Recensione. Donald Sassoon: Il trionfo ansioso. Storia globale del capitalismo 1860-1914

Un titolo che è quasi un ossimoro quello dell’ultimo libro di Donald Sassoon… Il trionfo ansioso. Un trionfo è una vittoria completa, senza appello, definitiva; non dovrebbe provocare ansia, tanto meno nel capitalismo visto che è uscito vittorioso nello scontro col comunismo. Oggi il capitalismo non ha rivali: non c’è nessuna idea, nessun movimento in qualsiasi forma antagonista che sia in grado di insidiarlo.

Che cosa sia esattamente il capitalismo non è semplice da definire. I paesi dell’America Latina, per esempio sono inseriti nel mercato mondiale, ma la loro economia si basa in gran parte sull’agricoltura e non sull’industria (p. 185). Bisognerebbe parlare al plurale, di “capitalismi”, anziché di un unico modello. Nei decenni studiati da Sassoon, quando la rivoluzione industriale coinvolgeva gran parte dell’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone, le vie seguite per diventare un paese industriale furono diverse da caso a caso. Tuttavia Sassoon individua alcuni punti fermi.

Gemälde / Öl auf Leinwand (1878) von Adolph von Menzel [1815 – 1905] ildmass 71 x 90 cm Inventar-Nr.: A I 902, Systematik: Kulturgeschichte / Geselligkeit / Belle Epoque / Bälle
Capitalismo vs stato?

Ad esempio, al contrario di quanto sostengono oggi coloro che magnificano il libero mercato, lo Stato ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo e nel funzionamento del capitalismo. Lungo tutta la narrazione l’A. argomenta in modo convincente che i paesi che in cui la presenza dello Stato era forte hanno avuto uno sviluppo capitalistico molto più pronunciato di quanti avevano uno Stato debole. Il caso più evidente è il confronto tra Cina e Giappone. La Cina, che in età moderna era stata superiore all’Europa e che ancora nel ‘700 poteva considerarsi alla pari, nel XIX secolo fece una gran brutta fine proprio per il suo ostinato rifiuto di imitare l’Europa. Impressionato dalla vicenda cinese – finita smembrata, umiliata e sfruttata – il Giappone a partire dal 1868 si gettò a capofitto nella modernizzazione del paese: meno di quarant’anni dopo fu già in grado di sconfiggere in guerra una delle potenze europee (la Russia) e sarebbe diventato una potenza capitalistica di prim’ordine: “senza lo stato in Giappone non vi sarebbe stato il capitalismo” (p. 172).

C’era un motivo molto semplice per il quale i paesi arrivati secondi o terzi sulla via dell’industrializzazione e della modernizzazione si affidavano all’intervento dello Stato: nelle economie che devono essere trasformate da agricole in industriali gli imprenditori non si formano da un giorno all’altro e il ritardo accumulato poteva risultare fatale. In questo senso l’intervento dello Stato accelerava il passaggio da una forma di economia all’altra (p. 244).

La guerra dell’oppio. Fonte: The anti-empire project

Una burocrazia efficiente e la capacità di riscuotere le tasse sono requisiti fondamentali per il buon funzionamento del capitalismo perché col prelievo fiscale è possibile finanziare forze dell’ordine, esercito, “welfare” e infrastrutture che alimentano il mercato interno e favoriscono lo sviluppo dell’economia: perfino negli Stati Uniti il rapido espandersi delle ferrovie sarebbe stato impossibile senza l’aiuto del governo (p. 215). Filosofi liberali come Adam Smith, John Stuart Mill o Montesquieu consideravano ragionevole che i ricchi pagassero tasse più alte dei meno abbienti (p. 226).

Dalla soluzione di problemi legati al rispetto di contratti alla regolamentazione della concorrenza; dalle normative sul lavoro alla salute pubblica, gli interventi dello Stato si moltiplicarono in molti ambiti. Ad esempio, l’adulterazione di prodotti alimentari era una pratica diffusa (su questo vedi: Madeleine Ferrières, Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo) che diminuì drasticamente proprio grazie ai controlli statali (pp. 119 e ssgg.). Provvedimenti riguardanti edilizia popolare, servizi igienici, fognature, acqua corrente ecc., migliorarono sensibilmente l’igiene pubblica proprio per l’intervento pubblico (pp. 119 ssgg): il barone Hausmann, prefetto di Parigi di Napoleone III, quintuplicò la rete fognaria di Parigi (p. 210) e la dotò di un contingente di spazzini invidiabile rispetto ad altre città; ai primi del ‘900 la Vienna del cattolico e antisemita Lueger era un esempio eccellente di “socialismo municipale” con un ampia gamma di servizi (p. 402).

Avenue de l’Opéra. Chantier de la Butte du Moulin et de la rue Saint-Roch – Fonte: Gallica

I capitalisti, che guardavano con occhio torvo lo Stato quando di trattava di fisco o di legislazione sociale a tutela dei lavoratori, erano ben lieti di accogliere interventi di questo genere, che per dimensioni e portata generavano giri d’affari e speculazioni enormi. Lo erano ancora di più quando i governi intervenivano con misure protezionistiche nei periodi di crisi. Contrariamente a opinioni oggi correnti, l’idea che l’America sia diventata “la più formidabile potenza industriale del mondo [grazie al] fatto che fosse stato lasciato spazio all’iniziativa individuale privata per nascere e svilupparsi è un mito tanto affascinante quanto ingenuo […]. I capitalisti avevano bisogno di uno stato che li controllasse, li regolasse, li sostenesse e ne eliminasse alcuni per salvare gli altri” (pp. 293-306). In altre parole: il libero mercato funziona molto bene in teoria, in pratica le cose stanno diversamente: durante la grande crisi agraria che colpì l’Europa per quasi tutto l’ultimo quarto del XIX secolo i governi presero qualche misura protezionistica.

Dall’altra parte i capitalisti esprimevano il loro disappunto di fronte a misure che interferivano coi loro affari. Ad esempio, mentre in linea generale la popolazione era ostile all’immigrazione e gli operai ne temevano la concorrenza, la prospettiva di reclutare manodopera a basso costo faceva sì che essi non avessero nulla da eccepire all’arrivo di nuovi immigrati (magari disprezzandoli pubblicamente, vedi ad es. p. 378).

Muro anticinese. Fonte: Library of Congress

Ovviamente termini come “capitalista o “imprenditore” sono generici che dicono poco: i medi o piccoli padroncini o commercianti avevano certamente opinioni che li accomunavano ai grandi capitani d’industria, ma la pensavano diversamente per altri aspetti: spesso i piccoli detestavano di tutto cuore i grandi imprenditori e i trust industriali, ritenuti responsabili di schiacciarli rendendo vani i loro sforzi.

Il capitalismo inglese e americano erano nati “piccoli” e solo successivamente acquisirono le dimensioni e la forza per essere presenti su più mercati contemporaneamente. I primi grandi magazzini sono nati in Francia alla fine degli anni Trenta e poi rinnovati e rilanciati nel 1852, ma sono gli Stati Uniti l’esempio lampante della grande distribuzione. Alcuni dei prodotti che consumiamo ancora oggi a colazione o a cena erano già disponibili prima del 1914 (p. 419). C’erano ottimi motivi per abolire la schiavitù, ma la guerra civile americana fu anche una guerra condotta per creare un mercato interno potenzialmente gigantesco e non a caso a uscire vincitore fu il nord perché più avanzato (p. 291 e cap. 9). Il nord aveva ragione: già prima della Grande Guerra in America stava nascendo una società dei consumi.

Popolo e democrazia

Si può sostenere che fu la Rivoluzione francese a immettere le masse nella vita politica (almeno in Francia) e che da quel momento in poi ai governanti non sarebbe più convenuto comportarsi come se il popolo non esistesse. Ma è vero che il popolo “ha incominciato ad esistere come forza politica, reale o potenziale, specialmente alla fine del XIX secolo, in concomitanza con il capitalismo industriale. È da allora che esso ha avuto bisogno di essere placato, ingannato o forzato” (p. 216). E in effetti i modi per escluderlo o tenerlo a bada furono molti.

Oggi molti ritengono che capitalismo e democrazia vadano di pari passo. In realtà questo è vero solo in parte e sicuramente nel corso del XIX secolo non fu così. Di norma povertà e analfabetismo erano condizioni sufficienti per essere esclusi dal diritto di voto: la nonna di Gaugin, Flora Tristan, femminista e attivista socialista, era semplicemente orripilata dagli operai (pp. 107-108). Nelle città industriali soprattutto, le condizioni di vita erano spaventose: salari bassissimi, malattie legate al lavoro, quartieri insalubri, abitazioni malsane erano la norma (per una efficace descrizione dei bassifondi di Londra in epoca vittoriana vedi: Paul Begg, Jack lo squartatore. La vera storia). Che gente del genere potesse godere del diritto di voto pareva a molti inconcepibile: prima di avere voce in capitolo il popolo doveva essere istruito ed educato (p. 351).

Gustave Doré: Dudley Street (1872). Fonte: The British Museum

D’altra parte, man mano che l’industrializzazione avanzava, gli operai specializzati o alcune categorie (come ad es. i ferrovieri) tendevano a organizzarsi e a sindacalizzarsi: non era più possibile ignorarne sia il numero che la forza. Alla fine del secolo il suffragio era stato ampliato in quasi tutti gli stati e in un certo numero il suffragio universale maschile prima e femminile poi era una realtà (ma non in Gran Bretagna, che pure aveva aperto la strada inglobando gradualmente fasce sempre più ampie di popolazione nella vita politica del paese con l’ampliamento del diritto di voto). In sostanza, l’ampliamento del suffragio fu un modo utilizzato dalle classi dirigenti per nazionalizzare le masse nei rispettivi paesi (p. 411).

Ma il diritto di voto di per sé non garanzia di democrazia: il Messico ad esempio, ma gli esempi potrebbero essere molti, tentò di modernizzarsi mantenendo una “semi-dittatura” (pp. 348-49); in Russia i riformatori zaristi rimasero imbrigliati in una contraddizione: riconoscevano la necessità di riforme economiche e politiche indispensabili per l’industrializzazione ma allo stesso tempo volevano che quest’ultima irrobustisse il potere dell’autocrazia (p. 284). In Russia il problema della modernizzazione era ingarbugliato dalle stesse dimensioni del paese che divideva intellettuali e classi dirigenti tra occidentalisti che guardavano all’Europa occidentale e slavofili che puntavano sulla cultura contadina (cap. 8).

Imperialismo

Infine, vie era un altro modo per alimentare o irrobustire il sentimento nazionale della popolazione: creare un impero. Un impero poteva rivelarsi un buon affare (almeno per un certo periodo di tempo), come nel caso della Gran Bretagna; avvantaggiare determinati gruppi (come i grandi industriali nel caso della Germania); o trasformarsi in una catastrofe economica come nel caso del Portogallo (e in questo caso anche politica), della Spagna e, almeno in parte, dell’Italia.

Ma al di là della convenienza o meno in termini economici del possedere un impero (sulla quale politici realisti come Bismarck o Giolitti nutrivano seri e fondati dubbi), è evidente che con l’imperialismo alcuni paesi speravano di risolvere alcuni problemi interni (ad esempio sfoltire una popolazione in eccesso col miraggio di terre da coltivare nel caso italiano) o di vedersi confermare una posizione prestigiosa a livello internazionale (Italia e Germania).

Le potenze europee, e in una certa misura anche gli Stati Uniti che si misero a spartirsi il mondo si presentavano come portatori di una missione “civilizzatrice” verso paesi più poveri e arretrati. Naturalmente si trattava di una convinzione raramente sincera: dietro alla retorica della “civilizzazione” si nascondevano ben altri interessi e obiettivi. Tra questi, quello di offrire un senso di appartenenza e di superiorità ai propri governati, in una certa misura funzionò, ma è difficile trarre un bilancio definitivo sulla questione si sia convenuto o meno disporre di un impero. La Gran Bretagna costituisce un’eccezione perché dominava il più vasto impero della storia. Certamente le economie del suo impero giovarono a quella della madrepatria, ma sul lungo periodo le cose si complicarono. Anche sfruttando la collaborazione di una classe dirigente locale (istruita nelle università europee), creando infrastrutture (l’India ha una rete ferroviaria tra le più grandi al mondo), competenze e personale preparato nell’amministrazione, finì per fornire gli strumenti affinché questi paesi si liberassero (anche se in alcuni casi erano già semi-indipendenti), cosa che puntualmente si è poi verificata nel XX secolo (sull’India vedi l’interessante capitolo in I censori all’opera di Robert Darnton).

The East India House in Leadenhall Street, London, drawing by Thomas Hosmer Shepherd, c. 1817. Fonte: Encyclopedia Britannica
Ansie

Dunque i liberali ottocenteschi hanno avuto ragione: la storia li ha premiati. Eppure l’ansia è un fenomeno la cui presenza è costante nelle pagine del libro. Il fatto è, sostiene Sassoon, che l’ansia è una componente innata nel capitalismo, ne fa parte; il sistema la produce incessantemente negli individui, nelle classi sociali, nelle classi dirigenti, perfino nei paesi. Naturalmente le società e le classi soffrivano di ansia anche in epoca preindustriale: il maltempo che rovinava il raccolto, epidemie che falcidiavano le popolazioni, gli spostamenti con mezzi precari e insicuri, le guerre… la differenza sta nel fatto che questi fenomeni provenivano dal di fuori del sistema economico-sociale, non erano elementi interni che ne facessero parte: di fronte a un’epidemia o una grandinata non c’era molto altro da fare se non pregare perché passasse in fretta: i responsabili erano “il fato o gli déi”, non persone fisiche (p. 369).

Far parte del mondo degli esclusi era (ed è) una vera tragedia esistenziale. Lo era ancora di più nei decenni presi in esame da Sassoon – dal 1860 al 1914 – quando la stragrande maggioranza della popolazione non godeva di forme di protezione sociale (benché, almeno in alcuni paesi, il welfare non fosse del tutto assente anche se appena agli inizi). Da decenni si discute se la rivoluzione industriale abbia migliorato o peggiorato le condizioni di vita dei lavoratori. Sembra difficile contestare che, almeno in Occidente, alla fine del periodo studiato dall’A. la netta maggioranza delle classi lavoratrici stesse meglio rispetto ai primi decenni della Rivoluzione industriale: a inizio Novecento “gli americani dibattevano su abbondanza e consumi (p. 417).

Adolph Menzel, Eisenwalzwerk (Moderne Cyklopen) Bild, 1872-75, Staatliche Museen zu Berlin, Nationalgalerie / Andres KilgerCC BY-NC-SA 4.0

Gli esclusi era l’infinito sciame di migranti che lasciava il proprio paese alla ricerca di un posto migliore in cui vivere (italiani, irlandesi, tedeschi in Europa; cinesi negli Stati Uniti), erano le minoranze etniche (ebrei) o la sterminata massa di disoccupati. Queste categorie avevano buone ragioni per sentirsi in ansia, per il semplice fatto che per loro il problema fondamentale era sopravvivere.

Lo stato sociale, che cominciò a formarsi negli ultimi decenni del secolo non fu un prodotto dell’azione del socialismo, figlio naturale, benché detestato, del capitalismo: governi e capitalisti avevano il problema di come tenere sotto controllo le masse e le masse erano composte in gran parte da poveri: nell’ultimo quarto del secolo la folla destava notevoli preoccupazioni nelle classi dirigenti di molti paesi (pp. 400 ssgg.). Le opzioni messe in campo furono molte: in Francia le prime politiche sociali furono intraprese non per contrastare il socialismo ma per togliere influenza e spazi d’azione alla Chiesa (p. 433); in Germania, al contrario, il Zentrum sostenne l’impianto dello stato sociale bismarckiano. Anche i grandi capitani di industria si mossero: negli USA Ford garantiva alti salari ai “propri” operai a patto che non entrassero nei sindacati (p. 310); Carnegie e altri filantropi fondarono biblioteche e altri enti, ma alla fine queste forme di paternalismo industriale fallirono (p. 466): fu lo Stato a occupare quello spazio.

Ciò non significa che il socialismo non avesse carte da giocare. Ne aveva molte e a fine secolo la sua forza, almeno in alcuni paesi, era notevole. Ma in generale “i socialisti […] avevano un’ideologia in un certo senso schizofrenica: da una parte auspicavano una futura società post-capitalistica senza classi […]; dall’altro sostenevano una serie di riforme […] che rafforzavano l’ordine esistente e consolidavano il capitalismo” (p. 415). Non era l’unica contraddizione dell’epoca: liberali e socialisti, nemici naturali, potevano trovarsi alleati contro i cattolici; per motivi diversissimi, conservatori e socialisti si trovarono talvolta alleati contro alcuni aspetti più pesanti del liberismo; liberali e reazionari potevano allearsi contro il socialismo.

In ansia si sentivano gli imprenditori e i commercianti, preoccupati dalla concorrenza e dalle fluttuazioni del mercato; i paesi più deboli che temevano di finire vittime di quelli più forti: lo sapevano bene imperi in decadenza come quello turco, che infatti ricevette il colpo di grazia con la prima guerra mondiale, paesi che faticavano a traghettare da una società arretrata e contadina ad una moderna e industriale come la Romania o che confinavano con stati nettamente superiori come il Messico con gli Stati Uniti.

New and correct map of the lines of the Northern Pacific Railroad and Oregon Railway & Navigation Co. Fonte: yale University Collection

In ansia erano i governi, preoccupati di non riuscire a gestire situazioni potenzialmente destabilizzanti: fenomeni come gli enormi flussi migratori tra continenti, il ricambio di popolazione nei centri storici della popolazione o i pogrom contro gli ebrei in Russia erano tutti provocati dalla moderna società industriale: le manifatture del cotone in India soccombevano sotto la spietata concorrenza di quelle inglesi; i contadini italiani che a fine secolo protestavano per il rialzo del prezzo del pane non potevano immaginare che quel rincaro era anche una conseguenza della guerra ispano-americana. Il fatto è che il capitalismo è dinamico e, sebbene sia molto più duttile di quanto abbiano immaginato i socialisti, si rinnova per crisi periodiche – e questi sono fattori che non possono non generare ansietà.

Conclusioni

Con Il trionfo ansioso Donald Sassoon ci porta dentro alla prima globalizzazione. 160 anni fa il mondo era già connesso. Ed è questo il fattore che spiega la periodizzazione scelta dall’A. Se il 1914 è una data facilmente comprensibile per chiudere la narrazione, apparentemente lo è meno quella di partenza. Ma nel 1860 i fenomeni di cui discute Sassoon sono già tutti pienamente visibili. E, d’altra parte è una periodizzazione molto flessibile: spessissimo l’A. si inoltra nel passato o si spinge fino ai giorni nostri.

La storia ha dimostrato che uno Stato senza mercato non riesce a resistere, ma con questo libro Sassoon documenta da par suo che il mercato deve essere controllato e guidato. Il trionfo ansioso è molto più di una storia globale del capitalismo; è un libro ricchissimo di riflessioni e spunti di ricerca a tutto campo. Consigliatissimo.

Buona lettura.

Lacerba on line su Internet Archive

Su Internet Archive, ormai una delle più grandi biblioteche digitali del mondo, è possibile consultare e scaricare in vari formati la rivista Lacerba.

Riprendendo dalla presentazione della rivista:

«Lacerba» fa la sua comparsa per la prima volta a Firenze il 1° gennaio 1913. La rivista è pubblicata dal tipografo Attilio Vallecchi, alla sua prima esperienza da editore. La periodicità quindicinale viene mantenuta fino al numero 24 del 1° dicembre 1914; nel 1915 diventa settimanale e uscirà ogni domenica. Nei primi due anni sarà composta da 16 grandi pagine (formato tabloid) a due colonne e costerà 4 soldi; i fascicoli dell’ultima annata avranno invece 8 pagine, con testata di colore rosso vivo (mentre precedentemente era nera) e costeranno solo 2 soldi. Nonostante i numeri crescano da 24 a 52 l’abbonamento annuale resterà invariato a Lire 4. La redazione è in via Nazionale 25 a Firenze.

Quasi ogni numero pubblica riproduzioni di quadri e illustrazioni. L’elegante impaginazione ricorda quella della «Voce» e verrà conservata anche nelle altre riviste italiane d’avanguardia fino al secondo dopoguerra. Sotto il frontespizio appare il primo verso del poemetto di Cecco d’Ascoli, L’Acerba: «Qui non si canta al modo delle rane».

«Lacerba» è animata dall’allora trentaduenne Giovanni Papini [che aveva già lavorato a La Voce (1908-1916)] che si avvale dell’aiuto di tre collaboratori: il trentaquattrenne Ardengo Soffici, aspirante pittore e scrittore di successo, il triestino Italo Tavolato, giunto a Firenze per studiare filosofia, fedelissimo di Papini; infine il ventottenne Aldo Palazzeschi (il cui vero nome è Alfredo Giurlani), poeta garbato, estroso, che si dichiara futurista.

«Lacerba», oltre che riunire il meglio della creazione artistica del tempo, desidera liberare il campo delle arti e delle lettere «dal numero stragrande dei pregiudizi, delle routines, delle prevenzioni, delle ignoranze, delle incomprensioni, delle imbecillità che lo infestano». Il criterio, dunque, con cui vengono scelte le opere che figurano sulle pagine del periodico, oltre che un criterio di bellezza è un criterio polemico e «di preparazione in vista di un’arte futura»; da questo ne deriva una propensione verso tutto ciò che è nuovo o almeno ardito.

Una rivista che si propone come spregiudicata e agguerrita non può tuttavia non tener conto della novità più dirompente e rumorosa di quegli anni, e cioè il movimento futurista milanese, attivo già dal 1909. E difatti Marinetti, Boccioni, Russolo e Carrà, i primi attori del futurismo milanese, eleggono «Lacerba» organo del loro movimento, utile strumento per diffondere le loro idee e le loro imprese. Tuttavia Papini e Soffici mantengono una posizione più defilata rispetto a Marinetti e ai suoi; l’articolo Il cerchio si chiude del 15 febbraio 1914 manifesta con chiarezza le divergenze inconciliabili, soprattutto in materia di rappresentazione artistica, tra il gruppo fiorentino e quello milanese. La rivista continuerà ad ospitare articoli, manifesti, testi paroliberi dei seguaci di Marinetti, ma le strade tra il gruppo fiorentino e i milanesi saranno ormai irrimediabilmente divise.

La rivista può comunque contare sulla collaborazione, tra gli altri, di Lucini, Govoni, Ungaretti, Jahier, Sbarbaro, Max Jacob, Guillaume Apollinaire, Paul Fort, nonché dei pittori Rosai e Boccioni, dell’architetto Sant’Elia, del musicista Russolo.

Buona consultazione: Lacerba
Presentazione della rivista: https://r.unitn.it/it/lett/circe/lacerba
Vedi anche: La Voce (1908-1916)

lo storico della domenica
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