Recensione. Attilio Brilli: Il grande racconto delle città italiane

Comprendere perché gli stranieri si innamorano dell’Italia non è difficile: il clima benevolo, la cucina, la varietà dei paesaggi, l’infinito patrimonio architettonico e artistico… L’Italia trasuda storia in ogni angolo e per un viaggiatore colto e appassionato di archeologia, arte e storia è quanto di più prossimo al paradiso terrestre.

Non è un caso che sia proprio questo il taglio narrativo scelto da Brilli per accompagnarci in questo Grande racconto delle città italiane: un viaggio che si snoda per tutta la penisola, con ventinove tappe, ventinove città viste con gli occhi di viaggiatori e artisti, collezionisti d’arte e pittori, storici e musicisti, poeti e scrittori dal ‘600 al ‘900 inoltrato. Moltissimi occhi, moltissimi sguardi; una selva di osservazioni argute, di racconti appassionati e di descrizioni mirabili; così come tanti sono anche i pregiudizi e molta la retorica che si sono posati sulle nostre città.

Gli infiniti volti delle città

Le città cambiano, si trasformano, mutano e, come annotava con qualche rammarico Baudelaire, lo fanno più in fretta “del cuore degli uomini”. Non tutte le trasformazioni però balzano all’occhio. Vi sono città che cambiano rimanendo apparentemente sé stesse: è il caso di Torino, la “porta d’Italia”, città ordinata, regolare, con un qualcosa di austero e militaresco dove perfino la stratificazione sociale dei ceti non si connota per la suddivisione dei quartieri ma avviene in verticale, “dal piano nobile ai tetti” dei palazzi (p. 38), mescolando ricchezze e sventure e confondendo il visitatore. Vi è però una “Torino vecchia”, popolana, angusta, tetra, che a De Amicis pare sotterranea; un pezzo di città che spetta al viaggiatore cercare e scoprire, immersa com’è in una città che pur avendo perduto presto la centralità nella vita del Paese e con essa il suo massimo fulgore – innegabile anche se non sfavillante e sfarzoso -, mantiene la sua fisionomia anche con l’espandersi di nuovi quartieri e all’attività di speculatori e costruttori.

Anche Palermo desta sensazioni simili. Soprattutto ai viaggiatori settecenteschi pare una città simmetrica, con una struttura geometrica precisa, nitida, una sorta di grande scacchiera in cui è facile orientarsi. Ma sono sufficienti pochi decenni perché questa organicità si incrini e il visitatore scopra la complessità disorientante, labirintica e inclusiva dei sovraffollati quartieri popolari. Anche le sue bellezze, come la Cappella Palatina, riservano la stessa sorpresa: “racchiude un interno secentesco con un interno medievale”, annota un visitatore; un monumento che incarna gli incroci della Storia, in questo caso dell’Oriente e dell’Europa (pp. 261-62).

Perfino Milano, cuore pulsante dell’economia e perciò città moderna, europea, febbrile, mantiene zone nascoste, velate, mimetizzate nel vortice perpetuo delle attività; una Milano sorprendentemente “reticente, riservata” (p. 58), che può essere scovata e goduta nella parte vecchia della città, nonostante la sua espansione, i suoi traffici, gli ammodernamenti, il suo guardare all’Europa e al mondo.

A Perugia è perfino possibile scendere o salire lungo la Storia, dai quartieri più alti, giù giù fino ai vicoli della città medievale o, facendo il percorso inverno, dalle profondità del Medioevo alla modernità (vedi le osservazioni di un viaggiatore americano a p. 361).

Albert Rosengarten, Palazzo dei Priori mit der Piazza del Municipio in Perugia, 1841, Amburgo, Kunshalle

Un altro americano, Mark Twain, resta affascinato dagli altissimi palazzi di Napoli: guardando dalle strade chi abita lassù sembra di osservare tanti uccellini nei loro nidi, tanto le persone sono piccole, a un passo dalle nuvole. E quei palazzi poggiano su città di epoche precedenti: c’è – in molti ne hanno parlato e Brilli riporta alcune testimonianze – una Napoli sotterranea.

E cosa dire di Venezia, una città che muta col passare delle stagioni e perfino capace di cambiare i suoi colori più volte al giorno a seconda della luce e del suo riflesso sulle sue acque così particolari? O di Genova, la “superba” come viene definita per la bellezza dei suoi palazzi; superba ma non altezzosa, abituata com’è al rimescolamento continuo di merci e persone e ben disposta a giocare col visitatore che ha avuto la pazienza di frequentarla e si è concesso il tempo sufficiente per scoprirla offrendogli scorciatoie, tunnel, passaggi nel groviglio sconnesso dei suoi vicoli e che raccordano piazze e luoghi accorciando i tempi per raggiungerli?

Ma se Genova è disposta a punzecchiare il visitatore nel suo continuo schernirsi e svelarsi, mostrarsi a pezzi e strati in un saliscendi itinerante, Venezia è città tanto fascinosa quanto pericolosa. Gustave Moreau sapeva bene cosa faceva quando dipinse Venise:

Gustave Moreau, Venise, 1885, Musée Gustave Moreau
Città per vedere

Le città attirano per essere visitate e scoperte, ma i viaggiatori più esperti e più colti le sfruttano anche per ciò che consentono di far vedere. Uscire di pochi chilometri da Verona significa poter ammirare un panorama mozzafiato che si stende fino a Mantova, agli Appennini a ridosso di Parma, ai colli Euganei, Padova, Venezia o l’Adige a seconda di dove si giri lo sguardo. Ecco allora aprirsi al visitatore colto un panorama traboccante di storia, letteratura e arte (vedi quanto scrive Ruskin a p. 285). Lo stesso accade a Perugia – divenuta tappa del Gran Tour a partire dalla seconda metà del ‘700 – anche se qui sono la natura incredibilmente ricca e rigogliosa che la circondano e le meravigliose vedute ad attrarre pittori inglesi e soprattutto tedeschi a bizzeffe. Per certi aspetti, e con tutt’altro panorama, accade lo stesso al viaggiatore che da Palermo osservi la Sicilia: scoprirà non tanto la Grecia o la storia romana, come ci si potrebbe attendere – osserva Renan – ma – a testimonianza della straordinaria contaminazione storica dell’isola – l’Africa.

Può accadere anche l’opposto, e cioè che sia il panorama a valorizzare la città. È il caso di Orvieto: la cittadina gode di una “incomparabile posizione che nessuna trasformazione urbana può sottrarle” (p. 446). Ne era ben consapevole Turner, che la riprese nel suo splendido Veduta di Orvieto, quadro mirabilmente analizzato dalla scrittrice americana Edith Wharton la quale si trovò a passare esattamente nel punto scelto dall’artista per realizzarlo (pp. 446-47) .

Joseph Mallord William Turner (1775-1851), View of Orvieto, Painted in Rome 1828, reworked 1830, Accepted by the nation as part of the Turner Bequest 1856 http://www.tate.org.uk/art/work/N00511

Prima che la città iniziasse a cambiare fisionomia e volto, a partire dall’ultimo quarto dell’800, Arezzo presentava una prospettiva duplice: “insediata sul versante solatio di una modesta altura”, la città presentava “una facciata e un retro, un pieno e un vuoto, un versante inondato dalla luce e uno in ombra” (p. 325).

Un Paese sospeso?

Le cittadine umbre – Assisi, Spoleto oltre a quelle indicate – e toscane suscitano nei visitatori la sensazione di trovarsi in luoghi e città immemori, nei qual il tempo si sia fermato a epoche precedenti. Stando a quanto osserva Benjamin, San Gimignano sembra “avere la facoltà di annullare il tempo o di plasmarlo a piacere” (p. 413). Lo stesso accade a chi visita Siena, non solo mirabilmente conservata nel suo impianto medievale, ma addirittura, in controtendenza a quanto accaduto in altre città, ripulita da quanto i secoli XVI e XVII vi avevano aggiunto. La sensazione di vivere in una sospensione del tempo ha però varie sfumature. Il modo di guardare Bologna è sempre composito ma nell’osservarla – come accade per tante altre città italiane – i visitatori hanno l’occhio perennemente rivolto al passato: la città ha un’inconfondibile impronta medievale, palpabile in un centro storico che trasuda di pittoresco, “quel genere di attrazione ruvida, putrescente” (p. 89), che tanto affascina i visitatori stranieri.

Basoli Antonio 1774-1848, Veduta della Loggia e del Cortile di Palazzo Malvezzi a Bologna, ACRI

Se Bologna rimanda al medioevo, a Ravenna pare di sprofondare nella storia. Non è la stessa sensazione che genera Perugia; qui è la città intera ad essere ancorata, trattenuta, quasi risucchiata dal suo passato. “Entrare in San Vitale è come visitare uno scavo” (p. 345). La cittadina romagnola sembrerebbe garantire una fuga dal tempo, un’immersione negli avanzi di epoche lontanissime – avanzi favolosi e sfavillanti come gli inossidabili mosaici bizantini, ma pur sempre resti – generando una condizione apprezzata, ricercata e perfino amata dai viaggiatori dell’età romantica e non solo.

L’Italia offre perfino la possibilità di visitare un tentativo di realizzazione della “città ideale”, Pienza, fatta rimodellare da Pio II, “una delle menti più fervide e aperte del XV secolo” col vantaggio di avere a disposizione enormi quantità di denaro. Ne è scaturita una città che imprime nel visitatore “la sensazione di trovarsi in un luogo della mente, in un’astrazione di città” e quando la si abbandona si prova “un senso di sottile inquietudine e di insoddisfazione, come di chi si risveglia da un luogo visitato in sogno” (pp. 321-22). Se poi qualcuno avesse voluto vedere de visu l’abitazione di una mente fervida, avrebbe potuto far tappa ad Arezzo a visitare la casa di Vasari. (pp. 338-39).

Robert, Hubert, Musée du Louvre, Département des Peintures, INV 7637 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010056617 – https://collections.louvre.fr/CGU

Anche il viaggiatore che si aggira nella Roma dell’ultimo quarto dell’800 avverte la percezione di trovarsi in una città sospesa. In questo caso però l’impressione non è dovuta dalla pervasività dei luoghi, degli edifici e dei monumenti, ma dalla lotta tra antico e moderno, che si combatte tra conservatori della vecchia Roma, coi suoi quartieri fatiscenti come il ghetto ebraico, e i parvenus di una nuova borghesia affaristica, onnivora, assetata di facili guadagni, incurante della preservazione di splendide dimore e magnifici parchi e che si fa spazio e – come dicono alcuni – si impossessa della città sotto i vessilli del progresso e della scienza. Quella dei conservatori, dei difensori del pittoresco, è una battaglia combattuta con tenacia, ma di retroguardia e persa in partenza. Come negare la decrepitezza e l’insalubrità di interi quartieri dove la gente per bene si guarda bene dall’entrare e gli stessi visitatori lo fanno a proprio rischio e pericolo? Col divenire Capitale del Regno Roma conosce trasformazioni imponenti e altrettanti sfregi, ma resta sospesa, appunto. Il nuovo non riesce a imporsi sul vecchio e perciò la città ha qualcosa di incompiuto, di troncato, di interrotto. La speculazione edilizia si è presto sgonfiata in mezzo a fallimenti clamorosi, scandali finanziari e interi quartieri abbandonati a sé stessi, spesso incompiuti, sono ora occupati da torme di poveracci traferitisi dalla città vecchia. (su Roma molte notizie interessanti si trovano anche in Antoni Maçzak: Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna; per l’arte, invece Francis Haskell: Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca).

Louis Ducros L’arc de Titus. entre 1782 et 1787, Musée Cantonal del Beaux-Arts, Lausanne

Questo fenomeno non accade soltanto a Roma: anche Torino e Firenze conoscono vicende simili: a Firenze le mura che la circondavano sono state prese a cannonate e – sotto le vibrate proteste della nutrita schiera di visitatori stranieri che soggiornava in città per lunghi periodi – interi quartieri rasi al suolo (su questo, dello stesso Brilli, vedi: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità ). Identica sorte è toccata alle mura di Arezzo e Lecce; evento deturpante e doloroso compensato però, almeno in parte, da una luminosità unica, dall’utilizzo nelle costruzioni e nelle pavimentazioni di una pietra bianca malleabile come creta (ma poi straordinariamente resistente) e, soprattutto, dalla presenza dello stile Barocco talmente ingombrante e fagocitante da annullare il cattivo gusto per elevare la città ad una condizione assolutamente particolare, unica e gradevole. A Terni la modernizzazione si manifesta con esiti stravolgenti e brutali, tanto più che allo sconvolgimento provocato dall’industrializzazione seguirà quello dovuto ai bombardamenti dell’apparato industriale durante la seconda guerra mondiale.

Panini, Giovanni Paolo, Musée du Louvre, Département des Peintures, B 9 – https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010058025 – https://collections.louvre.fr/CGU

Queste vicende diventano metafora del Paese. Per non pochi visitatori l’Italia non è pronta per la modernità; il suo popolo si dimostra fatalista e rassegnato o ingordo ma impreparato e sostanzialmente fallimentare proprio nella gestione dei meccanismi del progresso: “l’affiorare di un tessuto commerciale e industriale nell[e] città viene registrato più con fastidio che con sorpresa dal viaggiatore” (p. 97); sono innumerevoli i forestieri “che hanno sempre cercato in Italia un’isola felice, un’arcadica sospensione del tempo” (p. 512). L’Italia poggia su secoli di storia, su un inestimabile patrimonio artistico e culturale; molto meglio che resti così com’è – dicono o lasciano intendere in molti: indolente e indifferente, apatica e sporca, lenta e fuori dal flusso della storia, ma proprio per questo splendida e unica. Naturalmente sono osservazioni interessate di innamorati dell’arte e dell’archeologia e dell’unicità di molte città rimaste intatte.

Odori, colori e elementi

Ci sono città come Lecce e Palermo che devono molto della loro particolarità alla luce che le investe. A Lecce è il riverbero riflesso dalla pietra particolare utilizzata nelle costruzioni a renderla particolare; per altre città invece è l’odore (o gli odori) a caratterizzarle: per alcuni Ravenna, città che gode della vicinanza del mare ma che resta comunque umida, odora di terra, per altri di pestilenza; l’esatto contrario di Napoli che combina luci e odori: una luce “sfolgorante” e calda – osserva Guy de Maupassant – si posa “per le sue strade […] dove tutte le polveri, fatte di tutti i detriti, di tutti i resti del nutrimento fagocitato durante la giornata, semina nell’aria tutti gli odori”(p. 230). È un segno della debordante, febbrile vitalità di una città vivace anche di notte, con le gelaterie piene di clienti, le bancarelle ricolme di frutta, le fritture di pesce e i maccheroni cotti e venduti ai lati delle strade (p. 230). E se vi è chi sente rinascere tutti i sensi e prova un istinto infantile di toccare, annusare, assaggiare, non di meno altri temono di restare travolti da quella folla variopinta e anche per questo indistinta, che si muove come in una bolgia, con tanto di animali e rumori i più disparati provenienti da ogni dove: Napoli è città accogliente, innervate dalla vitalità alimentata dalle sue strade e piazze perennemente affollate – al punto che per Mark Twain “è un mistero” il fatto che non vi siano ogni giorno migliaia di investiti e di feriti dalle carrozze, da carri e carretti – ma che sa farsi rispettare e resta indifferente o respinge quelli che vi transitano di fretta e non accettano i suoi tempi.

Ma dove la combinazione tra gli elementi produce qualcosa di assolutamente straordinario è Venezia: l’acqua, l’aria, il laterizio, il travertino e il marmo le conferiscono una qualità cromatica che la avvolge e la rende sempre nuova e diversa. Acqua e aria, mare e cielo. Il visitatore può restare ammaliato dallo splendore dei suoi palazzi e delle sue costruzioni, restare piacevolmente stordito dai piaceri che gli vengono offerti (famose e memorabili le sue cortigiane così come leggendari sono la permissività e l’alone di erotismo che l’hanno avvolta), ma la natura profonda della città sono il fango e la laguna. Perciò la sua acqua è diversa da quella che lambisce altre città: “L’acqua di Venezia infatti, non è un’acqua limpida: è consistente, sostanziale, prenatale, plasmatica, una materia prima insomma”, che con l’incontro della luce crea una “luminosità ineguagliabile” (p. 518).

David Roberts, The Giudecca Venise, 1854, Yale Center for British Art
Conclusioni

Ho scritto molto, ma ho detto pochissimo. Non ho nemmeno fatto cenno a tutte le città di cui parla Brilli, tanto il libro è ricco di suggestioni. Se c’è unacosa di cui posso essere sicuro è che Il grande racconto delle città italiane vi farà venir voglia di prenotare un biglietto. Buona lettura.

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