Recensione. Mimmo Franzinelli: Storia della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945)

Storia della Repubblica Sociale Italiana di Mimmo Franzinelli ha molti meriti. Il primo è quello di essere un libro rivolto a un pubblico ampio, di non specialisti. È bene che uno storico che studia da sempre il fascismo pubblichi un libro con questo taglio. La Repubblica Sociale è ancora ammantata di leggende e vere proprie falsità.

Il secondo merito del libro che mi preme segnalare risiede nella sua struttura. Franzinelli inserisce numerose brevi biografie di molti protagonisti. Lo fa non con un’appendice (come ha fatto anni fa in Squadristi), ma le rende parte integrante della narrazione. È un’operazione vincente, a mio avviso, perché consente al lettore di rendersi conto dell’inestricabile intreccio tra le caratteristiche della Repubblica: violenza – moltissimi sono gli ex squadristi della prima ora poi relegati in posizioni marginali durante il ventennio che ora occupano ruoli importanti -, corruzione, opportunismo, sudditanza verso l’alleato, codardia personale (molti dei memoriali inviati a Mussolini sono patetiche e piagnucolose autodifese e mistificanti autorappresentazioni), razzismo.

L’estrema fragilità della Repubblica, è dovuta certamente anche al fatto che i suoi organi sono sparpagliati sul territorio, ma anche perché l’incredibile quantità di corpi, polizie ecc. sono quasi sempre feudi personali di potere di singoli, spesso usati uno contro l’altro per rivalità, ruggini vecchie mai sopite, sete di ribalta o di vendetta e affarismo.

In secondo luogo queste biografie gli consentono di spostarsi da un argomento all’altro. Si possono prendere alcuni temi centrali. Mussolini non si “sacrificò” affatto per il bene dell’Italia evitandole un trattamento più duro da parte dei nazisti; la RSI non fu l’espressione di un tragico tentativo da parte di idealisti di riscattare il fascismo finito vittima di traditori. Era piena zeppa di gente della peggior specie: criminali, delinquenti, ladri, speculatori. Quasi tutti millantavano onestà e probità, ma così come il regime fascista era stato incredibilmente corrotto, lo fu anche la Repubblica Sociale. I pochissimi che avevano intenzione di “fare pulizia” si trovarono immediatamente le mani legate dalle manovre dei tantissimi che avevano moltissimo da nascondere e niente da guadagnare dalla carriera politica fatta durante il ventennio: non se ne fece nulla perché, come osserva giustamente l’A. a p. 92: “il fascismo non può certo condannare sé stesso”.

Il “fantasma” di Mussolini

La corruzione e la sete di arricchimento non sono l’unico cordone ombelicale col ventennio. Al centro vi è Mussolini. Un uomo assolutamente impotente, alla completa mercé dei nazisti, oscillante tra rassegnazioni e rigurgiti di protagonismo. Il Mussolini che emerge dal carteggio con la Petacci è la figura di un poveraccio: capace di ammaliare le folle, ma meschino e insicuro, debole e soprattutto codardo (del resto lo dimostra la sua fine… il capo del fascismo che per vent’anni ha predicato le virtù guerriere dell’audacia e del coraggio per poi finire fuggiasco travestito da soldato tedesco. In questo senso molto più dignitosa di lui fu la Petacci). La versione di un Mussolini che si sacrifica per il bene dell’Italia viene demolita nel corso della trattazione: L’Italia occupata dai nazisti viene sistematicamente spogliata di tutto. E questo aspetto rende schizofrenici i repubblichini: vorrebbero combattere alla pari coll’alleato, promettono di promuovere giustizia ed equità sociali, ma senza la presenza dei tedeschi crollerebbero in un attimo. La loro è una condizione di impotenza che genera continuamente una corrente di frustrazione che permea tutta la vicenda. Incapaci di provvedere a un popolo immiserito, spogliato, sfruttato e brutalizzato dall’alleato, anziché riconoscere il fallimento del ventennio, gli si ritorcono contro: nella loro ottica gli italiani meritano il trattamento brutale dell’alleato che combatte la guerra al loro posto.

È questa la responsabilità più grave della repubblica di Salò. Franzinelli giustamente mette in risalto il fatto che è il riapparire sulla scena di Mussolini ad alzare l’asticella della violenza. Lo si vede fin da subito con la reazione del neo-fascismo, all’omicidio del federale di Ferrara Igino Ghisellini: “La vendetta ordinata dal Congresso di Verona segna dunque la svolta decisiva verso la guerra civile” (pp. 54 e 60). Le ritorsioni indiscriminate, l’uccisione di innocenti, l’esposizione di impiccati e fucilati per giorni sono tutti elementi introdotti dai repubblichini e diventano “marchi di fabbrica” della Repubblica Sociale.

Non è un caso se ad emergere fin da subito è l’ala più violenta e radicale della repubblica: dietro a una confusa retorica di rinnovamento – “sociale” la repubblica non lo sarà mai, nemmeno lontanamente – hanno gioco facile coloro che puntano all’estremizzazione del conflitto. I repubblichini vedono (e non di rado immaginano) complotti e nemici dappertutto. Il tema del tradimento è fondamentale per capire il contesto: traditori sono i gerarchi che hanno deposto Mussolini il 25 luglio 1943; lo sono ovviamente i partigiani; ma lo sono anche – nella testa di molti – tutti gli italiani che non appoggiano la Repubblica. La replica dello schema adottato dal fascismo delle origini, di creare disordine in funzione dell’ordine fallisce miseramente: fatta eccezione per i tedeschi, non c’è quasi nessuno a sostenerli e comunque non forze nemmeno lontanamente sufficienti.

E ancora. La Repubblica non esita ad arruolare nelle proprie fila ragazzini che sono poco più che bambini. Gli ex fascisti (e non solo loro, purtroppo) che hanno parlato dei “ragazzi di Salò” che andavano a cercare “la bella morte” dimostrano con questo atteggiamento di rifiutarsi di fare i conti con quella storia: si dovrebbe pur riflettere sulla manipolazione di adolescenti.

Di “bello” la Repubblica Sociale non ha avuto niente. Franzinelli ci restituisce un mondo claustrofobico, in cui tutti sono contro tutti, pervaso di meschinità e colpi bassi a tutti i livelli, costantemente, dall’inizio alla fine. Un mondo di maschi, intriso di maschilismo in tutte le sue componenti, nel quale le donne vengono accettate e accolte soltanto se acconsentono a militarizzarsi e di sottostare a pregiudizi che in realtà nascondono un mondo di uomini fragili, deboli, subdoli, spietati ma vigliacchi.

Il “vischio” ereditato

C’è una vischiosità che impregna questa vicenda. I rapporti – tra i vari esponenti, tra i molti corpi militari, tra il partito e il governo, tra il governo e i nazisti, tra Mussolini e i sottoposti… – non sono mai lineari, mai schietti, mai diretti. Sono sempre obliqui, ambivalenti, spesso untuosi, opachi. A ben guardare questa è un’eredità del regime. Il fascismo fu un grande imitatore: gran parte dell’apparato assistenziale messo a punto dal regime (e che oggi ancora molti scambiano per “welfare” mentre invece era assistenza perché non si basava sul riconoscimento di diritti, ma di beneficenza calata dall’alto) era già presente in nuce nell’Italia liberale (le colonie si innestano sugli Ospizi Marini, l’OMNI su Opere Pie preesistenti). Il fascismo ebbe l’intuizione, vincente – bisogna di riconoscerlo – di colmare la distanza tra governati e governanti. Si tratta di un fenomeno diffuso: penso ad esempio ad una buona parte di agronomi e studiosi cooptati per la bonifica integrale – Serpieri, Jandolo ecc. Il regime gli mise a disposizione enti, strumenti e materiali per lavorare. La repubblica sociale riprende questi metodi: i Bombacci e altri che venivano da percorsi e storie lontane e avverse al regime non sono il frutto della banale equiparazione tra totalitarismi (i compagni in camicia nera); sono lì perché il regime sapeva attrarre e piegare molti soggetti (ad esempio, nel 1931 Mussolini recupera Bombacci, dopo che era stato espulso quattro anni prima dal partito comunista, pp. 201 ssgg.). Durante il ventennio, uomini di questo genere fanno comodo al dittatore che li utilizza a seconda dell’immagine che vuol fornire in un determinato momento. Autore di uno studio fondamentale sull’OVRA, Franzinelli queste cose le conosce bene e ci regala un panorama di intellettuali e ingegni dagli atteggiamenti a volte sorprendente. (Ma qui ci si addentra in una storia lunghissima di “mecenati” e raccomandati, di élites e servilismo).

Queste considerazioni ci portano ad altre osservazioni. Così come il regime era stato un formidabile laboratorio di mistificazione (e non a caso lo scollamento tra regime e società avverrà anche l’incapacità del regime di mantenere quanto continuamente promesso, vedi: Paul Corner, Italia fascista. Politica e opinione popolare sotto la dittatura); così la repubblica sociale riutilizza questa eredità: c’è una distanza colossale tra propaganda e realtà. Questa volta però gli italiani non ci cascano più; il che non vuol dire che diventino antifascisti in senso stretto: diventano ostili alla repubblica. Il sentirsi “élite” da parte di molti protagonisti di Salò è anche frutto di una linfa che viene da questo isolamento. E tuttavia una parte di questa opera di falsificazione è traghettata nell’Italia repubblicana. (Ma questo lo si deve in buona parte alla mancata epurazione sulla quale non è questo il momento di discutere).

Chiudo con due cenni che però sono importanti nel libro. Il primo riguarda il razzismo e l’antisemitismo: al contrario di quanto spesso si continua a sostenere, l’antisemitismo fu una componente essenziale della repubblica sociale e le responsabilità sono di molti, non solo dei più accaniti razzisti come Preziosi. Infine, nel libro vi sono decine e decine di fotografie. L’A. le usa non come corredo, ma come documenti: esse testimoniano l’atrocità di quei tempi, la sudditanza dei repubblichini ai nazisti, ma soprattutto il clima lugubre di quell’esperienza.

Non ho esaurito gli argomenti del libro e i suggerimenti che contiene. Il lettore li troverà da sé, aiutato da puntuali riferimenti archivistici e bibliografici. Con Storia della Repubblica Sociale Italiana, Mimmo Franzinelli ci regala un libro importante, scritto con una penna agile, coinvolgente e precisa al tempo stesso.

Buona lettura.


Recensione. Giuseppe Lorentini: L’ozio coatto. Storia sociale del campo di concentramento fascista di Casoli (1940-1944)

Un libro importante per conoscere e capire un aspetto ancora poco noto della nostra storia e del fascismo.

Parlando con studenti che mi domandano un parere per le loro tesi o con appassionati cronachisti di storia locale mi capita spesso di metterli in guardia dall’imbarcarsi a scrivere di micro-storia. Solitamente si è portati a credere che scrivere la storia di un paesello, di un ente, un ospedale ecc. sia più semplice che scrivere di temi generali. A mio parere non è così. Scrivere di “micro-storia” è più difficile che scrivere di “macro-storia”. Lo è perché la micro-storia ha senso soltanto nella misura in cui riesce ad approfondire e a far comprendere meglio la macro storia. Perciò ho letto con grande curiosità questo L’ozio coatto di Lorentini, un libro che ci spiega la nascita e il funzionamento del campo di concentramento fascista di Casoli.

Lorentini si è mosso a cerchi concentrici. Nel primo dei quattro capitoli che compongono il suo lavoro, contestualizza il campo di Casoli dopo averlo inquadrato nel contesto generale dei Lager, dei campi di sterminio e dei campi di concentramento. Sono distinzioni importanti, fondamentali, che l’A. illustra e discute sulla base di una solida e profonda conoscenza e dimistichezza con la storiografia.

In particolare il primo e il terzo paragrafo sono utilissimi per chi desideri approfondire questi temi: vi si trovano bibliografie ragionate e puntuali nelle note a piè di pagina e spiega in modo chiaro perché in Italia la storiografia abbia cominciato ad interessarsi ai “campi” solo in tempi relativamente recenti.

Nel secondo capitolo si focalizza l’attenzione al caso italiano. Furono le leggi razziali, la legge di guerra del 1938 e i provvedimenti di polizia del 1940 a riversare la “grande storia” sulla pelle delle persone comuni che poi finiranno a Casoli. L’internamento in quanto tale non era una novità: l’Italia lo aveva già adottato nel corso della Grande Guerra nei confronti i sudditi austroungarici e tutti i soggetti genericamente ritenuti sovversivi (socialisti, anarchici, pacifisti ecc.) (p. 59). La legge di guerra del 1938 fu il risultato di una lunga gestazione, ma fu la guerra ad accelerare e rendere operativi l’approntamento dei campi e le normative che li riguardavano (p. 62, nota 23).

Leggi razziali e la guerra spiegano anche la duplicità del campo di Casoli: dal 1940 al 1942 vi furono internati gli “ebrei stranieri” per ragioni razziali; dal 1942 gli “internati politici”. Questi ultimi erano “ex jugoslavi” provenienti dalle zone occupate dall’esercito italiano dove era prevista la sostituzione della popolazione locale con italiani: è la storia di una brutale occupazione e sradicamento dal proprio ambiente (che smentisce la convinzione comune che gli italiani, “brava gente” siano stati più “morbidi” dei nazisti) che irrompe sulla scena e su un microcosmo come era il piccolo paese di Casoli.

L’A. mostra egregiamente queste due storie: in linea generale gli “ebrei stranieri” ebbero una vita meno dura nel campo di Casoli (pagata però a carissimo prezzo successivamente): si trattava di persone che in non pochi casi disponeva di mezzi finanziari (a volte anche notevoli) e questo valse loro la possibilità di cavarsela meglio rispetto agli “internati politici” che li sostituirono – in genere povera gente che talvolta nemmeno sapeva per quale ragione fosse finita lì e che fu sottoposta a un regime di controllo e di vita molto più pesante e invasivo.

Da questo punto di vista Lorentini fa bene a rimarcare che la nebulosità della legislazione in vigore consentisse ai vari organi e al personale periferico dello Stato un’ampia libertà di azione e come spesso i due piani si intrecciassero o si sovrapponessero. In altre parole la legislazione consentiva di fare un uso razziale di provvedimenti di ordine pubblico.

È descrivendo la vita interna del campo – allestito velocemente, cosa piuttosto strana ma indicativa, considerata la farraginosità della condotta di guerra del regime durante la guerra – che macro-storia e micro-storia si fondono: la descrizione dell’amministrazione del campo, la capacità – o l’incapacità – degli internati di adattarsi alle contingenze, le corrispondenze, fanno emergere la brutalità inumana del regime, le sottili strategie degli internati per sopravvivere – acquistare qualcosa dagli abitanti, pranzare o cenare alle osterie per gli ebrei che potevano permetterselo – la pesantezza di un “ozio coatto” avvilente e psicologicamente devastante.

Lorentini fa interagire questi soggetti – una burocrazia occhiuta inefficiente ma indifferente, il personale che dirige il campo, gli internati – e ne emergono elementi significativi: la “funzionalità” dei luoghi di detenzione per la povera economia del paese, le eccezioni verso personalità importanti – un luminare ebreo invitato a pranzo da altri – le ipocrisie dei fascisti locali che espongono denunce trincerandosi dietro l’anonimato, l’organizzarsi degli “internati politici” con l’elezione di un capo.

Ho accennato alla smentita secca e documentata della bonarietà dei militari. Un altro “mito” da sfatare è la bonarietà degli apparati repressivi del regime: il confino come luogo di “vacanza” per gli oppositori del regime . Tutt’altro. Di “ozio” coatto, forzato, imposto parlano molti internati che subiscono la pesantezza dell’inazione e si sentono condannati (senza aver fatto nulla per esserlo) a una inazione psicologicamente rovinosa. Così come fa bene l’A. a ricordare che le leggi razziali non colpirono solo gli ebrei ma anche anche altre minoranze come gli zingari e a spiegare i motivi per i quali in Italia si è tardato molto a parlare dei campi. Lo fa citando un altro autore (p. 43, nota 87) dando prova di grande rispetto e maturità.

Completano il volume un’Appendice in cui si riportano le schedature degli internati “ebrei stranieri” e quella degli internati politici. È un lavoro che scaturisce da un’accurata ispezione all’Archivio Comunale e dal suo sito che ho già segnalato tempo fa: La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascisti e Un video sul Campo di concentramento fascista di Casoli

L’ozio coatto si inserisce in un filone di studi recente ma già discretamente nutrito, ma questo libro ha il pregio della chiarezza espositiva e della esaustività.

Perciò, chi vuole conoscere e capire un aspetto poco noto della nostra storia e cominciare a comprendere gli infiniti aspetti delle violenze e brutalità che i regimi fascisti hanno fatto e le guerre fanno esplodere, L’ozio coatto di Lorentini è il libro ideale.


La repressione durante il ventennio. Un portale sui campi fascisti

Con in tempi che corrono, in un Paese come il nostro che fa della rimozione della memoria e della propria storia una pratica quotidiana (un ex Presidente del Consiglio, riferendosi al confino, disse tempo fa che Mussolini “mandava in vacanza” gli oppositori del regime fascista), questo sito è esattamente quel che ci vuole. Il sito in questione è I campi fascisti.

Un sito che si propone di diventare

un centro di documentazione on line sull’internamento e la prigionia come pratiche di repressione messe in atto dallo Stato italiano nel periodo che va dalla presa del potere da parte di Benito Mussolini (1922) fino alla fine della seconda guerra mondiale (1945)

e che intende raggiungere il proprio obiettivo partendo non “dagli avvenimenti storici, bensì dai luoghi”, intendendo per questi ultimi

le località di confino, le carceri, i campi di concentramento, i comuni di internamento e quanto altro possa emergere dalla ricerca storica come contesto in cui siano state messe in atto queste pratiche repressive rivolte verso oppositori politici, specifiche categorie sociali, gruppi religiosi, civili e militari di stati stranieri coinvolti in guerre od occupazioni militari.

I diversi luoghi così identificati vengono documentati attraverso più tipi di fonti (documentazione originale, letteratura scientifica, testimonianze dirette, fotografie, filmati, eccetera), pubblicate [on line]

Il sito, come ribadiscono gli autori, è infatti in progress, in continuo incremento. Si tratta dunque di un progetto con prospettive molto ampie, tanto che, navigando alla’interno delle varie sezioni, si possono individuare ben dieci diverse tipologie di luoghi internamento messe a punto dal regime.

Ex campo di concentramento di Bakar (Buccari)

Il sito propone un elenco dei campi di prigionia e li suddivide poi in vari sotto-gruppi specifici. Collegati a questi, fondamentale come punto di riferimento per ogni ricerca ulteriore, sono i molti Documenti pubblicati, corredati da sintetiche ma precise didascalie (non manca una sezione bibliografica). Ci si può orientare o eventualmente focalizzare il proprio interesse specifico anche utilizzando la sezione Mappe. Altrettanto importante sono le sezioni degli Audiodocumentari nella quale gli autori vi hanno pubblicato un

documentario che ricostruisce la storia dell’occupazione italiana dell’Etiopia diviso in tre parti: nella prima si tratta della guerra e dei crimini commessi, nella seconda dell’internamento degli etiopi in Africa Orientale e nella terza della deportazione degli intellettuali etiopi in Italia e degli avvenimenti del dopoguerra.

e quella delle testimonianze, sia di chi in quei campi è stato internato, sia di esperti e studiosi.

I campi fascisti è dunque un sito promettente che diventerà certamente un punto di riferimento per studenti e docenti. Del resto, proprio per la sua completezza, l’importanza del progetto è stata riconosciuta anche dall’Unione Europea, che ne ha finanziato parte della realizzazione. I campi fascisti

Il campo di concentramento di Casoli

Un altro progetto molto importante è il sito sul Campo di concentramento di Casoli, in provincia di Chieti, in Abruzzo, attivo dal 1940 al 1944.

Il sito consiste in un archivio digitale che consente l’accesso e la consultazione a fini della ricerca storica di oltre 4000 documenti contenuti nei 215 fascicoli personali degli internati civili conservati sull’ex campo di concentramento. Si tratta, allo stato attuale della documentazione on line, del primi archivio digitale che riproduce in foto facsimile totale i fascicoli personali di un campo di concentramento per internati civili stranieri, ebrei ed ex jugoslavi.

A maggior precisione delle finalità del sito, riprendo dalla presentazione del progetto:

L’obiettivo del progetto è raccogliere documenti, testimonianze, fotografie e altro materiale in modo da offrire una documentazione il più completa possibile con lo scopo, da una parte, di studiare scientificamente il Campo di concentramento di Casoli e, dall’altra parte, di poter mettere a disposizione il suddetto materiale sia agli studiosi che ai diretti discendenti degli internati. È un paziente lavoro di ricerca fotografica, documentaria ed archivistica. Il sito […] valorizza questo patrimonio documentale con la pubblicazione digitalizzata di fonti, ricerche e saggi sulla storia dell’internamento civile nell’Italia fascista assicurando la comunicazione e la divulgazione critica dei risultati della ricerca. Il lavoro è in continuo aggiornamento e per tale ragione i risultati pubblicati sono ancora parziali.

Nello specifico:

Si rende necessario fare un’osservazione intorno all’espressione “campo di concentramento”, perché ci si trova spesso di fronte ad una confusione di tipo semantico (ossia del significato della parola), in quanto tale espressione immediatamente evoca i campi di sterminio nazisti, che ovviamente sono ben altra cosa rispetto ai campi fascisti, e una comparazione tra i due sistemi dal punto di vista della radicalità, della violenza, del terrore, e della mortalità, rischia una scontata banalizzazione del caso italiano. Per questo bisogna comprendere il significato che questa espressione ottiene all’interno del sistema concentrazionario italiano fascista (monarchico), così come esso viene concepito e messo in piedi dal Ministero dell’Interno. Nei documenti ufficiali vengono distinti 2 tipologie di internamento:

1) In campi di concentramento propriamente detti

2) In località di internamento libero

I campi di concentramento, nell’universo fascista, indicano un luogo circoscritto in un perimetro all’interno del quale in strutture preesistenti o ex novo, vengono segregati categorie diverse di internati. Si tratta quasi sempre di campi mono-genere, ossia maschili o femminili e raramente misti.

Le località di internamento libero, sono invece, i comuni di residenza coatta per gli internati, i quali possono ricongiungersi con il nucleo famigliare. È evidente che la condizione di “internato” in un campo di concentramento fascista è più sfavorevole e dura rispetto all’altra: promiscuità, libertà di movimento ridotta, regolamento rigido, separazione dal nucleo famigliare, sorveglianza, punizioni, divieti di lavoro, comunicazione ristretta, ecc.

Il campo fascista di Casoli ha avuto due periodi distinti di internamento per via delle due categorie diverse di internati. Abbiamo un primo periodo “ebreo” del campo, che va dal 9 luglio 1940, data di ingresso del primo nucleo di 51 ebrei stranieri provenienti dal carcere di Trieste, fino al 5/6 maggio 1942, data di ingresso del nucleo di internati politici, antifascisti, ex jugoslavi trasferiti dal campo di concentramento di Corropoli in provincia di Teramo. (Si tratta di un sistema parallelo di campi destinato ai civili deportati dalla sponda orientale dell’Adriatico, a causa dell’occupazione di estesi territori jugoslavi). Tutti gli ebrei del campo di Casoli furono trasferiti nel campo di Campagna in provincia di Salerno. Questa seconda fase dura fino al 2 febbraio 1944, data riportata su un documento in cui si attesta ancora la presenza di 18 internati slavi, a testimonianza del fatto che il campo continuò a funzionare, nonostante l’armistizio dell’8 settembre 1943. Tra gli anni 1940 e 1944 sono passati per il campo di Casoli 218 internati in totale: 108 ebrei stranieri, per lo più austriaci, tedeschi, polacchi e ungheresi, e 110 “ex jugoslavi” per la maggior parte croati e sloveni.

campi-concentramento-abruzzo-Casoli

Ma vi è di più:

Altro scopo della ricerca, di importanza centrale per la cultura della memoria, è sia dare un volto ai nomi degli internati, sia dare un nome ai loro volti, soprattutto agli ebrei stranieri internati in questo Campo dal 10 luglio 1940 – dove giunsero dal carcere di Trieste, perché disponiamo di una loro foto di gruppo scattata proprio a Casoli. Dopo l’8 settembre 1943, 9 di questi internati ebrei stranieri che inizialmente erano “passati” per il Campo di Casoli, furono arrestati e deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau dove trovarono la morte certa. Un altro, invece, è stato assassinato nel campo di Risiera San Sabba, un altro venne deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e sopravvisse alla liberazione avvenuta il 4 marzo 1945. Quella foto, per molti di loro, rappresenta, forse, l’ultima immagine-testimonianza che possediamo. Inoltre, allo stato attuale delle ricerche, sembra che il Campo di Casoli sia stata l’ultima località di internamento nota per 14 internati ebrei stranieri.

Il sito inoltre ospita altre sezioni di approfondimento. Siamo di fronte ad un progetto che supera le finalità della ricerca storica, ma si fa anche strumento per il recupero di memorie personali e famigliari. In altre parole, storia e impegno civile si fondono in un progetto di recupero di grande significato.

Il sito mi venne segnalato più di un anno fa dal Presidente. Lo pubblicai su un blog che non è più attivo e sono felice di riproporlo ora. Campo di concentramento di Casoli

L’ideatore e curatore del Progetto e del sito sul Campo di Casoli, Giuseppe Lorentini, ha avuto la gentilezza di inoltrarmi questo video che pubblico con piacere.

Si tratta di una bella introduzione, sintetica ma molto chiara e ben fatta alla storia del Campo. Può dunque essere considerato una ottima e, dal punto di vista della divulgazione storica, accattivante introduzione al sito web: Un video sul Campo di concentramento fascista di Casoli