Recensione. Ian Kershaw: All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949

Una grande sintesi di uno dei maggiori storici contemporanei sull’Europa della prima metà del ‘900

All’inferno e ritorno di Kershaw è senza dubbio la miglior introduzione alla storia d’Europa nella prima metà del ‘900. Dico introduzione non per svilire il libro a semplice manuale. Il libro è quanto mai ricco e documentato, ma essendo pensato per il lettore comune Kershaw dipana la trama in quasi 600 pagine di testo di piacevolissima lettura.

In All’inferno e ritorno non espone una tesi “forte” che funga da perno alla trattazione come nel caso del “Secolo breve” di Hobsbawm o del “Continente buio” di Mazawor. La scansione temporale riprende in sostanza l'”età della catastrofe” di Hobsbawm denominandola seconda guerra dei trent’anni.

Il libro è dominato, giustamente, dalla prima guerra mondiale e dalle sue conseguenze. Kershaw risolve l’annosa discussione sulle responsabilità del conflitto indicando le responsabilità di ogni singolo paese, anche se ritiene maggiori quelle della Germania. Da quel vulcano eruttante violenza e barbarie morali, nazionalismo, destabilizzazione geo-politica, economica e sociale l’Europa ne uscì inevitabilmente trasformata. L’A. sottolinea gli effetti distruttivi dello sviluppo tecnologico che poi, col perfezionarsi già nel corso del conflitto e soprattutto nei decenni successivi, avrebbe aperto le porte a futuri, immani massacri. E si sofferma con osservazioni perspicaci sugli effetti diretti e a lungo termine di una guerra che diventando sempre più spersonalizzata da un lato abituò chi vi prese parte alla morte, all’insensabilità e alla violenza (pp. 72 e ssgg.); dall’altro addomesticò lo popolazioni a lasciarsi privare più o meno completamente delle libertà civili e giuridiche con sorprendente facilità: la brutale disciplina imposta nelle trincee, lo sfruttamento draconiano della manodopera nelle fabbriche, l’imbavagliamento più o meno completo della stampa, furono elementi che abituarono le popolazioni a future restrizioni. Osservazioni puntuali riguardano l’uso strumentale del razzismo (che poteva assumere coloriture religiose, culturali o razziali o tutte assieme) da parte dei governi e della stampa, impegnati a presentare il proprio paese come depositario di un patrimonio di civiltà messo a repentaglio da avversari rozzi e culturalmente meno sviluppati.

La Grande Guerra fu anche, come è noto, la responsabile del crollo di quattro imperi e l’incubatrice della rivoluzione russa. Il vuoto lasciato dall’impero austro-ungarico fu occupato da una serie di stati deboli e instabili nei quali l’impianto della democrazia si rivelò di breve durata. In Russia la Grande Guerra fece da detonatore alla rivoluzione la quale, per affermarsi, dovette uscire vincitrice da una spaventosa, dilaniante guerra civile (7 milioni di morti) che avrebbe mandato in rovina l’economia del paese (p. 127).

Liberale di sinistra, Kershaw ha parole molto dure nei confronti di Lenin. Egli ritiene che le “caratteristiche [aberranti] del sistema bolscevico erano […] emerse quando Lenin era ancora in vita. Ciò che ne seguì fu la continuazione e la logica conseguenza del passato, non un’aberrazione” (p. 130). Vi sarebbe dunque un trait d’union tra Lenin e Stalin, il vincitore della faida interna dopo la morte di Lenin. Forse è un giudizio troppo duro, non tanto perché Lenin non fosse capace di essere estremamente duro, ma di sicuro non era era paranoico e sanguinario quanto Stalin e, soprattutto, riuscì a far sopravvivere una rivoluzione in un contesto e in una sequenza di avvenimenti spaventosi: l’arretratezza della Russia zarista, la Grande Guerra, e una guerra civile di quelle proporzioni e di quella durata non erano fenomeni governabili coi guanti di velluto. A cose fatte la NEP fu anche il riconoscimento di errori e di torti commessi nei confronti dei contadini (sulla Rivoluzione russa vedi anche Guido Carpi: Russia 1917. Un anno rivoluzionario e Angelo d’Orsi: 1917. L’anno della Rivoluzione).

In ogni caso, sebbene l’A. tenga costantemente presente le vicende sovietiche e le analizzi con sottigliezza (“una cosa fu subito chiara: la rivoluzione bolscevica era un avvenimento di portata storico-mondiale”, p. 96), il problema dell’Europa erano la Germania e l’Europa orientale (e in relazione ad esse l’atteggiamento delle potenze principali: Francia e Inghilterra). Già la guerra aveva dimostrato che la democrazia sarebbe sopravvissuta con relativa sicurezza solo negli stati nei quali affondava radici più profonde. In Inghilterra e in Francia “la legittimità dello Stato [non] fu mai messa seriamente in discussione” (p. 92). Dove i governi e le istituzioni non godevano della legittimità della maggioranza dei cittadini la democrazia era destinata a soccombere.

Prima guerra mondiale
Dopoguerra

La Grande Guerra lasciò un continente in preda a convulsioni di ogni genere: oltre ai milioni di morti in battaglia e a quelli provocati dalla Spagnola, i mutilati erano 8 milioni e centinaia di migliaia coloro che avevano subìto traumi psichici. La riconversione dell’economia a una produzione di pace fu difficile: dove l’inflazione passò a iper-inflazione come in Austria, Polonia e Russia, vivere divenne complicato. Inizialmente in Germania l’inflazione fece da volano all’industria, ma quando nel 1923 andò fuori controllo provocò una tragedia sociale (pp. 113 e ssgg.).

Il tasso di violenza incubato durante il conflitto riemerse e si incarnò nelle camicie nere di Mussolini, nei Freikorps tedeschi e negli innumerevoli gruppi e gruppuscoli paramilitari composti da gente che non riusciva a reintegrarsi nella società e nutriva un profondo rancore verso tutti coloro che avversavano o non condividevano i valori per i quali avevano combattuto (generalmente pacifisti, militanti di sinistra ed ebrei)

Uno dei problemi cruciali fu che la sistemazione del continente escogitata a Versailles alla fine creò più problemi di quanti ne risolvesse. Il principio dell’autodeterminazione di Wilson si rivelò ben presto inapplicabile nell’Europa centrale e orientale dove etnie diverse si contendevano gli stessi territori: i compromessi trovati ridisegnando la cartina geografica di quelle zone finirono per inglobare popolazioni diverse all’interno di uno stesso stato: soluzioni che avrebbero alimentato malcontento e portato problemi in un futuro prossimo (per questi aspetti e in generale sul dopoguerra vedi: Robert Gerwarth La rabbia dei vinti).

In secondo luogo, per i paesi vincitori della guerra voler punire la Germania fino giungere all’umiliazione poteva avere senso per soddisfare la sete di vendetta di un’opinione pubblica inferocita, ma non per preservare la pace e la stabilità sul continente. Soprattutto, addossando la responsabilità del conflitto alla sola Germania creò un risentimento generalizzato in un paese che era stato fino a quel momento la principale potenza economica e tecnologica del continente ma che aveva anche un percorso storico non compiutamente democratico nel quale l’esercito aveva avuto una posizione cruciale, che considerava “la propria nazionalità in termini etnici [e] non territoriali” e le cui élites non riconoscevano fino in fondo il valore della democrazia occidentale scaturita dalla Rivoluzione francese o dal liberalismo (p. 221). Le riparazioni “furono per più di dieci anni un cancro annidato un cancro annidato nella politica tedesca” che mise il vento in poppa ai nazisti (p. 139) (sulla Repubblica di Weimar vedi anche Eric D. Weitz: la Germania di Weimar. Utopia e tragedia).

Trattato di Versailles
Un problema nel cuore dell’Europa: la Germania

Perciò la Repubblica di Weimar nonostante gli indiscutibili successi e nonostante l’A. ritenga che nei tardi anni Venti fosse sul punto di riuscire a sanare ferite ancora brucianti dovette sempre destreggiarsi con forze che miravano alla sua delegittimazione. E giustamente Kershaw indica il pericolo principale e fondamentale nella congerie di forze di destra più che nelle velleità rivoluzionarie della sinistra radicale (responsabile però di indebolire la sinistra nel suo complesso).

La destra estrema era già giunta al potere in Italia, un paese che, sebbene vincitore reagì con le modalità di un paese sconfitto, e altrove, ma l’Italia non aveva la forza per mettere a soqquadro l’Europa. Il problema era la Germania.

Quando sul continente arrivarono gli effetti del crollo di Wall Street, le convulsioni politiche sul continente europeo crebbero di intensità. La zona orientale era quasi completamente in mano a regimi reazionari o filo fascisti, i paesi mediterranei lo erano già da tempo o lo sarebbero diventati a breve, in Germania le devastazioni occupazionali, sociali ed economiche della crisi suonarono a morte per una Repubblica già consunta e Hitler ebbe la strada spianata al potere.

Le pagine che Kershaw dedica agli effetti economici e sociali della crisi del ’29 sono molto belle e convincenti. Dovrebbe far meditare la catastrofica decisione delle politiche di taglio alla spesa, contenimento dei costi e deflazione. Quelle politiche aggravarono la crisi piuttosto che contrastarla.

Un’interpretazione

Consapevole dei fraintendimenti e delle facili volgarizzazioni della categoria interpretativa del “totalitarsimo”, Kershaw distingue tra dittature “statiche” e dittature “dinamiche”. Nelle prime egli ingloba i paesi in cui i governi miravano al controllo e al dominio della società senza volerla alterare o modificare. Esempi di questo genere li indica nella Spagna, nel Portogallo e in buona parte dei regimi dell’Europa dell’Est.

Per dittature “dinamiche” invece Kershaw intende quei regimi che intendevano operare una rivoluzione profonda non solo controllando i cittadini limitandone la libertà, ma pretendendo di plasmare un uomo nuovo – come nel caso tedesco e sovietico – o di instaurare un regime “totalitario” come nel caso italiano. Un altro fattore che accomuna i tre dittatori era il loro ragionare in termini politici e non economici: in Unione Sovietica l’industrializzazione forzata si trasformò in un massacro per i contadini e in una devastazione per la produzione agricola (dalla quale l’URSS non si sarebbe più ripresa), le “purghe” staliniane seguirono una logica politica sebbene la decapitazione di cervelli di prim’ordine provocasse danni enormi in ambito economico e militarermania il processo di riarmo avvenne sganciando il paese dalle dinamiche dell’economia internazionale a favore di scambi bilaterali con questo o quello stato. L’idea di trasformare i cittadini in schiere di fedeli dediti alla causa o a rifondare la società era un’idea completamente antitetica a quelle delle democrazie tradizionali e assolutamente nuova (pp. 299-338). A ben guardare questa impostazione si avvicina all’opinione di Hobsbawm secondo il quale nell’Europa degli anni tra le due guerre le opzioni di adesione politica fossero ridotte alla scelta tra comunismo o fascismo.

L’arrivo al potere di Hitler – e il fallimento plateale e definitivo della Società delle Nazioni – chiarì a tutti che il pericolo di una nuova guerra era concreto. Il capolavoro politico di Hitler fu quello di presentare il riarmo della Germania non come pre-condizione ad una politica di espansione ma come riparazione di un torto subito da potenze che volevano tenerla in una condizione di inferiorità.

Il problema era che Francia e Inghilterra si trovarono di fronte ad un interlocutore che non ragionava affatto come loro. Portando la Germania fuori dai normali circuiti internazionali sia nei rapporti politici che economici Hitler imboccò la strada che avrebbe portato alla guerra: la Germania aveva bisogno di “uno spazio vitale” per espandere la propria economia e questo combaciava perfettamente anche con la ossessione razzista e la contrapposizione ideologica frontale dei nazisti verso i sovietici. Il fallimento della strategia dell’appaesement (“venire a patti con Hitler e intanto guadagnare tempo, pp. 369-70) e la cedevolezza continua di inglesi e francesi nei confronti delle crescenti pretese di Hitler ha una sua motivazione anche in questa incomprensione di fondo, oltre che agli incubi di una nuova guerra e al timore del comunismo.

Dentro alla seconda catastrofe

Il risultato di questo mix micidiale si sarebbe toccato con mano proprio nel corso della seconda guerra mondiale. Fu la parte orientale dell’Europa a pagare il prezzo più alto del razzismo biologico dei nazisti (talvolta sostenuto dalle popolazioni locali quando rivolto a ebrei o ad altre etnie), della loro strategia di disumano sfruttamento di persone e risorse e del loro anticomunismo viscerale (pp. 409 e ssgg). Così, ad esempio, lo sfruttamento degli ebrei rendeva bene fin tanto fossero stati in grado di lavorare, dopo li si poteva eliminare; ma,fatto spaventoso e inedito, “la guerra in oriente ebbe un carattere schiettamente genocidario” (p. 419). Per gli ebrei fu fatale il fallimento dell’invasione dell’URSS: inizialmente i nazisti avevano previsto di spostarli lì; la mancata invasione accelerò il processo di sterminio che era comunque già iniziato (pp. 423-24).

In generale i nazisti fecero due errori fatali. In molte zone dell’Europa orientale l’anticomunismo era profondo e radicato, ma i pregiudizi razziali impedirono ai nazisti di farvi leva per procurarsi alleati che avrebbero potuto essere preziosi. Il secondo, soprattutto nell’Europa occidentale fu che il loro atteggiamento costringeva le popolazioni a violare le regole per sopravvivere mentre il bisogno di manodopera e i seguenti rastrellamenti finivano per alimentare la Resistenza che si andava organizzando (pp. 452-455).

Ma Kershaw dà anche spazio alle conseguenze dei bombardamenti alleati e sulla brutalità delle truppe sovietiche nella loro avanzata verso Berlino e in generale all’accrescere del tasso di violenza degli ultimi mesi del conflitto. I tedeschi resistettero fino all’ultimo perché consapevoli delle vendette che li aspettava. Quella tedesca è solo una tra le reazioni alla guerra: i sovietici la condussero fino in fondo perché Stalin fu capace di trasformarla in guerra patriottica e videro cosa li attendeva se l’avessero persa; i polacchi la combatterono in vista di uno Stato futuro; gli inglesi la combatterono per un futuro di pace e, per i soldati provenienti dai dominions, di prossima indipendenza.

Dopoguerra

La fine della guerra sancì la fine del fascismo come progetto politico credibile e l’Europa ne emerse nuovamente ridisegnata e suddivisa in due blocchi distinti e contrapposti. Nell’Europa Occidentale il protezionismo e il nazionalismo economico vennero accantonati a favore della cooperazione internazionale: “le lezioni erano state apprese” (p. 478).

Un altro elemento fondamentale affrontato dall’A. è la nascita del welfare state nella parte occidentale dell’Europa post-bellica. Riconoscimento dovuto agli immani sacrifici patiti dalle popolazioni durante il conflitto, certamente, ma anche deterrente nei confronti della capacità di attrazione dei partiti comunisti e socialisti; una scelta politica precisa e voluta dunque. Senza che nessuno potesse immaginarlo, l’Europa occidentale si sarebbe incamminata verso decenni di prosperità e stabilità politica.

Naturalmente Kershaw affronta anche molti altri temi che qui non considero: dalla religione alla cultura, dallo sterminio degli ebrei ad alcuni problemi del dopoguerra. Ma ora che che crisi economica, palese malfunzionamento dell’Europa e razzismo si stanno ripresentando sulla scena, ho voluto soffermarmi su aspetti essenziali. Mi preme dire che sarebbe importante leggere e meditare a fondo le pagine di All’inferno e ritorno.

Buona lettura.


Recensione. Attilio Brilli: Il viaggio nella capitale. Torino, Firenze e Roma dopo l’Unità

Uno splendido libro di Attilio Brilli sulle capitali d’Italia.

Diventare capitale può rivelarsi un ottimo affare. L’arrivo della burocrazia, dei ministeri, di esponenti politici e dell’esercito; il dover infondere alla città il piglio e il lustro dovuti alla città di riferimento di uno Stato significa attrarre investimenti e creare lavoro. Occupazione per operai, artigiani e maestranze, per negozianti, ristoratori, alberghi, impiegati pubblici ecc. Significa affari d’oro per costruttori e possidenti, banche e speculatori: il denaro scorre, il lavoro si moltiplica, la città si trasforma e cambia volto.

Tanto più se si tratta di città come Firenze e Roma, la prima protetta ma stretta da mura che ne impediscono l’espansione; la seconda che, come sospesa nel vuoto del tempo e dello spazio – vale a dire dei secoli di storia e isolata nel mezzo di una sterminata campagna – deve inevitabilmente modernizzarsi per mettersi a fianco delle altre capitali europee.

Firenze

Mura abbattute, interi quartieri da risanare a Firenze; zone intere e quartieri da abbattere letteralmente e da (ri)costruire a Roma. A Firenze il fragoroso abbattimento delle mura lascia entrare la campagna nella città snaturando il circostante paesaggio agreste e la prospettiva sulla città. Ma la scomparsa delle mura è solo l’annuncio di trasformazioni più profonde che coinvolgono il centro della città. Il groviglio di stradine e vicoli strettissimi di origine medievale che portano a un cuore della città tanto antico quanto desolante negli abituri e nella gente che lo abita sta per essere – e progressivamente verrà – spazzato via (pp. 28 ssgg.). Il Mercato Vecchio e il Ghetto lasceranno posto a una “piazza orrenda” ed enorme, a nuove strade e spazi: è la scomparsa non solo di ricettacoli della plebaglia cittadina – gente che vive alla giornata sul limitare e col debordare della legalità – ma di mondi fatti di miasmi e odori, di palazzi e abitazioni decrepiti ma pittoreschi, di una socialità sguaiata e non raccomandabile. Scompare il tratto saliente della città, ciò che la rendeva cara e inconfondibile.

Ghetto ebraico a Firenze
Roma

A Roma non ci sono mura da prendere a cannonate per far posto alla città. Qui la campagna, ampi spazi coltivati o semi-incolti fanno già parte del panorama cittadino: pastori e contadini fanno pascolare liberamente il bestiame dentro alla città. A rimetterci le penne sono da una parte i quartieri più insalubri del centro – il Ghetto – il lugubre e misterioso “quartiere più malsano della città” (p. 86) e altri lungo un Tevere giallognolo e maleolente di immondizie e liquami che ammorba e inumidisce casupole precarie e cascanti -, luoghi affaticati e macilenti, pullulanti di bambini sporchi e pidocchiosi, di stamberghe umide e buie nelle quali il visitatore si guarda bene dall’entrare; dall’altra le ville che la circondano: edifici giganteschi e magnifici immersi in enormi parchi lussureggianti. Sono luoghi e contesti di incomparabile bellezza sacrificati a nuovi cantieri che si vorrebbero moderni ed efficienti.

Roma

Dietro a queste istanze di rinnovamento c’è la nuova borghesia di un Paese che fatica a mettersi al passo coi paesi più avanzati, ma che proprio per questo ha fretta di farlo. È gente che bada al sodo e al soldo, che sogna e si adopera per facili arricchimenti con la compravendita di terreni edificabili e speculazioni edilizie. È una borghesia vorace, ignorante e onnivora che manovra nascondendosi dietro al comodo paravento delle esigenze inderogabili della igiene pubblica, inderogabile per un Paese che si vuole moderno e civile, ma che poi si tradisce facendo tronfia mostra della ricchezza accumulata con un’eleganza pretesa ma non raggiunta e atteggiamenti tracotanti da “padroni” più che da signori (p. 107).

Torino

Il caso di Torino è diverso. Questa città calma, compassata e geometrica, curata e ben tenuta, fiera della propria storia e orgogliosa della propria pragmatica efficienza, pur sapendo da tempo la transuenza in qualità di Capitale, mal digerisce il trapasso – pure temporaneo – a Firenze. La sua cittadinanza di solito prudente e cauta si riversa nelle strade a protestare: apparati dello Stato che se ne vanno altrove significa in disoccupazione e timori per il futuro.

Torino

Da quanto detto fin qui ci si potrebbe aspettare che Brilli ci mostri questi sviluppi attraverso le dispute dei consigli comunali e dei piani regolatori. È vero in minuscola parte. Grande storico del viaggio e dei viaggiatori, Brilli conosce alla perfezione questo genere di letteratura. Ci descrive l’evoluzione delle città con gli occhi e le penne di scrittori, giornalisti, artisti, storici dell’arte: pesca da romanzi come da corrispondenze private, da articoli giornale e da guide turistiche, da appunti e diari (il tutto indicato in un puntuale apparato di note e in una esauriente bibliografia).

Facciamo conoscenza della nutrita schiera di inglesi di stanza per lunghi periodi a Firenze, che inorridisce di fronte all’esecuzione degli sventramenti della città e protesta rivendicando Firenze città non degli italiani e nemmeno dei fiorentini, ma dei cittadini di tutto il mondo; di artisti, viaggiatori e scrittori immersi nell’immemore torpore romano capaci di cogliere le trame reali che si celano dietro ai proclami igienizzanti, che mette in guardia dagli interventi drastici, che piange e – negli anni successivi – rimpiange il sudiciume e la immemore polvere di Roma; che ammutolisce attonita e indignata di fronte allo sparire delle ville.

Con questo Il viaggio nella Capitale Brilli ci regala un libro colto, raffinato e piacevolissimo, con suggerimenti precisi: a diffidare degli slogan urlanti necessità improcrastinabili, specie se a promuoverli sono “voraci affaristi, [specchio dell’]inconsistenza della società italiana, priva di una borghesia alacre, moderna, votata allo spirito d’impresa, una borghesia che [sia] in grado di bilanciare un’aristocrazia parassitaria da un lato e dall’altro un popolo miserando, inetto e privo del minimo barlume di senso civico” (p. 100), e ad andare cauti quando si tratta di intervenire in modo massiccio nel cuore di città immerse nella storia.

Mi permetto di aggiungerne uno io, che ricavo da quanto scrive un’osservatrice brillante e assidua dell’Italia. Nel suo diario una scrittrice americana annotava osservazioni penetranti sulla capacità tutta romana di fagocitare tutto. Anche le nuove costruzioni rimaste a metà, incompiute e che non saranno mai finite dopo l’esplosione di una bolla finanziaria che ha prosciugato le risorse e fatto sparire gli investitori non sono un problema per Roma. Questa città “eterna”, che pare immobile, che si rinnova col ritmo impercettibile dei secoli farà suoi questi spezzoni di edifici e li inserirà nel suo contesto e nel suo paesaggio facendo affidamento sulla tranquilla, inesorabile tenacia del tempo. Farà suo anche l’inguardabile Vittoriale, mastodonte che nulla a che vedere con la città, macigno estraneo che più che altro si addice allo scopo di “pisciatoio di lusso” come lo definì Giovanni Papini?

A me pare che la capacità di Roma città capace di assorbire tutto, di addomesticare tutto e di incorporare tutto sia una buona metafora della Roma Capitale politica e rimando ad una classe dirigente che resta sempre uguale a sé stessa anche quando sembra rinnovarsi e rinnovata nel profondo.

Buona lettura.


I manoscritti di Marcello Oretti su Archiweb

I manoscritti di Marcello Oretti on line su Archiweb. Una fonte preziosa per la storia dell’arte.

Delle iniziative dell’Archiginnasio di Bologna mi è capitato di parlare qualche volta. Nella pagina Lectio Magistralis ho segnalato almeno una delle numerose conferenze che ha realizzato e che organizza.

Anche della biblioteca digitale dell’Archiginnasio mi è capitato di fare cenno in qualche occasione. I progetti realizzati e disponibili on line sono molti e il ventaglio dell’offerta ampio e variegato. Non può essere diversamente data la ricchezza dei suoi fondi sia librari che documentari.

Proprio in ferimento a questi ultimi, l’ultimo progetto realizzato e già disponibile on line riguarda i manoscritti di Marcello Oretti (1714-1787). Di “nobile condizione”, poté permettersi di dedicarsi alle sue passioni: lettere, arte e disegno. Viaggiò moltissimo raccogliendo notizie sulla storia dell’arte tramite una fitta trama di corrispondenti. Scrisse altrettanto ma non pubblicò nulla, affidando i suoi studi e le sue considerazioni a una corposa collezione di 62 volumi manoscritti – manoscritti che – come si legge nella presentazione

hanno sempre costituito e rappresentano ancora oggi una fonte imprescindibile di notizie non solo sugli artisti bolognesi o che hanno operato a Bologna, ma anche sul patrimonio artistico della città e del territorio bolognese, oltre che delle numerose città italiane da lui visitate.

I manoscritti di Oretti hanno un carattere miscellaneo. Tra quelli relativi alle opere d’arte si ricordano in particolare Pitture nelle chiese di Bologna, Pitture nei palazzi e case nobili di Bologna e Pitture nelli palazzi e case di villa nel territorio bolognese.
Le biografie degli artisti facenti capo alla scuola bolognese sono contenute principalmente in Notizie dei professori del disegno; altre notizie biografiche sono comprese nell’Aggiunta di molti professori di pittura scultura architettura non nominati dall’Orlandi.

Sono inoltre presenti una Raccolta di marche di pittori e scultori, lettere autografe di artisti e committenti dirette a Oretti, oltre a testamenti di artisti, inventari e stime di pitture e disegni, trascrizioni di lapidi sepolcrali, e più in generale diverse miscellanee di notizie artistiche.

Con questo progetto, l’Archiginnasio ci offre dunque l’occasione per approfondire non solo lo studio della Bologna artistica, ma anche di approfondire lo studio dell’arte in generale.

Non resta dunque che indirizzarci alla pagina de I manoscritti di Marcello Oretti con la certezza di accingersi a un viaggio interessante anche grazie alle molte informazioni e indicazioni opportunamente inserite nella pagina a lui dedicata (le quali possono essere arricchite con la voce a lui riservata nel Dizionario Biografico degli Italiani – DBI – Marcello Oretti DBI).

Buona navigazione.