Il Centro Interuniversitario per lo Studio dell’Età Rivoluzionaria e Napoleonica In Italia

Alla Rivoluzione francese e all’età napoleonica ho già dedicato alcuni articoli. Sulla Rivoluzione francese si vedano Allons enfants de la patrie – Siti e fonti sulla Rivoluzione francese che contiene links ad alcuni siti e progetti e Un archivio digitale sulla Rivoluzione francese. Per quanto riguarda le recensioni, al momento chi vuole può consultare Giorgio Cosmacini Medicina e rivoluzione, Jeremy D. Popkin Un nuovo mondo inizia e Luigi Mascilli Migliorini, Napoleone. Per quanto riguarda le riviste, si veda La Fondation Napoléon. Biblioteca Digitale e Rivista. Molto meno di quanto vorrei, ma, come si sa, il tempo è tiranno.

Ora però si aggiunge il Centro Interuniversitario per lo Studio dell’Età Rivoluzionaria e Napoleonica In Italia dell’Università degli Studi di Milano. Diretto da studiosi di vaglia (Stefano Livati, Vittorio Criscuolo e Maurizio Martirano), il comitato scientifico si avvale della collaborazione di giovani studiosi (dottorandi, post-dottorandi, assegnisti ecc.).

Le Beau, Pierre Adrien, 1744-1817?, Naudet, Thomas-Charles, 1773-1810, Jean, Pierre, 17..-1821?, Texier, G., 1750?-18, and Jean, Pierre, 17..-1821?, Entrée de l’armée française dans Rome : le 27 pluviose an 6 (15 fevrier 1798), Images de la Révolution française / Images of the French Revolution

Oltre a realizzare iniziative (convegni ecc.) il loro portale ospita una nutrita Biblioteca Digitale. È sufficiente cliccare sulla dicitura Archivio storico per inoltrarsi in una ricca serie di opere pubblicate dal 1701 al 1917, tutte incentrate e riguardanti la Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte. Naturalmente gli argomenti sono i più vari: politica, economia, militare, biografie, città ecc.

L’unica pecca di questa collezione ammirevole e nutrita (le opere sono centinaia) è che i testi sono consultabili ma non scaricabili. Ma a parte questo piccolo inconveniente, che può essere risolto copiando il titolo e poi cercare nelle Biblioteche Digitali che ho segnalato.

Vinck, Carl de, 1859-19 and Hennin, Michel, 1777-1863, Les Aristocrates desespérés d’appercevoir la fete du 14 juillet au Champ de Mars,Images de la Révolution française / Images of the French Revolution

Non ci resta dunque che andare a curiosare nella vasta collezione del Centro Interuniversitario per lo Studio dell’Età Rivoluzionaria e Napoleonica In Italia.

Buona navigazione.

Recensione. Francesco Benigno: La mala setta. Alle origini di mafia e camorra 1859-1878

Le rivoluzioni possono essere terribili – e quelle che abbiamo conosciuto sicuramente, almeno in parte, lo furono – ma offrono il vantaggio se non di fare tabula rasa della storia che le ha precedute (elementi di continuità persistono comunque), quanto meno di rinnovare profondamente il nuovo stato che da esse sta nascendo.

L’Italia ha conosciuto la Controriforma senza avere la Riforma, non ha avuto rivoluzioni (nemmeno quella industriale, se non la seconda); l’unica rottura consistente che ha conosciuto è stata quella provocata dalla Resistenza – e anche questa con profonde continuità. E i problemi che derivano da questo processo storico sono evidenti.

La Controriforma e la mancanza di una rivoluzione sono fenomeni estranei a La mala setta di Francesco Benigno. In questo libro affascinante e innovativo infatti l’A. chiarisce che mafia e camorra non affondano le loro radici in un lontano passato imprecisato, ma si originano e fioriscono contestualmente all’unificazione: si strutturano “entro e non contro il sistema, formale e informale, dell’ordine pubblico allora vigente” (p. 370).

“Sistema informale”: che le forze dell’ordine infiltrino associazioni criminali, accade ovunque; Benigno ci descrive mondi in cui il confine tra legalità e illegalità non solo si dissolve, con frequenti passaggi da una parte e dall’altra e da una nutrita presenza di soggetti che tengono i piedi su due staffe, ma si contaminano, si intersecano, e, spesso, il mondo legale manovra, usa e sfrutta parti di quello criminale. Si veda, come caso emblematico, la vicenda di Filippo Curletti, un individuo a proprio agio nelle situazioni torbide, capace di riciclarsi a seconda delle situazioni e praticamente privo di scrupoli.

Ciò accade perché con piena ragione l’A. ritiene che il concetto di ordine pubblico dei decenni a cavallo dell’unificazione fosse essenzialmente diverso da quello odierno. A quell’epoca per ordine pubblico si intendeva l’ordine politico. Ordine politico minacciato da “classi pericolose”, possibili sovvertitrici dell’ordine esistente.

“Classi pericolose” rimanda al classico libro di Chevalier, un’opera che, benché mantenga gran parte del proprio fascino, giustamente l’A. ritiene superata, soprattutto dal punto di vista metodologico (p. XII). Benigno invece si è tuffato in un mare di fonti le più disparate (archivistiche e primarie soprattutto, ma anche storiografiche). Resta vero però che l’espressione “classi pericolose” rimanda alla Gran Bretagna e alla Francia della Rivoluzione industriale con la formazione contestuale di mondi criminali a sé stanti, con una fisionomia ben delineata di usi, costumi, linguaggi (l’argot); mondi misteriosi, ramificati e potenti che hanno fatto la fortuna di pubblicisti e romanzieri (da Balzac a Sue, da Dumas a Hugo e altri). Siamo dunque nella prima metà dell’Ottocento.

Giorgio Sommer, Veduta di via Toledo a Napoli, 1860-1880, Rjiskmuseum

Non a caso solo più tardi autori italiani descriveranno questi mondi. Mi sembra un dato che vale la pena di essere considerato per una serie di motivi. Primo: l’Italia dell’epoca subisce e importa un grande bagaglio di idee provenienti dall’estero (Francia, Belgio, Gran Bretagna soprattutto) e le applica al contesto italiano che però è profondamente diverso, essendo ancora l’Italia un Paese essenzialmente agricolo. Non si deve dimenticare che una buona parte della classe dirigente non vede di buon occhio l’eventualità della industrializzazione del Paese proprio perché, continuando ad affidarsi essenzialmente alla produzione agricola, si evitano quelli che venivano chiamati i “guasti sociali” dell’industrializzazione (un proletariato urbano turbolento e politicamente agguerrito, quartieri operai malsani ecc.), cioè proprio quei fenomeni che la letteratura straniera dipinge e propone all’opinione pubblica italiana anche in relazione alla “maffia” e alla camorra (Dumas in quegli anni è in Italia e in una serie di articoli propone al pubblico francese un’immagine della camorra rispondente a canoni già delineati per le classi pericolose del suo paese).

Immagini artificiose, “ricamate” e perfino immaginate (Dumas e non solo lui parlano dell’esistenza di un “Codice della camorra”) impattano dunque su una realtà che è essenzialmente diversa da quelli in cui è maturata la strategia di contrastare i mondi criminali usando i criminali stessi o, come titola un capitolo, usare il disordine per creare l’ordine. Non a caso molte delle descrizioni di questi mondi redatte da magistrati, prefetti, questori e politici ricalcano gli stessi stereotipi. Le descrizioni sono ad un tempo ripetitive e diverse: il camorrista può essere un ozioso ma anche un capo-popolo o un estorsore o un contrabbandiere; in ogni caso “non è facile dirimere il profilo criminale da quello politicamente ‘pericoloso'” (p. 112).

Ciò che si verifica nel corso del tempo è l’ampliarsi delle categorie delle classi pericolose. Essenzialmente cittadine, cominciano ad attirare le attenzioni e le preoccupazioni del mondo politico coll’attivismo repubblicano, col formarsi delle prime società di mutuo soccorso e con l’attecchire delle idee anarchiche prima e socialiste poi. La congiunzione, a prima vista alquanto singolare, tra associazionismo politico e organizzazioni criminali è dato – nell’ottica delle classi dirigenti – dalla pericolosità sociale di queste organizzazioni. (Caso quasi unico in Europa, il socialismo italiano ha la sua culla nel mondo bracciantile della pianura padana). Si assiste così, accanto all’ampliarsi della platea dei soggetti pericolosi, al continuo inasprirsi della legislazione nei loro confronti.

Libertà per chi?

La classe dirigente salda i mondi distanti delle città e della campagna – le “classi pericolose” sono un fenomeno tipicamente cittadino – e della criminalità con l’attivismo politico di vari colori (dalle forze reazionarie a quelle democratico-socialiste), tutte tendenti a scalzarla. Fa anche di più: li mescola rendendo intercambiabili le denominazioni e le le definizioni (vedi quanto scrive l’ex questore di Napoli Forni cit. a p. 376, che li fa derivare “dal medesimo tronco”). Che essa si sia sentita accerchiata dalle forze ostili dei “rossi” e dei “neri” é piuttosto comprensibile, ma inasprendo continuamente la legislazione contro oziosi, vagabondi, repubblicani, sovversivi e via discorrendo, ha ottenuto l’effetto di ingigantire gli effetti di questa percezione. Non è un caso se molti processi si sgonfiano o si risolvano in successi meno che parziali. È il caso del processo di Bologna del 1864, del clamoroso fiasco di “Villa Ruffi” e di altri ancora.

Palermo, Internet Archive

Inoltre, sempre in quest’ottica bene e spesso sono le forze dell’ordine a oltrepassare scientemente la legalità con provvedimenti sommari: pochissimi i prefetti che sollevano obiezioni (si vedano le ferme posizioni del prefetto di Brescia Zini, p. 149). In altri termini questo modo di procedere ha l’effetto di escludere le classi popolari anziché inglobarle nella vita civile e politica dello Stato. Ed è qui che si sommano gli effetti di una Controriforma senza Riforma e della mancanza di una Rivoluzione: la Controriforma ha spento le menti critiche, indotto al nepotismo, al clientelismo e al conformismo (sono le conclusioni a cui giunge Francis Haskell nel suo Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, e anche se il libro è incentrato sulla storia dell’arte, le sue argomentazioni si prestano ad essere generalizzate). Sono tutte prassi che si confermano nell’uso di finanziare giornali filo-governativi e mettere a tacere quelli critici, nell’avvalersi dell’appoggio di intellettuali e in generale di manipolare in vario modo l’informazione (tra l’altro con risultati altalenanti. Si veda ad esempio il tentativo di Cadorna di addossare la responsabilità dell’insurrezione di Palermo del 1866 a un complotto ordito da forze clericali, borboniche e deliquenziali, fallito anche grazie a una “contro-informazione” ben organizzata, cap. VI – sulle distorsioni del giornalismo nostrano, vedi Mauro Forno, Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano).

Dall’altra parte, l’assenza di una rivoluzione ha impedito un primo ingresso delle masse popolari nella vita civile e politica mentre invece restano (e vengono mantenute) distanti e nell’ignoranza più profonda. Da questo punto di vista la documentazione riportata dall’A. è inequivocabile: “accoltellatori… feccia… malandrini… malfattori… popolazione pervertita negli istinti… tristi…” sono solo alcune delle spregiative definizioni affibbiate indistintamente a camorristi e mafiosi come delinquenti comuni, repubblicani o socialisti.

Certo, l’A. ha tutte le ragioni nel sostenere che mafia, camorra, pugnalatori, accoltellatori, repubblicanesimo e socialismo non sono compartimenti stagni separati tra loro, e dimostra abbondantemente contaminazioni di varia natura. Resta però il fatto che, sebbene il mondo politico non potesse decifrare quei mondi più o meno criminali se non con gli strumenti di cui disponeva – e cioè, essenzialmente tramite la cultura letteraria, e quindi con con rappresentazioni che dipendono solo in parte, e talora in minima parte, dall’esperienza diretta, ma che si basano invece su schemi narrativi reiterati, luoghi comuni racchiusi in testi precedenti e che si tramandano modificati qui e là -, la strada prescelta rendeva possibile contrastare mafia e camorra ma non di vincerle. Paradossalmente, a tenerle in vita e a permettere loro di prosperare era proprio il tentativo di usarle a fini politici. Se questo non significa che si sia stabilito un “patto” tra mafia e Stato, in concreto viene messa a frutto “la funzionalità dei gruppi criminali alle logiche e agli schieramenti della politica che coinvolgono anche le forze dell’ordine” così che “l’accusa di mafiosità appare come un’arma che viene lanciata reciprocamente nell’arena pubblica da vari schieramenti in competizione, nessuno dei quali disdegna l’assistenza di caporioni diffamati per atti di violenza ma dotati, proprio per questo, di autorità tra gli strati popolari” (pp. 333-35).

Uno dei molti interrogativi possibili che solleva il libro riguarda gli effetti che questo approccio nel gestire l’ordine pubblico ha avuto nella storia del Paese. Giustamente Benigno ritiene che il “modus operandi spiccio, volto a conseguire il risultato atteso, se non a tutti i costi, certo con varie forzature del diritto” ha influenzato “durevolmente” la vicenda dello Stato italiano (p. 148). Forse ci si può spingere anche oltre: viene alla mente l’atteggiamento parziale tenuto dai prefetti di fronte allo squadrismo fascista; ma anche, poco prima, le descrizioni dei fanti-contadini dopo Caporetto: non può sfuggire l’analogia con quelle dedicate a questi mondi: una massa bestiale, disumana, istintiva e brutale. Ma c’è anche, forse, un altro aspetto. Le forze di sinistra hanno interiorizzato (e forse mai superato completamente) un senso di inferiorità verso quelle liberali. In Romagna, anche dopo aver vinto le elezioni del 1889 e per molto tempo, nelle corrispondenze con prefetti e sotto-prefetti esse, quasi a nascondere il timore di non essere prese sul serio, sottolineano continuamente la legittimità del loro essere al governo dei municipi conquistati. Infine, permane la sensazione che l’isterica sensazione di essere continuamente accerchiati e minacciati da forze “senza confini precisi e [da] figure [non] ben determinate” (p. 54) ma ramificate e potenti, attribuendo “alle bande di delinquenti in circolazione una capacità organizzativa tale da rendere in sostanza spiegabile l’eversione politica” (p. 231) continuamente riversata sull’opinione pubblica sia stato anche un modo – tutto sommato comodo – per non affrontare e aggirare la “questione sociale” che in quei decenni stava emergendo. Certo, il diritto di voto si andava estendendo (in verità in modo limitatissimo), ma le dure forme preventive come il domicilio coatto e quelle repressive come il carcere – luogo spesso e da più parti indicato quale incubatore della camorra e della mafia – erano strumenti di controllo, repressione ed esclusione anche politica ad un tempo. Non si dovrebbe dimenticare che osservatori stranieri, già negli anni Quaranta dell’800, erano colpiti dalla distanza abissale che separava i governati dai governanti e che anche con l’avvento della Sinistra storica al governo l’atteggiamento delle classi dirigenti si modifica di poco. Come ha osservato Renato Zangheri, “il trasformismo non fu un’arte del non far niente, assorbendo le opposizioni […] ma un modo di fare, di dare avvio allo sviluppo, escludendo nei limiti del possibile la presenza delle masse popolari dalla scena politica” (Storia del socialismo italiano (vol. 1) p, 89).

Conclusioni

La mala setta di Francesco Benigno è un grande libro di storia. In primo luogo perché si basa su un formidabile scavo archivistico e su una miriade di fonti primarie. È un aspetto importante che ribadisce l’importanza della ricerca d’archivio e quanto vi sia ancora da scoprire e indagare. In secondo luogo perché il libro ci offre uno sguardo innovativo su un intero filone di studi e apre molti sentieri di ricerca. Infine perché la scrittura di Benigno ha un grande ritmo narrativo: intriga il lettore, lo appassiona. La mala setta è un libro avvicente

Buona lettura.

lo storico della domenica
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