L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (I)

Il primo di una serie di articoli sulle Esposizioni Universali. Argomento interessante per capire il XIX secolo

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867
Prima parte

 

Con un decreto imperiale il 22 giugno 1863 la Francia annunciò al mondo che nel 1867 Parigi avrebbe ospitato un’Esposizione Universale. Quattro anni di lavoro, 53.000 espositori su 46 ettari di terreno, il solo padiglione principale misurava 146.000 metri quadrati, 10.000.000 di franchi di investimenti iniziali, 80.000 visitatori al giorno, tra gli 11 e i 15 milioni di visitatori complessivi… un’opera colossale.

Perché scrivere una serie di articoli sulle esposizioni universali? Le Esposizioni universali, nazionale, regionali caratterizzano la seconda metà del XIX secolo. Ma soprattutto perché le esposizioni ci permettono di spaziare in vari ambiti: economia, società, desideri, ambizioni… siano essi di governi o classi sociali o dei visitatori.

Perché la Francia, dal momento che anche l’Italia ne organizzò molte? Innanzitutto perché l’Esposizione Universale è un fenomeno essenzialmente francese (ne ha ospitate ben cinque – 1855, 1867, 1878, 1889, 1900)  mentre la Gran Bretagna, dopo aver realizzato la prima nel 1851 ne organizzò solamente un’altra nel 1862. Non a caso, la decisione di lanciare quella del 1867, fu presa dal governo francese nel 1863 dopo quella inglese dell’anno precedente, in evidente spirito di competizione tra i due paesi.

Le Esposizioni universali rispecchiano il fascino esercitato dal progresso nella sua accezione più ampia su un secolo e su paesi che stavano vivendo trasformazioni profondissime e ad una velocità sconosciute fino a pochi decenni prima, nonché la fiducia nelle (presunte) virtù del libero mercato, il laissez-faire, nella accezione francese. Si tratta di fenomeni studiati e risaputi, che non occorre approfondire qui, se non incidentalmente. Ma l’Esposizione parigina ci consente di constare in presa diretta la visione che non solo la Francia, ma anche i principali protagonisti del concerto europeo avevano di sé stessi. Non è privo di curiosità constatare che la suddivisione dei padiglioni dell’Esposizione del 1867 rimanda ai principi della concorrenza. Essi non sono suddivisi per paese espositore, ma per generi e classi di merci: “la classificazione per gallerie concentriche corrispondenti alla similarità dei prodotti, e per sezioni trasversali corrispondenti all’esposizione dei diversi paesi”  facilitano il visitatore nella comparazione tra la qualità delle merci, ma stimolano al contempo la concorrenza non tanto tra i paesi  ma degli espositori e quindi del mercato.

Siamo quindi di fronte al superamento definitivo delle antiche corporazioni di mestiere e al dominio del laissez- faire. Dominio non indiscutibile e indiscusso, per la verità, perché la qualità dei prodotti francesi (e in particolar modo di quelli di lusso) è sottolineata in tutte le pubblicazioni rivolte al grande pubblico e questo aspetto rimanda più alla manualità e all’abilità artigianale più che alla produzione di fabbrica.

Ma c’è di più: “un’Esposizione universale”, si legge in una delle molte opere ad essa dedicate, “può essere comparata ad una grande enciclopedia, in cui ognuno cerca il significato di parole di cui ha bisogno tutti i giorni, dando una rapida occhiata al resto dell’opera”. All’Esposizione, “come in molti dizionari, il ricercatore è rinviato a ogni momento ad un’altra pagina”.

All’Esposizione viene attribuito dunque anche un carattere pedagogico. Ciò significa che le basi sociali della società si stavano allargando. Da un lato si affacciano prodotti nuovi, frutto di mestieri di recente o recentissima formazione – basti pensare alla fotografia. Dall’altro, il numero di coloro che potevano acquistare i prodotti esposti – o che possono mettere in preventivo di acquistarli un giorno – si stava ampliando, e questo rinvia ad una stratificazione sociale e tra i mestieri molto più ampia rispetto al passato.

Parigi

Perché Parigi? Poche città si prestano quanto la capitale francese ad attirare turisti e visitatori. A Parigi:

la vita intellettuale è pure con grandissima attività esercitata e per tal riguardo niun altra città forse esistevi a questa uguale. Evvi un continuo fuoco mantenuto da elementi che non mai si consumano quanto più esso dura tanto più lo fanno divampare. Essa è il centro a cui si volge non solo il rimanente della Francia a cercarvi i piaceri della vita ed ogni maniera d’istruzione ma parte ancora delle altre nazioni e ben con ragione venne asserito che nelle altre città il forestiere vede e poi sen parte in Parigi viene e se ne sta.

Sembrano le impressioni entusiastiche di un giovincello di provincia alle prime esperienze. Invece a scrivere queste righe era un medico italiano affermato, autore di libri e saggi scientifici, membro di molte accademie scientifiche e con un bagaglio di esperienze non indifferente.

“Continuo fuoco”, scrive il medico. Città calda, avvolgente, sensuale, dunque, la capitale francese. E questa testimonianza è precedente alle profonde trasformazioni del barone Haussmann che cambiarono il volto del cuore della città. Trasformazioni che testimoniano la vivacità e la sicurezza della borghesia imprenditoriale e di un ventaglio di professioni o specializzazioni relativamente nuove che spaziano dalla medicina all’ingegneria al giornalismo scientifico e di divulgazione, alla fotografia. La folta rappresentanza di ingegneri nella Commissione organizzativa ne è una testimonianza sicura.

Sarebbe facile moltiplicare le testimonianze sulla malia esercitata dalla capitale francese, ma sarebbe anche ripetere cose note. Sarà sufficiente indicare la presenza di un volume dedicato alla Parigi Ottocentesca in un’opera italiana in 17 volumi sul XIX secolo (Il Secolo XIX nella vita e nella cultura dei popoli).

L’Esposizione

L’Esposizione del 1867 […] non è soltanto la più colossale manifestazione che si sia mai vista, essa è il più grande avvenimento di civilizzazione, l’atto definitivo della fusione di tutte le lingue, tra tutte le usanze, e aggiungerei […] tra tutte le politiche. Finora soltanto le guerre generali avevano avuto il privilegio di mettere un tale movimento tra le nazioni […]. L’Esposizione universale del 1867 è la festa che inaugura la pace universale.

Retorica inevitabile tipica di tutte le pubblicazioni destinate al grande pubblico? Indubbiamente sì, anche in considerazione del fatto che una manciata di anni più tardi proprio la Francia sarebbe stata in guerra. Ma questo l’autore dello scritto non poteva saperlo.

Il terreno individuato per ospitare un avvenimento pensato per superare in ampiezza e partecipazione la “Great Exibition” di Londra, fu il Campo di Marte. Spazio immenso che presentava però una serie di inconvenienti di non facile soluzione.

In primo luogo, trovandosi nella zona sud-ovest della città, era distante dal centro ed era separato dalla Senna. Il fiume fu dragato e una serie di battelli-passeggeri andavano a venivano ogni 10 minuti; fu costruita una linea ferroviaria e tutte le linee degli omnibus paralleli al corso della Senna furono fatte convergere verso i ponti di accesso alla zona. Erano ben 12 le porte d’accesso all’Esposizione.

In secondo luogo, anche se oltre al padiglione centrale era prevista tutta una serie di altri costruzioni, restava comunque un enorme spazio inutilizzato di 30 ettari. La creazione di un parco che circondasse l’Esposizione non fu dunque soltanto una questione di abbellimento estetico. Fu concepito anche per trattenere i visitatori. Il terreno fu livellato, spianato e il parco preparato ex novo.

La costruzione del padiglione principale fu paragonata da più di un’osservatore alla realizzazione di un novello Colosseo ancora più imponente. La prima pietra del nuovo edificio fu posta agli inizi del 1866. Per costruirlo occorse quindi quasi un anno e mezzo di lavoro.

Pianeggiare e mettere a livello il terreno, piantare alberi, costruire il “Palais Omibus” (il nuovo Colosseo) e i padiglioni minori, allestire ristoranti, caffè, predisporre l’orto botanico ecc., tutto questo richiese il lavoro di migliaia di lavoratori, dagli artigiani altamente specializzati alla bassa manovalanza. Tutte le pubblicazioni coeve a grande tiratura celebrano l’età del ferro e del vetro: il ferro battuto, lavorato, che esce dalle fonderie. Senza dire di tutto il corpo intermedio di organizzatori che per quattro anni lavorò dietro le quinte organizzando il trasporto e lo stoccaggio di migliaia di tonnellate di merci provenienti da tutti i continenti. I 10.000.000 anticipati per metà dallo Stato e per metà dalla città di Parigi non furono recuperati con la vendita dei biglietti, ma il “grande affare dell’Esposizione” risultò ugualmente fruttuoso grazie al lancio di un prestito nazionale che risultò più che soddisfacente (indice di orgoglio nazionale.

L’apertura dell’Esposizione fu programmata per il 1° Aprile alla presenza dell’Imperatore per chiudere i battenti il 31 ottobre. L’orario prevedeva l’apertura delle porte dalle 8 del mattino alle 6 di sera, ma il pubblico poteva continuare a passeggiare nel parco e a fruire dei molti servizi (ristorazione, caffè ecc.) fino a mezzanotte. A testimonianza che si puntava ad una massiccia partecipazione popolare, il prezzo del biglietto di ingresso era fissato a 1 franco (il doppio dalle 8 alle 10 del mattino), erano disponibili abbonamenti per tutta la durata della manifestazione per 100 franchi (ridotti a 60 per le donne) e degli abbonamenti settimanali a 6 franchi. Anche i mezzi di trasporto collegati all’Esposizione facevano prezzi popolari: andavano dai 50 centesimi per il treno, dai 30 ai 20 centesimi sui battelli.

Siamo ormai di fronte alla Port Rapp, quella che per la sua dislocazione gestiva il maggior afflusso di visitatori, non per caso chiamata da un autore la “porta dei pedoni”.

Nella seconda parte entriamo a dare un’occhiata.


Recensione. Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità

Uno splendido libro di Attilio Brilli sulle capitali d’Italia.

Diventare capitale può rivelarsi un ottimo affare. L’arrivo della burocrazia, dei ministeri, di esponenti politici e dell’esercito; il dover infondere alla città il piglio e il lustro dovuti alla città di riferimento di uno Stato significa attrarre investimenti e creare lavoro. Occupazione per operai, artigiani e maestranze, per negozianti, ristoratori, alberghi, impiegati pubblici ecc. Significa affari d’oro per costruttori e possidenti, banche e speculatori: il denaro scorre, il lavoro si moltiplica, la città si trasforma e cambia volto.

Tanto più se si tratta di città come Firenze e Roma, la prima protetta ma stretta da mura che ne impediscono l’espansione; la seconda che, come sospesa nel vuoto del tempo e dello spazio – vale a dire dei secoli di storia e isolata nel mezzo di una sterminata campagna – deve inevitabilmente modernizzarsi per mettersi a fianco delle altre capitali europee.

Firenze

Mura abbattute, interi quartieri da risanare a Firenze; zone intere e quartieri da abbattere letteralmente e da (ri)costruire a Roma. A Firenze il fragoroso abbattimento delle mura lascia entrare la campagna nella città snaturando il circostante paesaggio agreste e la prospettiva sulla città. Ma la scomparsa delle mura è solo l’annuncio di trasformazioni più profonde che coinvolgono il centro della città. Il groviglio di stradine e vicoli strettissimi di origine medievale che portano a un cuore della città tanto antico quanto desolante negli abituri e nella gente che lo abita sta per essere – e progressivamente verrà – spazzato via (pp. 28 ssgg.). Il Mercato Vecchio e il Ghetto lasceranno posto a una “piazza orrenda” ed enorme, a nuove strade e spazi: è la scomparsa non solo di ricettacoli della plebaglia cittadina – gente che vive alla giornata sul limitare e col debordare della legalità – ma di mondi fatti di miasmi e odori, di palazzi e abitazioni decrepiti ma pittoreschi, di una socialità sguaiata e non raccomandabile. Scompare il tratto saliente della città, ciò che la rendeva cara e inconfondibile.

Ghetto ebraico a Firenze
Roma

A Roma non ci sono mura da prendere a cannonate per far posto alla città. Qui la campagna, ampi spazi coltivati o semi-incolti fanno già parte del panorama cittadino: pastori e contadini fanno pascolare liberamente il bestiame dentro alla città. A rimetterci le penne sono da una parte i quartieri più insalubri del centro – il Ghetto – il lugubre e misterioso “quartiere più malsano della città” (p. 86) e altri lungo un Tevere giallognolo e maleolente di immondizie e liquami che ammorba e inumidisce casupole precarie e cascanti -, luoghi affaticati e macilenti, pullulanti di bambini sporchi e pidocchiosi, di stamberghe umide e buie nelle quali il visitatore si guarda bene dall’entrare; dall’altra le ville che la circondano: edifici giganteschi e magnifici immersi in enormi parchi lussureggianti. Sono luoghi e contesti di incomparabile bellezza sacrificati a nuovi cantieri che si vorrebbero moderni ed efficienti.

Roma

Dietro a queste istanze di rinnovamento c’è la nuova borghesia di un Paese che fatica a mettersi al passo coi paesi più avanzati, ma che proprio per questo ha fretta di farlo. È gente che bada al sodo e al soldo, che sogna e si adopera per facili arricchimenti con la compravendita di terreni edificabili e speculazioni edilizie. È una borghesia vorace, ignorante e onnivora che manovra nascondendosi dietro al comodo paravento delle esigenze inderogabili della igiene pubblica, inderogabile per un Paese che si vuole moderno e civile, ma che poi si tradisce facendo tronfia mostra della ricchezza accumulata con un’eleganza pretesa ma non raggiunta e atteggiamenti tracotanti da “padroni” più che da signori (p. 107).

Torino

Il caso di Torino è diverso. Questa città calma, compassata e geometrica, curata e ben tenuta, fiera della propria storia e orgogliosa della propria pragmatica efficienza, pur sapendo da tempo la transuenza in qualità di Capitale, mal digerisce il trapasso – pure temporaneo – a Firenze. La sua cittadinanza di solito prudente e cauta si riversa nelle strade a protestare: apparati dello Stato che se ne vanno altrove significa in disoccupazione e timori per il futuro.

Torino

Da quanto detto fin qui ci si potrebbe aspettare che Brilli ci mostri questi sviluppi attraverso le dispute dei consigli comunali e dei piani regolatori.  È vero in minuscola parte. Grande storico del viaggio e dei viaggiatori, Brilli conosce alla perfezione questo genere di letteratura. Ci descrive l’evoluzione delle città con gli occhi e le penne di scrittori, giornalisti, artisti, storici dell’arte: pesca da romanzi come da corrispondenze private, da articoli giornale e da guide turistiche, da appunti e diari (il tutto indicato in un puntuale apparato di note e in una esauriente bibliografia).

Facciamo conoscenza della nutrita schiera di inglesi di stanza per lunghi periodi a Firenze, che inorridisce di fronte all’esecuzione degli sventramenti della città e protesta rivendicando Firenze città non degli italiani e nemmeno dei fiorentini, ma dei cittadini di tutto il mondo; di artisti, viaggiatori e scrittori immersi nell’immemore torpore romano capaci di cogliere le trame reali che si celano dietro ai proclami igienizzanti, che mette in guardia dagli interventi drastici, che piange e – negli anni successivi – rimpiange il sudiciume e la immemore polvere di Roma; che ammutolisce attonita e indignata di fronte allo sparire delle ville.

Con questo Il viaggio nella Capitale Brilli ci regala un libro colto, raffinato e piacevolissimo, con suggerimenti precisi: a diffidare degli slogan urlanti necessità improcrastinabili, specie se a promuoverli sono “voraci affaristi, [specchio dell’]inconsistenza della società italiana, priva di una borghesia alacre, moderna, votata allo spirito d’impresa, una borghesia che [sia] in grado di bilanciare un’aristocrazia parassitaria da un lato e dall’altro un popolo miserando, inetto e privo del minimo barlume di senso civico” (p. 100), e ad andare cauti quando si tratta di intervenire in modo massiccio nel cuore di città immerse nella storia.

Mi permetto di aggiungerne uno io, che ricavo da quanto scrive un’osservatrice brillante e assidua dell’Italia. Nel suo diario una scrittrice americana annotava osservazioni penetranti sulla capacità tutta romana di fagocitare tutto. Anche le nuove costruzioni rimaste a metà, incompiute e che non saranno mai finite dopo l’esplosione di una bolla finanziaria che ha prosciugato le risorse e fatto sparire gli investitori non sono un problema per Roma. Questa città “eterna”, che pare immobile, che si rinnova col ritmo impercettibile dei secoli farà suoi questi spezzoni di edifici e li inserirà nel suo contesto e nel suo paesaggio facendo affidamento sulla tranquilla, inesorabile tenacia del tempo. Farà suo anche l’inguardabile Vittoriale, mastodonte che nulla a che vedere con la città, macigno estraneo che più che altro si addice allo scopo di “pisciatoio di lusso” come lo definì Giovanni Papini?

A me pare che la capacità di Roma città capace di assorbire tutto, di addomesticare tutto e di incorporare tutto sia una buona metafora della Roma Capitale politica e rimando ad una classe dirigente che resta sempre uguale a sé stessa anche quando sembra rinnovarsi e rinnovata nel profondo.

Buona lettura.