, il puzzo delle case e degli abitanti non sono esprimibili” viene ritratta in modo impietoso: “lavoratori di corda, facchini da biade, pescatori tutti cenciosi vedonsi colle mani sulla cintola, donne cicalanti a torme di dodici, sedici con bambocci in braccio che non fanno nulla nemmeno filare” (Francesco Maria Marcolini, Intorno al cholera cianico di Venezia nell’ anno 1835. Annotazioni. Un’accozzaglia di gentaglia insomma.

Non sarebbe difficile moltiplicare descrizioni di questo tenore in relazione a molte città. Da esse traspare un disprezzo frutto di retaggi culturali radicati (la miseria come colpa del povero); ma che deriva anche dal contatto con soggetti sociali ritenuti inferiori.

Diffidenze

Soffermiamoci su questo aspetto anche se ovviamente non è l’unico. In primo luogo, in line a generale, le notizie attinenti le malattie venivano distorte con grande facilità. A Brescia, “la riproduzione di tal morbo succeduta in Vienna nella primavera del 1832 non turbò minimamente [la cittadinanza], e la sua scomparsa dagli stati austriaci in seguito avvenuta la rafforzò nella fiducia che l’Italia ne sarebbe andata per sempre incolume […]. L’idea ch’erasi formata questo popolo […] rappresentava il cholera come una malattia destinata a mietere le sue vittime nelle grandi città e nelle capitali, ove dappresso all’opulenza ed al fasto scorgesi la più turpe miseria ed il più ributtante squallore, o in paesi di mal’aria, o sopra terreni pessimamente condizionati e popolati da genti povere e sudicie. Da qui si fece forte nell’opinione che un tal male non avesse ad estendere le sue radici, né potesse allignare sopra un suolo dei meglio costituiti, in un’aria generalmente pura, e sotto un cielo mite, sereno e sfolgorante di luce qual è quello d’ Italia” (Guglielmo Menis, Saggio di topografia statistico-medica della provincia di Brescia: aggiuntevi le notizie storico-statistiche sul cholera epidemico che la desolò nell’ anno 1836).

Suggestioni e dicerie (alle quali non sono del tutto estranei nemmeno i medici, come avverte uno di essi), forse dovute a “un sommo pregiudizio ed errore adottato non solamente dal volgo, ma eziandio da molti che al volgo non appartengono […], fu quello che il vero e legittimo cholera morbus per esser tale debba troncare la vita degli attaccati in poche ore” (Giovanni Filippo Spongia: Comentarii di medicina. Volume 1; opera periodica). Vox populi destinata a capovolgersi immediatamente e a trasformarsi in panico una volta che l’epidemia inizia a diffondersi e a mietere vittime. Allora “eravi la generale opinione che attaccasse l’uomo come un colpo di fulmine […] e questa idea fatale domina pur troppo anche oggidì nel popolo. Questo pensiero nella sua prima invasione spaventava tutti” (Luigi Toffoli, Conforti ai paurosi del colera indiano ed avvertimenti al popolo). (Ho notato la stessa reazione a Faenza in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale del 1817, Banzola Matteo L’anno senza estate. Carestia ed epidemia nella Legazione Pontificia di Ravenna, 1817-1818, in QUADERNO 22 (2019)).

Se i medici vivono le riforme introdotte dalla Rivoluzione francese ed esportate in tutta Europa dagli eserciti napoleonici come un ingiustificato declassamento, la loro frustrazione è accresciuta dal fatto che, in genere, la popolazione diffida di loro. Spesso il medico non viene creduto: “sempre si chiama il medico solamente negli ultimi stadi, e nei momenti della maggior gravezza, e cioè quando non è più curabile”, scrive un medico dell’imolese nei primi anni Quaranta a proposito della pellagra. Pochi anni più tardi, in occasione di una epidemia di vaiolo a Bologna, un medico denunciava che “molti, anzi moltissimi bambini e fanciulli erano fino allora privi della vaccina, non tanto per negligenza quanto per cieca ed ostinata ripugnanza dei proprii genitori e parenti a quel preservativo” (Società Medico-Chirurgica di Bologna; Bullettino delle Scienze Mediche, col 20, 1851), convinti che l’inoculazione del vaccino equivalga all’inoculazione della malattia.

Superstizioni, rimedi popolari e “rimedi dell’arte”

Le lamentele dei medici non sono infondate. Eppure, di fronte al panico scatenato dall’estendersi delle epidemie, tra le classi popolari si tende ad affidarsi alla “mirabilia di alcuni amuleti” fabbricati e venduti da “ceretani” senza scrupoli. A Milano, uno che “ha grande spaccio” è formato “d’un tubo di penna da scrivere ripieno di mercurio metallico e chiuso ai due estremi con cera lacca [e] vestito di alcuni adornamenti di color rosso, lo si raccomanda al collo la mercé di un nastrino pure rosso” (Precetti salutari onde essere preservati dal cholera-morbus ed adattati spezialmente alla maniera di vivere de’ Lombardi). (Sull’argomento si veda lo splendido libro di Giorgio Cosmacini, Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina).

A Napoli, ci informa Salvatore De Renzi “preservativi pel colera ne chiedevano tutti. Si videro in sulle prime i sigari canforati, e le tinture aromatiche, o canforate, e gli aceti, e cento secretuzzi, nelle mani di tutti. Poscia […] alcuni volevano circondarsi di un isolatore pel colera , e ricorsero alle resine, alla seta, alla lana, alle piastre metalliche, alle bottigline di mercurio metallico […]. Alcuni prendevano tutte le mattine un decotto di camomilla, rimedio innocente. Altri adoperavano la limonea gazosa formata col bicarbonato di soda e sugo di limone”. “Rimedi innocenti”, conclude giustamente il medico, ma quali erano i “rimedi” offerti dalla medicina?

“Prima che arrivi il medico soccorso conviene eccitare fortemente la pelle e richiamarvi il calore con applicarvi cenere o sabbia calda dentro a pannolini”, consiglia un dottore che si è scagliato contro ciarlatani che si spacciano per dottori. Un altro ritiene che contro il colera “si possono ottenere grandi vantaggi dai bagni di vapore fatti nella seguente maniera: si colloca sotto una seggiola ordinaria un vaso di terra contenente una pinta d’aceto [al quale si devono aggiungere] due ottavi di canfora disciolta in due o tre once di spirito di vino. Nel medesimo tempo si fanno arroventare pezzi di ferro o di pietre o di mattoni Si fa quindi sedere sulla seggiola il malato spogliato delle sue vesti Si copre poscia con coperte di lana la seggiola ed il malato dal collo fino ai piedi i quali dovranno posare su panno di lana o d’un altro panno qualunque. Ogni cosa così disposta si gettano nell’aceto ad intervalli di pochi minuti secondi i pezzi di ferro o di pietre arroventati. L’aceto in tal modo si scalda e si riduce ben presto in vapore. Questo bagno deve durare da 10 a 15 minuti. Dopo di ciò si rimette l’ammalato in letto”.

Con considerazioni di questo genere siamo poi così distanti dalla superstizione? In realtà molti medici ammettono di essere impotenti di fronte all’insorgere di molte malattie. Ciò che possono fare è promuovere avvertimenti e consigli per tentare di prevenire il diffondersi dei contagi sollecitando “fumigazioni” degli ambienti, disinfezioni, imbiancature, vitto moderato e igiene personale. Ma come abbiamo visto nell’articolo precedente e come ribadiscono in molti, i loro precetti sono destinati a cadere nel vuoto.

Ad esempio, a Como, “sussistono ancora così in città come nei sobborghi alcune località con viottoli angusti tortuosi non ventilati case depresse umide non aerate ed abitazioni al tutto malsane per mancanza d’aria e di luce ed ivi trovasi addensata la classe più povera della popolazione costretta a trascinare l’esistenza fra lo squallore e gli stenti, indifferente anzi ritrosa agli ordinamenti d’igiene pubblica e privata” (Alessandro Tassani, Cenni topografici statistico-medici sulla città di Como).

Il Dottor Tassani stilava queste note nel 1861, in anni in cui la medicina stava conoscendo profonde trasformazioni passando dall’arte medica a scienza, da sapere sperimentale a scienza. In realtà, per molto tempo, la distanza tra medicina ufficiale e sapere popolare fu minima o poco più:

“Non si stenta a trovare qua e là in questo territorio [di Dozza] delle piante medicinali, che possono servire a chi è privo di mezzi necessari di procacciarsele nelle farmacie. Quanto a me, non ho esitazione, quando ho a curare poveri attaccati da croniche tossi, di far loro prendere i decotti di tossilagine, di edera terrestre, di lichene, di poligola che essi medesimi vanno a raccogliere per la campagna. Così per le affezioni scorbutiche e pellagrose, e specialmente per queste ultime così comuni in questo territorio, insegno loro a rivolgersi alla beccabunga al nasturzio acquatico, alla fumaria, erbe prodotte da terreni acquitrinosi” (Bullettino delle scienze mediche. Volume 12, 1847).

Ecco allora che “senapismi”, cataplasmi, “bevande sub-acide”, succo di tamarindo ecc. prescritti dai medici e in uso negli ospedali non si distanziano poi molto dalla pratica popolare.

Conclusioni

L’intento di questo articolo non è quello di screditare la medicina moderna ancora in formazione, quanto piuttosto quello di mostrare, anche con pochi esempi, l’ampiezza delle informazioni che si possono recuperare da scritti e opere spesso trascurate. Certo, non tutte, ma moltissime sono le memorie, i saggi brevi, gli opuscoli, non di rado scritti da medici rimasti sconosciuti che offrono agli studiosi informazioni preziose.


Epidemie, malattie e altre sfortune.

Tempo fa ho buttato giù qualche riga titolando l’articolo Entrare “di traverso” nella storia in cui accennavo ad alcune fonti che a mio giudizio sono particolarmente utili per la comprensione della storia. Qui riprendo e amplio un poco il discorso saccheggiando le biblioteche digitali. Le fonti, che non cito come si farebbe in un saggio su rivista (del resto queste note non lo sono, sono una specie di brogliaccio) provengono da Google libri, Internet Archive, MDZ e, per il Colera a Bologna, dallo splendido portale realizzato dalla biblioteca Archiginnasio: 1855 Cholera morbus. Società e salute pubblica nella Bologna pontificia

Avvertenza

Va da sé che da sole non bastano: occorre inquadrarle nel contesto economico, produttivo, politico locale e collegarlo al quadro nazionale; restano esclusi qui monografie già pubblicate e materiale d’archivio. Ma, ci tengo a ribadirlo, un blog non è una rivista specializzata. Ciò che si può fare con un blog è incuriosire, suggerire dei percorsi, indicare delle fonti. E ciò di cui disponiamo oggi è comunque sufficiente a rendere l’idea di mondi oggi scomparsi e di dinamiche che hanno attraversato la storia.

Con i limiti appena indicati (e altri che emergeranno nel corso del racconto), la storia delle epidemie offre molti spunti e indicazioni. Prendiamo, ad esempio quella di colera asiatico che colpì più volte il nostro paese.

Abitare in città

Siamo nell’anno di (dis)grazia 1854, anno funesto perché il “morbo asiatico” infuria in molte zone e città della penisola. I medici, affermati o sconosciuti che siano, scrivono molto sull’epidemia e in molti casi le loro relazioni sono infarcite di informazioni preziose.

Possiamo iniziare il nostro viaggio partendo dalla considerazione più ovvia, sostenuta dalla maggioranza dei medici, e cioè che le epidemie colpiscono molto più violentemente i poveri di chi vive in condizioni agiate: “in generale i poveri più che i ricchi sono dal cholera mietuti”, sintetizza la Regia Commissione Medica Piemontese, con un parere che trova un consenso unanime tra i medici dell’intera penisola. Gli scritti dei medici ci permettono dunque di avvicinarci alle abitudini e condizioni di vita delle classi popolari.

L’alimentazione

Il nesso tra povertà e epidemia è ben illustrato da caso genovese. L’anno precedente l’epidemia è stato un anno strano: particolarmente e insolitamente freddo al punto che a luglio l’estate non si era ancora presentata; battuta da venti freddissimi in un inverno protrattosi molto più a lungo rispetto al normale. Poi, da luglio inoltrato, la città ha dovuto fare i conti con un caldo torrenziale. Gli anziani faticano a ricordare annate così strane e inclementi. La durezza di quell’annata eccezionale provocò una grave carenza di cereali, vino e prodotti dell’ulivo e a farne spese, prima e più di tutti, è la popolazione che si trova “stipata nei quartieri più poveri, più sudici e mal collocati della città”. Le autorità corrono ai ripari abbassando il prezzo del pane e allargando i cordoni della borsa della beneficenza, ma questi provvedimenti si dimostrano insufficienti.

A Genova il popolo minuto si ciba in larga misura di pesce. In quell’anno il mare è stato generoso; la pesca degli scampirri è stata abbondante: i genovesi mettono sott’olio la carne di tonno giovane (gli scampirri, appunto) e ne fanno provvista per i mesi invernali. La disponibilità di tonno a buon mercato si prolunga fino alla primavera e oltre. Senonché la scarsa disponibilità di olio costringe la popolazione a sostituirlo con olio di sesamo e un altro condimento che i genovesi chiamano colsat; condimenti di scarsa qualità che provocano una “corruzione putrida” nel pesce. Il rischio di ritrovarsi con merce invenduta, “indusse necessariamente i venditori a ribassare straordinariamente il prezzo del tonno, che a qualche soldo per lib[b]ra smerciavasi con grande affluenza”. I genovesi, insomma, si ingozzano di “tonno guasto”.

Nutrirsi di cibo “guasto” non è affatto salutare. E’ vero che una lunga tradizione medica distingue tra gli stomaci dei ricchi e quelli dei poveri: più delicato quello dei primi e più robusto e lavoratore quello dei secondi. Il che significa che i poveri possono nutrirsi di alimenti che ai ricchi risulterebbero non solo indigesti ma molto difficili da digerire. Ma oltre al fatto che questa teoria sta perdendo terreno tra i medici, una cosa sono i cibi pesanti, un’altra la carne andata a male: “l’abuso […] de’ crostacei e de’ pesci di cattiva qualità” può “contribuire non poco alla produzione di siffatto morbo”, avvertono i medici da Venezia. Insomma, mangiare carne guasta infiacchisce il fisico e lo predispone a contrarre la malattia.

A Napoli “quasi tutti sono soliti, chi uno chi due volte la settimana, mangiar minestre verdi, sia di cicorie, sia ancora di cavoli cappucci, che ben condiscono con grassi e con salami”. In quell’anno però le erbe usate normalmente per condire si presentano “arsicce”, dure e poco invitanti. La gente preferisce di gran lunga la frutta: mandorle, pesche, pere, fichi, meloni e poponi, tutti disponibili in gran quantità e a bassissimo costo. Ma la frutta, sebbene consigliata da alcuni medici durante il corso della malattia, è generalmente guardata con sospetto. Fermenta e per questo si ritiene che favorisca disturbi gastrici e perciò il suo consumo è altamente sconsigliabile nel corso di un’epidemia di colera. A Bologna viene vietato anche il consumo di latte in quanto “scioglie il ventre”.

Anche a Roma, in occasione dell’epidemia del 1867, sono i quartieri popolari quelli più colpiti: Monti, Trastevere e Borgo. Qui, curiosamente – stando almeno all’opinione di un osservatore – sono i locandieri e gli osti ad essere additati di fornire piatti dalla salubrità discutibile gli avventori. A suo dire, “si può dimostrare che gli abitanti dei tre detti Rioni impotenti per buona parte a procacciarsi un vitto scelto nelle proprie case sono costretti di andarlo a consumare nelle taverne”. Un’affermazione quanto meno insolita, anche se è vero che il numero delle osterie e delle taverne è alto.

A Volterra la connessione tra alimentazione insufficiente e/o scadente appare molto meno evidente. I “tre quarti” della popolazione guadagna “discretamente nelle manifatture degl’alabastri”, cosa che le consente di “cibarsi bene”, ed infatti “il primo pensiero della mattina è quello di portarsi alla piazza a scegliere i migliori bocconi”, la cui natura però ci resta ignota. Eppure anche qui, come vedremo tra poco, i colpiti furono molti.

Tuguri, camerette, caverne

A metà secolo, tra due epidemie di colera, Bologna è colpita da un’epidemia di vaiolo. Non tutta la città in verità è interessata allo stesso modo: “al levante ed al settentrione della città […] non vi [sono] che pochi e rarissimi casi”. Al contrario, nelle “contrade S. Felice e Lamme e [le] vie intermedie a queste” sono più colpite. “S. Felice e Lamme [Lame]” sono i quartieri popolari. Qui “molte donne, quasi tutte madri di numerosa e tenera figliuolanza”, vanno “a certi magazzini detti di abbigliamento, a talune sartorie militari per prendere a cucire camicie, mutande, calzoni, cappotti ed altre tali cose, nelle quali sartorie vi si trovavano d’ordinario alcuni militari, i più malconci di vestito, per essere provveduti di quanto loro occorreva ed in quei magazzini eranvi, oltre gli indumenti nuovi già lavorati, grandi depositi di spoglie lorde, guaste e dismesse”.

Frugare tra quegli stracci infetti significa diffondere il morbo. Sarte, cucitrici, filatrici, casalinghe e straccivendole alla ricerca di qualcosa diffondono involontariamente la malattia. “Ad agevolare la propagazione e diffusione”, osserva un medico “vi ebbe gran parte la trascuranza nei più di ogni precauzione sanitaria […]. Convivevano assieme sani e malati dentro camere anguste, oscure, non ventilate, e certuni di questi avevano perfino il letto comune con essi […]. A quelle camere medesime dove stavano vaiuolosi avevano adito liberamente le persone tutte che abitavano la casa od altre fors’anche delle contrade, essendo propria di quella classe di gente una speciale vicendevole famigliarità e comunanza di vivere.

Quando sul finire del 1854 fa la sua comparsa il Colera, la malattia si presenta “in una parte della città dove regna maggior sucidume e grande miseria; ove non è infrequente l’incontrare nello stesso ambiente l’uomo col giumento o cavallo vivere insieme; ove le case e le strade mancano di chiaviche e degli scoli opportuni onde di continuo s’innalzano putride emanazioni”. Si tratta della via Pratello, in pieno centro. Stranamente la malattia risparmia quasi completamente quella zona. Infuria comunque in altre ed anche in questo caso il maggior numero di vittime si verifica tra le classi popolari: braccianti, canapini, lavandai, cucitrici e professioni che richiedono il contatto col pubblico.

Anche a Napoli le “lavandaje” e le loro famiglie han sofferto il colera”. E anche qui i medici suppongono perché si “trovavano di essere a contatto di oggetti imbevuti di materiali colerici”. Le osservazioni dei medici di Bologna e Napoli si possono confrontare con quelle di un collega di Milano il quale, notando una netta maggioranza di casi maschili rispetto a quelli femminili, la attribuisce al fatto che, diversamente alle donne di campagna, le milanesi escono poco di casa. Siamo allora di fronte ad una forma di socialità popolare diversa, già influenzata dalla maggior riservatezza della borghesia. Senza dubbio lo è rispetto alla pullulante e vivacissima socialità napoletana.

La situazione di Napoli è per certi aspetti spaventosa: nel quartiere Chiaja vi sono le Grotte degli Spagari, definite in una pubblicazione “vere tane destinate per numerose famiglie”; nel Quartiere Porto “sopra quelle arene e que’ frammenti di rottami misti a depositi lasciati dalle acque e dalle impurità, […] vennero costruite alcune case senza simmetria, senza ordine, senza lume, senza sole; piccoli e stretti viottoli, altri chiusi ed impervi, altri serpeggianti in labirinti; e qui un arco e là un angolo; e per tutto, luridezza e malproprietà. Case elevatissime” prosegue l’impietosa descrizione, “con scale strette nere affumicate, che mettono per ogni pianerottolo in una o più stanzette, che si aprono in que’ viottoli o in una piccola corte come in un pozzo. Condotti di acque immonde con poco declivio verso il mare, quasi ristagnanti sopra un terreno bibulo […]. E miserabili di ogni maniera si adunano in que’ tugurii, e non sempre una sola famiglia, ma spesso diverse persone e grandi e piccole si raggruppano la notte in mezzo a ’miasmi che esalano da ogni maniera d’impurità”. Non a caso qui il colera fa una vera strage.

Lo stesso vale per Genova: le case abitate dalla “plebe”, riferisce un medico nel 1835, “sono situate in viottoli ristrettissimi, mancano di cortili, di aria e di luce; le stanze sono basse, ristrette e immonde; le persone entrovi stivate” . Identica situazione a Volterra, dove nelle vicinanze del Collegio di S Michele si trovano “case tanto malsane e sudicie da non mai figurarsele, ed i loro abitanti dei più miserabili della popolazione […], certi tuguri umidi e sudici da non saper farsi idea del come si possa vivervi a lungo”. Anche a Brescia il morbo fu più violento nei quartieri popolari: “si fissò nelle parrocchie di S. Giovanni e di S. Faustino, facendo segno de’ suoi danni la poveraglia in esse stanziata. Gli attacchi si andavano moltiplicando in guisa che intorno alla metà del mese contavansene più di trenta al giorno”. Agghiaccianti le scene riportate a Palermo:

Furono i soliti chiassi e viuzze strette furono gli antigienici catodi e le case sottostanti al livello delle strade che diedero il maggior contingente di morti Era cosa desolante davvero per chi entrava in quei tuguri ove manca l’aria la luce e l’olfatto è ferito da una nauseante esalazione di umidità e di muffa il vedere poveri infermi giacere a terra o su luridissimi pagliericci spesso senza lenzuola e senza coperte tenersi coricati a fianco dei teneri pargoletti e di giovanette adolescenti che spesso poi erano attaccati dal morbo. In un meschino catodio del Chiasso Sciacchittano una sera giacevano sullo stesso letto un bambino a 22 mesi già morto la madre affetta da colèra tifico ed una fanciullina con sintomi di colèra a primo periodo simile scene non erano rare ad osservarsi.

Il problema degli alloggi riguarda tutte le grandi città. A preoccupare la Commissione d’igiene di Torino sono le “soffitte” nelle quali la “povera gente vi gela nell’inverno e vi soffoca nella ‘state”. Sarebbe anche il caso “che si provvedessero alcuni locali sufficientemente riscaldati per l’inverno nei quali vi fossero tavolati con poca paglia sopra di essi affine di ricoverarvi quegli infelici specialmente fanciulli che si rinvengono giacevoli per le vie sul nudo suolo con grave scandalo dei forestieri specialmente e con evidente pericolo per la salute di questi meschini”.

Quando le malattie contagiose arrivano in città, le “soffitte” di Torino o i ballatoi di Milano si trasformano immediatamente in focolai d’infezione che diffondono velocemente la malattia di caseggiato in caseggiato.

Alcune piste

Cosa troviamo in questi tuguri e camerette assai poco accoglienti? Il fatto che siano affumicate ci dice che nei mesi invernali sono riscaldate alla meglio; che vi è una grave insufficienza di “letti e coverture” cioè coperte; che molti – soprattutto se orfani o giovanetti o donzelle – dovendo essere rivestiti in quanto il loro vestiario, sporco e infetto, viene bruciato, non dispongono nemmeno di un cambio di biancheria. Ci mostra una promiscuità di fronte alla quale non pochi medici e i borghesi si ritraggono inorriditi e che, a sua volta, suscita interrogativi.

Quante famiglie condividono quelle camere molto meno che modeste? Chi sono “tutte le persone che abitano la casa? Cucitrici certo, ma gli altri? Quanto costano gli affitti? A chi appartengono allora quelle abitazioni precarie? Se non si dispone neppure di un ricambio di vestiario è difficile immaginare una casa di proprietà. E, allora, qual è la politica edilizia nelle città? Uno spunto ci viene da un medico bresciano.

A Brescia la scabbia non è un problema grave; è presente ma non diffusa. Non di meno il medico ne parla: “ho potuto convincermi”, scrive,

che il mezzo più ovvio di comunicazione della scabbia trovasi radicato nelle locande in cui il povero e l’accattone vengono ricoverati la notte”. Se le autorità non si decidono a chiudere i Ricoveri di Mendicità “non si perverrà mai, per quanto severa sia la vigilanza dell’Autorità politica, ad eliminare da siffatti ricetti i fomiti della diffusione scabbiosa, non solo fra la poveraglia stazionata nella città, ma anche nelle genti di campagna; imperocché servono le locande del mendico cittadino a dar ricovero ben di frequente al terrazzano, allorquando le sue faccende lo obbligano a qui trattenersi la notte.

Ma chiudere quegli “asili” non è decisione che si prende a cuor leggero. Costano poco – da 3 a 12 centesimi a notte – e “il buon prezzo è tale incentivo, che fa trascurare i più essenziali riguardi anche da quelli che non devono comprendersi nella categoria dei poveri, e invita talvolta anche l’agiato campagnuolo, cui preme l’avarizia, a dar la preferenza a questi alberghi liberi d’ogni soggezione”. A Milano, durante l’epidemia di colera del 1867, le forze dell’ordine “fecero visite domiciliari” presso alcuni affittaletti “esigendo, ove occorreva, diminuzione nel numero dei letti, imbiancatura delle pareti, maggior pulizia nella biancheria”; ma anche la Commissione di Sanità della capitale lombarda deve riconoscere che questi “notturni convegni di gente avveniticcia, sono sempre fonte di disordini e di diffusioni di contagi, specialmente in alcuni dei quartieri più popolati della città”.

La sostanziale impossibilità di chiudere quei ricoveri a basso costo rimanda senza dubbio ai rapporti tra città e campagna, legami ben saldi soprattutto per le piccole realtà di provincia nelle zone agricole, ma anche ad una notevole mobilità interna alle città, a quella “comunanza di vivere” dei ceti più bassi notati a Bologna, ma che riguarda il popolo napoletano come quello di un’infinità di altri luoghi: “tutti, come qui si costuma, in qualunque malattia, amici, vicini, parenti, di qualunque età e sesso, visitavansi, conversavano non solo con chi serviva i vajuolosi, ma con questi medesimi”, osserva il medico del piccolo comune pugliese di Castellaro.

Il dato interessante non risiede tanto nella registrazione puntuale delle abitudini e dei comportamenti, ma nelle domande che sollecitano. Se si collega l’immensa povertà di questa umanità alla sua stessa esistenza, allora si finisce per inoltrarsi nella ricerca di traffici illegali, del contrabbando e dei suoi legami col banditismo (non solo meridionale), e cioè in una sfaccettata illegalità che mantiene in una certa misura il mondo legale e gli consente di funzionare anche in tempi di crisi profonda (e temuta). La proverbiale arte di arrangiarsi degli italiani non può essere considerata una spiegazione sufficiente. Dietro a qualunque professione, più o meno lecita che sia, ci sono interessi che occorre indagare.

Prime conclusioni

Moltissimo è rimasto fuori da questo articolo. La condizione di lazzaretti e ospedali, le molte paure suscitate dalla malattia, la diffidenza popolare verso la medicina ufficiale e i medici e, per contrasto, il dilagare di praticoni, cerretani e consimili che riscuotono ampi consensi tra la gente comune e provocano invettive tra la corporazione medica.

Un’altra pista da seguire attentamente è il linguaggio usato dagli osservatori. Medici o altri che siano, appartengono tutti ai ceti dominanti (anche nel caso dei medici condotti, che non se la passavano affatto bene). Termini come plebe, poveraglia, miserabili, meschini ecc. sono griglie interpretative grossolane. Se non aiutano a mettere a fuoco il mondo delle professioni e delle sue dinamiche, dicono molto però sulla distanza tra le classi sociali. Non è difficile riscontrare la congiunzione tra la preoccupazione per le condizioni igienico-sanitarie dei ceti popolari e l’auspicio di misure repressive. Ad esempio, la Commissione di Sanità di Torino ritiene che provvedendo con alcuni locali adeguatamente riscaldati e confortevoli, “si potrebbe dar ordine alle pattuglie giranti la notte di raccogliere questi infelici ed ivi condurli tanto più che sovente solto questa apparente miseria celasi la malizia ed è noto che alcuni fra di essi fanno la spia ai ladri notturni”.

Osservare quando e come questo linguaggio paternalistico ma sprezzante che traspira ripugnanza e paura comincia a cambiare, può rivelarsi una buona spia per mettersi sulle tracce di cambiamenti più profondi e decisivi. Siamo di fronte ad uno dei fenomeni tipici di lunga durata della nostra storia. Per questo ho assemblato articoli scritti a decenni di distanza, ma anche su questo dovremo tornare.

Alla prossima puntata.


Recensione. Klaus Bergdolt: La grande pandemia

Un libro chiaro, esaustivo e spesso sorprendente sull’epidemia di peste del 1348-’51.

Scopo del libro di Bergdolt è capire “come la peste nera generò il mondo nuovo”. Così recita il sottotitolo de La grande pandemia. Quali furono le conseguenze della grande epidemia di peste del 1348-51?

Le epidemie non erano un fatto nuovo, erano conosciute da tempo, ma la Peste Nera irruppe sulla scena della storia come una catastrofe inaudita, come terribile punizione divina, come un evento che preannunciava la fine del mondo. Falcidiando un terzo della popolazione europea, la peste nera fu un evento sconvolgente. Non si era mai vista una malattia con un tasso di mortalità così alta e con una rapidità di propagazione in quella misura. Tutte le testimonianze, raccolte con acribia dall’A., dall’Italia alla Spagna, dalla Francia all’Irlanda, dall’Austria ai paesi scandinavi concordano su questo aspetto.

Le vicende sono note. La peste si diffuse seguendo le rotte commerciali – la via della seta – e approdò in Europa a bordo delle navi. L’arrivo in porto di una nave che non si sapeva ancora essere infetta innescava immediatamente il propagarsi del morbo nella città e, da lì, iniziava a dilatarsi di città in città, di borgo in borgo. Questo schema si ripeté ovunque: navi provenienti da Caffa (nella Crimea di oggi) la portarono in alcuni porti italiani; navi italiane la spostarono in Francia; altre navi la fecero arrivare in Spagna e in Inghilterra; ovunque lo scenario fu identico: “non appena i marinai [infettati] scendevano a terra in una qualche località ed entravano in contatto con delle persone queste morivano”, scrive un cronista del tempo (p. 52). Via terra dall’Italia del nord la peste si propagò prima in Austria, poi in Germania e nell’Est Europa.

L’origine asiatica della malattia fu indicata in breve tempo, ma la morte repentina di un numero spropositato di persone non poteva non diffondere voci incontrollate su di una malattia con una letalità che lasciava sgomenti: le conoscenze geografiche erano incerte e quanto mai lacunose. Il Catai e le zone dell’Asia dalle quali la peste proveniva erano luoghi in qualche modo mitici, di cui non si sapeva pressoché nulla e nei quali – ed era l’opinione anche di medici prestigiosi chiamati dalle autorità a indagare sull’epidemia – si riteneva che si fossero verificati fenomeni climatici del tutto inusuali e imprevedibili, interpretati come pessimi presagi.

Così come non si sapeva nulla sul fatto che fossero i topi e le pulci i responsabili dell’epidemia, presenze abituali nella vita quotidiana di tutti e diffusi ovunque: nelle navi, nelle città, nelle, vie, nelle case. Essendo l’igiene personale più discutibile per non dire quasi inesistente, letti, vestiti, sacchi di tela, merci di vario genere, erano un habitat perfetto per le pulci infette.

La presenza del tutto scontata di topi e pulci, ritenuta fastidiosa ma innocua per la salute, portava medici e cronisti ad imputare ai miasmi, ai venti caldi e umidi, e alla discrasia degli umori la responsabilità della malattia. Secondo questa teoria la peste veniva trasportata e sparsa ovunque da aria impura. Solo pochi medici arabi attivi in Spagna cominciarono a sospettare che la malattia fosse il risultato di un contagio che avveniva dal contatto ravvicinato di persone e cose infette (pp. 97-98).

La panoramica effettuata dall’Autore sui vari paesi che ci hanno lasciato testimonianze scritte permette di registrare ovunque reazioni simili di fronti all’esplodere incontrollabile del flagello. L’amministrazione delle città fu sottoposta a sforzi estremi: l’alto numero di decessi anche tra le élites che le governavano ridusse fino alla sospensione temporanea le riunioni dei Consigli e quindi le decisioni per fronteggiare l’emergenza: è questo il caso di Messina, Trento e Venezia (p. 67). Ma indipendentemente da questo fattore, certo non trascurabile, il contagio ridusse al minimo i rifornimenti alimentari, il controllo dei prezzi e dell’ordine pubblico. La criminalità aumentò, la morale pubblica decadde e le famiglie si spaccarono o si dissolsero: accudire un ammalato significava avere la certezza quasi assoluta di infettarsi e quindi di finire all’altro mondo in pochi giorni. A Venezia furono prese misure drastiche che finirono per coinvolgere perfino i moribondi: morti e persone in fin di vita venivano trasportate su isolotti al di fuori dal centro abitato e abbandonati al proprio destino (i famigliari dei malati, se volevano, potevano seguirli…). In molte città fu vietato l’ingresso ai forestieri. A Pistoia il divieto venne esteso agli abitanti che intendessero spostarsi in zone in odore di infezione.

Il dato che si deve sottolineare è che, a parte il suggerimento di fuggire il più lontano possibile, colto al volo da coloro che ne avevano la possibilità come dimostrano i molti casi di famiglie, medici, religiosi e magistrati, la medicina svolse un ruolo del tutto marginale nelle misure prese per contrastare l’epidemia. Le teorie dei miasmi e degli umori, col loro corollario di diete specifiche, di proibizioni sul consumo di determinate carni, soprattutto di pesce, avevano una loro logica, ma semplicemente si basavano su presupposti del tutto inefficaci.

Anche i precetti e le proibizioni dettate dalle autorità cittadine risultarono vani, ma ebbero il merito, quanto meno, di appuntare lo sguardo sull’importanza dell’igiene delle città. In breve, anche se si trattò di misure assolutamente insufficienti, fecero da apripista a regolamenti futuri. (Per esempio, nel 1349 a Londra si presero provvedimenti per liberare le strade della città dalle feci, p. 119).

L’inefficacia della medicina attirò l’attenzione critica di poche menti particolarmente perspicaci come quella del Petrarca, ma mantenne intatto il proprio prestigio. Il Medioevo guardava con ammirazione all’età classica e l’autorevolezza degli antichi non venne scalfita. D’altra parte i medici si trovarono a combattere una malattia dalla virulenza sconosciuta e se per alcuni la fuga di un dottore smascherava la propria impotenza o anche qualcosa di peggio, non dovremmo dimenticare che a quell’epoca “esisteva una tradizione deontologica a non curare quei malati che non potevano essere aiutati” (p. 231). È un dato sorprendente e lontanissimo dalla mentalità odierna, ma aveva una sua logica: non essendovi la possibilità concreta di erigere in tempi brevi ospedali e ricoveri ed essendo la medicina disarmata di fronte a quella calamità, era sensato puntare alla cura di coloro che si riteneva potessero sopravvivere. Considerata da questa prospettiva, la fuga di un medico appariva meno biasimevole di quanto potremmo supporre.

D’altra parte anche il sapere medico ne risentì, non soltanto per la permanenza di teorie antiche, ma anche per la morte di alcune delle menti più brillanti che insegnavano nelle università, per l’interruzione forzata dei corsi e per il minor numero di studenti. I professori deceduti furono sostituiti con altri meno colti e preparati.

Lo stesso decadimento riguardò anche la Chiesa e le istituzioni ecclesiastiche. Non pochi vescovi si ritirarono nelle loro abitazioni di campagna o comunque lontano dai centri maggiori lasciando in sospeso questioni burocratiche e vita amministrativa ed elessero supplenti giovani e impreparati. Fu un fenomeno che toccò da vicino anche molti monasteri e conventi, dal momento che questi furono colpiti in modo considerevole dalla malattia e ne rimasero falcidiati.

Ma sia nel caso delle amministrazioni cittadine che delle università e della Chiesa, l’A. ci mostra effetti sorprendenti. Con la morte e la fuga di molti cittadini, le amministrazioni si ritrovarono a disposizione ampie zone su cui erigere nuovi palazzi e chiese; una volta passata la catastrofe le università si moltiplicarono ovunque, anche grazie a ingenti lasciti di ricchi deceduti; lasciti che andarono a rimpinguare le casse degli enti di beneficenza, caritatevoli, di monasteri, chiese ecc. Dunque, quanto meno sul medio, e sicuramente sul lungo periodo, la peste rimodellò in una certa misura le città, favorì l’ampliarsi della cultura e della circolazione delle idee e irrobustì la Chiesa.

La posizione in cui venne a trovarsi la Chiesa non fu affatto semplice. In una società intrisa di religiosità come quella medievale non fa nessuna meraviglia se il considerare la peste un castigo divino abbia prodotto due fenomeni solo apparentemente lontani come i flagellanti e ondate di persecuzione contro gli ebrei.

Già molte tempo prima dell’epidemia, profezie catastrofiche e annunci di sciagure circolavano abbondantemente nell’Europa del tempo. La peste parve la loro incarnazione e furono in molti a pensare che la fine del mondo fosse imminente o che sarebbe arrivato l’Anticristo. Esisteva un terreno fertile sul quale potevano attecchire movimenti millenaristici o, come quello dei flagellanti, dediti come si deduce dall’appellativo, a penitenze estreme. Furono il clima generale di instabilità e l’insicurezza del vivere divenuto improvvisamente un fatto quotidiano enormemente accentuati dall’epidemia a far lievitare, almeno inizialmente, la capacità di attrazione del movimento dei flagellanti. Nei loro confronti la popolazione provava un misto di repulsione e attrazione: repulsione in quanto, poco dopo il loro apparire arrivava la peste; attrazione perché esprimevano, sia pure in modo radicale ed esasperato, ansie di rinnovamento ampiamente condivise. Inizialmente il loro successo fu notevole: la gente ne ammirava la perfetta obbedienza verso i capi, la devozione e la non curanza del pericolo con i quali si prendevano cura di ammalati e appestati e si sentiva attratta da una scelta di vita estrema. L’alone di misticismo e di potente organizzazione interna, che sapevano diffondere con accurate scenografie e prediche efficaci, attraeva verso di loro un numero crescente di persone in cerca di una sicurezza che, in modo apparentemente paradossale, non derivava dalla ragione ma dall’irrazionalità e dalle fede cieca.

Ma, come spesso accade in questi casi, il lievitare tumultuoso delle adesioni, finì per infiacchire il movimento e per screditarlo: molti ladri, ad esempio, vi si infiltrarono per avere libero accesso alle città. Il fenomeno dei flagellanti può dunque essere storicamente inteso come una miscela di insicurezza collettiva e un bisogno profondo di rinnovamento verso il potere ecclesiastico espresso nell’imitazione di Cristo e con la penitenza per la salvezza che l’epidemia di peste fece lievitare e portò allo scoperto (p. 151).

Se con la penitenza i flagellanti cercavano autonomamente la via per la salvezza, la persecuzione degli ebrei fu invece l’espressione del tentativo di trovare un capro espiatorio che spiegasse in qualche modo l’origine della catastrofe. Gli ebrei erano un bersaglio facile. Soggetti come erano a forme di razzismo, divieti e imposizioni, bastò poco per incolparli di avvelenare i pozzi e diffondere così il contagio.

In realtà – e l’A. lo dimostra chiaramente nel capitolo diciannovesimo – i moltissimi pogrom che colpirono gli ebrei in molte parti d’Europa e soprattutto in Germania, erano il frutto non solo e non tanto della convinzione dei cristiani che questi fossero i responsabili dell’infezione delle acque, ma di molte questioni politiche ed economiche che nulla avevano a che fare con l’epidemia. In molti casi il malcontento verso gli ebrei o l’aperto antisemitismo fu assecondato, stimolato e sfruttato da parte dei gruppi dirigenti e dai potenti per tutt’altri motivi. Molte città si arricchirono con i beni confiscati agli ebrei.

Quelle descritte furono reazioni estreme a una situazione estrema. Anche la reazione della gente comune fa registrare delle polarizzazioni tra coloro che si abbandonarono a bagordi, vizi e reati e quanti invece diedero mostra di abnegazione, rettitudine, di soccorso disinteressato.

Tra questi due poli – la distrazione per non pensare a una catastrofe che stava inghiottendo tutti e la ricerca della salvezza eterna con un atteggiamento probo – la peste costrinse gli uomini a meditare sulla fugacità della vita terrena, sulla loro inutile vanità, sul crollo di istituzioni e certezze. Petrarca e Boccaccio, sia pure in modi diversi, lo fecero con capolavori letterari che testimoniano l’incidenza della epidemia sulla concezione del tempo. Se l’orologio appena inventato cominciava a modificare il tempo diurno e di lavoro, la peste modificò la percezione del tempo dal punto di vista del vivere. I capitoli finali sull’arte e sulla letteratura lo dimostrano ampiamente.

Nel valutare gli effetti della Peste Nera occorre distinguere tra quelli immeditati e quelli a lungo termine. Finita l’epidemia la gente si sentì enormemente sollevata dal punto di vista psicologico e, in generale, con maggiori risorse a disposizione. L’incalcolabile moria aveva portato con sé i limiti imposti dalla concorrenza. Per un certo periodo ci fu piena occupazione; molti usufruirono di eredità e in altrettanti ampliarono le proprie attività incamerando quelle dei defunti o di coloro che si erano dati alla fuga. Un clima generale di spensieratezza e di voglia di vivere si sparse nelle città: le autorità cercarono di frenare questa tendenza emanando leggi che limitavano il lusso (riguardarono anche l’abbigliamento femminile, divenuto succinto e scandaloso, vedi Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale): la Peste Nera generò “la più grande redistribuzione di patrimonio avvenuta in così breve tempo” (p. 251). Per qualche tempo perfino i contadini videro migliorare il proprio tenore di vita. Non ovunque, naturalmente: le città che dovevano la maggior parte dei loro introiti ai traffici commerciali via nave subirono colpi durissimi e spesso conobbero un declino irreversibile (p. 120).

Ma si trattò di un fenomeno dalla durata tutto sommato limitata. Le ondate successive di nuove epidemie impedirono per lungo tempo di pareggiare il gap demografico provocato dalla prima epidemia del 1348-’51. Le ripercussioni furono particolarmente gravi nelle campagne. Da un lato la fuga di contadini dalle carestie e dall’epidemia aveva compromesso gravemente la produzione; dall’altro una legislazione sempre più insofferente verso l’immigrazione nelle città aveva ricacciato nelle campagne vaste schiere di contadini i quali si ritrovarono in sovrannumero in un contesto agricolo decaduto e poco produttivo.

In questo contesto si verificò un andamento altalenante dei prezzi, tensioni tra città e campagna e anche all’interno delle stesse città nelle corporazioni di mestiere. Queste ultime avevano accresciuto il proprio potere e contrastavano l’immigrazione di contadini e forestieri se non per sostituire i deceduti, ma si ritrovarono a pagare tasse maggiori spalmate su un numero minore e limitato di aderenti.

Con le campagne in forte sofferenza, rifornire le città di merci divenne un problema enorme: l’arrivo di navi straniere cariche di merci avrebbe potuto alleviare la carenza di derrate e prodotti, ma non di rado la popolazione ritenendole responsabili del contagio, impedivano loro di attraccare (p. 55). Le città approfittarono ben presto a rifornirsi di grano nei periodi in cui il prezzo era al minimo alterando così il corso del mercato a spese delle campagne e dei contadini.

Anche dal punto di vista del rapporto città-campagna e sul problema del pauperismo nei secoli futuri senza la Peste Nera capiremmo poco: la legislazione sempre più vessatoria verso i poveri, i girovaghi e gli emarginati (e anche verso la stregoneria) ha nella epidemia del 1348-’51 radici profonde.

La grande pandemia di Klaus Bergdolt ci parla di tutto questo e altro ancora in uno stile limpido e chiaro. Ma il merito forse maggiore di questo libro sta nella grande prudenza e ponderatezza dell’A. nell’esprimere le sue ipotesi e opinioni. Una lettura illuminante e piacevole alla quale può far seguito William Naphy Andrew Spicer La peste in Europa.