Recensione. Renzo Villa: Geel, la città dei matti

Un grande libro che racconta il caso unico in Europa di una cittadina i cui abitanti convivono con i “matti”.

“Ma che strano posto è mai questo?” Sono molti i visitatori che si pongono questa domanda quando visitano Geel, un piccolo paese in cui i “matti” vivono con gli abitanti, lavorano nei campi e (quasi tutti) vanno in chiesa, sono liberi di girare liberamente, i bambini giocano tranquillamente per strada incuranti di loro, vanno all’osteria a farsi una birra e una fumata e nessuno ne ha timore. E i visitatori sono davvero tanti: dai primi anni Sessanta dell’Ottocento ai primi anni del Novecento Geel è visitata da 403 europei, 54 nordamericani, 31 sudamericani e 18 asiatici (pp. 224-25).

Ad accrescere l’originalità vissuta a Geel concorre il fatto che il piccolo paese è situato in una zona piuttosto isolata, la Campine, nel cuore delle Fiandre, ritenuto da alcuni come un “luogo esotico […] un mondo lontano” nel quale forse, così suppone un osservatore, proprio a causa del relativo isolamento, il trascorrere del tempo ha finito per dar vita a una “varietà” antropologica negli abitanti, riscontrabile nella corporatura bassa e tozza, nelle cosce grosse, nel naso schiacciato e nella fronte sfuggente (p. 107).

I “folli” arrivano a Geel da tutto il Belgio, dall’Olanda, più avanti, a metà Ottocento, anche da Francia, Gran Bretagna e Svezia e vengono accolti dalle famiglie dietro compenso. L’aspetto economico è importante: gran parte della sua economia si basa proprio sull’accoglienza di folli: 60.000 livres a inizio Ottocento, 180.000 franchi a metà secolo (pp. 102-103). In un contesto povero e arretrato non sono cifre trascurabili, ma gli introiti non sono sufficienti a spiegare una storia secolare.

Geel è un’anomalia, un caso unico in Europa. Lo è nella storia della follia, anche (e forse soprattutto) dopo la nascita della psichiatria come branca della medicina e della nascita dei manicomi moderni. Lo è anche, in senso lato, storicamente: la consuetudine di ospitare i folli si perpetua nel tempo e resiste nonostante i numerosi, e talvolta profondi, rivolgimenti politici e militari che coinvolgono e stravolgono il piccolo villaggio.

L’originalità e l’importanza del libro di Renzo Villa risiede nello spiegare storicamente questo fatto: come mai la pratica che contraddistingue Geel nasce, si concretizza e perdura proprio qui?

Alle origini: una leggenda

Spiegare questo fenomeno è tutt’altro che semplice. Fare miscrostoria ha senso soltanto nella misura in cui questa aiuta a comprendere la “grande storia”. Perciò scrivere una microstoria è operazione quanto mai complessa e difficile. Delle molte difficoltà l’A. è perfettamente consapevole ma ha tutte le carte in regola per superarle.

Andare a ritroso nei secoli per individuare i fattori che sono all’origine delle vicende di Geel per poi risalire spiegando e mostrando il divenire storico, i molteplici percorsi che da quelle origini si dipanano, richiede una serie di competenze non comuni: la padronanza di numerose lingue; la consultazione di una quantità di fonti ampia e qualitativamente diverse, la capacità di interpretarle e di fonderle in una narrazione chiara e accattivante per offrire al lettore la possibilità di orientarsi senza sforzo.

Villa riesce egregiamente ad assolvere a questo compito. La peculiarità di Geel ha origine in una leggenda: la principessa Dimpna si sottrae con la fuga e poi col martirio al desiderio incestuoso del re d’Irlanda, suo padre snaturato. Le reliquie dell’eroina finiscono a Geel che diventa luogo di processione e consolida il culto dell’eroina. Di questa storia fioriscono versioni e composizioni differenti che l’A. rintraccia e ricompone con acribia, anche grazie alle sue competenze in ambito letterario e artistico.

Geel: una spina nel fianco della psichiatria

Al di là del mito fondativo, si resta colpiti dalle sottili distinzioni delle varie forme di follia individuate dai dotti già in età moderna che contrastano col robusto senso pratico dei contadini che ospitano e convivono con i folli e il fatto che sia proprio questa distanza dal sapere “scientifico” e ufficiale a divenire, col tempo, una spina nel fianco per gli alienisti.

L’Ottocento è stato definito giustamente “il secolo d’oro dell’alienismo”. La fondazione dei manicomi moderni e la conseguente nascita e formazione della psichiatria sono un prodotto della “duplice rivoluzione” industriale e politica (rivoluzione francese) che porta al potere la borghesia. Da questo punto di vista, Geel diventa un caso imbarazzante per la psichiatria. Com’è possibile che una minuscola comunità di contadini zotici e ignoranti ottengano risultati molto migliori nella cura dei folli rispetto agli scienziati? “Noi non possiamo credere che tutto ciò che costituisce il substrato della nostra scienza moderna sia assolutamente falso”, afferma significativamente uno di loro (p. 163).

Mentre in tutta Europa i manicomi diventano sempre più sovraffollati; i malati quando non peggiorano, cronicizzano e la psichiatria non riesce quasi mai a guarire, a Geel non solo i folli innocui, ma anche i maniaci furiosi e le forme più gravi di malinconia migliorano e spesso guariscono. A stupire gli osservatori è soprattutto il ruolo centrale delle donne della comunità di Geel, capaci di fondere gentilezza e autorevolezza nella convivenza coi folli e di guadagnarne affetto e rispetto (si veda la nota a p. 122, ma gli esempi sono molti).

Ma è tutto l’insieme delle relazioni sociali, affettive, lavorative che si instaura in ambito famigliare e collettivo a determinare quel salto qualitativo che manca completamente alla psichiatria asilare (p. 176). Il “sequestro” del folle in manicomio è fallimentare. Pinel e Esquirol avevano intuito la necessità di una “cura morale” basata sul confronto tra medico e paziente, ma questa è saltata in breve tempo a causa del sovraffollamento delle strutture, per la mancanza di personale medico e infermieristico sia in termini numerici che qualitativi. In manicomio il folle non solo non guarisce quasi mai, ma peggiora la propria condizione. Un esempio illuminante è quello del risposo: in manicomio le notti sono insopportabili: le ansie, le paure, le ossessioni dei ricoverati aumentano, nelle camerate si fondono con quelli degli altri ricoverati; il sonno spesso svanisce e al mattino il paziente è già stanco, sfibrato, privo di energie per affrontare una giornata che invece viene imposta nelle scansioni temporali e nelle mansioni decise dai medici.

A Geel accade l’opposto: i matti dispongono spesso di una camera propria, con un letto vero, possono riposare quanto vogliono, nessuno li obbliga ad alzarsi. In breve, viene data loro una dimensione privata, intima, della quale possono disporre e che imparano a gestire.

Il fallimento del manicomio è insito nella sua qualificazione di luogo di “cura e di custodia” allo stesso tempo. Quando il curare risulta inutile, allora l’aspetto custodialistico prevale e si impone. Gli alienisti non hanno cure efficaci e perciò i manicomi diventano molto presto dei giganteschi cronicari, degli enormi contenitori di tutti coloro che non reggono i ritmi o restano travolti di una società che per alcuni aspetti è in profonda e rapida trasformazione.

Nella cittadina belga oltre a una libertà limitata ma comunque infinitamente più ampia rispetto a quella dei manicomi il folle preserva la sua identità personale, presta e talvolta affina le sue capacità lavorative, sviluppa una sfera affettiva con i famigliari, i vicini, all’osteria. I limiti che conosce sono quelli imposti dalla sua malattia, che può spesso superare o con la quale può convivere senza traumi eccessivi (pp. 121, 148-49, 176). Di più: gli alienati si affezionano agli animali da cortile o che allevano, diventano compagni di giochi e custodi dei bambini di casa ai quali i genitori li affidano senza preoccupazioni (p. 137). Sono molti gli esempi riportati dall’A. e diluiti lungo la narrazione.

Ciò non significa che non si verifichino problemi. I molti regolamenti adottati e almeno un caso di cronaca nera lo testimoniano. Ma se confrontati con la situazione riscontrabile nei manicomi, la situazione a Geel è molto più rosea: pochi i tentativi di fuga, rarissimi quelli di violenza da parte degli alienati, quasi inesistenti i suicidi. Inoltre, come rileva giustamente l’autore, “accettare di collocare un parente malato” a Geel “non è scelta facile […] significa riconoscerne l’irrecuperabile follia”; significa compiere “una scelta poco meno disdicevole o vergognosa dell’invio in manicomio” (p. 128). (Tuttavia, stando almeno a quanto ho potuto constatare nel caso di Imola, le preoccupazioni derivanti dalla tara della follia, da “una sorta di colpa” che ricadeva sulla famiglia nell’avere un parente folle – come nota giustamente l’A. -, era una preoccupazione sentita molto più dalle famiglie borghesi rispetto ai ceti popolari).

Ma a dispetto dei limiti, alcuni dei quali risolti avanti nel tempo come la creazione di un’infermeria, Geel “funziona”. Ed è proprio questo il problema per alienisti. Certo, non mancano reazioni ammirate e perfino entusiastiche, ma in generale la corporazione psichiatrica in Europa e non solo, si sente minacciata, lesa nella propria professionalità, da quella piccola comunità sperduta. Le lunghe discussioni tra gli psichiatri sul “caso di Geel” mostrano una diffidenza risentita.

Gli alienisti italiani di fronte a Geel

Da questo punto di vista l’esempio della psichiatria italiana è eloquente. In ambito psichiatrico l’Italia non possiede una tradizione robusta come quella francese o inglese: la prima rivista di psichiatria disponibile su tutto il territorio nazionale vede la luce nel 1864, oltre vent’anni dopo quella francese; la Francia ha già una legislazione sui manicomi nel 1838, in Italia arriverà nel 1904.

La psichiatria italiana sta dunque muovendo i primi passi dopo l’unificazione del Paese e potrebbe trarre molte ispirazioni da Gheel, tanto più che l’Italia è ancora un paese profondamente agricolo e molti manicomi vengono costruiti dopo l’unificazione. Tuttavia le reazioni positive all’esperienza della cittadina belga sono poche. Agli ammirati resoconti di un giovane Serafino Biffi fanno riscontro le diffidenze di un Verga e uno snobismo perfino vantato di un Castiglioni.

I successi ottenuti dagli abitanti di Geel sono innegabili; ma una serie di giustificazioni viene apportata per impedirne l’emulazione: l’urbanizzazione che è ovunque in aumento rende impossibile impiantare dal nulla una costellazione di villaggi come a Geel nelle vicinanze di grandi città (senza contare che i medici migliori non accetterebbero mai di trasferirsi in zone eccessivamente sperdute); l’ostilità e l’avversione ai folli della popolazione, anche di quella di campagna è invincibile; Geel si basa su una tradizione che non è possibile inventare di sana pianta. Non mancano tentativi di mediazione: avvicinare il modello di Geel al manicomio chiuso e ispirarsi alla cittadina belga per concedere una oculata (e ben sorvegliata) libertà agli alienati.

Anche in Italia ben presto si affacceranno i problemi del sovraffollamento, della cronicizzazione dei malati e dell’inefficienza terapeutica dei manicomi. Le colonie agricole ispirate in qualche modo a Geel creerebbero la possibilità di sfoltire le strutture liberandole di folli tranquilli (e qualche tentativo in questo senso verrà fatto – sul problema del sovraffollamento dei manicomi, per Imola vedi il mio: Il Manicomio modello. Storia dell’ospedale psichiatrico di Imola (1804-1904), La Mandragora Editore, Imola, 2015; per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio; per Pesaro, Paolo Giovannini: Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)). Ma non si può nemmeno parlare di una sorta di appuntamento mancato. Un buon numero dei manicomi italiani è stato ricavato da edifici che antecedentemente avevano tutt’altra funzione (spesso erano conventi, mi permetto di rimandare al mio: I matti degli altri. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864)) e già questo dice qualcosa su come vengano considerati folli: la salute e la cura poveri che soffrono di disturbi mentali vengono dopo le ragioni di bilancio e di spesa. Se tarda ad arrivare il riconoscimento di cittadinanza per le classi popolari (ammesse in minima parte al diritto di voto e prive di altri diritti), gli alienati sono trattati come oggetti.

Il fantasma di Geel

Il caso di questa strana cittadina diventa internazionale anche in virtù di questa sorta di innalzamento del folle a persona. Di Geel si discute in Inghilterra, in Scozia, in Prussia, in Olanda, in Francia naturalmente e anche negli Stati Uniti. Alcuni la ammirano, altri ne accolgono alcuni aspetti e ne traggono parziale ispirazione, molti la osteggiano.

Geel in qualche modo si “impone”. Viene imitata nel Belgio francofono, in Francia e vi è una “città dei matti” autoctona perfino in Giappone. Ma viene imitata molto più per la convenienza di sfoltire i manicomi tradizionali più che per il significato profondo della storia della piccola cittadina delle Fiandre: “un modello di assistenza psichiatrica differenziata e anche un esempio dell’etica dell’accettazione del diverso, del disturbato mentale e intellettuale” (p. 297). Con quest’ultima affermazione siamo già nel Novecento inoltrato, quando anche il microcosmo di Geel ha conosciuto grandi e inevitabili trasformazioni: il progresso ha investito anche quella zona, il lavoro e il mondo del lavoro sono mutati radicalmente e con loro anche le forme del disagio del vivere e del disagio sociale.

Conclusioni

Con Geel, la città dei matti Villa ci regala un libro coltissimo e raffinato. L’A. “frequenta” Geel da quasi mezzo secolo e questo tornare sull’argomento, questo bisogno di capire testimonia il senso profondo dell’essere storico, che non è soltanto il piacere della conoscenza ma un impegno culturale e civile. Perché compito dello storico non è soltanto quello di comprendere e di spiegare ciò che ha capito, ma anche quello di sollevare domande. Il lettore interrogherà spesso il testo, si sentirà spinto a farlo.

Per questo – penso – Villa mostra una grande cautela anche nel dosaggio delle parole e delle espressioni. Raramente parla di “malattie mentali”, in riferimento ai “matti di Geel” argomenta giustamente sul disagio sociale e del vivere. In tempi in cui il campo della storia è attraversato da semplificazioni e banalizzazioni di ogni genere, Villa dimostra che si deve continuare a scrivere di storia con rigore metodologico. Il saper poi raccontare e argomentare la storia di questo piccola cittadina con uno stile narrativo personalissimo che “inchioda” il lettore alle pagine, è un ulteriore merito dell’Autore.

Buona lettura.

PS: per un ulteriore punto di vista, Giornale di Storia, Francesco Saverio Bersani: Geel e Santa Dinfna, una secolare tradizione di assistenza psichiatrica


Recensione. Giancarlo Cerasoli: Mais e miseria. Storia della pellagra in Romagna

 

La storia della pellagra è indagata da tempo dagli storici, ma per quanto riguarda la Romagna abbiamo dovuto attendere Mais e miseria di Giancarlo Cerasoli per colmare la lacuna con uno studio esaustivo e accuratissimo.

Medico e storico della medicina, Cerasoli è studioso scrupoloso e attentissimo. Questa Storia della pellagra in Romagna è preziosa in primo luogo sia per l’enorme quantità di fonti consultate dall’autore in molti archivi, sia per la bibliografia pressoché completa sull’argomento. Gli archivi di stato, comunali, ospedalieri e manicomiali sono miniere inesauribili non sempre valorizzate adeguatamente dagli studiosi. Cerasoli, invece, li ha sfruttati appieno, regalandoci una documentazione illuminante tanto per l’argomento del libro, quanto per informazioni indirette fornite da medici.

Ma è soprattutto il tema, questo mal della miseria, questo vero e proprio flagello che infuriò per tutto il XIX secolo mietendo migliaia di vittime ad essere fondamentale per capire la storia non solo dell’Italia centro settentrionale dove la pellagra era maggiormente diffusa, ma della storia del Paese.

Una malattia sconosciuta

Occorse molto tempo prima che i medici comprendessero l’esatta eziologia della pellagra. La malattia è provocata dall’assenza o insufficienza di niacina (vitamina PP, preserving pellagra, appunto), e pertanto la sua manifestazione rimanda alla storia dell’alimentazione, alle condizioni di vita, di lavoro e di salario dei contadini (la pellagra fu una malattia delle campagne, i casi riscontrati in città erano rarissimi). Al suo apparire i contadini confondevano la manifestazione (screpolatura e desquamazione nella pelle delle mani, dei piedi e talvolta del collo), con una normale insolazione. I medici la confusero a lungo con lo scorbuto o con una qualche forma di malaria (i sintomi dello scorbuto potevano facilmente sovrapporsi a quelli della pellagra). La diagnosi non era semplice: in primo luogo perché si trattava di “un genere di malattia affatto nuovo”, come scriveva Chiarugi agli inizi del XIX secolo (p. 55); in secondo luogo perché era sufficiente coprire la pelle offesa perché questa almeno in parte risanasse; inoltre la malattia procedeva per gradi e aveva un decorso complessivo molto lungo, protratto negli anni.

Nel VI capitolo l’A. passa in rassegna e discute la letteratura sul tema. Le relazioni e i documenti riportati dall’A. sono eloquenti per quanto riguarda la concatenazione del paradigma delle “tre D” che costituiscono il decorso della malattia (dermatite, diarrea, demenza – e cioè desquamazione della pelle al primo stadio, diarrea al secondo e “mania pellagrosa” o “frenosi pellagrosa” al terzo); ma sono anche testimonianze preziose per capire l’abisso di sofferenza fisica e mentale nel quale sprofondavano i pellagrosi.

Notata per la prima volta in Spagna attorno alla metà del ‘700, in Italia la pellagra si presentò nelle regioni settentrionali alla fine del XVIII secolo per poi discendere nei decenni successivi verso le regioni centrali del Paese. L’A. segue questo percorso sfruttando le relazioni dei medici mano a mano che la malattia si estende. Verso la metà del secolo tutta la Romagna è ormai interessata da questa malattia.

Da tutte le relazioni – e l’A. ne indica moltissime – il nesso tra pellagra e povertà estrema si staglia con chiarezza e fu subito evidente. Mal della miseria era appunto una delle espressioni per indicarla. L’attenzione dei medici si soffermò fin da subito sull’alimentazione dei contadini. È il mais – o, meglio, il consumo quasi esclusivo di granturco assieme ad altre farinacee inferiori – il principale responsabile della malattia (pp. 44 ss.). Consumo forzato, obbligato dall’impossibilità di procurarsi un’alimentazione più varia, migliore e più nutriente (sulla storia dell’alimentazione si veda il classico Massimo Montanari: La fame e l’abbondanza): in una delle moltissime “topografie mediche” redatte nel corso dell’Ottocento, un medico descrive in modo impietoso il vitto dei contadini della zona di S. Lorenzo (p. 85, nota 21, ma le informazioni indicate dall’A . sono moltissime). Cerasoli ci fa incontrare il consumo di piade, piadotti, impasti poverissimi e indigesti di farine inferiori, conditi per mesi dell’anno con un poco di lardo, di grasso, fagioli e aglio, salati con l’immersione o la cottura in acqua salmastra (insalubre). Con questo cibo poverissimo vivono i contadini romagnoli. Certo, l’Inchiesta Agraria Jacini, sommatoria di inchieste locali, distingue giustamente tra il vitto più ricco e abbondante dei mezzadri da quello dei braccianti, ma non va dimenticato che, in varia misura, per tutto il secolo, è in corso un processo di proletarizzazione. Non sono pochi i mezzadri a cui non viene rinnovato il contratto e scivolano negli abissi del bracciantato.

Perciò, al fine di contrastare la malattia,

Tutti i medici […] consigliavano di assumere alimenti ricchi di “azoto”, ossia di proprietà nutritive, soprattutto le carni, i brodi di carne, il pane di frumento, il latte, i latticini, le uova, il riso, le patate (p. 173).

Erano però costretti ad ammettere che quasi tutti gli affetti da pellagra non avevano alcuna possibilità di procurarseli. La povertà estrema – dalla denutrizione riscontrabile nelle deformità del corpo, al vestiario, alla fatica estrema, alle abitazioni che definire “malsane” spesso è perfino un eufemismo (in certe zone della “bassa” alcuni braccianti vivono ammassati in “capanne”) è lo sfondo di un secolo durissimo, infernale. Ed è una storia che si divide in qualche modo in due parti.

L’esplosione

Nei primi decenni dell’Ottocento, quando i medici iniziano a confrontarsi con questa nuova malattia, i rimedi che indicano sono di tipo assistenziale. Gli ospedali in genere non disponevano di reparti adibiti alla cura dei pellagrosi. In alcune città dove furono aperti nei primi decenni del XIX secolo proprio per tamponare l’endemia pellagrosa. Si tratta di una vicenda che ebbe anche alcuni risvolti positivi come nel caso di quegli ospedali che rinnovarono i reparti rendendoli più vivibili e accoglienti.

L’A. segnala giustamente il fatto, piuttosto curioso vista l’abbondanza di letteratura in merito, che non disponiamo di statistiche assolutamente affidabili sul numero dei pellagrosi. L’A. fa bene a dedicare un capitolo a questo problema (il IV) perché l’assenza di stime certe ha attinenze con la natura più intima della malattia. I segni della malattia sul corpo del pellagroso non indicano la condizione di povertà del soggetto , lo segnalano come miserabile (si vedano le penetranti osservazioni dell’A. alle pp. 255-256). La condizione di povertà, pur compassionevole e compatita, ha una sua dignità; la miserabilità no, è sospetta se non rigettata: la letteratura sul bracciantato agricolo – il più colpito in assoluto dalla pellagra – trasuda diffidenza e colpevolizzazione: il bracciante non è affidabile; tende alle libagioni e, quando può, ai bagordi; sperpera al gioco e nei vizi quanto guadagna e, a partire almeno dall’ultimo quarto del secolo, diventa sensibile ai richiami politici più radicali e sovversivi. Esiste tutta una letteratura su questi aspetti (si veda Adriano Prosperi: Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento). Occorre maneggiare con cautela le fonti, soprattutto le monografie che compongono gli Atti della Inchiesta Agraria Jacini o le relazioni stilate dai Comizi Agrari. In questi casi a fornire informazioni erano possidenti o notabili i quali essendo spesso parti in causa (almeno come ceto) degli squilibri sociali, pur non potendo negare la presenza e la diffusione della malattia, tendevano comunque a sminuirne la gravità. Le “topografie mediche” e le relazioni dei medici ospedalieri e condotti sono, in genere, molto più crude e realistiche e man mano che ci si inoltra nel secolo diventano, a loro modo, in alcuni casi, un atto di accusa verso l’insensibilità delle classi dirigenti di fronte a una malattia devastante. (Naturalmente l’A. è perfettamente consapevole di questo pericolo e maneggia con la dovuta accortezza la documentazione che utilizza – vedi le sue osservazioni sulla documentazione dei manicomi a p. 100 e le Riflessioni conclusive. La mia osservazione è un’informazione al lettore della recensione perché troverà qui altri articoli su questo genere di fonti).

La “soluzione” del problema pellagroso

Non a caso, se l’A. deve ricorrere alle proprie competenze di medico per orientare il lettore nella letteratura riguardante i “rimedi dell’arte” messi in pratica da medici condotti e ospedalieri, nel fornire altre informazioni può affidarsi in tutta tranquillità agli scritti dei medici. Le indicazioni fornite dai medici sulla diffusione della malattia, sono circostanziate: la pellagra si diffuse maggiormente nelle zone appenniniche, le più povere e più “avare” del territorio in termini di produzione agricola (si vedano le osservazioni del medico Attilio Raspini a p. 140 e nota 22, ma è solo un esempio tra i molti disseminati nel testo). Questo fenomeno creò un cortocircuito difficile da risolvere: con il lievitare progressivo e continuo dei casi e il conseguente ricovero in manicomio dei pellagrosi, i Comuni in un primo momento e le province a partire dal 1865, si trovano ad affrontare spese enormi e sempre crescenti per il mantenimento dei “folli” pellagrosi in manicomio.

Ma anche le indicazioni sull’età e sul sesso dei malati sono rivelatrici. A pagare il prezzo più alto furono le donne. Contadine, “giornaliere”, tessitrici, filatrici. In realtà lavoravano più degli uomini; erano spossate dalle numerose gravidanze e spesso si alimentavano peggio degli uomini, sacrificando parte del proprio cibo ai figli piccoli (p. 261). Sono informazioni e dati che Cerasoli scorpora e discute in pagine toccanti e importanti.

Ecco che allora si arriva al cuore della vicenda. Dalla metà del secolo in poi non fu più possibile negare l’evidenza: la pellagra era innegabilmente il frutto avvelenato della miseria più estrema delle campagne ed era evidente che questo flagello si innestava negli squilibri della distribuzione della ricchezza. L’andamento eziologico della malattia (che dal secondo stadio minava l’equilibrio psichico del pellagroso) fece sì che furono i manicomi ad essere sobbarcati del compito di contenere il problema. (L’enorme sviluppo, del tutto sproporzionato in confronto all’ampiezza della città, del manicomio imolese da me studiato, fu dovuto essenzialmente al dilagare della pellagra. Ma se il caso imolese è paradigmatico, gli esempi potrebbero essere molti. Per Bologna, Cinzia Migani: Memorie di trasformazione. Storie da manicomio Pesaro, Paolo Giovannini Un manicomio di Provincia. Il San Benedetto di Pesaro (1829-1918)).

In manicomio i pellagrosi al primo stadio avevano buone probabilità di rimettersi in forze, ma nella stragrande maggioranza dei casi finivano per cronicizzare o morivano. In sostanza quindi il problema non fu affrontato, ma aggirato. E questo vale anche quando in molti Comuni si iniziò ad approntare “locande sanitarie” che offrivano un vitto adeguato ai pellagrosi nei periodi più critici dell’inverno.

La tragedia di questa storia è tutta qui. E che si tratti di una tragedia lo testimoniano anche i capitoli conclusivi, nei quali l’A. rileva l’incidenza della pellagra nel folklore e nella letteratura.

Conclusioni

A dispetto di un secolo che fece del “progresso” uno dei suoi vanti, la pellagra non fu sconfitta dal sapere scientifico e dalla medicina. La pellagra scomparve per una serie di fattori tra i quali spiccano la riduzione della coltivazione del mais a favore di altre colture e “l’elevata conflittualità bracciantile che nel corso dell’ultimo decennio del XIX secolo portò a conquiste salariali che ridussero la sottoalimentazione” (p. 259). Quella “classe oggetto” che è stato il mondo contadino cessa di finire i propri giorni in manicomio, di morire di stenti, di fatica e sottonutrizione quando inizia un percorso di riscatto, a discapito di autorità politiche nazionali e locali che, perfettamente consapevoli della strage che si sta consumando sotto i propri occhi, e della quale essi sono parte in causa si limitano a interventi che garantivano l’esclusione e la segregazione dei pellagrosi (i ricoveri in ospedali) o, seguendo una pratica secolare, a provvedere affidandosi alla beneficenza. (Si vedano le penetranti osservazioni dell’A. a p. 261).

In questo percorso all’interno del fenomeno complessivo, per limiti culturali e sociali i contadini sono muti. A dar loro voce sono i medici che declinano e filtrano le loro sofferenze con la propria cultura, sensibilità e convinzioni personali. A noi arrivano dunque voci deformate, ma dobbiamo essere grati a quei medici per avercele tramandate. Il medico, soprattutto il medico condotto, appartiene per cultura alle classi dirigenti, ma assorbe il mondo circostante e lo interpreta: il suo rapporto con le classi popolari non è a senso unico, non cala dall’alto, ma è un rapporto che crea contaminazioni e l’azione dei medici finisce per scoprire i nervi sensibili del Paese e dei problemi di fondo (pp. 262 ss).

Se passassi in rassegna tutti i percorsi di ricerca e le suggestioni che Mais e miseria suggerisce, dovrei scrivere non una recensione, ma un breve saggio. Lascio al lettore il piacere di scoprire quelle che non ho indicato.

Come sempre accade con i libri importanti, la lettura suscita impressioni e domande rivolte al presente. Comporre nella mente il mosaico di immagini che scaturisce dalla documentazione e confrontarla col paesaggio agrario di oggi e il benessere dei contadini non può non far interrogare su quali sofferenze poggi il benessere di oggi. Ripensare a quella storia significa innanzitutto non cadere in comode banalizzazioni e facili approssimazioni: le conquiste sociali e il benessere non sono caduti dal cielo. Mais e miseria. Storia della pellagra in Romagna di Cerasoli mostra perché continuare a interrogare la storia, la sua complessità e (come in questo caso), la sua drammaticità, è un’operazione necessaria affinché il mondo non peggiori.


L’Esposizione Universale di Parigi del 1867 (II)

 

L’Esposizione Universale di Parigi del 1867
Seconda parte

L’attesa e l’inaugurazione

Nei giorni precedenti l’inaugurazione, Parigi è in fibrillazione. Nei salotti, nei circoli, nella buona società e un po’ ovunque non si parla d’altro. Da qualche tempo il Campo di Marte è stato chiuso al pubblico per consentire agli operai di terminare i lavori senza intralci. La chiusura di quello che sarà il grande parco dell’Esposizione ha dato la stura ad una infinità di voci su presunte difficoltà e ritardi: si teme che le autorità e gli organizzatori tentino di nascondere al pubblico problemi e difficoltà organizzativi.

Non è così, il 1° aprile, “con puntualità cronometrica”, come sottolinea un giornalista, l’Esposizione apre i cancelli. È l’imperatore in persona, Napoleone III, seguito da una folta rappresentanza del governo e delle autorità, ad inaugurarla. La visita dell’imperatore e del suo seguito si protrae per due ore (in un complesso espositivo che aprirà al pubblico per sette mesi…).

Dopo la cerimonia ufficiale, la festa può avere inizio. Tutti i percorsi che si diramano dalle 12 entrate convergono al centro del parco, a quel Palais che – come abbiamo detto nell’articolo precedente, alcuni paragonano al Colosseo. Il Palais è una costruzione enorme, quasi tutta in ferro e in vetro. alcuni cronisti si dilungano nella quantità di materiale utilizzato, enumerando peso, misure, cifre e qualità del materiale. Ciò che conta, e che viene spesso messo in risalto, è la differenza sia rispetto alla struttura che ospitò l’Esposizione londinese del 1851, sia rispetto all’ultima francese del 1855. In quell’occasione, il padiglione principale fu costruito su più piani, generando una serie di inconvenienti: l’enorme folla sempre presente creava ingorghi sulle scale e la visita risultava non soltanto dispendiosa in termini di tempo, ma anche di energie fisiche. A fine giornata, dopo aver girovagato in lungo e in largo su e giù per i vari piani, il visitatore era stanco.

La struttura a piano terra del Palais dell’Esposizione del 1867 elimina questi inconvenienti sia grazie all’assenza di scale, sia – come già anticipato nell’articolo precedente – all’ingegnosa combinazione dei padiglioni. Un osservatore paragona il Palais a un enorme formaggio dalla forma vagamente ovale suddiviso in spicchi. Ogni triangolo costituisce un settore la cui grandezza varia a seconda dell’importanza del paese espositore.

 

Più della metà dei settori sono occupati dalla Francia. Naturalmente anche a Belgio, Gran Bretagna e Prussia vengono riservati spazi adeguati. Il Belgio è uno dei paesi più industrializzati d’Europa e quello dotato del miglior sistema ferroviario del mondo; la Gran Bretagna, primo paese industrializzato, continua a primeggiare, anche se il distacco che mantiene verso Francia e Prussia non è più quello di pochi decenni prima. Sembrano dimostrarlo anche alcuni dei prodotti esposti: i suoi telai sono efficienti, ma non sono più gli unici; la gamma della sua produzione non appare più sterminata come un tempo. La Prussia sta recuperando terreno. All’Esposizione sfoggia la sua forza militare con un cannone spropositato, un “mastodonte” di 65.000 chilogrammi, che si presta più all’ironia dell’osservatore smaliziato – come trasportare e spostare con la rapidità necessaria un macchinario di quelle proporzioni su un campo di battaglia? – che all’ammirazione: ma è indubbio che l’impatto è impressionante. (Ironia della sorte, qualche anno più tardi proprio la Francia sarebbe rimasta vittima della potenza militare prussiana).

Non così per la Spagna e il Portogallo. La descrizione dei loro padiglioni e della loro manifattura rimanda a una penisola che pare tagliata fuori dalla storia. “Terribile caduta”, dice un giornalista a proposito del padiglione spagnolo dedicato all’industria. Le macchine a vapore spedite da Barcellona sono “pesanti e grossolane”. Da al punto di vista della meccanica il Portogallo si avvicina alla condizione della Spagna, ma almeno non aggiunge quel qualcosa di inutilmente “pomposo” e di “cattivo gusto” perfino nelle macchine industriali come fanno gli spagnoli.

Il tempo che cambia

Il colpo d’occhio di macchinari giganteschi è formidabile: armi come quella prussiana, carrozze ferroviarie, enormi bobine ecc. lasciano stupefatti i visitatori. Ma questo genere di ritrovati affascinano soprattutto gli addetti ai lavori: architetti, ingegneri, industriali, militari… le categorie di persone possiedono le competenze per immaginare e indovinare sviluppi futuri. Gli altri, la gente comune, i curiosi che affollano il Palais sono attratti da altro: la gente si affolla nei settori dove artigiani e operai lavorano come fossero in fabbrica o nelle loro botteghe.

Alcuni fanno gioielli, altri borsette, borse da viaggio, portasigari; questi intagliano l’avorio; questi fanno fiori artificiali; in questo angolo fanno pettini, in quest’altro ventagli; da questa parte pipe di schiuma marina. Alcuni metri quadrati sono occupati da una fabbrica di cappelli dove si può vedere, senza doversi fermare molto, il feltro che nasce, viene laminato, pressato e trasformato in un cappello, che in men che non si dica viene asciugato, lisciato, rifilato, tappato e venduto se vi va bene. A fianco vi è un altro laboratorio di calzature e stivali; tra il momento in cui la pelle viene sollevata nella stanza e il momento in cui si prova la scarpa finita, vengono richiesti 45 minuti. [Tutto] il lavoro viene fatto davanti ai vostri occhi stupiti con delle macchine; l’operaio è lì solo per dirigere.

Non finirei più di descrivere questi tour de force, scrive un’osservatore,

di cui quelli appena citati sono solo degli esempi, e che mostrano quali prodigi di velocità, e quindi di economicità, possono portare all’uso giudizioso delle macchine nella piccola industria. Questa parte dell’esposizione non ha altro scopo che dimostrarlo, e certamente non ha mai avuto tanto successo, perché in nessun punto la folla è più compatta o più ostinata; ho visto persone di grande spirito ferme e a bocca aperta in presenza di una piccola macchina che prende le barrette di cioccolato, le piega accuratamente nella carta, nasconde l’involucro e poi pone delicatamente il pacchetto su un tavolo senza che nessuna mano umana interferisca. Questo strumento piega e conserva così cinque o sei pagnotte di cioccolato al minuto, da solo e in silenzio.

Questi “prodigi di velocità”, fanno sorridere il lettore di oggi, ma gli sguardi attoniti e le bocche aperte dei visitatori ci parlano di una società industriale che sta nascendo e di un mondo che si sta trasformando velocemente.

Villaggi

Non è un caso che molti redattori di cronache e di relazioni sull’Esposizione si dilunghino sulle ferrovie e sui mezzi di comunicazione. Le ferrovie stanno rimpicciolendo il mondo e allo stesso tempo lo stanno ingrandendo. Rimpicciolendo perché accorciano le distanze; ingrandendo perché ampliano i confini delle zone esplorate e conosciute. “Le ferrovie facilitano il trasporto delle materie prime e del carburante, la libertà commerciale stimola la nostra apatia e (perché non ammetterlo?) il nostro genio inventivo si sviluppa fecondandosi sotto l’azione della concorrenza straniera”, scrive un’osservatore.

Il mondo si sta interconnettendo e quindi L’Esposizione si trasforma anche in una lezione di geografia universale. Nell’immensa Russia le ferrovie sono ancora poca cosa.

Nelle molte province non servite dalla ferrovia, durante l’inverno i russi viaggiano abbastanza volentieri in slitta, anche se ci sono ottime strade postali, [Le carrozze trainate da slitte] ben fornite di pellicce; si è seduti comodamente poiché il postiglione ammette solo due passeggeri negli scompartimenti che si susseguono e comunicano tra loro attraverso piccoli sportelli.
Per correre sulla neve, tuttavia, le carrozze, come le slitte, devono poggiare su un pattino al posto delle ruote e dare al veicolo un’oscillazione proporzionata alla sua lunghezza. Il risultato per i viaggiatori è un disagio, una sorta di mal di mare, che non tutti possono sopportare.
In estate la varietà di carrozze è infinita: la Drojki rotonda, una specie di cabriolet senza cofano; la Drojki lunga, con ruote, che consiste in una panca imbottita su cui possono sedere tre o quattro uomini in fila dietro lo stretto sedile del cocchiere; la Kibilka, una specie di carro senza molle, coperto di tela che forma una tenda, ecc, ecc.

Che cosa sa il visitatore comune di queste cose? Cosa conosce di questo immenso paese?

Spesso si percorrono, senza incontrare il minimo villaggio, distanze da due a trecento verste, ma ovunque si trova molto regolarmente la Maison de poste che fornisce cavalli, tè, a volte un po’ di latte, e persino, in qualche caso, del pollame magro e duro. Inoltre, come si può vedere visitando l’ufficio postale russo, c’è una grande stanza in cui i divani ricoperti di pelle offrono ai viaggiatori stanchi il letto più comodo in un paese dove i letti sono sconosciuti. Una stanza privata, non chiedetela! Quando avete dormito fianco a fianco su una panchina, potete dormire bene per qualche ora sui divani uno accanto all’altro. È il modo più sicuro per evitare l’infestazione di insetti che attirerebbe una coperta usata da molte persone.

Sono narrazioni che mescolano abilmente informazioni ritenute affidabili e suggestioni. Al di fuori del Palais il parco è disseminato di villaggi che riproducono alcune tipicità dei paesi espositori. Il Campo di Marte è stato trasformato in un “campo di vita universale”. Nel vasto recinto destinato ai villaggi delle varie nazioni, esse possono “sistemare comodamente le loro tende, costruire le loro case, spargere i loro chioschi e chalet, monticelli e padiglioni, moschee e pagode tra aiuole di arbusti eleganti, di alberi giganteschi, di cascate e fiumi”. Nel villaggio austriaco il visitatore poco informato affina la conoscenza dei setti paesi che compongono l’impero tramite la cucina, la birra, le bevande e la musica.

Le “informazioni” su paesi stranieri, su zone lontane e poco conosciute sulle quali si “favoleggia” (per così dire), circondano il visitatore da ogni parte. Il perimetro esterno del Palais è punteggiato di una miriade di caffè e ristoranti. Volete un “caffè all’africana”? C’è il caffè algerino; ne volete uno alla turca? Potete entrare in quello spagnolo, lì – retaggio di una lunghissima storia – lo fanno. Desiderate un gelato italiano? Non avete che da accomodarvi.

Il Progresso che illumina

Con il calar della sera si accendono le luci del Faro, che svetta dai giardini del parco per oltre 48 metri di altezza. “La vista dal faro è meravigliosa. Non è solo il Campo di Marte, è tutta Parigi in linea d’aria. Ma un mostro ti aspetta lassù, la vertigine”; impedimento per molti, ma la luce del faro è “scintillante”: i lampi che si susseguono velocemente lassù creano l’effetto di una sorta di sfarfallio. La luce elettrica sta per cambiare radicalmente e irrimediabilmente la vita delle persone: il lavoro cessa di seguire la scansione delle giornate e delle stagioni, può essere prolungato di molto, se non illimitatamente.

È fin troppo facile cogliere l’allegoria del cronista. Appena fuori Parigi inizia un mondo ancora quasi totalmente escluso dalle meraviglie dell’Esposizione. Nelle campagne i contadini fanno la vita che hanno sempre fatto: nascono, lavorano, si sposano, procreano, invecchiano e muoiono nel loro piccolo paese o nella loro parrocchia. La loro vita si svolge tutta in un raggio di chilometri limitatissimo, in un contesto in cui tradizione, superstizione e religione scandiscono la vita singola e collettiva.

Il faro del progresso illumina quel mondo. Non si parla più di Lumiére, ma di Civilisation, ma il concetto resta simile: dall’Esposizione partono partono i raggi destinati a illuminare quel mondo che ora è immerso non tanto nell’oscurità – l’elettricità, e i cronisti lo ripetono spesso, è ai primi passi – ma nell’oscurantismo.

In sintesi

Abbiamo così individuato alcuni aspetti che si possono approfondire prossimamente. Il primo, è che occorre tempo per visitare accuratamente l’Esposizione del 1867, e questo rimanda alla disponibilità del tempo libero. Nelle campagne inizia la stagione dei lavori più impegnativi e faticosi. Difficilmente i contadini verranno a dare un’occhiata: il tempo libero è un prodotto del processo di modernizzazione, è figlio di mestieri cittadini e dell’industria.

Il secondo: il progresso avanza, ma in quale misura, e, soprattutto, per chi? Quanto tempo occorrerà perché il mondo che attornia Parigi sia inglobato dal progresso?

Opere consultate per questo articolo:

Les curiosités de l’Exposition universelle de 1867. Suivi d’un indicateur pratique des moyens de transport, des prix d’entrée, etc.: avec six plans

Visites à l’Exposition Universelle de 1867

L’Exposition universelle de 1867 illustrée