Archivi di Stato. Biblioteche digitali e riviste

Anche la Direzione Generale per gli Archivi ha messo on line, da tempo, una corposa e interessante Biblioteca Digitale.

Naturalmente, il catalogo dei volumi digitalizzati ha un valore e un interesse particolare per gli archivisti, ma si tratta di materiale indispensabile agli storici. I molti inventari e le guide archivistiche di singoli archivi o di singoli fondi aprono fecondi percorsi di ricerca agli studiosi agevolandone al contempo il lavoro. Mi limito a citare il solo esempio di Napoli: Archivio di Stato di Napoli, Archivi privati. Inventario sommario

Non solo. In previsione della completa digitalizzazione del catalogo, sono già disponibili molti dei volumi della “Rassegna degli Archivi di Stato“, un periodico che ha pubblicato numerosissimi e preziosi saggi di carattere strettamente storiografico. Al momento sono disponibili tutti i numeri dal 2000 in poi, scaricabili in formato pdf.

C’è di più. Nell’ambito delle proprie attività, naturalmente, l’Archivio Centrale dello Stato ha realizzato numerosi convegni nazionali e internazionali. Ora, di molti di questi, possiamo leggere o scaricare liberamente gli atti.

Ad esempio, in un articolo di qualche tempo fa ho indicato alcuni siti e fonti sulla rivoluzione francese. Ebbene, negli atti del Convegno Rivoluzioni. Una discussione di fine Novecento la prima parte è dedicata al periodo dalla Rivoluzione francese al 1848; ciò che ho postato negli articoli in cui ho parlato dell’alimentazione (Mettersi a tavola (possibilmente con gusto), Dal mangiare per vivere al vivere per mangiare…) può essere integrato con Gli archivi per la storia dell’alimentazione, tre grossi tomi ricolmi di saggi stimolanti; il progetto Carte da legare – Archivi della psichiatria in Italia, si arricchisce ora di un volume che riporta il medesimo titolo.

Presentare volume per volume diventerebbe un’impresa improba per me e pedante per chi legge. Vi lascio navigare nella Biblioteca ricordandovi soltanto che quanto presentato qui è soltanto una minuscola parte di quanto potete trovare. Ma prima non posso non segnalare, almeno, un prezioso volume su Francesco Crispi, Francesco Crispi. Costruire lo Stato per dare forma alla nazione e Verbali del consiglio dei ministri della Repubblica Sociale Italiana, settembre 1943 – aprile 1945

Anche l’Archivio di Stato di Milano propone un progetto interessante. Ha digitalizzato e messo on line l’intera serie storica dell’ Annuario dell’Archivio di Stato di Milano

Insomma, con i loro progetti, questi archivi mettono moltissima carne al fuoco. Ben vengano: Biblioteca Digitale della Direzione Generale per gli Archivi e Annuario ASMI.


Recensione. Alain Corbin: Storia sociale degli odori

Francia, 1° agosto 1823, ore sette e trenta del mattino: il grande anatomo Orfila deve eseguire un’autopsia. Si procede all’esumazione del cadavere, ma il puzzo che emana il morto è insopportabile. Si manda a chiamare Labarraque, di professione farmacista: il medico asperge il cadavere con cloruro di calcio diluito in acqua: “effetto straordinario: l’odore infetto è istantaneamente annichilito”. Sulla scena della storia si presenta “l’acqua di Javel”, oggi conosciuta come candeggina (p. 174), e la storia degli odori cambia per sempre.

​Città irrespirabili

“Se mi si chiedesse come si possa restare in questo sudicio ricettacolo di tutti i vizi e di tutti i mali, ammucchiati gli uni sugli altri, in un’aria avvelenata da mille vapori putridi, tra le beccherie, i cimiteri, gli ospedali, le chiaviche, i rigagnoli di orina, i mucchi di escrementi, i laboratori dei tintori, dei conciatori e dei conciapelli; dal fumo perennemente prodotto da un’incredibile quantità di legna, nel vapore che esala da tutto quel carbone; circondati dalle sostanze arsenicali, solforose, bituminose, esalate senza posa dai laboratori in cui si violentano il rame e gli altri metalli: se mi si chiedesse come si vive in quest’abisso, la cui aria greve e tiepida è tanto spessa da essere visibile e la cui atmosfera si sente in un raggio di oltre tre leghe […] là dove se si lasciasse liberi gli animali […] li vedrebbe, guidati dal mero istinto, fuggirsene a rotta di collo per cercare nei campi l’aria, la verzura, un suolo libero, profumato […]” (pp. 34, 74). Nelle strade non selciate, fango e sterco di animali da traino si impastano alle ruote di carri e carrozze, spruzzano ovunque, passanti compresi (i marciapiedi sono invenzione relativamente recente); si mescola a immondizie lasciate in strada, all’acqua stagnante delle pozzanghere e degli scoli malfunzionanti.

Il quadro generale di Parigi descritto da Mercier è impressionante, ma non è il dato fondamentale sul quale appuntano l’attenzione medici e osservatori dell’epoca. Sono i miasmi, i fetidi vapori che esalano da questa fanghiglia composta da sostanze putrescenti a preoccupare. La terra stessa sulla quale sorgono le città è un deposito fermentante di putrescenze precedenti. Si ritiene che gli odori emanati dagli escrementi abbiano un potere pernicioso: “Il vapore dei cessi – scrive un osservatore – corrompe ogni specie di carne e dei suoi succhi”; i bottinai che svuotano i pozzi neri rischiano la vita, ma non sono gli unici. Rischi simili li corrono coloro che lavorano i grassi animali, il bitume, i follatori e altre categorie di lavoratori che si trovano a metà tra l’attività artigianale e la manifattura. Le città pullulano di queste attività e se l’interesse per la salute dei lavoratori tarderà ad affermarsi, non occorrerà attendere molto tempo per veder sorgere proteste per il puzzo che emanano.

A ben guardare, come è facile dedurre dalla descrizione di Mercier, potenzialmente tutti sono in pericolo: alle masse di letame, ai liquami, agli escrementi e alle immondizie si aggiungono i vapori mortiferi che esalano dai cadaveri ancora seppelliti nelle chiese e abitare nelle vicinanze di cimiteri è un pericolo (p. 72).

Vedi: https://histoire-image.org/fr/etudes/halles-paris-travers-histoire

La selciatura delle strade non ha soltanto un valore estetico; e nemmeno è incentivata esclusivamente dai vantaggi dovuti alla comodità; ha anche una valenza di “polizia medica”, di igiene: la selciatura è un manto protettivo che blocca i fermenti nocivi della terra e dunque protegge viandanti e abitanti. Intonacare, lisciare, pitturare, stuccare sono altrettanti modi per proteggersi dalle esalazioni di muri infetti e dei mattoni a contatto col suolo. E già un decennio prima della Rivoluzione si inizia ad elaborare progetti per la fognatura della città; una necessità che diverrà impellente nei decenni successivi quando cloache e discariche si intaseranno dando la stura a una marea di preoccupazioni per la salute pubblica e di proteste per il fetore che emanano, e che troveranno una spinta decisiva dopo l’epidemia di colera dei primi anni Trenta.

La machine balayeuse, issue de Les odeurs de Paris par Jules Brunfaut, Histoire de Paris

Ospedali, lazzaretti e carceri – tutti istituti tipici delle città – sono densi di odori inconfondibili e pericolosi dovuti a miscugli perenni di fiati e sudori malati o sofferenti; sangue e visceri, piaghe e materie fecali: il sovraffollamento – e quindi l’asfissia – non desta ancora troppi sospetti. A preoccupare è la “putredine ospedaliera”, il lezzo cadaverico che precede e annuncia la morte e che si diffonde salendo da piaghe e cancrene e da quei depositi di infezioni che sono i letti di questi sventurati (pp. 70-71). (Non è un caso se per moltissimo tempo a venire l’ospedale sia considerato l’anticamera della morte). Anche i mercati sono considerati concentrazioni di miasmi pericolosi.

​In campagna

Se dalla terra emanano sostanze nocive, allora sarebbe molto più prudente non smuoverla, non lavorarla. Ma come seguire un consiglio simile in una società prevalentemente contadina? D’altra parte i terreni paludosi sono essi stessi focolai di malattie; devono essere bonificati (p. 161). Anche i lavori campestri non sono esenti da pericoli. Dai maceratoi in cui viene immersa la canapa salgono esalazioni nauseabonde e nocive e la lavorazione della pianta provoca nausea, irritazione ai polmoni e febbre: quello del cordaio non è un lavoro salubre. (p. 73).

La campagna suscita reazioni contrastanti. Per molto tempo sono le città ad essere più puzzolenti delle campagne. Ricchi e benestanti fuggono dai centri affollati durante i mesi estivi per cercare refrigerio e salubrità all’aria aperta e incontaminata, dove la natura e la vegetazione sprigionano profumi piacevoli e gradevoli. Anche i profumieri devono fare i conti con questo fenomeno che detta i gusti della moda. D’altra parte è vero che i contadini suscitano repulsione: che siano gli odori di cui è impregnato il loro rustico vestiario o le abitazioni poco importa. In campagna i precetti igienici tarderanno moltissimo ad affermarsi e, soprattutto, ad essere osservati.

William Lamb Pcknell ,A french garden, Provence, 1878, Parrish Art Museum, Water Mill, N.Y., Clark Collection 1959.6.34
L’ambiguità dell’acqua

I pericoli non provengono soltanto dal basso, dalla terra, provengono anche dall’alto, dal cielo. L’umidità è pericolosa, rilassa le fibre e infiacchisce; la rugiada serale è nociva; il vapore acqueo deposita ogni sorta di residui dannosi; lavare con troppa acqua è pericoloso, accresce i pericoli di putrefazione, perciò l’acqua salmastra desta molti sospetti. Il sommo dei pericoli è l’acqua stagnante, deposito sicuro di sostanze letali (p. 45).

Per lungo tempo l’uomo ha avuto un rapporto ambiguo con l’acqua. Ad esempio, medici e alienisti consigliano bagni tiepidi o freddi per sedare i nervi; ma il bagno frequente è sconsigliato per molti motivi. L’acqua calda rilassa e infiacchisce: i bagni troppo frequenti indeboliscono e rendono effeminati: la vitalità sessuale del maschio corre il pericolo di venire compromessa; all’opposto, per le ragazze si teme che l’intimità della vasca o della tinozza induca ad esplorazioni del proprio corpo destinata a cadere in licenziosità illecite. Perciò è opportuno fare bagni parziali: mani, viso, pediluvi, parti intime, lavate separatamente. Non è da escludere che ci sia qui il retaggio dei bagni pubblici – le “stufe” – che spesso non erano altro che bordelli mascherati (su questo vedi: Marzio Barbagli, Comprare piacere). E d’altra parte, l’uso frequente e costante dell’acqua incontra resistenze tenaci, sedimentate nel tempo: i contadini rifiutano di scrostare le teste dei loro figli piccoli dal sudiciume; lo strato di sporcizia sulla pelle protegge (curiosamente, anche tra le classi sociali più elevate persiste la convinzione che la testa non debba essere lavata: al massimo alle donne è concesso usare una lozione saponosa di quando in quando, p. 257). Senza dire che preparare il bagno è faccenda laboriosa, dispendiosa e faticosa.

Per lungo tempo “nettare” non rientra nei sinonimi di lavare. Significa piuttosto drenare, “essendo essenziale assicurare lo scolo, l’evacuazione della sporcizia” (p. 134). Se stagnazione vuol dire insalubrità, allora movimento significa l’opposto. Per questo motivo la ventilazione, che si impone negli enti ospedalieri, nelle carceri e sulle navi, viene a rivestire un ruolo cruciale. Il problema è gravoso soprattutto nelle carceri, dove la ventilazione cozza contro la necessità di concentrare i detenuti. Ecco allora fare la propria apparizione le sbarre nelle celle, attraverso le quali l’aria può passare e, con alcuni accorgimenti, circolare adeguatamente.

Raguenet, Jean-Baptiste-NicolasFrance, Musée du Louvre, Département des Peintures, RF 1971 12 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010067173 – https://collections.louvre.fr/CGU
​La soglia di tolleranza dell’olfatto

Fin verso la metà del secolo e per alcuni aspetti anche molto oltre, si tratta di allarmi. Manca una correlazione tra miseria e mancanza di igiene, non c’è una distinzione tra le classi. Gli abitanti delle città sono una folla (p. 72), non un insieme di classi sociali conviventi e ognuna coi propri gusti. L’accavallarsi di odori così disparati e di diversa provenienza “ostacola l’analisi” di scienziati che dispongono di poche armi affidabili (p. 75).

Secondo l’A le cose cominciano a cambiare tra il 1760 e il 1840 (p. 88). È una mutazione che si inserisce in un contesto più ampio: anche i gusti alimentari stanno cambiando (su questo vedi: Wolfang Schivelbusch Storia dei generi voluttuari, Massimo Montanari, Recensione. Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). La tendenza è quella di andare verso la moderazione e, per certi aspetti, verso la discrezione. Dopo il 1750 le testimonianze di una minore tolleranza verso gli odori sgradevoli si moltiplicano (pp. 85 e ssgg.). La diffusione via via più estesa dei pozzi neri (il cui spurgo nauseabondo provoca proteste) “privatizza” il puzzo delle feci e, anche se ancora per pochi privilegiati, all’interno delle case la salle de bains e la “ritirata” diventano a poco a poco luoghi in cui la privacy inizia ad essere osservata e nella vasca da bagno fanno il loro ingresso saponi e paste profumate. È un cambiamento limitato al vertice della scala sociale. Tra i ricchi diminuisce la soglia di tolleranza degli odori forti. Gli ambienti privati delle loro abitazioni assumono odori diversi; meno intensi e invasivi, si impongono quelli più delicati e variegati: profumi troppo intensi destano il sospetto di voler occultare una scarsa igiene personale. Igiene e moda condividono pezzi di strada. Non sempre e non per tutti, ma nei ceti abbienti si afferma l’uso del sapone e la frequenza del bagno e del cambio di biancheria aumenta. Dagli anni Sessanta grande successo riscuotono le “acque” profumate alla frutta (p. 109).

Certo, in un’epoca in cui non è ancora possibile sconfiggere i cattivi odori, gli effluvi indigesti permangono. È possibile però contrastarli e nasconderli. Nel 1773 Guyton de Morveau inventa un miscuglio di sale e acido solforico la cui fumigazione sembra in grado di purificare l’aria infettata da salme inumate. Ne deriva che fare uso di un profumo gradevole, usare pasticche odorifere e bruciaprofumi ha una valenza attinente alla salute. Infatti, “l’aroma combatte i vizi dell’atmosfera e aumenta la resistenza dell’organismo”, perciò profumarsi significa purificare l’aria circostante; disinfettare significa deodorare (pp. 91-92, p. 132).

I poveri, naturalmente, continuano a vivere in tuguri labenti e del tutto insani. Il loro vivere “promiscuamente”, ammucchiati in locali minuscoli dove condividono letti, oggetti il tutto all’insegna dello sporco più tenace e in cui si soffoca, desta scandalo e repulsione (pp. 213 ssgg.). E, nemmeno a dirlo, continuano a puzzare.

Le Bas Jacques Philippe, La Maison Rustique, gravure, Gallica
​Ospedali, navi e prigioni

L’aspetto curioso è che i cambiamenti più profondi e duraturi hanno la loro origine negli istituti di reclusione: gli ospedali occultano malati, cronici, pazzi, orfani e invalidi; le navi galeotti e marinai (che sono collocati al grado più prossimo della bestialità) e le carceri delinquenti e reietti. Ma è in questi luoghi (e nell’esercito, almeno in teoria, dato che i regolamenti vengono smentiti da una pratica che lascia a desiderare) che si affermano principi e usi che poi investiranno la società.

L’anno prima della Rivoluzione francese Jacques Tenon pubblica le Mémoires sur les hôpitaux de Paris, formidabile e inquietante atto d’accusa dal quale emerge un quadro (anti)igienico spaventoso: sovraffollamento, aria stagnante e nauseante, letti e pagliericci multipli condivisi da malati affetti da malattie diverse. Fino ad allora l’odore è stato una guida importante anche per i medici. Assieme ad un complesso di informazioni diverse, anche l’odore che proviene dal corpo del malato gli consente di formulare diagnosi e prognosi: i medici hanno imparato a distinguere i diversi odori delle malattie (pp, 58, 65). Ma dalla pubblicazione di Tenon prenderà le mosse la riforma degli enti di assistenza ospedalieri che li trasformerà in tempi successivi in “machine a guérir”: la suddivisione dello spazio (il letto singolo), la separazione tra malati accorpati per genere di malattia che li affligge, la ventilazione dei locali e il loro mantenimento (pavimenti, imbiancature con acqua di calce) si imporranno anche nelle prigioni e sulle navi in un primo tempo e si dispiegheranno sulla società in un secondo (per questi aspetti, vedi Giorgio Cosmacini, Medicina e rivoluzione).

Vue de la Salpétriere, Wellcome Library

Nelle città le abitazioni subiscono cambiamenti che segnalano l’appartenenza sociale: in un primo tempo si abbandona il piano terra a favore del primo piano. Così si evitano le esalazioni del terreno e si agevola l’areazione delle camere. Il moltiplicarsi delle stanze accentua i momenti e i luoghi della privacy e differenzia anche gli odori. Il letto singolo odora di chi vi dorme, poi sarà il momento della camera singola. A poco a poco si sigillano i fetori escrementizi alla ritirata, impedendo che si spandano per casa. È una privatizzazione che si estende anche alla sepoltura: dalla metà del Settecento la si reclama individuale (p. 146). La società si frammenta, e con essa anche gli odori.

Invisibili ma decisivi, gli odori influenzano in maniera preponderante anche il rapporto tra i sessi. L’odore della pelle può rivelarsi un richiamo potente o un altrettanto energico revulsivo. Le persone emanano e sprigionano ciò che sono e ciò che fanno, come si alimentano, il mondo in cui vivono. Perciò, come dice un osservatore del tempo, le razze inferiori (i negri per esempio) “non possono non puzzare in maniera più o meno intensa” (p. 55, nota 16) ed emanano odori che rimandano alla primitività, a una certa brutalità – e così pure i lavoratori e i contadini.

“Savon Rococo au parfum naturel des Fleurs Dobbelmann Frères, Nimègue 1/4 Dz. NO.561”, Europeana

Nei secoli precedenti l’odore acre negli uomini segnalava prestanza maschia e vigorosa, ma col mutare dei gusti i profumi forti cadono in discredito finché all’uomo viene richiesto di non profumarsi e di non emanare altro odore che non sia quello di pulito, sparso attorno da un vestiario pulito e ben tenuto. Alle donne invece è concesso profumarsi ma delicatamente, con acque che ne amplifichino il candore (che è anche visivo: per oltre un secolo la moda impone l’incarnato diafano).

Il profumo dei soldi

Col progredire della scienza e della chimica letame, liquami, rifiuti organici, carcasse di animali e immondizie si trasformano in un ottimo affare: tutto questo può essere trasformato in letame e spostato in campagna. Così la città si ripulisce, corre meno pericoli, i fetori del suo incessante respiro diminuiscono e le tasche si riempiono. Non solo: anche le manifatture, che ora grazie ai ritrovati della chimica e della tecnica puzzano meno possono continuare le proprie attività senza destare allarmi (il fumo, per esempio non provoca proteste).

Ma chi deve occuparsi di questi smaltimenti? Per comprendere l’insieme del cambiamento dobbiamo scinderlo. Se la lordura è indice di insalubrità, allora anche i poveri, che sono sporchi, sono infetti: “i riformatori accarezzano il progetto di eliminare insieme la lordura e il vagabondo, il fetore delle immondizie e l’infezione sociale” (p. 135). Contemporaneamente il riordino degli ospedali e delle carceri inizia a forgiare la connessione tra “pulito e ordinato”. Il “peccatore puzza”, perciò nei regolamenti e nei precetti igienici si inserisce una componente moralizzatrice. Detenuti e convalescenti devono tenere pulite e in ordine celle e camere e abituarsi all’igiene personale (pp. 154-156).

Vase Brûle parfum (ou cassolette) style empire, France, Musée du Louvre, Département des Sculptures du Moyen Age, de la Renaissance et des temps modernes, CH B 493 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010089724 – https://collections.louvre.fr/CGU

Non può sfuggire la direttrice dei percorsi: se il borghese (uomo) procede verso l’abolizione del profumo e dell’odore, anche coloro che devono redimersi devono incanalarsi nello stesso percorso. Smaltendo le proprie immondizie nelle campagne o nelle manifatture ed eliminando in tal modo gli odori sgradevoli che esso stesso produce, il borghese rende accettabile e vivibile il mondo che governa e dirige e finisce per accettare e autoassolvere sé stesso.

Conclusioni

Questa Storia sociale degli odori uscì in Francia 1982. È inevitabile che sia un poco invecchiato. Non è un male, la storiografia progredisce. Ma resta un libro prezioso perché pur trovando un filo conduttore nell’interpretazione della complessa storia degli odori, Corbin mostra bene che la storia, in realtà è un insieme di sconnessioni e percorsi accidentati: la candeggina ha rivoluzionato il nostro concetto di igiene, i suffumigi di Guyton de Morveu, no. Eppure il suo ritrovato, che proveniva dalla lunga storia dei fuochi con i quali nei secoli precedenti si purificava l’aria, ha avuto un percorso lungo (si veda William Naphy-Andrew Spicer, La peste in Europa, Klaus Bergdolt, La grande pandemia). E, a ben guardare, ci aiuta a capire molto della società di oggi.

Buona lettura.


Recensione. Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca

L’arte come lente di ingrandimento

Quando si inizia a studiare un argomento, partire dai classici è sempre raccomandabile. Mecenati e pittori di Francis Haskell è giustamente riconosciuto come uno dei libri più importanti e permane, a sessant’anni dalla pubblicazione, un punto di riferimento.

Tuttavia le domande che si pongono i lettori cambiano nel tempo. Coloro che lessero il libro sessant’anni fa, quando questo libro fu pubblicato per la prima volta, sicuramente cercavano risposte diverse da quelle del lettore di oggi. Sono stato attirato dal sottotitolo: “l’arte e la società”; una correlazione che si è rivelata ricchissima di piste da approfondire per me, che non sono uno storico dell’arte. Seguire tutti gli spunti disseminati lungo le oltre 600 pagine del libro mi è quasi impossibile. Mi limito a segnalare quelli che hanno attirato la mia attenzione.

Nepotismo e arte di governo

La Roma barocca era la città più ricca d’Italia ed era allo stesso tempo la città più cosmopolita d’Europa. Attirava visitatori da ogni parte d’Europa e tra questi ed era altrettanto naturale che calamitasse anche gli artisti. Nella Roma di quel tempo il denaro circolava a fiumi: le famiglie aristocratiche si circondavano di artisti per mostrare il proprio prestigio, la propria ricchezza e il proprio potere. Per gli artisti Roma era la città ideale per vedersi riconosciuto il proprio talento. Saper giocare bene le proprie carte era la strada per raggiungere fama e ricchezza: gli artisti più affermati o alla moda guadagnavano somme notevoli anche per singole opere; Bernini accumulò ricchezze da favola anche se è vero che egli era un caso a parte. Protetto di Urbano VIII, per un lungo periodo divenne arbitro insindacabile della vita artistica romana: senza il suo sostegno o almeno il suo benestare era impossibile a chiunque fare carriera a Roma (pp. 73-74).

Roma

La presenza del Papa a Roma costituiva un vantaggio decisivo per gli artisti. Entrare a far parte della sua corte o diventare favorito di qualche personaggio influente assicurava la possibilità di lavorare con continuità. Il nepotismo era una pratica diffusa e aveva radici profonde nella Roma del Seicento. Dati i continui intrighi e battaglie per il potere era naturale che i pontefici scegliessero i propri consiglieri tra i parenti più stretti (p. 65). Ogni volta che veniva eletto un nuovo papa, il neo rappresentante dell’altissimo in terra chiamava a Roma un codazzo di famigliari, parenti, amici, dipendenti, faccendieri e cortigiani, tutti bramosi di cariche e prebende, beneficenze e guadagni facili, impieghi comodi e poco impegnativi. Naturalmente, in quell’occasione, i favoriti del papa che era finito all’altro mondo iniziavano a tremare: a ogni nuova elezione corrispondeva anche la sostituzione del personale, perciò i favoriti di un tempo cadevano in disgrazia e si vedevano chiudere i cordoni della borsa. Perfino un uomo di fama internazionale come il Bernini dovette scontare un periodo di eclissi dopo la morte di Urbano VIII e l’elezione di Innocenzo X (pp. 235-237). Soltanto coloro che avevano accumulato grandi ricchezze e non si erano fatti prendere la mano da spese folli, esibizionismo sfrenato ed erano stati accorti accantonando ricchezze a sufficienza, potevano guardare all’avvenire con una certa serenità.

A Roma questa situazione era amplificata dal fatto che il papa era contemporaneamente guida spirituale del mondo cattolico il cui centro era appunto Roma, monarca assoluto di uno degli stati più ricchi d’Italia ed esponente di una famiglia ricca e potente. Ora, queste tre condizioni che normalmente tendevano ad intrecciarsi e a fondersi, divennero un groviglio inestricabile nella figura di Urbano VIII, capo dell’avida e formidabile famiglia Barberini.

“L’immenso sviluppo dato da Urbano VIII all’architettura e alla decorazione sacra mirava almeno in parte a soffocare i dubbi e le eresie che serpeggiavano in Italia, ed è proprio tale forza di persuasione che costituisce l’altra caratteristica dell’arte barocca” (p. 69). La basilica di San Pietro ne è l’esempio più caratteristico e lampante, ma anche gli ordini religiosi mirarono allo stesso obiettivo.

Ottavio Mario Leoni: Ritratto del Bernini

Gesuiti, Oratoriani e Teatini impiegarono lo stile barocco ai fini della propaganda. Gli inizi non erano stati facili. I lavori che commissionarono conobbero spesso interruzioni (anche prolungate) a causa della mancanza dei fondi necessari. Tuttavia, man mano che i fondi venivano raccolti (per intervento di un alto prelato o col concorso delle famiglie più ricche) e le opere completate, l’aspetto propagandistisco si stagliava con sempre maggior nitidezza. Ai Gesuiti, per esempio, interessava veicolare il messaggio secondo il quale la Compagnia di Gesù aveva soprattutto una funzione missionaria: i Gesuiti erano molto più preoccupati della vittoria del cattolicesimo nel mondo dei vivi che del destino delle anime in quello dei morti (p. 141). Perciò gli affreschi dovevano essere letti dai visitatori “come fossero sermoni” e in questo senso la pittura aveva una funzione fondamentale perché la potenza visiva restava fissata nelle immagini mentre invece “verba volant” (p. 118). Considerandosi missionari, lo scopo che i Gesuiti attribuivano all’arte “era quello di lumeggiare il lavorio della grazia divina (naturalmente per mediazione della Compagnia del Gesù) nell’anima umana. Era questo a dare ai soffitti delle loro chiese quel vigore logico che mancava in tante altre opere analoghe” (p. 156). In ogni caso, “verso il 1700 le chiese madri di queste istituzioni erano le più ricche di Roma” (p. 111).

Lo scopo dei pontefici era duplice. Il primo, ovviamente non dichiarato, riguardava il fatto che “ogni nuovo papa si preoccupava soprattutto di eclissare il suo predecessore” (p. 295). Il secondo, come notavano gli stessi osservatori dell’epoca nel caso di Alessandro VII, quello di “abbellir la città”: strade, piazze, fontane, palazzi. Tutto questo aveva fatto la fortuna degli artisti più rinomati e dato occupazione a una pletora di artisti minori per non dire del più vasto e variegato mondo dell’artigianato. Ma le spese erano enormi e sebbene “la stupefacente fioritura del barocco romano” provi il fatto che “nonostante le tremende emorragie, le risorse finanziarie del papa erano ancora abbondanti” (p. 242), è indubbio che la crisi che colpi gli Stati Pontifici alla metà del Seicento fu molto profonda: carestie e epidemie si aggiunsero alle spese ingenti del mecenatismo.

Attirando visitatori da ogni dove, Roma incamerava “tributi” e denaro. Inoltre, era convinzione che il fabbricare era una forma di “carità pubblica, e che tutti i Principi far lo dovrebbero” (p. 65). Ma al di fuori del mecenatismo questa logica produsse distorsioni durevoli nella storia italiana. A metà Ottocento, un medico francese, scriveva: “se arrivate in una città, per piccola che sia, se vedete un edificio che vi colpisce per la sua architettura [e] per la sua bella posizione […] che suggerisce al tempo stesso l’idea di ordine, di agiatezza e di felicità, visitatelo, se siete medici: è un ospedale, un ospizio per gli organi, uno di quei sontuosi monumenti designati con il nome di Albergo dei poveri; poiché anche la miseria ha i suoi palazzi in questo Paese”.

Piazza di Spagna

Ora, così come lo splendore di Roma crebbe a scapito delle miserande campagne circostanti, il mondo artistico fiorì a scapito dei contadini. Ne abbiamo prove eloquenti nelle opere dei Bamboccianti, artisti così chiamati per scherno che nelle loro opere ritraevano uomini al lavoro: il fornaio, l’acquaiolo, il venditore di tabacco, il fabbro, il brigante. Ma quando questi artisti rivolsero il loro sguardo alle campagne e ai contadini le immagini che li ritraggono sono distorcenti: robusti, aggraziati, le ragazze avvenenti, questi contadini risultano molto lontani dalla realtà (pp. 217-23). C’è dunque il tentativo di nascondere gli aspetti più duri della realtà, di mascherare una crisi profonda proponendo invece l’immagine di una Roma florida e potente.

Al di fuori dello Stato e della Chiesa

Chiesa e potere politico non erano le uniche fonti di mecenatismo in Italia. Esistevano ed erano attive figure originali di mecenati privati più o meno ricchi che alimentavano il lavoro degli artisti. Una delle figure più interessanti, studiata in modo approfondito dall’A. è quella di Cassiano dal Pozzo. Non ricchissimo, amico di Galileo, fervente appassionato di archeologia, dal Pozzo aveva i tratti più dello studioso che del mecenate. Tuttavia gli fu riconosciuto “il merito di essere i più grande protettore privato delle arti di Roma” (p. 184): artisti come il Poussin gli dovevano molto per la propria carriera.

Il mecenatismo di uomini come Cassiano dal Pozzo non era l’unica possibilità per gli artisti per svincolarsi dalle committenze del mondo politico o ecclesiastico. Vi erano mercanti (che sfruttavano soprattutto gli artisti più giovani e a buon mercato, p. 196 ssgg.) e le mostre d’arte. A fine secolo a Roma se ne tenevano quattro e devono essere segnalate soprattutto perché esse resero l’arte più commerciale e contribuirono a rendere la pittura una questione pubblica, con opere dal prezzo abbordabile. Di conseguenza, le mostre risultavano essere una buona vetrina per gli artisti desiderosi di ottenere committenze.

Intermezzi

Le condizioni del mecenatismo artistico in Italia mutarono radicalmente nella seconda metà del Seicento. Con la morte di Urbano XVIII nepotismo e mecenatismo si ridimensionarono in modo notevole. L’assottigliarsi delle commissioni e di incarichi ufficiali rischiava di gettare nella disoccupazione parecchi artisti, molti dei quali decisero di spostarsi altrove: “molti pittori si resero conto che ormai le possibilità migliori erano all’estero” (pp. 259 e 268). E gli stranieri non si fecero certo sfuggire l’occasione per approfittare dell’indebolimento di Roma. Francesi e inglesi lo fecero sia allettando gli artisti ad abbandonare l’Italia per trasferirsi a lavorare per loro, oppure saccheggiando a man bassa opere d’arte per poi trasferirle nei propri paesi: il conte di Monterey da Napoli mandò in Spagna “quaranta navi cariche di bottino” (p. 271).

Il declino della Roma dei papi rivitalizzò le città di provincia che diventarono ben presto accanite concorrenti. Roma non calamitava più gli artisti come un tempo; ora i collezionisti (soprattutto inglesi e tedeschi) si rivolgevano a Bologna, Napoli, Venezia.

A questo fenomeno diede un contributo notevole la guerra, che tornò ad interessare i territori italiani: tra una campagna e l’altra i comandanti militari coglievano l’occasione per farsi ritrarre o per inviare opere nei loro paesi d’origine (pp. 312-313). Le guerre giocarono un ruolo fondamentale per l’evoluzione del mecenatismo in Italia. La Guerra dei Trent’anni che squassò l’Europa finì col ridisegnare gli equilibri europei a favore dei paesi del nord e a svantaggio del Mediterraneo. Naturalmente occorse tempo affinché questi nuovi equilibri si assestassero divenendo definitivi. Haskell ci guida in questi percorsi seguendo spostamenti e ingaggi di artisti in paesi di area tedesca, in Inghilterra arrivando fino alla Polonia e alla Russia utilizzando questi percorsi e le collezioni d’arte e costruzioni dei loro committenti come testimonianza dell’inversione di tendenza: non è più Roma o l’Italia a calamitare gli artisti, ma sono i nuovi centri del potere europei ad attirarli.

Venezia
Canaletto: Entrata nel Canal Grande vicino a Punta della Dogana e Santa Maria della Salute

Il caso di Venezia appare molto diverso da quello romano. Qui Haskell, prendendo in esame il Settecento, mostra almeno due facce della città. La prima riguarda le famiglie patrizie che tenevano saldamente nelle proprie mani il potere politico. Ricchissime (si stimava che la famiglia Foscarini potesse contare su una rendita annua di 32.000 zecchini quado per vivere ne bastava una quindicina all’anno, p. 401), ma consapevoli di essersi inoltrate in un periodo di crisi e trasformazioni profonde, esse rivolsero la propria attenzione alla perpetuazione artistica delle glorie del passato: “la finzione che Venezia fosse ancora una grande potenza era sostenuta con ogni mezzo a disposizione dello Stato, e non poteva naturalmente non riflettersi sulla pittura del tempo” (p. 379).

Tuttavia, lo Stato era esausto per le lunghe guerre sostenute. Le famiglie di più antico lignaggio avevano bisogno del concorso di quelle più ricche del ceto mercantile: molte di queste, nobilitate nel corso del Seicento, entrarono a far parte dell’aristocrazia e “facevano sempre più sentire la loro presenza grazie allo splendore delle loro iniziative artistiche” (pp. 383-84): gli Zenobio, i Widmann, i Labia, i Lazzarini si facevano costruire splendide dimore in provincia anche se, piuttosto stranamente, in generale non erano particolarmente propense ad acquistare opere d’arte (p. 402).

L’artefice massimo a cui molte famiglie veneziane demandarono il compito di tramandare le vestigia del passato fu il Tiepolo, autentico ammiratore e sostenitore dell’Ancien régime. I nobili lo impiegarono soprattutto per esaltare le proprie famiglie. Naturalmente egli non fu il solo. Alcune famiglie ospitavano e mantenevano artisti i quali si dedicavano soprattutto a dipingere soffitti

Questa Venezia ripiegata su sé stessa e intenta a rispecchiarsi nelle glorie del passato non era visibile a colpo d’occhio. I moltissimi stranieri che facevano tappa a Venezia vi arrivavano attratti dal clima di spumeggiante liberalità, dalle cortigiane e dalla disponibilità di piaceri per il quale la laguna era famosa. Per questo genere di persone il fascino di Venezia restava immutato (p. 423-24). Ed era gente che faceva incetta di opere d’arte. Non solo, francesi, inglesi e tedeschi riuscirono a convincere parecchi artisti a seguirli, ma nonostante ciò la città continuava ad essere assai benevola nei confronti degli stranieri, sempre benvoluti. Si trattava di una sostituzione impari: non molto oltre la metà del secolo, la Repubblica e le famiglie che la sorreggevano non avevano più nulla di realmente nuovo da dire e il loro malinconico declino divenne irreversibile oltre che palese. D’altra parte gli interessi di coloro che continuavano a subire il fascino della Serenissima si spostarono più sul mondo dell’editoria (che a Venezia aveva radici profonde e una storia già notevole).

Vogel Bernhard: Vista di Piazza San Marco dalla Piazzetta
Conclusioni

In Mecenati e pittori Haskell dimostra che usare l’arte come una lente per studiare un periodo storico è un ottimo modo per individuarne pregi e difetti. Il mecenatismo ebbe entrambe le facce: disseminò l’Italia e l’Europa di capolavori ineguagliabili, ma il prezzo fu altissimo. Il nepotismo divenne una pratica di governo che si infiltrò in ogni ambito e a ogni livello. Haskell ci mostra una ricchissima galleria di uomini di talento; uomini cioè in grado di farsi strada comunque, ma dimostra anche che il metodo che consentiva l’accesso alle commissioni era la cooptazione: la protezione, la chiamata, l’intercessione, e cioè, in sostanza, la sottomissione e la perdita di una indipendenza anche di pensiero all’interno di un rapporto sbilanciato tra committenti ed esecutori tutto a favore dei primi (pochissimi erano coloro che potevano permettersi di rifiutare offerte). L’A. lo afferma a chiare lettere nelle conclusioni.

Naturalmente si trattava di un fenomeno in buona parte inevitabile. Agli artisti veniva richiesta non solo capacità nel lavoro, ma anche una certa cultura generale e un comportamento decoroso per non sfigurare in società. Senza questi pre-requisiti difficilmente venivano aperte le porte e le borse. Ma il fatto che la cooptazione si sia trasformata col tempo in un sistema di governo ha avuto effetti devastanti sulla nostra storia futura: ha mantenuto alti gli steccati tra le classi sociali, ha conservato il malcelato disprezzo dei potenti e dei ricchi verso gli umili, ha bloccato carriere eterodosse e, per contro, ha alimentato il conformismo come requisito essenziale per coloro che tentano di arrampicarsi sui gradini della scala sociale. Con tutto questo ci stiamo ancora facendo i conti.

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