Recensione. Stephen Kotkin: A un passo dall’Apocalisse. Il collasso sovietico 1970-2000

La storia dell’Unione Sovietica è la storia di un suicidio. Il suicidio di una società egualitaria e libera. Una delle tesi di Stephen Koktin in A un passo dall’Apocalisse è che il collasso dell’URSS non fu dovuto a cause esterne, ma interne. Non fu la Guerra fredda a sfiancare il sistema sovietico ma la sua struttura uscita dalla Rivoluzione. La previsione di una rivoluzione europea e mondiale fallì e la costruzione del socialismo in un paese solo fu impostata in modo da risultare irriformabile.

Il socialismo e l’URSS hanno avuto una capacità d’attrazione fenomenale. Tra le due guerre il capitalismo aveva poche cose di cui vantarsi: la Grande Guerra, l’imperialismo, le crisi economiche, i fascismi, il razzismo, in qualche modo venivano associati al capitalismo. “L’idea di un mondo non capitalista, in cui la modernità tecnologica convivesse con la giustizia sociale poteva risultare davvero attraente” (p. 25). E lo fu. La vittoria sul nazismo, ottenuta con costi umani e materiali impressionanti, da molti venne considerata una prova lampante e incontrovertibile della superiorità del socialismo sul capitalismo (e non a caso il consenso e l’adesione della popolazione alle celebrazioni della vittoria sul nazismo restarono sempre molto alti) .

La Glasnost e la Perestroika lanciate da Gorbaciov intendevano replicare quanto era già accaduto con Krusciov quando il processo di de-stalinizzazione aveva suscitato nella popolazione grandi speranze di rinnovamento e innervato il regime di nuove energie. Ma la creazione di un socialismo dal volto umano si rivelò impossibile da realizzare: Krusciov fu mandato in pensione proprio perché, tentando di riformarlo, stava destabilizzando il sistema; Gorbaciov, pur animato da propositi opposti, innescò il processo di autodistruzione dell’URSS (p. 53).

Questa sorta di autoinganno durò a lungo soltanto grazie al ritrovamento di giacimenti di petrolio le cui entrate prolungarono il declino dell’impero di un ventennio. L’estrema arretratezza dell’agricoltura, sacrificata a un potente apparato di industria pesante ricolmo di distorsioni che provocavano sprechi colossali e costi ambientali rilevantissimi (pp. 59-60) non furono rinnovati con l’utilizzo delle entrate derivanti dal petrolio mentre le spese militari che risucchiavano dal 20 al 30% dell’intero PIL (p. 57). In realtà anche se lo Sputnik parve per un attimo dimostrare il contrario, l’URSS perse non tanto la corsa agli armamenti, ma quella allo sviluppo della tecnologia, in primo luogo l’informatica: “negli anni Ottanta l’intera URSS possedeva circa 200.000 computer, spesso di qualità mediocre, contro i 25 milioni degli USA” (p. 59).

Tutto questo non significa che i cittadini fossero totalmente insoddisfatti: dall’inizio alla fine degli anni Settanta, il numero di coloro che avevano trascorso un periodo di vacanza in alberghi o altre strutture era più che raddoppiato; un milione di persone aveva viaggiato nei paesi “fratelli” dell’Europa dell’Est; quasi tutti avevano in frigorifero e ben più della metà delle famiglie aveva una lavatrice. La gente chiedeva un lavoro sicuro, abitazioni a basso costo, un sistema sanitario efficiente e queste cose il regime in qualche modo riusciva a garantirle. Senza dubbio i giovani dei primi anni Ottanta vivevano meglio e si istruivano di più rispetto ai loro genitori, ma questo non era più sufficiente. Il paragone che veniva fatto non era più con le generazioni precedenti, ma con l’Occidente.

Zwei flotte Mädchen posieren auf dem Roten Platz vor dem Riesenbildnis Lenins am Kaufhaus GUM. Aufgenommen im Sommer 1989. Foto Uwe Gerig
Gli aspetti del crollo

Tutte le rivoluzioni hanno il problema di restare legittimate agli occhi dei cittadini: tra la generazione che ha fatto la Rivoluzione e quelle successive le prospettive cambiano. Così come dopo la vampata di speranze suscitate da Krusciov si era tornati al tetro conformismo di Breznev, la Glasnost (cioè l’allentamento della censura, la circolazione di musica, film e libri fino a poco tempo prima proibiti ecc.) aprì il confronto con l’Occidente. Ed era un confronto impietoso. I beni di consumo non venivano prodotti ma importati: quando nel 1986 il prezzo del petrolio crollò con la conseguenza di minori entrate di valuta pregiata, diminuirono anche le importazioni proprio mentre la Glasnost iniziava ad alimentare aspettative opposte.

Senza volerlo Gorbaciov piazzò altre due mine nel cuore del sistema. In un certo senso il partito si ritrovò disarmato: il problema non era dato tanto dal fatto che le nuove generazioni non credevano più agli slogan e alla propaganda del partito. Da questo punto di vista bastava mantenere un certo grado di conformismo. Agli slogan e alla propaganda in moltissimi avevano smesso di credere da tempo, ma ora lo scollamento tra partito e società diventava incolmabile e irreversibile.

Governare un popolo che non crede più nell’ideologia ufficiale è molto difficile ma, come dimostra la stessa storia dell’URSS, non impossibile. Per i sovietici un’altra spina nel fianco dell’URSS che contribuì al suo indebolimento fu il rapporto con gli altri stati del blocco. A un certo punto l’uso della forza e la repressione non bastarono più: paesi come la DDR e la Polonia aumentarono in modo considerevole l’importazione di beni di consumo dall’Occidente per placare in qualche modo il malcontento popolare e finirono per indebitarsi enormemente e quindi indebolirsi. All’inizio degli anni Ottanta, in privato i dirigenti sovietici ammettevano di non essere in grado di ricorrere alla forza per mantenere al potere i regimi e pochi anni più tardi Gorbaciov li avvertì che avrebbero dovuto cavarsela da soli, l’URSS non sarebbe più intervenuta a puntellare i loro governi screditati.

L’altro fenomeno che accelerò la dissoluzione fu il distacco tra partito e stato. Svincolare le repubbliche dal controllo del partito e dall’economia centralizzata significava nei fatti dare avvio al processo che avrebbe condotto alla indipendenza delle repubbliche stesse. E fu quello che si verificò puntualmente anche se il nazionalismo era un fenomeno dalla forza trascurabile.

Le conseguenze del crollo

Kotkin ritiene che forse la fine dell’Unione Sovietica “non era comunque inevitabile” (pp. 91 ssgg), ma è certo che l’aggrovigliarsi di contraddizioni e ritardi la cui soluzione fu rimandata per decenni alla fine generò un effetto domino impossibile da controllare. La dissoluzione dell’URSS fu sostituita da “una democrazia senza liberalismo” che provocò la formazione di nuovi problemi in uno scenario già in agonia. L’introduzione del libero mercato ebbe effetti devastanti: non solo mancavano uomini dotati della preparazione necessaria per impiantarlo e dirigerlo, non esisteva una legislazione idonea e funzionante.

L’enorme apparato industriale benché obsoleto finì nelle mani di politici e burocrati lestissimi a riciclarsi o di uomini d’affari in guerra tra loro o con la burocrazia e con i potenti capi locali. Corruzione a tutti i livelli e mercato nero erano da sempre problemi endemici e radicati, ma l’economia del paese regredì a forme di baratto su scala mai vista mentre i servizi ai cittadini furono abbandonati a sé stessi e privati di risorse indispensabili per il loro funzionamento: il livello delle condizioni di vita, già bassissimo, peggiorò. Per la gente comune il passaggio fu tanto brusco quanto traumatico.

Conclusioni

La tragedia dell’URSS risiede nel fatto che non era possibile restare “congelata” per un tempo indefinito ma modifiche significative al sistema ne avrebbero provocato il crollo. Gorbaciov non fu un’anomalia ma un prodotto della storia sovietica. Semplicemente, le riforme che introdusse con l’intento sincero di riformare il socialismo, minarono il sistema contemporaneamente al vertice e alla base della piramide generando spinte centrifughe ingovernabili e letali. L’Unione Sovietica crollò, ma la sua eredità pesante restò sul tappeto. Le difficoltà e le anomalie della Russia di oggi derivano da quella storia.

La lettura di Adam Higginbotham: Mezzanotte a Černobyl’ mi ha spinto ad approfondire un poco la storia recente dell’Unione Sovietica; A un passo dall’apocalisse di Stephen Kotkin è una sintesi magistrale, scritta benissimo, che raccomando.

Buona lettura.

Recensione. Adam Higginbotham: Mezzanotte a Černobyl’

La storia dell’Unione Sovietica è la storia di una serie di tragedie. Se si pensa che nell’Ottocento l’arretratissima Russia zarista era il granaio d’Europa e che dagli anni Settanta del novecento l’URSS importava grano dal Canada, si ha un’idea semplice ma esatta del fallimento della storia sovietica.

L’esempio è solo uno tra i tanti possibili. L’inferno, si sa, è lastricato di buone intenzioni, ma al di là della trasformazione di un sogno di giustizia e uguaglianza in una dittatura spesso atroce, ciò che interessa in relazione al libro di Adam Higginbotham è il cumulo di ritardi accumulati dall’URSS nei confronti delle economie dell’Occidente. Se il fallimento dell’agricoltura è clamoroso, l’industrializzazione forzata e gli iperbolici piani quinquennali hanno prodotto sprechi e distorsioni enormi dai costi materiali e umani altissimi.

Intendiamoci, non tutta la storia dell’URSS è fallimentare. Anche senza soffermarsi sul fatto che il semplice programma politico inscritto nella sua bandiera ha spronato i governi dell’Europa occidentale a realizzare un welfare per tutti e a garantire tutta una serie di diritti sociali (non a caso messi sotto attacco e progressivamente smantellati dopo la sua caduta), i risultati riguardanti istruzione e sanità sono stati eccellenti; per un breve periodo l’Occidente ebbe la sensazione che la scienza sovietica fosse superiore. Soprattutto, i sovietici sono stati formidabili nel difendersi: durante la terribile guerra civile subito dopo la Rivoluzione e dall’aggressione nazista (anche e soprattutto per questo gli europei dovrebbero essere riconoscenti perché sono stati i sovietici a sconfiggere il nazismo). Va dato atto a Stalin di aver preconizzato con largo anticipo la seconda guerra mondiale e di aver recuperato il ritardo dell’industria pesante appena in tempo per quel terribile appuntamento (questa informazione si trova in Mark Mazower, Le ombre sull’Europa).

Ma Stalin basava il suo potere sulla fedeltà assoluta di una fittissima rete di funzionari che fino a poco tempo prima erano stati operai e contadini: un personale ignorante e impreparato disposto a tutto pur di non perdere i pochi ma decisivi privilegi di cui godeva.

È questo il fenomeno da cui si deve partire per comprendere perché sia potuta accadere una catastrofe di queste proporzioni. Più della segretezza (un aspetto sul quale Higginbotham insiste spesso) fu il rendersi disponibili a falsificare sistematicamente informazioni sull’utilizzo di materiale scadente nella costruzione della centrale e i risultati di test e controlli che omettevano i difetti del reattore a innescare gli eventi che portarono al disastro.

Per i lettori più giovani la fedeltà assoluta al partito è un concetto difficilissimo da comprendere, eppure si tratta di uno dei pilastri della storia sovietica, uno degli elementi che ne hanno determinato la forza e, ad un tempo, la tragedia. Tutti erano consapevoli del fatto che gli obiettivi dei piani quinquennali erano irraggiungibili e impossibili da realizzare, così come tutti sapevano che anche i mezzi per realizzarli o mancavano o erano assolutamente insufficienti. Direttori, funzionari, ispettori redigevano relazioni in cui tutto risultava in regola, ma la realtà era molto diversa: bisognava arrangiarsi con ciò che veniva fornito, attivare rete di conoscenze personali e non di rado ricorrere alla corruzione. La storia dell’URSS è comprensibile solo tenendo presente che esistono doppi livelli: uno ufficiale, documentato, e uno – vastissimo – sotterraneo.

Eppure, in un Paese in cui Stato e Partito erano fusi, l’essere iscritti al Partito Comunista era garanzia indispensabile per godere di alcuni privilegi. Pripjat’, la città nata per ospitare i lavoratori e i tecnici della centrale, non era in sé un posto allettante. Ma lo era in termini di privilegi. Privilegi risibili se paragonati a quelli che i ricchi dei paesi occidentali possono permettersi, ma notevolissimi nella società sovietica: un buon stipendio, un appartamento o un’abitazione decente, una macchina, magazzini e negozi sempre e regolarmente forniti, cinema, piscina, palestra e altri servizi. In cambio il Partito e lo Stato chiedevano fedeltà e obbedienza.

Il disastro in controluce

Dunque sono due gli elementi fondamentali che portarono al disastro. Il primo: un’economia affetta da distorsioni talmente gravi da risultare irriformabili: nei piani dei sovietici riempire l’URSS di centrali nucleari per uso civile avrebbe permesso di raggiungere l’autosufficienza energetica e di dirottare fondi e risorse per recuperare ritardi in altri settori dell’economia e nella competizione con gli Stati Uniti. Il secondo: una prassi politica inficiata da ambiguità, reticenze, fedeltà e obbedienza cieca; tutti elementi che impedivano di affrontare i problemi con serenità e schiettezza.

Il reattore n° 4 che esplose nella notte del 26 aprile 1986 presentava difetti e anomalie fin dalla creazione. Tecnici e scienziati della centrale ne erano a conoscenza ma i difetti furono minimizzati e messi a tacere dalle autorità centrali.

Il disastro fu di proporzioni tali che non fu possibile occultarlo a lungo come era successo in incidenti avvenuti precedentemente. Tuttavia si deve dare atto che una volta riconosciuta la gravità della catastrofe e messa in moto la macchina economica e dello Stato per arginare l’emergenza, i provvedimenti furono numerosi e gli sforzi notevoli: evacuare Prjpiat’, riempire il cratere del reattore per contenere gli effetti della fusione, bloccare la fuoriuscita di materiale radioattivo al di sotto delle fondamenta, realizzare il “sarcofago” per sigillare il reattore richiesero sforzi enormi. Furono acquistati macchinari costosissimi dalla Germania Ovest e dal Giappone – poi messi fuori uso dall’altissimo dosaggio delle radiazioni presenti sul luogo; furono prodotti e trasportati a Černobyl’ 12.000 tonnellate di cemento al giorno; l’esercito impiegò elicotteri giganteschi; furono impiegati moltissimi uomini. Complessivamente la tragedia di Černobyl’ costò all’Unione Sovietica quasi 140 miliardi di dollari, l’equivalente della catastrofica guerra in Afghanistan.

Prjpiat’ abbandonata. Malevych – Prypyat – Europeana Foundation, Europe – Copyright Not Evaluated. https://www.europeana.eu/it/item/2084002/contributions_b5a7c940_a121_0136_7aed_6eee0af4a411

Ciò che stupisce è l’incredibile sottovalutazione degli effetti devastanti sull’uomo della radioattività e del materiale radioattivo: le prime squadre di pompieri arrivate sul posto lavorarono senza alcun tipo di protezione (molti addirittura fumavano tranquillamente vicino a resti e frammenti di grafite estremamente radioattivi). Ma anche squadre di operai mandate successivamente, quando la clinica N 6 di Mosca, specializzata nella cura delle persone contaminate era piena di pazienti, lavorò con precauzioni minime. Lo stesso personale della clinica e il personale medico straniero che collaborarono tentarono cure assolutamente sperimentali: il numero dei guariti o di coloro che riacquistarono un livello di salute accettabile per un certo numero di anni fu estremamente ridotto.

Conclusioni

Per un lettore occidentale quello sovietico appare un mondo lontanissimo: non lo è in senso cronologico, ma lo è dal punto di vista storico. Mezzanotte a Černobyl’ può essere letto come metafora del fallimento dell’URSS, del sogno che incarnava e che da quel paese si era irradiato: “L’incidente e l’incapacità del governo di proteggere la popolazione dalle sue conseguenze finirono per distruggere che l’URSS fosse una superpotenza globale armata di una tecnologia che la poneva alla testa del mondo. E quando i tentativi dello Stato di nascondere la verità […] vennero alla luce […] i cittadini dovettero prendere atto che i loro capi erano corrotti e che il comunismo era un inganno” (p. 363). Cinque anni dopo l’URSS crollò.

Con Mezzanotte a Černobyl’ Adam Higginbotham ci regala un libro dai molti pregi: primo fra tutti quello di saper “tradurre” il linguaggio tecnico-scientifico degli addetti ai lavori per il lettore comune con spiegazioni dettagliate ma chiare e facili da apprendere. E anche se talvolta si ha la sensazione di qualche forzatura romanzata e talaltra di qualche semplificazione forse troppo drastica, il libro è molto ben documentato: lo dimostrano il notevole apparato di note e la nutrita bibliografia. Infine lo stile è accattivante e la struttura del libro ben congegnata.

Per chi è a digiuno di questi argomenti, Mezzanotte a Černobyl’ è un ottimo punto di partenza. Buona lettura.

Recensione. Pasquale Palmieri: L’eroe criminale

Napoli, primi anni Sessanta del Settecento. La città è alle prese con una terribile carestia: torme di affamati provenienti dalle campagne circostanti inondano la città in cerca di una qualche forma di aiuto; le scorte alimentari sono al limite. Uno scenario gravido di tumulti, delinquenza comune e disordini che preoccupa il governo e le élites cittadine. Ma a tenere banco in città, a correre sulla bocca di tutti, è la vicenda di Leopoldo di San Pasquale, un frate agostiniano, personaggio torbido per alcuni – su di lui pendono accuse pesanti: scandali sessuali, truffa e altri reati – o in odore di santità e vittima di raggiri e ingiustizie per altri.

La vicenda era piuttosto inusuale, ma non poi così infrequente. Gli archivi sono pieni di processi che riguardano religiosi. Tuttavia il processo al frate agostiniano divenne un problema per le autorità religiose e civili e si trasformò in un caso giudiziario. Perché?

Tra Stato e Chiesa

A catalizzare l’interesse di un vasto pubblico eterogeno sulla vicenda di Leopoldo di San Pasquale concorsero un insieme di fattori. Il primo riguardava la contesa tra Stato e Chiesa sull’esercizio della giustizia. A chi spettava la pertinenza del caso? A Roma e al potere ecclesiastico o a quello civile? Il caso del frate si inseriva nel bel mezzo di una lotta tra i due poteri che aveva uno scenario ben più ampio di quello napoletano. In questo scontro un evento importante – e decisivo per la vicenda del frate – fu l’introduzione di regole precise e definite da parte di Carlo Borbone nel 1746 “decise a proibire ai vescovi l’adozione di procedure inquisitoriali” (p. 11).

Ma proprio questa era una delle accuse avanzate dagli avvocati difensori del frate. Il religioso era stato sottoposto ad un trattamento disumano: gettato in una “fossa”, tenuto in vita solo grazie alla somministrazione di acqua ma senza cibo, sporco, lacero e circondato da insetti.

I detrattori, invece, non solo ridimensionarono la durezza della punizione inferta al frate, ma spostarono l’attenzione sulla sua condotta immorale al punto che si era procurato un “tincone” (la sifilide), ingrato ma eloquente frutto di amplessi con più di una donna.

Naturalmente dietro alle due posizioni erano schierate le fazioni contrapposte, l’una a favore del cambiamento e l’altra propensa al mantenimento dello status quo.

Ma a rendere eclatante la vicenda del frate non furono gli scontri – e i patteggiamenti – esercitati dietro alle quinte. Le gesta del frate furono oggetto di molte pubblicazioni, prodotte da una parte e dall’altra: opuscoli e pamphlets di carattere giuridico e divulgativo.

In pasto al pubblico

Sta qui, nell’allargarsi e nel coinvolgere la sfera pubblica il fulcro della vicenda e del libro di Palmieri. La Napoli del XVIII secolo era un centro editoriale importante, con una cinquantina tra stampatori, tipografi, librai (i librai spesso erano anche stampatori) attivi. Ciò significa che Napoli era un mercato librario rilevante, ma accanto alla produzione per così dire ufficiale (non sempre in regola con gli imprimatur e la pur farraginosa legislazione dell’epoca in materia) circolavano abbondantemente manoscritti, gazzette, fogli volanti, ballate, opere teatrali ecc., tutta una serie di produzioni dalla vita breve, estemporanea, consumata per diletto o curiosità e subito “sorpassata” da altre novità (su questi temi vedi anche Giorgio Caravale, Libri pericolosi).

Nello specifico, ciò che accadeva nelle aule dei tribunali debordava al di fuori e i processi divenivano occasione di discussioni, commenti e dicerie di un pubblico eterogeneo: piazze, botteghe, salotti, cortili, fiere, le notizie viaggiavano ed era difficile tenerle sotto controllo (p. 55) (Sulla diffusione delle notizie, in generale, vedi Andrew Pettegree, L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Giudici e avvocati erano consapevoli al punto dell’importanza di quanto accadeva al di fuori dai tribunali che infarcivano le loro arringhe e i loro resoconti di spunti e strategie comunicative prese spesso di peso da romanzi e opere di vario genere: la destrezza oratoria, da sola, non era sufficiente per convincere. Per essere realmente efficace su entrambi i fronti – verso i giudici e verso il pubblico – doveva trasformarsi in una prosa capace di destare emozioni, di colpire addetti ai lavori e spettatori. Da un lato, “l’apertura dei processi al dibattito pubblico era [per loro] un’opportunità”, anche se non priva di pericoli (pp. 67, 80 ssgg. La citazione è a p. 65); dall’altro essi “non si accontentavano di costruirsi una solida reputazione all’interno del foro, ma cercavano di arrivare ad un uditorio molto più ampio, trasformando le loro arringhe in comizi” (p. 59).

Dunque, molto spesso, le argomentazioni degli avvocati non erano affatto asettiche concatenazioni logiche di argomenti e spiegazioni: “i legali cercavano di rintracciare nei documenti della controparte espedienti usati da scrittori famosi: smascherarli poteva rivelarsi decisivo in tribunale” (p. 52).

Ciò significa – e i molti scritti riguardanti il frate lo provano – che, in una certa misura, anche le memorie difensive o della accusa si trasformavano in opere per certi aspetti o in alcune parti trasfigurate, ingigantite o rimpicciolite, romanzate e diventavano una sorta di (sotto)genere letterario.

Detail van een gezicht op Napels in vogelvluchtperspectief – 1629 – Rijksmuseum, Netherlands – Public Domain. https://www.europeana.eu/it/item/90402/RP_P_1949_422D
Opinione pubblica?

Siamo di fronte al formarsi di quella che poi sarebbe stata chiamata “opinione pubblica”? In parte sicuramente sì. Lo prova la grande attenzione delle autorità sulla produzione libraria, “giornalistica” e teatrale esercitata da un lato attraverso forme di censura più o meno dure, dall’altro tentando di promuovere la diffusione di opere appositamente calibrate sulle classi popolari con contenuti pedagogici (vedi pp. 54 ssg). (Sulla censura, in generale, vedi anche Robert Darnton, I censori all’opera).

D’altra parte Palmieri stima un livello di alfabetizzazione abbastanza alto (circa il 40% quella maschile nelle città della penisola, un dato che per un ottocentista come il sottoscritto risulta sorprendente e interessante, dato che l’Inchiesta Agraria Jacini, pubblicata negli anni Ottanta del XIX secolo riferisce cifre più basse) cosa che annullerebbe, almeno in parte, gli steccati tra cultura alta e cultura bassa consentendo una circolazione di opere e di testi molto più ampia e frequente. Terreno spinoso dato che (a mio parere) l’ingresso effettivo, consapevolmente partecipe alle vicende della cosa pubblica, delle masse popolari nella storia avviene con (e in Italia dopo) la Rivoluzione francese – l’A. ne è perfettamente consapevole e si muove con cautela – che però aiuta a comprendere non solo la circolazione e il successo di opere famose, talvolta riscritte o riadattate all’uso di un pubblico popolare, ma anche di filoni editoriali come erano in Francia le causes célèbres.

In altre parole – e sicuramente da parte mia forzando un poco – Palmieri ci mostra interazioni tra classi sociali, cultura e istituzioni più trasversali, orizzontali che verticali. La prospettiva è estremamente interessante non solo perché il connubio stampa-riforme amplia enormemente il mercato librario e culturale ma innesca gli inizi di un nuovo rapporto tra potere e governati.

Le varie tappe del processo – conclusosi con la rimessa in libertà del frate e col suo ritiro in convento -, le memorie delle parti in causa e altre prese in esame dall’A. mostrano al pubblico i malfunzionamenti, le criticità, le falle della macchina della della giustizia di antico regime. Non a caso le opere in cui i soggetti criminali alla fine non si redimono ammonendo il lettore a non seguire il loro esempio, vengono messe al bando e i loro autori condannati a qualche pena.

In secondo luogo lo scontro tra potere religioso e potere civile vede il primo indietreggiare di fronte al progredire del secondo: i metodi inquisitoriali vengono criticati e poi banditi, la segretezza delle prove decade. Sono fenomeni che trasformano anche le figure stesse dei criminali i quali possono diventare vittime di una giustizia mal funzionante e iniqua e che, in ogni caso, introducono sfumature nella dicotomia bene/male.

Conclusioni

Fare microstoria – e con L’eroe criminale. Giustizia, politica e comunicazione nel XVIII secolo Pasquale Palmieri ci porta dentro ad un processo – è forse più difficile che fare qualsiasi altro genere di storia. La microstoria ha senso e valore soltanto nella misura in cui viene connessa e fatta interagire con la grande storia. In questo Palmieri dimostra una competenza e una capacità di prim’ordine. Collega il processo alla vita economico-politica del Regno e il Regno al quadro geopolitico europeo. Inserisce il processo all’eroe criminale nei filoni letterari dell’epoca e li scompone e li ricompone per mostrare al lettore scarti, mutamenti e passaggi. Usa e integra le molti fonti d’archivio a una letteratura amplissima, italiana, anglosassone e francese.

Personalmente ritengo che fare storia sia sempre interpretare come e perché i fatti si collegano tra loro, e in questo Palmieri è inappuntabile: spesso interviene proprio per spiegare al lettore il proprio metodo di indagine e di studio. Avrebbe potuto anche diluire le sue interpretazioni in una narrazione più ampia, più descrittiva. Non è una critica, ma un’osservazione dettata anche dalla sua capacità di muoversi tra più livelli e una facilità di scrittura ammirevole.

Infine, brevemente, va da sé che l’A. si interroga sui problemi del presente. In questo senso il suo libro offre spunti interessanti per seguire le metamorfosi di una comunicazione che va divenendo sempre più diretta tra coloro che governano e i governati, spesso saltando i canali di intermediazione. E da questo punto di vista l’eroe criminale ha molto da dire.

Buona lettura.

 

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