Fonti per lo studio della Repubblica Romana nella Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma

Il Fondo Spada sulla Repubblica Romana digitalizzato dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma

 

Poco tempo fa il Giornale di Storia ha ospitato una mia recensione al libro di David Kerzter Il Papa che voleva essere re. 1849: Pio IX e il sogno della Repubblica romana. Il libro di Kertzer è frutto di ricchissime ricerche d’archivio e di consultazione di materiale di prima mano.

Le Biblioteche Digitali hanno facilitato moltissimo la possibilità di consultare velocemente e comodamente moltissimo materiale. In questo senso, ora, uno splendido servizio ci viene reso dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma che dedica una sezione alla Repubblica Romana del 1849.

Si tratta di un fondo ricchissimo in cui

vengono, per la prima volta, raccolti e messi a disposizione migliaia di documenti (giornali, opuscoli, bandi e fogli volanti, manoscritti, il fondo riunito dallo storico Giuseppe Spada) posseduti dalla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea. Si tratta di materiali di difficile reperibilità e di fondamentale importanza per gli studi storici, pubblicati tra l’elezione al soglio pontificio di Pio IX e il suo definitivo ritorno a Roma.

La Bibliioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma ci regala dunque la possibilità di seguire, per così dire, “in diretta” quel “sogno” che presto si infranse ma che costituì una tappa fondamentale del nostro Risorgimento e che può essere integrato con altri progetti come Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Prima parte, Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Seconda parte, Il Risorgimento nei fondi della Fondazione Feltrinelli Terza Parte, ed anche La “Biblioteca Storica del Risorgimento”


 

Recensione. Madeleine Ferrières: Storia delle paure alimentari. Dal Medioevo all’alba del XX secolo

Il fatto che viviamo in un’epoca di diffuse paure alimentari mi sembra incontestabile. Controlliamo le etichette, cerchiamo di stare attenti alle truffe, chiediamo pareri e consigli, ma di fatto diffidiamo di quello che mangiamo. A torto o ragione ne diffidiamo perché, concretamente, non sappiamo nulla o quasi sui prodotti che compriamo: come sono stati allevati gli animali la cui carne poi acquistiamo, da dove provengono frutta e verdura, come viene lavorata la pasta confezionata…

Ma la storia delle paure alimentari ha un percorso lungo, plurisecolare, che si inserisce in un contesto di molte altre paure presenti e assillanti. Madeleine Ferrières ne scrive la storia a partire dal Medioevo. Occorre precisare meglio: le paure alimentari sono un fenomeno moderno, verrebbe quasi da dire contemporaneo, e riguardano principalmente il mondo occidentale dove c’è una sovrabbondanza di disponibilità alimentare.

Nel Medioevo e nell’età pre-industriale le cose non stavano così. Naturalmente si diffidava di certi tipi di carne, del pesce soprattutto, sempre sospetto, ma gli uomini del passato hanno dovuto fare i conti con paure ben più profonde, diffuse e radicate: le epidemie e le carestie. Prima della paura alimentare viene la paura della fame. È per questo motivo che Ferrières incrocia la paura verso gli alimenti con altre paure e con altri fenomeni.

Ciò non significa che la paura verso ciò che si mangia non fosse presente. tutt’altro. Un esempio illuminante riguarda il pesce, animale che suscita molte diffidenze. I medici lo disprezzano perché, come tutti i prodotti freschi e acquosi, sono “corruttibili e corruttori”; cosa dire poi dell’acqua di cui si è nutrito e in cui era immerso? In tempo di peste a Parigi era vietato bere acqua della Senna e di mangiare pesce; i medici di Palermo e Cagliari ritengono che i poveri si ammalino più facilmente degli altri perché si ingozzano di tonno guasto e puzzolente (pp. 198-99). Questo caso contraddice la distinzione in auge per secoli tra stomaco del povero che, abituato alla fatica e al consumo di energie, è considerato più robusto ed efficiente di quello del ricco che è più delicato, e quindi può digerire cibi più pesanti e carni di qualità altrimenti discutibili (pp. 78-81). È vero però che il pesce, più di altri alimenti, offre il vantaggio di puzzare prima e più di altre carni, cosa che mette in guardia il consumatore. Così, ad esempio, nel 1784 un paesino francese si solleva e fa ritirare dal mercato due panieri di aringhe: è il loro odore poco invitante ad aver allarmato i cittadini (p. 91). I secoli passati sono stati secoli di odori e l’olfatto, assieme agli altri sensi, era un buon indicatore della qualità e dello stato di conservazione dei cibi.

Tornando al tema da cui sono partito, innanzi tutto i mestieri che hanno a che fare con l’alimentazione – macellai, panettieri, pasticcieri, venditrici di trippa (venditrici, perché era un mestiere femminile), pescivendoli ecc. – sono sempre stati sottoposti a qualche forma di regolamentazione. In linea generale, nei paesi del Nord Europa erano i comuni ad occuparsene, in quelli del sud, le corporazioni di mestiere.

Secondo: si cercava di separare gli animali malati da quelli sani. Le pecore colpite dal vaiolo, i bovini che avevano contratto la peste, i maiali – c’erano specialisti che ne esaminavano la lingua, i langueyeurs. Certo, erano soluzioni approssimative: le bestie al pascolo erano affidate a bambini che non avevano l’esperienza per giudicarne lo stato di salute; la sporcizia dei contadini – personale, abitativa e ambientale – era proverbiale e facilitava il diffondersi di epizoozie. Tuttavia non si può dire che non si cercasse di fronteggiare il problema.

Dicerie

Terzo, dobbiamo tenere presente che in quelle epoche i sensi giocavano un ruolo molto più importante di oggi: la clientela vuole vedere le bestie vive entrare in città e i macellai le sacrificano e le scuoiano all’aria aperta e non possono vendere carne fresca oltre i secondo giorno di macellazione. I salumieri invece hanno diritto di vendere carne cotta e i pasticcieri quello di fare paté e timballi di carne.

Ma cosa c’è, esattamente, in quei timballi? In molte zone d’Europa si mormora che questi pasticci siano fatti con carni di gatto (c’era un commercio legale delle pelli di gatto, ma dove finivano i gatti scuoiati? – vedi pp. 200-207). Occorse parecchio tempo prima che la crosta dei timballi divenisse soffice; prima era difficile diagnosticare cosa contenessero i timballi: il sospetto che venissero fatti con avanzi, carni di scarto, di animali morti o malati rimase forte. Timballi e pasticci non erano gli unici. In Francia circolava voce che la birra inglese fosse così forte perché perché fatta con “cani scorticati” (p. 201). La paura alimenta dicerie e viceversa.

Sono i cittadini più dei campagnoli a sentirsi minacciati. Nelle campagne la filiera tra produttore e consumatore è corta, spesso cortissima e non di rado annullata nell’autoproduzione. Al mercato i contadini portano il meglio di cui dispongono, ma non sempre è garanzia sufficiente: la merce può provenire da lontano, e quindi deperire o deteriorarsi. Da questo punto di vista il cittadino, soprattutto quello delle grandi città, è indifeso rispetto al mondo circoscritto della campagna – frastagliato di una miriade di villaggi e piccoli paesi dove tutti si conoscono. Per questo i macelli sono nel centro della città e non lontani dalla piazza del mercato.

La “logica” dei contadini

L’esempio precedente è solo uno tra i possibili che testimoniano una delle rare “superiorità” delle campagne rispetto alle città. La cultura, è risaputo, ha i suoi centri di produzione e di irradiazione nelle città: il cittadino è mediamente più colto e informato del campagnolo (sul diffondersi delle notizie in età pre-industriale, vedi Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi). Non stupisce che per lungo tempo i cittadini abbiano guardato i contadini dall’alto in basso, se non con vero e proprio disprezzo (su questo, vedi Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento). Ma ciò non significa che le campagne non abbiano dei loro saperi, delle conoscenze profonde e, talvolta, anche più perspicaci e pertinenti alla soluzione dei problemi della cultura “alta” e ufficiale: le mammane delle campagne sanno provocare le contrazioni uterine molto prima della scienza medica grazie alla conoscenza secolare delle erbe.

Naturalmente medici e veterinari restano sbigottiti – e schifati – dalle usanze dei contadini. Essi condannano l’abitudine dei campagnoli di ammassare letame nelle stalle, pratica di certo quanto mai condannabile dal punto di vista igienico, ma non ne afferrano il senso profondo. Essa risponde ad un ragionamento sensato: il letame riscalda l’ambiente e le bestie ingrassano più facilmente (p. 220).

E cosa controbattere a un robusto garzone quando non solo dice, ma dimostra con logica inoppugnabile a medici affermati che non capiscono niente delle strategie di sopravvivenza che i contadini sono costretti a mettere in atto in tempi di carestia? Il fatto è questo: nella Sologne, non lontano da Parigi, pare che ci si ammali di qualcosa che fa letteralmente cadere dita dei piedi o delle mani o pezzi di naso. Dalla capitale vengono inviati in quella zona poverissima dei medici verificare. Ed effettivamente, questa volta, la diceria è vera. Responsabile di questo sconcio è l’ergot, la segale cornuta, con la quale in tempi di crisi i contadini fanno il pane. E allora perché mai continuare a piantare la segale e non, piuttosto, la patata, sostengono i medici.

Pare un ragionamento sensato, ma la patata suscita diffidenze. Primo perché viene da lontano, non è autoctona, e tutto ciò che ha il sapore di novità suscita diffidenze; secondo, affondando nella terra la patata è considerata un cibo umido, povero, difficilmente commestibile se non dannoso: molto meglio darlo ai porci – ribattono i contadini. La storia della patata è contrastata tra diffidenza, rifiuti e successi.

Ma allora perché rischiare di rimetterci parti del proprio corpo, domandano i medici? La risposta è semplice e rivelatrice: i contadini devono dare ai padroni la parte migliore del raccolto, a loro restano le farinacee inferiori e devono arrangiarsi con quelle. Non è questione di stabilire se la segale cornuta faccia seccare e cadere qualche dito o un un pezzo di naso, i contadini lo sanno da sempre. La questione del problema sta nel dosaggio: poca segale cornuta nell’impasto non provoca danni al fisico, ma inganna la fame, la toglie; se si sbaglia dosaggio in eccesso, allora il rischio c’è. Perché correrlo? Perché l’alternativa è morire di fame: tra la certezza di morire d’inedia e la probabilità di rimetterci un dito i contadini scelgono di rischiare.

Lo fanno a ragion veduta, visto che in Toscana i contadini fanno il pane con il loglio: la segale cornuta ha effetti simili all’LSD, il pane impastato con una certa dose di loglio provoca una sorta di ubriacatura e poi sonno pesante: se si ha fame – e nelle annate di carestia la fame è tanta, quotidiana – meglio ingannarla o dormirci su. (A questo punto i medici si domandano come stabilire la dose dannosa di segale cornuta? Semplice: lo si dia da mangiare ai criminali condannati a morte, così si “rende utile all’umanità perfino il crimine” (p. 175)).

Tutta la vicenda riguarda questioni fondamentali. Determinati alimenti possono fare bene o essere innocui se presi a determinate dosi e trasformarsi in veleni con dosi eccessive. Questo vale soprattutto per le “droghe” campestri, che i contadini conoscono benissimo e in gran quantità.

L’altro aspetto riguarda l’evoluzione della medicina. I medici di città imparano a conoscere le campagne; scrivono “topografie mediche”, scrutano, studiano quel mondo misterioso. Spesso lo condannano, ma la conoscenza si approfondisce sul campo. Siamo agli albori della medicina moderna, che lentamente e con fatica soppianta quella galenica e ai primi vagiti della “polizia medica”, dell’igiene pubblica.

Pane bianco, pane nero, pane “alla regina”, rame e piombo

L’avanzata del progresso è difficile e irto di ostacoli. Le innovazioni sono sospette. Lo dimostra la strana vicenda del pane “alla regina”, un pane soffice, morbido, buono, fatto col lievito di birra e non col lievito tradizionale. Tutta la vicenda riguarda la possibilità di vendita del pane: i fornai accusano i locandieri di rifornirsi di questo pane da paesi vicino a Parigi e non da loro, ma poi slitta su questione sanitarie. Non sarà che il lievito di birra faccia male? Un dubbio, sbandierato per ragioni ben diverse, getta nel panico la città. Alla fine l’innovazione ha la meglio: il pane “alla regina” diventa pane per ricchi o quanto meno benestanti, non tutti possono permetterselo. Le distinzioni sociali, che si esprimono anche attraverso la presentazione e ostentazione della tavola, anche se si trasformano restano valide (su questo vedi Massimo Montanari: Il formaggio con le pere. La storia in un proverbio).

Sapere che cosa si mangia è importante ma non è l’unico problema. Anche come e dove vengono cotte le pietanze ha la sua importanza. Fino a non molto tempo fa anche alcuni storici hanno condiviso l’idea che l’uso massiccio delle spezie servisse a mascherare carne mal conservata o andata a male, poi si è appurato che non è così (vedi: Wolfang Schivelbusch: Storia dei generi voluttuari). C’è voluto l’avvento della scienza moderna – in particolare della chimica per capire le implicazioni nocive delle stoviglie di rame e di piombo.

Conclusioni

La questione del progresso ci porta ad una considerazione metodologica. L’A. non corre il rischio di cadere nell’anacronismo – errore fatale per lo storico – giudicando a posteriori? Madeleine Ferriére corre il rischio e lo evita quasi sempre.

Questo libro, oltre che piacevolissimo da leggere, è importante per vari motivi. L’Autrice tiene conto di una enorme quantità di interlocutori: medici, giudici, corporazioni di mestieri, statuti, governatori… il consumatore è onnipresente e sfuggente allo stesso tempo per tutto il libro. Esso si trova al centro di molteplici interessi che si scontrano e che trovano tregue e patteggiamenti: “la salute resta una faccenda privata”, non spetta allo Stato vietare la vendita di determinati cibi, se non in casi eccezionali di comprovata dannosità. Ecco che allora entra in gioco la centralità dell’informazione, che è sempre un’informazione mediata e di parte: le vediamo all’opera in tutto il libro perché centrale, per le vicende che occupano i 16 capitoli, sono anche i luoghi dove avvengono le contrattazioni tra le parti: aule di tribunale, riunioni consiliari, relazioni ufficiali e ufficiose: il consumatore resta escluso, resta fuori; caso mai si ascolta la vox populi, ma non interviene, in un certo senso non c’è.

Prodotti, luoghi, soggetti, interessi: gli intrecci e le relazioni che ne scaturiscono che l’A. dimostra di saper padroneggiare sono molti. Così, ad esempio, la preoccupazione della qualità può coesistere con la paura della scarsità, anche se quest’ultima è primaria. Spiegare i fenomeni di ricezione del pubblico riducendoli a un fattore considerato predominante sembra assurdo.

Certo, occuparsi di un tema come questo nell’arco di secoli è compito immane (lo si può leggere tenendo presente Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza). Ma davvero questo libro apre un’infinità di percorsi di ricerca e ha molto da insegnare.

Buona lettura.


Recensione. Giovanna Caldara-Mauro Colombo: Tanto tu torni sempre. Ines Figini, la vita oltre il lager

Una famiglia come tante, una vita come tante: la scuola, il lavoro, le amiche, lo sport. Una vita comune, con la gioia di vivere, la curiosità, l’avventatezza dei vent’anni. I vent’anni di una ragazza sensibile e forte, coraggiosa e indipendente, quella di Ines Figini. Una indipendenza che la madre, con la consapevolezza unica dei genitori, le riconosce subito: “tanto tu torni sempre”, le dice una volta, riconoscendole la capacità di cavarsela da sé, con la propria intraprendenza, il proprio intuito.

Ma avere vent’anni a ridosso della seconda guerra mondiale significa essere nel fiore degli anni in un periodo terribile. La storia, la “Grande Storia”, gli eventi che stravolgono un’esistenza ti può travolgere da un momento all’altro. Ed è quello che accade a Ines. Il senso profondo e sentito della giustizia, dovuta anche all’educazione dolce ma severa e senza fronzoli dei genitori la fa “ribellare” in un momento cruciale.

Siamo negli anni dei grandi scioperi nelle fabbriche del Nord Italia, un evento unico nell’Europa occupata dai nazisti. Ines, che non si è mai occupata di politica, lavorando in una delle industrie più importanti di Como, protesta col Questore della città mentre con alcuni repubblichini sta ispezionando la fabbrica, per il fermo di alcuni operai dopo la scoperta di alcuni volantini di propaganda.

Una semplice rimostranza, detta d’istinto, e la sua vita svolta, precipita e piomba all’inferno. Assieme ad un gruppetto di colleghe e operai viene inviata a Mauthausen.

All’inferno

Le memorie dei sopravvissuti ai campi di sterminio sono molte. Ci hanno lasciato ricostruzioni precise e terribili dei campi di sterminio. Le si ritrovano tutte, precise e puntuali anche nella memoria di Ines. Ciò che le infonde la forza di resistere alla brutalità del personale dei campi, al vitto immangiabile, alla fatica immane del lavoro sono una fede limpida e mai bigotta, vissuta come un dono naturale, una inesauribile fiducia in sé stessa che la fa essere ottimista anche nelle situazioni e condizioni più dure e disperate e la promessa fatta alla madre di tornare. Quel “tanto tu torni sempre” che la madre le aveva detto tanti anni prima, le ritorna in mente spesso e il sopravvivere diventa una “fissazione, il pensiero che mi dà la forza di tollerare anche l’intollerabile” (p. 91).

Ines ha l’intuizione di trasformare in un’arma il progetto del nazismo di annientare la personalità degli internati: “loro mirano proprio ad annullare la nostra personalità [ma] trasformata in un robot, lavoro come in trance, incapace di qualsiasi reazione […]. Ma sono viva” (p. 91, i corsivi sono nel testo).

Questa strategia, insieme a certi aspetti dell’educazione rigida ricevuta da bambina come il mangiare anche cose che non le piacciono che le consentirà di abituarsi anche alle immangiabili brodaglie, le permette di sopravvivere anche i campi di Auschwitz-Birkenau e Ravensbrück.

Una “strana” narrazione

Ciò che colpisce di queste memorie (o, almeno che ha colpito me) è la narrazione degli eventi. In qualche modo è come se l’autrice li riveda; non che li riviva, che li riveda. Le sue pagine, che pure descrivono scenari terribili, trasmettono la tragedia che l’ha colpita ma allo stesso tempo mantengono una leggerezza che non si trova in memorie di questo genere.

Forse la chiave per comprendere questa strana leggerezza risiede nella capacità che questa donna straordinaria ha avuto nell’accettare, convivere e perdonare quel che le è accaduto. Dopo la guerra la sua vita riprende da dove era stata interrotta: riprende il lavoro nella medesima fabbrica, riprende la passione per lo sport, riallaccia e allarga la sfera delle amicizie, coltiva molti interessi. E torna, torna anche ad Auschwitz. Vi torna spesso e matura in lei la convinzione di dover portare la sua testimonianza alle generazioni più giovani.

Lo fa con naturalezza, perdonando pur senza rinnegare il gesto che l’ha condannata a una esperienza spaventosa. Certo, una vicenda simile non può non lasciare segni profondi: non consegnerà mai alla madre le lettere che le aveva scritto mentre era ricoverata in un ospedale militare dopo aver contratto il tifo (le lettere sono ora pubblicate nella sezione “Ines scrive…”). Ma Ines Figini ha saputo trovare una propria strada per spingersi “oltre il lager” – come a ragione notano i curatori – e convivere con una storia che, non di rado, ha finito per schiacciare tanti anche a molti anni di distanza. E non si è risparmiata per trasmetterla affinché non si ripeta.

Il libro

Una parola di merito va ai curatori, Giovanna Caldara e Mauro Colombo, per aver agevolato la lettura del testo – scritto comunque molto bene – con brevi introduzioni ad ogni capitolo, puntuali note a margine, appendici, testimonianze e una bibliografia essenziale ma precisa.