Recensione. Giorgio Cosmacini: Ciarlataneria e medicina

La lunga battaglia tra medicina ufficiale e ciarlataneria. Cosmacini dimostra che le cose sono molto più complesse di quanto normalmente siamo portati a credere.

La (s)fortuna di sapersi mortale getta l’uomo nello sconforto, nella paura della morte, nel terrore della sofferenza fisica e psichica. Questa consapevolezza genera terreno fertile per il prosperare della ciarlataneria; crea uno spazio ampissimo (invisibile perché interiore) per ciarlatani, truffatori e speculatori senza scrupoli dell’angoscia esistenziale. La magia, la cabala, la “pietra filosofale”, gli “elisir di lunga vita” e altro ancora non sono forse la ricerca e il tentativo di annullare o, almeno, rimandare il più possibile la resa dei conti?

Timori (e speranze) antichissimi che affliggono l’uomo da sempre. Eppure, come mai se secoli di storia dimostrano l’impossibilità di mancare all’appuntamento con quell’ultima tappa della vita che è la morte, un enorme numero di persone si ostina ad aggrapparsi a speranze del tutto irrazionali e impossibili, a “medici” e “medicine” assolutamente improbabili quando non chiaramente assurdi; perché continuiamo a dar credito ai ciarlatani?

Se non altro, oggi abbiamo la capacità di annullare quasi completamente il dolore fisico e di arginare quello psichico. Per lunghissimo tempo queste possibilità sono state un miraggio. Il dolore provocato dalla malattia è stato un fatto concreto, durissimo e terribile da sopportare, in grado  – da solo – di gettare nella più cupa disperazione il malato. Una “man lesta” nel “cavar denti” era, in fondo, una buona pubblicità: agli occhi del sofferente l’abilità manuale del “cavadenti” e la sua sveltezza nell’estrarre erano ben più importanti delle conoscenze mediche. Altrettanto può dirsi del “conciaossa” e di altri specialisti di malanni e infermità. Che importanza aveva se i loro “tonici”, sciroppi e ritrovati dai nomi esotici erano composti da ingredienti inverosimili, se funzionavano?

Funzionavano davvero o si trattava di effetto placebo? Un buon ciarlatano è colui che sa mettersi in sintonia col proprio paziente. I “grandi” ciarlatani – Borri, Cagliostro, Mesmer ad esempio – avevano un’ottimo intuito dell’animo umano, sapevano conquistare la simpatia e la fiducia dei pazienti, riuscivano a moltiplicare l’interesse sulle loro attività. Erano queste capacità e la giusta miscela con cui sapevano fonderle a rendere efficaci i loro ritrovati.

Capacità di promuovere sé stessi. Mesmer e Cagliostro approdarono a Parigi, ma erano le piazze, i sagrati delle chiese, le fiere, i mercati di tutte le città, i luoghi ideali per le attività dei medici ciarlatani. Convincere, promuovere, dimostrarsi grandi affabulatori. La ciarlataneria scivolava nella recitazione, nella teatralità: “saltimbanco” diventava sinonimo di ciarlatano. E il ciarlatano – non a caso – veniva accomunato al girovago.

Contro girovaghi, accattoni e ciarlatani, per gradi, la legislazione dei vari stati si inasprì. La medicina ufficiale non poteva restare inerme a guardare l’invasione del proprio campo d’azione da parte di gente che, in fondo, non aveva né arte, né parte. Eppure, fino a tempi recenti, la medicina ufficiale  ha combattuto una battaglia di retroguardia e con le armi spuntate contro la ciarlataneria.

Armi spuntate ma pericolosissime soprattutto quando la medicina ufficiale trovava un alleato nell’occhiuto e sospettoso potere politico. La sete di sapere, di sperimentare, di innovare erano, come minimo, guardate con sospetto: le donne dei villaggi che si tramandavano di generazione in generazione la conoscenza delle proprietà curative delle erbe, che sapevano fasciare contusioni o ricomporre slogature utilizzando albume d’uovo e altri rimedi non costituivano un problema. L’A. mostra più volte che le autorità non erano restie a concedere licenze di vendita a fabbricanti di pasticche, infusi e sciroppi. Ma l’inquietudine delle menti perspicaci e potenzialmente destabilizzanti sì, era pericolosa. A provarlo sulla propria pelle furono in molti, Borri e Cagliostro sono soltanto i più famosi. Cosmacini scrive anche una storia di fughe precipitose, condanne e patteggiamenti.

Era facile ironizzare sulle più che discutibili “panacee” dei ciarlatani, ma buona parte del successo degli odiati, sleali concorrenti era dovuto proprio al fatto che la medicina ufficiale era altrettanto inefficace e non aveva nulla di meglio da offrire: per il sofferente era meglio sperare in un miracolo – o in “medico” miracolante – piuttosto che avere la certezza di un fallimento.

Tanto più che la medicina ufficiale lanciava i suoi strali e ricopriva di vituperi anche grandi innovatori: Vesalio si vide storpiato il proprio nome in Vesanio (colpito da vesanie, cioè matto). Accadeva anche il contrario, naturalmente: Marat è passato alla storia non tanto in quanto medico (come in effetti era) ma per essere stato uno dei padri della Rivoluzione francese, per una sorta di psoriasi che lo tormentava, per aver fatto una brutta fine per mano di una donna e per un dipinto famoso che lo ritrae morente. Ma furono lui, medico frustrato e rancoroso, e la Rivoluzione francese a spazzare via le vetuste e culturalmente incancrenite Facoltà di medicina sostituendole con le innovative Écoles de Santé (sulla Rivoluzione Francese e la medicina vedi dello stesso Cosmacini Medicina e rivoluzione). Un “ciarlatano” che non solo rovescia la situazione, ma innova scientificamente.

Come si vede, il binomio ciarlataneria e medicina si complica. Alcune delle intuizioni dei personaggi singolari passati in rassegna dall’A. si riveleranno non del tutto infondate e risulteranno precorritrici – ad esempio nella frenologia di Gall. Mescolata alle strampalerie più disparate c’è comunque la lunghissima gestazione della medicina scientifica moderna. E questa si enuclea, a sua volta dal progredire di scienze che affondano le proprie origini in tutt’altro – la chimica nell’alchimia, ad esempio.

Cosmacini è maestro nell’indicare e nel discutere assieme al lettore l’ampia, apparentemente insospettabile gradazione che esiste anche nel variegato mondo della ciarlataneria. Non la promuove, naturalmente, né la giustifica. Ma avverte che fino a quando la medicina resterà una scienza lontana e incomprensibile all’uomo comune, e il medico non (ri)assumerà un atteggiamento umano e comprensivo nei confronti del malato, la ciarlataneria continuerà a manifestarsi. E, direi, ha ragione.

Buona lettura.


Recensione. Georges Vigarello: L’abito femminile. Una storia culturale

C’è un nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile?  Come hanno influito la Controriforma e la rivoluzione francese sul modo di vestire femminile. Che ruolo ha giocato, per quanto riguarda l’abito femminile, l’espansione in Europa della Rivoluzione industriale in Europa?

Sono soltanto alcune delle domande che il lettore può porsi leggendo questo bel libro di Georges Vigarello tradotto recentemente per Einaudi. Come spesso accade per altri suoi libri, Vigarello sceglie di indagare un aspetto apparentemente secondario della storia, poi riesce a collegarlo a molti filoni principali.

Del resto, come ha mostrato Schivelbush per il cibo nella sua Storia dei generi voluttuari le mutazione del gusto non sono mai casuali. Esse rispecchiano mutamenti più profondi, spesso all’inizio apparentemente impercettibili.

L’argomento del libro è l’abito, non la moda, anche se i due aspetti sono ovviamente intrecciati. Ma l’abito, il vestito rimanda a di cosa è fatto, come è fatto, perché è fatto in un determinato modo. Vale a dire che l’A. collega l’abito all’ambiente, al commercio, alla vita quotidiana. Usa l’abito e la sua storia per gettare uno sguardo inedito sui grandi fenomeni della storia al fine di comprenderli meglio, approfondirli.

È quello che in un brevissimo articolo sul mio blog ho definito, volgarizzando e sintetizzando al massimo, “entrare di traverso nella storia”; cioè prendere un fenomeno secondario – o apparentemente secondario – e usarlo come un cuneo per inoltrarsi al centro delle questioni fondamentali. Si può osservare un edificio o una piazza dal di fronte o da un angolo: l’edificio è lo stesso, ma la prospettiva cambia.

Per questo direi che per parlare di questo libro e, a mio parere, per illustrare l’intento dell’autore, si possono prendere tre esempi essenziali. Il Rinascimento, la Rivoluzione Francese e la prima guerra mondiale. Si tratta di tre passaggi, di tre snodi fondamentali (negli ultimi due casi, addirittura di eventi periodizzanti).

Il nesso tra la passione rinascimentale per la tecnica e le invenzioni e la moda femminile lo si registra nel fatto che gli abiti di quel periodo hanno una confezione geometrica. Quando pensiamo al rinascimento vengono vengono alla mente grandi artisti: fu un’epoca che cambiò la pittura, l’architettura, approfondì le scienze naturali. Viene subito alla mente Leonardo, ma di Leonardo minori il Rinascimento pullulava. Inizia anche l’epoca delle grandi scoperte geografiche e quindi della cartografia, e dell’esplorazione del cosmo. Secondo Walter Benjamin il Rinascimento è indagatore dell’universo. Non stupisce allora se la lettura degli eventi avvenisse in forma geometrica. Questo lo si constata anche nei vestiti riportati nelle opere d’arte. Ve ne sono alcuni, e Vigarello li illustra e li discute, composti da due triangoli, quello alla base, che arriva fino alla vita, e quello superiore, ma rovesciato; oppure il colletto disegnato a mo’ di trapezio.

Naturalmente abiti del genere erano scomodissimi. La donna sembra imbalsamata e irrigidita in vestiti che rendono difficile il muoversi.  In altre immagini sembra posta su di un piedistallo. Allora ci si può domandare quale fosse il ruolo della donna. La donna, e con essa l’abito che indossa servono in realtà a rafforzare e indicare il prestigio e la forza economica dell’uomo. La donna ha, in queste immagini almeno, una posizione ancillare, di decoro rispetto a quella maschile.

Una chiusura dunque, che raggiunge il massimo nel clima plumbeo della controriforma, con colletti che diventano enormi ciambelle mentre tutto il resto del corpo è accuratamente coperto e imperscrutabile. Delle donne si vedono soltanto viso e mani. Anche i colori si incupiscono: sono colori pesanti, ferrigni, nero, verde scuro, marrone scuro.

E tuttavia, sia pure in un contesto dai contorni cupi, molte cose si muovono. Le grandi rotte commerciali sono tracciate, il gusto nel cibo e nel mangiare si alleggerisce: entrano nuovi condimenti e nuovi prodotti; i primi caffè sono luoghi di ritrovo maschili, ma vi si va per avere e leggere notizie e per assicurare i viaggi d’affari (la Lloyd ebbe la prima sede in un caffè, così come molti giornali – su questo si veda Andrew Pettegree L’invenzione delle notizie. Come il mondo arrivò a conoscersi.). Anche gli abiti cambiano. Lo si vede facilmente in quelli maschili: diventano più confortevoli, più comodi e pratici. Cominciano a mutare anche i materiali: stoffe che provengono dall’India, dalla Cina o dalle Americhe.

Nel corso del Settecento questo processo prosegue e coinvolge anche l’abito femminile, che si assottiglia e diventa più pratico. Indica che la donna ha conquistato nuovi spazi sociali. Il processo sfocia con la Rivoluzione francese, che non solo “libera” alcune parti del corpo, ma ne lascia scoperte alcune. È il segno di conquiste sociali importanti anche se temporanee. (Si potrebbe anche osservare che la Rivoluzione francese “politicizza” l’abito: coloro che ne rigettano valori e conquiste indicano la propria avversità persistendo a mantenere gli abiti dell’Ancien Régime)

Temporanee perché la Restaurazione ha usato la mano pesante con le donne. Mentre gli abiti maschili diventano via via più confortevoli, pratici e dinamici, le gonne tornano a gonfiarsi incredibilmente, il corpo torna ad essere nascosto ma enfatizzato artificialmente e la donna torna quasi ad essere “ornamento” dell’uomo.

Siamo di fronte a una lunga involuzione che testimonia un regresso sociale e forme di relegazione delle donne ai margini della vita sociale. La conquista di spazi sociali, di indipendenza e di emancipazione richiederà tempi lunghi. Vigarello li registra e li indica in mutamenti minimi. Certo, non mancano accelerazioni: un confronto tra le immagini dei visitatori delle due Esposizioni Universali del 1867 e del 1878 li mostra in modo molto evidente. L’apparizione dei “Grandi Magazzini” testimonia la capacità invasiva del mercato: la moda e l’abito femminile in una certa misura si si democratizzano.

C’è di più: la società ormai si è stratificata in molte classi: la stessa borghesia non è, come noto, un blocco unico: si suddivide in almeno tre sotto-classi (grande, piccola, media); si manifesta anche una “aristocrazia del proletariato” dalle minime pretese. Si cercano svaghi e ritrovi. Si pensi ai poster pubblicitari di Lautrec: le gonne si accorciano per facilitare il ballo. (per qualche esempio si veda Art of poster Manifesti della Belle Époque)

Un ruolo non trascurabile in questo senso lo ha esercitato lo sport. Tennis e golf erano sport elitari, ma aperti alle donne. Per praticarli occorreva accorciare la parte inferiore e rendere più liberi torace e braccia.

Le classi ai vertici della società, che avvertono immediatamente la necessità di rimanere elitarie e di marcare le differenze, reagiscono inventando l’alta moda con abiti che sono, di fatto, un’opera d’arte dai costi proibitivi.

Di fatto, per molti aspetti, l’ingresso delle donne in ambiti lavorativi da sempre di stretta competenza maschile sarà dettata da eventi contingenti come, ad esempio, le guerre mondiali le quali, inglobando le donne in nuove mansioni, le portano anche ad esprimere la femminilità con abiti pratici, comodi, che ne valorizzino il corpo e con mode che quasi si fanno gioco del predominio maschile e lo sfidano: il fumare in pubblico, il taglio di capelli “alla maschietto”, i pantaloni.

Inizia a emergere, verrebbe da dire “disseppellirsi” il corpo moderno, con un profilo slanciato, verticale. Il diritto soppianta il curvo, modificando radicalmente lo stile. Si arriva così fino alla rottura provocata dalla scandalosa minigonna, che scopre finalmente e valorizza le gambe.

Nel compiere questo lungo viaggio sull’abito femminile, Vigarello pesca a piene mani da molte fonti: memorie, carteggi, letteratura, riviste specialistiche, stampa quotidiana… Le voci maschili, come è in una certa misura ovvio e prevedibile, sono in netta maggioranza e tra esse dominano le osservazioni impregnate di biasimo e sarcasmo che indicano un malcelato timore degli uomini nei confronti delle donne. Perciò le note a margine diventano così indicazioni preziose per inoltrarsi lungo percorsi più ampi.

L’abito femminile ha anche un altro pregio meritevole di menzione. Vigarello fa un larghissimo uso di illustrazioni: dipinti, xilografie, fotografie, vignette. Un valore aggiunto per apprezzare e magari riguardare con occhi diversi opere d’arte scelte con cura e acutezza.

Vigarello ci ha regalato un libro ben scritto, piacevolissimo e ricco di suggestioni. Buona lettura.


Nuove riviste dalla Biblioteca Gino Bianco

Nuove riviste sfogliabili dalla Biblioteca Gino Bianco

Della Biblioteca Gino Bianco ho parlato spesso. Per una presentazione della sua attività si può consultare: Biblioteca Gino Bianco – Giornali Riviste Opuscoli. La sua attività prosegue anche in questi tempi difficili di restrizioni.

La sua ricca emeroteca ci mette a disposizione cinque nuove riviste:

Sono sfogliabili le collezioni dei Quaderni di Giustizia e Libertà (1932-1935), pubblicati sotto la guida di Carlo Rosselli, esule a Parigi;
di Risorgimento Socialista (1951-1957), settimanale fondato da Valdo Magnani e Aldo Cucchi, decorati al valore per la Resistenza, che ruppero col Pci stalinista per propugnare un socialismo unitario e indipendente;
di Pagine Libertarie (1921-1923), fondata da Carlo Molaschi, che vide tra i collaboratori anche Camillo Berneri, Luigi Fabbri e Nella Giacomelli;
di Utopia (1913-1914), diretta da Benito Mussolini, all’epoca ancora socialista rivoluzionario, ma che fu espulso dal Psi proprio nel 1914;
infine Classe – Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia, dal 1969 al 1978, nati sull’onda del ’68 e a cui collaboravano gruppi e singoli militanti e studiosi.

Segnalo anche la possibilità di consultare dieci annate di Rinascita, la rivista fondata da Palmiro Togliatti.

Molte di queste pubblicazioni sono state rese possibile grazie alla collaborazione con la Fondazione Anna Kuliscioff, la della quale ho già parlato per altri progetti Fondazione Gramsci Emilia Romagna. Prima Guerra Mondiale – Opuscoli digitalizzatiAndrea Costa in vari progetti on line e la Biblioteca Libertaria Armando Borghi.

L’esempio della Biblioteca Gino Bianco è encomiabile. Dimostra che è possibile realizzare progetti di grande interesse e utilità anche con mezzi limitati. Pertanto merita di essere seguita attentamente.

Buona consultazione: Biblioteca Gino Bianco